Il pensiero-Platone-la Repubblica

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“LA REPUBBLICA” di PLATONE

(LibroVIII)

 

 

“Quando un popolo, divorato dalla sete della libertà, si trova ad avere a capo dei coppieri che gliene versano quante ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono alle richieste dei sempre più esigenti sudditi, son dichiarati tiranni.

E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, servo; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari e non è più rispettato, che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di lui; che i giovani pretendono gli stessi diritti, le stesse considerazioni dei vecchi e questi, per non parere troppo severi, danno ragione ai giovani.

In questo clima di libertà, nel nome della medesima, non vi è più riguardo né rispetto per nessuno. In mezzo a tale licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia”.

Libro 1. Durante le feste Bendidie, Socrate si reca con Glaucone e altri a casa di Cefalo. Questi inizia a discutere con Socrate sui presunti svantaggi e sui benefici della vecchiaia, dichiarando che le ricchezze aiutano l’uomo a sopportare l’età senile e a comportarsi in modo giusto. Il discorso quindi si incentra sull’essenza della giustizia. Polemarco sostiene che la giustizia consiste nel fare del bene agli amici e del male ai nemici; Socrate confuta questa tesi mostrandone i paradossi, e pone l’accento sulla necessità di distinguere i veri amici e i veri nemici da coloro che sembrano tali, ma non lo sono.
Aggiunge che chi danneggia rende sempre peggiore il danneggiato, e questo non può essere l’obiettivo del giusto. Qui irrompe nel dialogo Trasimaco, che con un intervento aggressivo afferma che la giustizia consiste nell’interesse del più forte, cioè di chi detiene il potere. Prima obiezione di Socrate: i più forti possono anche sbagliare, cosicché obbedire loro potrebbe significare danneggiarli. Trasimaco replica che i governanti, quando esercitano la loro arte con competenza, non sbagliano mai. Seconda obiezione di Socrate: ogni arte non persegue il proprio utile, ma l’utile di ciò cui si rivolge.
Trasimaco insiste: la giustizia è un bene altrui, mentre l’ingiustizia giova a se stessa; per questo è superiore alla giustizia e l’ingiusto gode di una vita più felice del giusto. Socrate ribadisce che ogni arte è disinteressata; se chi pratica un’arte ne trae un guadagno, ciò è dovuto al fatto che egli pratica insieme anche l’arte mercenaria. Perciò il vero uomo politico non mira al proprio interesse, ma a quello dei sudditi, e non accetta di governare per ricevere un compenso.
Dato che Trasimaco identifica l’ingiustizia con la virtù, Socrate lo porta ad ammettere che il giusto non cerca di prevalere sul giusto, ma solo sull’ingiusto, l’ingiusto invece cerca di prevalere su entrambi; non si può quindi attribuire all’ingiustizia la sapienza e la virtù, poiché in tutte le attività chi è competente (e quindi sapiente) cerca di prevalere solo su chi è incompetente. L’ingiustizia indebolisce l’azione degli uomini, rendendoli discordi tra loro e invisi agli dèi. Posto che ogni cosa ha una sua funzione e una sua virtù, grazie alla quale può fare ciò che è meglio, la funzione e la virtù propria dell’anima è la giustizia; quindi solo l’anima giusta è felice.
Libro 2. Intervento di Glaucone, che distingue tre categorie di beni: quelli che si desiderano solo per se stessi, quelli che si desiderano anche per i vantaggi che procurano, quelli che si desiderano solo per questi ultimi.
La giustizia, secondo Socrate, rientra nella seconda categoria, ma l’opinione comune, di cui Glaucone si fa portavoce, la colloca nella terza. Glaucone con un discorso provocatorio finge di sostenere la tesi di Trasimaco: il massimo desiderio dell’uomo è commettere ingiustizia restando impunito e la paura più grave è subire ingiustizia senza potersi vendicare; chi non commette ingiustizia lo fa solo per timore delle conseguenze. Adimanto intenzionalmente reca altri argomenti a favore di Trasimaco: gli uomini in realtà non lodano la giustizia, ma la reputazione di uomo giusto; la condizione migliore è dunque quella di un’ingiustizia mascherata da giustizia.
