Arthur Rimbaud-il poeta maledetto…

0

Democrazia
La bandiera va al paesaggio immondo, e il nostro gergo soffoca il tamburo.
 “Nei centri alimenteremo la più cinica prostituzione. Massacreremo le rivolte logiche.
Ai paesi pepati e stemperati! – al servizio dei più mostruosi sfruttamenti industriali o militari.
Arrivederci qui, o non importa dove. Coscritti della buona volontà, avremo una filosofia feroce; ignoranti per la scienza, espertissimi per il benessere; crepi il mondo che va. E’ la vera marcia. Avanti, via!”.

 ———————————————–

Arthur Rimbaud, considerato l’incarnazione del poeta maledetto, nacque a Charleville nel 1854 in una tipica famiglia borghese (dove non ebbe né l’affetto del padre, che assai presto lasciò la famiglia, né quello della madre, inflessibile e tiranna). Educato in famiglia ed a scuola secondo gli schemi più tradizionali, si segnalò per la straordinaria precocità intellettuale componendo versi sin dall’età di dieci anni; a 16 anni rifiutò di colpo tutti gli schemi secondo cui era stato educato, fuggì ripetutamente di casa, cominciò il suo vagabondaggio: visse tra esperienze di ogni genere, senza escludere alcol, droga e carcere.

Si rifiutò di tornare a scuola e, nel corso di una nuova fuga, incontrò Paul Verlaine, amicizia che fu decisiva nello stimolare la straordinaria e precocissima vena creativa del poeta adolescente. Tentò di raggiungere Parigi dove, alla caduta dell’Impero di Napoleone III, era sorta la Comune. Proprio nel ’70 ebbe inizio l’avventura letteraria di questo “enfant prodige” (che cominciò a comporre imitando Hugo e i parnassiani), un’avventura che durò cinque anni, durante i quali scrisse tutte le sue opere più importanti. Riscosse grande successo tra i poeti simbolisti e nell’ambiente intellettuale parigino, ma questo successo fu effimero, e ben presto Rimbaud si ritrovò a essere ignorato e dileggiato.

Nel 1872 mise fine al suo movimentato soggiorno parigino e ritornò a Charleville, dove però non ottenne stima né comprensione. Continuò tuttavia a frequentare Verlaine, che l’accompagnò a Londra, poi a Bruxelles, dove scrisse una parte delle Illuminazioni e Una stagione all’inferno (1873). Verlaine pose fine al loro legame burrascoso nel 1873, ferendolo con un colpo di pistola.

—————————————–
Mistica
Sul pendio del ciglione, gli angeli fan girare le loro vesti di lana, negli erbai d’acciaio e di smeraldo.
Prati di fiamme balzano fino alla sommità del poggio. A sinistra, il terriccio della cresta è calpestato da tutti gli omicidi e da tutte le battaglie, e tutti i rumori di disastro segnan rapidi la loro curva. Dietro la cresta di destra, la linea degli orienti, dei progressi.
E mentre la banda, in cima al quadro, è formata dal rumore girante e balzante delle conche dei mari e delle notti umane, la dolcezza fiorita delle stelle e del cielo e di tutto il resto scende di fronte al ciglione, come un paniere, contro la nostra faccia, e fa l’abisso fiorente ed azzurro, là sotto.
————————————-

Rimbaud abbandonò la poesia (dopo aver distrutto quanto poteva dei suoi scritti) e si lanciò in una vita d’avventure, che lo vide insegnante a Londra nel 1874, scaricatore di porto a Marsiglia nel 1875, mercenario nelle Indie olandesi e disertore a Giava nel 1876, al seguito di un circo nel 1877, capomastro a Cipro nel 1878. Infine, nel 1880 si stabilì come commerciante in Abissinia. Verlaine, pensando che Rimbaud fosse morto, ne pubblicò le Illuminazioni nel 1886. Nel 1891, Rimbaud ritornò in Francia per sottoporsi a cure mediche per un tumore a un ginocchio, a causa del quale morì in quello stesso anno.

La prima adolescenza si potrebbe riassumere raccontando le fughe da Charleville, le ribellioni, le lunghe ed esaltanti camminate nella campagna, le letture più disparate: dai libri di scuola a quelli di viaggio fino ai libri di alchimia e della cabala. Le poesie scritte in questo periodo attestano la ricerca di una forma poetica; oscilla tra l’imitazione dei parnassiani e quella di Victor Hugo. I suoi versi esprimono la gioia e l’esaltazione delle solitarie passeggiate, le prime emozioni sentimentali, la propria potenza immaginativa, l’ironia crudele per la vita meschina della borghesia di Charleville.

