Non sempre il solstizio d’inverno cade il 21 dicembre

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Alba tarda, tramonto precoce: è il giorno più corto, che cede presto il passo al buio. Per chi popola l’emisfero settentrionale, il solstizio d’inverno che quest’anno cade il 21 dicembre alle 23:23 ora italiana, significa una cosa sola: l’inverno astronomico che si adegua a quello meteorologico, già annunciato dalle prime nevicate

Che cos’è il solstizio? Questo evento astronomico indica, per l’emisfero boreale, in cui ci troviamo, il momento in cui il Sole si trova direttamente sopra al Tropico del Capricorno a una latitudine di 23,5 gradi sud, ovvero alla sua massima distanza al di sotto dell’equatore celeste: l’arco descritto dal Sole nel suo percorso apparente da sud-est a sud-ovest è minimo, ed ecco perché sperimentiamo il dì più breve dell’anno. Il Sole sorge nel punto più meridionale dell’orizzonte est e culmina a mezzogiorno alla minima altezza: nel nostro emisfero, questo giorno corrisponde al minimo dell’irradiamento solare.

In Italia ci saranno circa 8 ore e 42 minuti di luce (a Milano, perché il minutaggio esatto varia a seconda della latitudine). Alle latitudini più settentrionali, come a Fairbanks (in Alaska), un paio di gradi sotto il Circolo Polare Artico, il Sole non fa quasi in tempo a sorgere che è già avviato al tramonto. Tutto questo si deve all’inclinazione dell’asse terrestre di 23 gradi e 27 primi sul piano dell’eclittica, cioè rispetto al piano sul quale orbita il pianeta. Per metà dell’anno è il Polo Nord a essere orientato in direzione del Sole, per l’altra metà il Polo Sud, e questo è il motivo per cui abbiamo le stagioni.

Non è vero che ci troviamo nel punto orbitale più lontano dal Sole. A determinare le basse temperature invernali è l’inclinazione dei raggi solari, che a causa della posizione dell’asse terrestre ci arrivano più inclinati e radenti rispetto a quanto avviene in estate nel nostro emisfero: semplificando, lo stesso raggio solare che d’estate arriva meno inclinato, d’inverno deve riscaldare una maggiore superficie di suolo.

Non dipende dalla distanza dal Sole, anzi: la Terra si sta avviando, in questo periodo dell’anno, al perielio, ossia il punto più vicino alla nostra stella (ci arriveremo a gennaio). Ma questo avvicinamento determina soltanto una piccola variazione, circa il 3%, nella quantità di calore tra estate e inverno.

è il giorno più freddo dell’anno? No, e una delle principali ragioni è la capacità degli oceani terrestri di assorbire parte dell’energia solare e rilasciarla in modo graduale nel tempo. Per questo motivo c’è un “ritardo stagionale” tra il momento in cui il Sole ci irraggia di meno e quello in cui, effettivamente, si percepisce più freddo: nel nostro emisfero, le temperature atmosferiche si trovano al minimo tra gennaio e febbraio. Lo stesso accade in estate: anche se il solstizio d’estate è a giugno, i mesi più caldi sono in genere luglio e agosto.

Non sempre il solstizio d’inverno cade il 21 dicembre. Il motivo ha a che fare con la differenza tra l’anno tropico (o solare) su cui si basa il calendario gregoriano che usiamo, e l’anno siderale (il periodo orbitale della Terra) che è di 365 giorni, 6 ore, 9 minuti e 10 secondi.

Il nostro calendario, per semplificare, arrotonda a 365 giorni, ma così lascia fuori, ogni anno, un po’ più di sei ore: un ritardo che si accumula facendo oscillare date e orari dei solstizi invernali tra il 21 e il 22 dicembre e che si recupera, ogni 4 anni, con l’aggiunta di un giorno a febbraio (anno bisestile).

Perché è diventato una “festa d’inverno”?  Il termine solstitium (dal latino sol, sole, e sistere, stare fermo) indica una apparente “fermata” del Sole nel cammino che esso sembra compiere nella volta celeste. Nei giorni intorno al solstizio d’inverno infatti, la nostra stella sembra smettere di calare rispetto all’equatore celeste e “fare una pausa” in cielo, per poi invertire il suo cammino e iniziare il moto di avvicinamento all’equatore celeste. Sembra insomma tramontare e poi risorgere dalla stessa posizione: come se precipitasse nell’oscurità per poi tornare a mostrarsi vitale e invincibile già a partire dai giorni successivi. Ecco perché gli antichi romani celebravano, nei giorni attorno al solstizio invernale, la festa del “Sol invictus”, una celebrazione della rinascita che secondo alcuni è l’origine pagana del Natale.

Che cosa c’entra il Natale? Nell’antica Roma, nei giorni a cavallo del solstizio invernale (17-23 dicembre) era usanza scambiarsi regali economici come dadi, candele di cera colorata, abiti, libri, una moneta, piccoli animali domestici. Si celebrava così la festa dei Saturnali, dedicata al dio dell’agricoltura, Saturno. Se si escludono lo scambio di doni e i banchetti, le somiglianze con il Natale cristiano però finivano qui: la ricorrenza prevedeva infatti anche un’inversione di ruoli tra schiavi e padroni, a rappresentare l’antico stato di uguaglianza tra gli uomini, oltre a orge e al gioco dei dadi, ufficialmente proibito.

In antichità era una porta verso la bella stagione. Se per noi il solstizio d’inverno è la giornata che inaugura l’inverno astronomico, anticamente, quando l’inverno era sostanzialmente “fame ed elevata mortalità”, questa celebrazione segnava la fine del buio e un graduale ritorno alla luce. Nella tradizione germanica e celtica, il solstizio d’inverno coincideva con la festa di Yule: si accendeva il fuoco, si macellavano gli animali e si banchettava sulle ultime riserve di carne disponibili (evitando così, con la stessa mossa, di dover sfamare gli animali nei duri mesi successivi). L’albero sempreverde che a Natale adorna le nostre case affonderebbe le sue radici proprio in queste tradizioni: è simbolo di rinascita, di rinnovamento della vita.

 

Nel corso di un anno il solstizio ricorre due volte: il Sole raggiunge il valore massimo di declinazione positiva nel mese di giugno (segnando l’inizio dell’estate boreale e dell’inverno australe) e il valore massimo di declinazione negativa in dicembre (marcando l’inizio dell’inverno boreale e dell’estate australe).

tratto dal web


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G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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