Socrate allora propone di analizzare la giustizia nell’ambito più ampio dello Stato e delinea una città semplice e primitiva, costituita da contadini, artigiani e commercianti e basata su una precisa divisione dei compiti. Glaucone reclama uno Stato più ricco, il che però comporta un ampliamento della città; ciò implica l’esercizio della guerra, e di conseguenza la creazione della classe dei guardiani, dedita alla difesa della città.
I guardiani devono essere miti e animosi a seconda delle circostanze, nonché amanti del sapere. Si pone quindi il problema della loro educazione, che sarà innanzi tutto musicale e ginnica. Quanto all’educazione musicale, bisogna eliminare dalla città tutte le opere poetiche che danno un’immagine distorta di dèi ed eroi, presentandoli immersi nei vizi e nella malvagità. La divinità, essendo buona e perfetta, può compiere solo azioni buone e non subisce metamorfosi.
Libro 3. Poiché i guardiani vanno educati al coraggio e alla temperanza, bisogna rigettare le poesie e i miti che suscitano paura della morte e offrono rappresentazioni sconvenienti e mendaci di dèi ed eroi; solo i governanti hanno il diritto di mentire ai sudditi a fin di bene. Socrate distingue tre forme di poesia: narrativa, imitativa e mista.
I guardiani devono astenersi dall’imitazione, a meno che non concerna un uomo o un’azione virtuosa; ne consegue che il poeta imitatore non dev’essere accolto nella città ideale. Socrate poi passa in rassegna le armonie, gli strumenti musicali e i ritmi, indicando quali si addicono ai guardiani e quali no; la loro educazione musicale deve mirare a un ideale di bellezza attraverso il ritmo e l’armonia. Il successivo esame dell’educazione ginnica evidenzia i rapporti tra essa e la medicina e permette un confronto tra i medici e i giudici: i primi, curando il corpo con l’anima, devono avere esperienza delle malattie, mentre i secondi, curando l’anima con l’anima, devono avere l’anima incorrotta.
Sia i medici sia i giudici non devono lasciar vivere il corpo o l’anima inguaribile; mantenere in vita corpi incapaci di svolgere la propria funzione è infatti esiziale per la città. L’educazione ginnica deve sviluppare più la forza morale che quella fisica e deve pertanto contemperarsi con l’educazione musicale. Per esporre i criteri di scelta dei guardiani, Socrate ricorre al mito della nascita degli uomini dalla terra e della loro distinzione in tre classi: aurea (governanti), argentea (guerrieri), bronzea (prestatori d’opera).
Seguono alcune prescrizioni circa la vita dei guardiani, che sono esclusi dalla proprietà privata, hanno alloggio e vitto in comune e sono mantenuti a spese dello Stato.
Libro 4. Rispondendo a un’obiezione di Adimanto, secondo cui i guardiani non sono felici, Socrate precisa che la città ideale mira al benessere della collettività, non di una singola classe; perciò deve evitare l’eccesso sia della povertà sia della ricchezza, che crea divisioni interne, e avere una giusta estensione territoriale.
A tale scopo i guardiani devono impedire modifiche nell’educazione ginnica e musicale; la legislazione dovrà basarsi su pochi precetti fondamentali, sanciti da Apollo delfico. La presenza nella città ideale della giustizia viene appurata tramite la ricerca delle tre virtù che si connettono ad essa: sapienza, coraggio, temperanza.
La sapienza è la virtù di coloro che hanno compiti di governo, il coraggio la virtù dei guardiani dediti alla guerra e alla difesa; la temperanza invece deve risiedere in tutte e tre le classi dei cittadini. La giustizia consiste nell’assolvere il proprio compito all’interno della città, senza scambi tra le tre classi che alterino la compagine statale.
Socrate dimostra che la giustizia nello Stato è la stessa che nell’individuo, in quanto la struttura dell’anima è analoga a quella della città, anzi dipende da essa. Vengono quindi distinte le tre facoltà dell’anima: facoltà razionale, concupiscibile, impulsiva. L’uomo è giusto quando la parte razionale dell’anima, sostenuta da quella impulsiva, comanda su quella concupiscibile; in caso contrario si ha l’ingiustizia.