————————————-
Alba
Ho baciato l’alba d’estate. Nulla si muoveva ancora sul frontone dei palazzi. L’acqua era morta. Gli accampamenti d’ombre non lasciavano la strada del bosco. Ho camminato, destando gli aliti vivi e tiepidi; e le gemme guardarono, e le ali s’alzarono senza rumore. La prima impresa fu, nel sentiero già pieno di freschi e pallidi splendori, un fiore che mi disse il suo nome. Risi alla cascata che si scapigliò attraverso gli abeti: sulla cima argentata ravvisai la dea. Allora sollevai a uno a uno i veli. Nel viale, agitando le braccia. Per la pianura, dove l’ho annunciata al gallo. Nella grande città, ella fuggiva tra i campanili e le cupole; e, correndo come un mendicante sulle banchine di marmo, io le davo la caccia. In cima alla strada, presso un bosco di lauri, l’ho avvolta nei suoi veli ammassati e ho sentito un poco il suo immenso corpo. L’alba e il fanciullo caddero ai piedi dei bosco. Al risveglio, era mezzogiorno.
————————————

Rimbaud, il poeta “visionario”, volle rinnovare la poesia e, con l’audacia dei giovani, fece tabula rasa di tutta la retorica precedente, rinnegando persino Baudelaire – giudicato a suo avviso trop artist, e poiché non gli restava alcun mezzo che non fosse falsato, non si fidò che della sua sensazione pura. Inventò quindi la poesia della sensazione, traducendo in poesia quello che si potrebbe chiamare lo stato psicologico da cui nascono, senza alcuna interferenza, i nostri atti. Al pensiero puro corrispose un ugual linguaggio ed un ugual ritmo che riassume tutto: profumi, suoni e colori. Rimbaud si trovò così alla punta estrema di ogni audacia letteraria e poetica, dove né i simbolisti né i surrealisti riuscirono a seguirlo. Rimbaud non ebbe discepoli e neppure imitatori, nondimeno fu allora come oggi il punto di partenza di ogni audacia poetica.

La parabola di Rimbaud inizia nel 1870 con la raccolta Prime poesie, ma già l’anno seguente egli rinnega questi versi e raccomanda all’amico Paul Demeny di bruciarli. Allo stesso Demeny invia nel ’71 una lettera in cui espone la nuova estetica del “poeta veggente”: “Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa, ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; cerca se stesso, esaurisce in se stesso tutti i veleni per serbarne la quintessenza. ineffabile tortura in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la sovrumana forza, e dove diventa il gran malato, fra tutti, il gran criminale, il gran maledetto, e il supremo Sapiente! Infatti giunge all’Ignoto! Poiché ha coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro! Giunge all’Ignoto. Egli ha un incarico dall’Umanità, dagli animali anche: dovrà far sentire, palpare, ascoltare le sue scoperte. Se quel che riporta di laggiù ha una forma, dà una forma: se è informe dà l’informe…”

In questa lettera Rimbaud apre delle nuove prospettive poetiche, in direzione simbolistica e surrealistica: la poesia deve svilupparsi attraverso immagini che non vogliono esprimere concetti, ma sono esse stesse dei concetti, idee queste che aveva già concretizzato nel poemetto Battello ebbro e nel sonetto Vocali, scritti agli inizi del ’71. Nel poemetto, attraverso il simbolico viaggio di un battello fantasma, egli rappresenta la sua stessa vita, il suo bisogno di andare alla ricerca dell’ignoto, il bisogno di immergersi nel mistero universale; nel sonetto instaura una fittissima rete di corrispondenze fra i suoni e i colori, giungendo a intuizioni arditissime, che si snodano attraverso un serrato procedimento sinestetico,
in un linguaggio talmente nuovo, magicamente musicale, che riassume e fonde colori, suoni e profumi con suggestive allucinazioni e audaci metafore.

————————————–
Orazione della sera
Vivo seduto, come un angelo tra le mani d’un barbiere, impugnando un boccale con scanalature evidenti, il gozzo e il collo inarcati, una Gambier tra i denti, sotto l’aria mossa da impalpabili veli.Come gli escremeti caldi d’una vecchia piccionaia, mille Sogni mi danno dolci bruciori: poi il cuore a tratti si fa triste come alburno che insanguina l’oro giovane e cupo dei succhi. Poi, quando ho deglutito con cura i miei sogni, mi volto, bevuti trenta o quaranta bicchieri, e mi raccolgo, per liberare l’aspro bisogno: buono come il Signore del cedro e dell’issopo, io piscio verso i cieli oscuri, in alto e lontano con l’assenso dei grandi girasoli.
—————————————

g.m.s.

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

Rispondi

Translate »
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: