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Storia dal tesoro di Dongo: tra delitti e omerta-tra processi mai conclusi è conessioni politiche

Per “oro di Dongo” si intendono comunemente tutti i beni in possesso di Benito Mussolini, di Claretta Petacci e dei gerarchi al suo seguito al momento della cattura, la mattina del 27 aprile 1945, appena fuori dall’abitato di Musso; tali valori furono in gran parte sequestrati dal distaccamento “Puecher” della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” che aveva effettuato l’operazione e poi presi in consegna da vari esponenti del Corpo volontari della libertà o del PCI. L’utilizzo successivo di tali valori non è mai stata completamente chiarito

Valori sequestrati a Mussolini e ai gerarchi

Verso le ore 16 del 27 aprile 1945, nella piazza di Dongo, durante l’ispezione della colonna tedesca fermata poche ore prima a Musso, dai partigiani della “Luigi Clerici”, Mussolini viene riconosciuto e preso in consegna dal vicecommissario di brigata Urbano Lazzaro “Bill” che lo accompagna nella sede comunale, dove gli viene sequestrata la borsa di cui è in possesso. Questa borsa a quattro scomparti, oltre a quattro cartelle piene di documenti riservatissimi, contiene un milione e settecentomila lire in assegni e centosessanta sterline d’oro[1]. Subito dopo, il capo di stato maggiore della brigata, Luigi Canali, nome di battaglia “Capitano Neri”, ordina di radunare in municipio i bagagli dei ministri al seguito di Mussolini, nonché le valigie trovate sull’Alfa Romeo del prefetto Luigi Gatti, già segretario del duce, che risulteranno piene d’oro, gioielli e valuta. Il bottino di guerra è affidato dal Canali in custodia, con ordine scritto, alla partigiana Giuseppina Tuissi “Gianna”, sua compagna, che è altresì incaricata di curare la raccolta dei valori ancora in possesso dei gerarchi rimasti sul luogo della cattura.

Tali valori furono inventariati il 28 aprile 1945, dalla Tuissi e dall’impiegata comunale Bianca Bosisio ma sia l’originale che la copia di esso andranno perduti. I testi interrogati dalla magistratura tra il 1946 e il 1947, dichiareranno genericamente che era stato raccolto un notevole quantitativo di moneta cartacea ed aurea, italiana e straniera e un buon numero di oggetti di pregio, tra i quali i gioielli di Claretta Petacci[2].

Nel tardo pomeriggio del 28 aprile, il “Capitano Neri”’, firmò un ordine di consegna temporaneo di tutti i beni recuperati ed inventariati dalla Tuissi, alla federazione comunista di Como, di cui era responsabile Dante Gorreri[3]. Il 7 maggio, tuttavia, il “Capitano Neri” scomparve misteriosamente e il suo corpo non sarà più ritrovato. Il 22 giugno successivo, la “Gianna”, dopo essere stata diffidata dall’intraprendere ricerche sulla fine del suo compagno, nonché minacciata da Dante Gorreri e da Pietro Vergani, comandante delle formazioni garibaldine della Lombardia, è anch’ella uccisa e gettata nel Lago di Como nei pressi di Cernobbio. Anche il suo corpo non sarà più ritrovato[4].

Valori contenuti in cinque valigie rimaste su un autocarro tedesco

Sull’autocarro tedesco dove era stato riconosciuto e poi arrestato Mussolini erano rimaste cinque valigie del bagaglio personale del dittatore, contenenti banconote e lingotti d’oro. Dopo essere stato consentito loro di partire, i militari tedeschi si fermarono per la notte sulla riva del lago, presso il fiume Mera e provvidero a bruciare gran parte delle banconote e a gettare nel fiume l’oro contenuto nelle valigie. Il giorno dopo, un pescatore rinvenì nel fiume 35,880 chilogrammi d’oro, che consegnò all’interprete della 52ª Brigata Alois Hoffman, di nazionalità svizzera. Si trattava di una grande quantità di fedi nuziali, offerte alla patria in occasione della Guerra d’Etiopia, oltre ad altro oro sequestrato agli ebrei deportati. Ad Hoffman, in seguito, furono anche recapitati, da parte dei tedeschi, 33.020.000 di lire in banconote che non erano state bruciate nella notte tra il 27 e il 28 aprile. Detta somma fu consegnata dall’Hoffman al comandante della 52ª Brigata Garibaldi Pier Luigi Bellini delle Stelle e al vicecommissario Urbano Lazzaro che ne provvidero il deposito presso la Cassa di Risparmio di Domaso. Il 1º maggio 1945, detti valori furono ritirati dalla banca per ragioni di prudenza e affidati al commissario politico della 52ª Brigata, Michele Moretti, perché li consegnasse al comando del CVL di Milano, dedotta la somma di L. 3.020.000 per far fronte ai bisogni urgenti della brigata. A questo punto, di tali valori, si persero le tracce

Nel novembre 1945, a seguito di un mandato di cattura spiccato nei suoi confronti, Moretti espatriò a Lubiana, in Jugoslavia, ove rimase fino al giugno 1946. Al rientro in patria, rimase nascosto fino all’assoluzione in fase istruttoria delle accuse a suo carico (maggio 1947). Nel frattempo, infatti, l’Ufficio Stralcio del Comando delle Brigate Garibaldi, nella persona di Alberto Mario Cavallotti, all’epoca deputato del PCI alla Costituente, con lettera 17 aprile 1947, aveva dichiarato al Tribunale Militare che i valori in questione erano stati consegnati al comandante partigiano Pietro Vergani e che erano stati impiegati per far fronte ai bisogni delle Brigate Garibaldi (mantenimento, smobilitazione, assistenza).

Pochi giorni dopo, lo stesso Vergani confermava quanto sopra, precisando l’ammontare dei valori consegnati ai comandi garibaldini in lire 1.300.000, franchi svizzeri 75.000, pesetas 10.000, sterline 90, due orologi d’oro, una matita d’argento, una sveglia da viaggio, oltre a indumenti che furono distribuiti agli indigenti

 

 

 

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G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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