 Libro 5. Adimanto chiede spiegazioni circa la comunanza di donne e figli. Socrate affronta la “prima onda”, ossia l’identità di compiti e di educazione tra uomini e donne, e spiega che la differenza di sesso non implica una differenza di attitudini, benché le donne siano più deboli. Viene quindi affrontata la “seconda onda”: la regolamentazione dei matrimoni e delle nascite. I matrimoni dovranno avvenire tra i cittadini migliori, per mantenere costante la qualità e il numero degli abitanti.
I bimbi saranno condotti appena nati in nidi d’infanzia; bisogna inoltre stabilire un’età per la procreazione ed evitare matrimoni tra consanguinei. Solo questo principio, afferma Socrate, può garantire la concordia interna e la felicità dei cittadini. I giovani dovranno ricevere un’educazione guerriera ed assistere alle battaglie per imparare il loro futuro compito; la città dovrà riservare dei premi ai giovani più valorosi. Socrate aggiunge che essa non combatterà contro altri Greci, data la comunanza di stirpe, e deplora le discordie esistenti tra le città elleniche. Si arriva così al problema più arduo, la “terza onda”: una tale città implica che i filosofi governino o i governanti pratichino la filosofia. Dopo aver definito il filosofo come colui che ama la verità pura, Socrate traccia la differenza tra ignoranza, scienza e opinione: l’ignoranza è mancanza di conoscenza, la scienza è conoscenza dell’essere, l’opinione è uno stato intermedio.
Libro 6. Il filosofo deve governare perché è il solo a conoscere l’essere e la verità; inoltre è sincero, temperante, disprezza i beni mondani, apprende con facilità e possiede l’armonia interiore.
Adimanto però obietta che i filosofi sono persone strane e inutili allo Stato. Attraverso l’allegoria della nave Socrate spiega che ciò accade negli Stati esistenti, governati da demagoghi. Il filosofo non è malvagio, ma l’ambiente in cui vive può corromperlo, poiché anche le migliori nature sono corruttibili, se male educate; tale azione corruttrice è dovuta al volgo e ai sofisti, indegni seguaci della filosofia.
Il filosofo si corrompe per compiacere il volgo, e pochi riescono a mantenersi coerenti isolandosi dalla massa. Nessuna delle costituzioni vigenti conviene alla filosofia: solo la città ideale consente ai filosofi di svolgere la propria opera e di convincere il popolo, quindi dev’essere governata da loro. L’educazione dei filosofi deve mirare alla disciplina più alta, avente come oggetto il bene.
A questo punto si rende necessaria la definizione dell’idea del bene, di cui Socrate coglie l’analogia con il sole: come il sole, pur dando vita, colore e nutrimento agli oggetti sensibili, non si identifica con essi, così il bene permette la visione del mondo intellegibile e lo trascende. L’analisi prosegue con l’immagine della linea divisa in quattro segmenti, che rappresentano quattro tipi di oggetti del conoscere: immagini, oggetti sensibili, concetti scientifici e idee. I primi due concernono il mondo sensibile, i secondi due il mondo intellegibile. Ad essi corrispondono quattro gradi di conoscenza: immaginazione, assenso, riflessione e intelletto.
 Libro 7. Il complesso discorso teoretico del libro precedente viene esplicitato attraverso il mito della caverna, allegoria del filosofo che si solleva dal sensibile alle idee e ritorna nel modo per governarlo; infatti il filosofo, la cui missione non si realizza nella pura contemplazione dell’intellegibile, dev’essere costretto a governare.
Nella sua educazione, che ha il compito di convertire il suo sguardo verso l’idea del bene, la musica e la ginnastica devono essere affiancate da altre discipline: la matematica, la geometria, l’astronomia, la stereometria, l’armonia e soprattutto la dialettica, che ha come scopo la conoscenza del bene, il cui principio non è basato su ipotesi.
Vengono quindi esposti i criteri di scelta dei futuri filosofi dialettici, le loro qualità e la loro educazione graduale, a partire dall’infanzia: dopo un periodo propedeutico di educazione ginnica, essi dovranno studiare le varie discipline e solo a trent’anni incominceranno a essere avviati alla dialettica, per un tirocinio quinquennale che precederà la loro attività pratica all’interno della città. Infine, dopo i cinquant’anni, i filosofi governeranno lo Stato.
Libro 8. Socrate annuncia di voler ritornare all’argomento principale della sua indagine, ossia la felicità del giusto e l’infelicità dell’ingiusto; a tal proposito conduce un’analisi delle quattro forme di governo esistenti, cui corrispondono quattro tipi di uomo: timocrazia, oligarchia, democrazia e tirannide.
La timocrazia, la costituzione più vicina allo Stato perfetto, cioè all’aristocrazia, nasce dalla corruzione di quest’ultimo: ciò accade perché i guardiani non determinano con esattezza il “numero nuziale”, che regola il ciclo delle nascite. Socrate delinea il carattere del regime timocratico, dove regnano l’ambizione e un occulto amore per il denaro; di conseguenza l’uomo timocratico, la cui anima è guidata dall’elemento impulsivo, è ambizioso e avido.
Quando l’amore per il denaro diventa palese nasce il regime oligarchico, basato sul censo e diviso al suo interno in Stato dei poveri e Stato dei ricchi. Anche nell’uomo oligarchico, parsimonioso e dedito agli affari, prevale l’elemento animoso. Dalla rivolta contro questo regime nasce la democrazia, caratterizzata da una libertà che degenera in anarchia, poiché sia lo Stato sia l’uomo democratico sono dominati dall’elemento concupiscibile; il popoì o stesso fornisce al tiranno la possibilità di salire al potere. Una volta che ha preso in mano lo Stato, il tiranno opprime il popolo ed elimina i cittadini migliori.
 Libro 9. Nel proseguire l’esame del carattere tirannico, Socrate pone l’accento sulla presenza in ogni individuo di desideri sfrenati e contrari alla legge, che si manifestano soprattutto nei sogni: il tiranno non si ferma di fronte a nulla pur di soddisfare tutti questi appetiti. Viene poi contrapposta la perfetta felicità dello Stato regio, cioè della città ideale, alla perfetta infelicità dello Stato tirannico, e si adducono le prove dell’infelicità del tiranno.
La prima è di natura politica: l’uomo tirannico, come il regime che rappresenta, è schiavo, pieno di paura e di lamenti, perciò è sommamente infelice; al contrario la massima felicità spetta all’uomo regale, essendo il grado di felicità di ciascun regime proporzionato al suo grado di perfezione. La seconda prova concerne la divisione dei piaceri in tre specie, rispondenti alle tre parti dell’anima; il filosofo si dedica solo ai piaceri della parte razionale, che sono superiori agli altri.
La terza prova, di carattere metafisico, viene dall’esame della natura dei piaceri. Socrate fornisce una dimostrazione matematica della distanza che separa il re-filosofo dal tiranno, calcolata in 729 anni. Poi passa all’analisi degli effetti prodotti dalla giustizia e dall’ingiustizia. La tripartizione dell’anima implica una triplice composizione dell’uomo, che consta di un mostro policefalo, un leone e un uomo.
Quando l’uomo, con l’aiuto del leone, tiene a freno il mostro prevale la giustizia, quando il mostro domina sulle altre due parti si ha l’ingiustizia. Socrate conclude questa trattazione osservando che il sapiente si realizza non nella sua patria, ma nella città ideale.
Libro 10. La discussione torna sulla poesia e l’imitazione, e si opera la distinzione teoretica tra le idee, gli oggetti sensibili e gli oggetti dell’arte. Il poeta e il pittore imitano gli oggetti sensibili, ovvero ciò che è come appare: la loro arte, imitazione dell’apparenza, è perciò tre gradi lontana dalla verità.
L’imitatore non ha né scienza né retta opinione di ciò che imita; l’arte genera illusione e si rivolge alle passioni e alle parti inferiori dell’anima, come dimostrano gli effetti negativi che la poesia tragica e comica produce sugli spettatori. Così Omero, e più in generale la poesia, vanno banditi dalla città ideale. L’accenno alle ricompense assegnate alla virtù dopo la morte offre a Socrate l’aggancio per dimostrare l’immortalità dell’anima. Innanzi tutto l’anima non perisce né per il male suo proprio, cioè l’ingiustizia, né per il male altrui, cioè del corpo.
Il numero delle anime non è soggetto a variazioni. La composizione dell’anima è perfetta, ma la si può contemplare nella sua purezza solo dopo che si è staccata dal corpo. Si passano infine in rassegna i premi concessi alla virtù e alla giustizia dagli uomini nella vita terrena e dagli dèi in quella ultraterrena. L’opera si conclude con il mito di Era, che in una grandiosa rappresentazione della struttura dell’universo, governato da una perfetta armonia, descrive il giudizio cui le anime vengono sottoposte nell’aldilà e la loro reincarnazione.

La città ideale -breve analisi del pensiero
Platone è stato il primo ad affermare che non ci siano propriamente lavori maschili e lavori femminili;tuttavia era convinto che in ogni campo gli uomini fossero superiori e riuscissero meglio.
La città ideale di Platone è aristocratica,cioè governata da coloro che risultano essere i migliori ed i più idonei a svolgere tale compito;i migliori vengono selezionati in base al loro talento e non al fatto che i loro genitori potessero essere governanti;tuttavia egli ammette che ci sia una sorta di ereditarietà:ciò non significa che i giovani venissero selezionati per la loro discendenza,ma è un dato di fatto che coloro che mostrano maggiori attitudini per il governo sono proprio i figli dei governanti.
Per selezionare occorre effettuare 1)la selezione vera e propria, 2)sviluppare le propensioni dei selezionati .In realtà lo stato delineato da Platone è lo stato spartano idealizzato:a quei tempi presso gli aristocratici era visto come il top dell’organizzazione.
Ma Platone tratteggia anche le possibili degenerazioni statali e proprio tra queste ci sarà lo stato spartano che era in realtà dominato non da aristocratici,ma da militari e proprietari terrieri. Secondo Platone ad ogni classe sociale spetta una virtù; poi ce n’è una comune a tutti i gruppi:in tutto sono 4 le virtù (anche nel Cristianesimo ci sono le virtù,4 cardinali e 3 teologali:le 4 cardinali l’uomo le possiede per natura,le 3 teologali deriverebbero dalla divinità e sono fede,carità e speranza) e si suddividono così:1) sapere2) coraggio3) temperanza4) giustizia.
I governanti, devono essere filosofi e quindi la loro virtù è il sapere; quella dei difensori è il coraggio che serve loro per difendere strenuamente lo stato;i produttori devono invece essere dotati della temperanza,devono cioè sapere che vi è chi governa e chi lavora;è una virtù che in realtà appartiene un pò a tutti,ma soprattutto a loro che devono obbedire. In termini moderni la temperanza è il consenso:se non c’è una diffusa convinzione del fatto che ci sia chi governa e chi lavora lo stato non può reggere
Conclusione
Conoscere la storia, il pensiero degli “antichi” sovente significa prendere coscienza del presente, e quindi realizzare da basi certe, un progetto per un futuro più soddisfacente, più consono a realtà che da presenti siano o vengano proiettate nel futuro. L’uomo da sempre si chiede “da dove viene per capire dove andare” ma raramente si sofferma all’oggi, per correggere e correggersi nel sociale al fine di migliorare se stesso e il mondo che lo circonda.
-elaborato da g.m.s.
G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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