storia sacrilegi inciviltà

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Il saccheggio del patrimonio storico-artistico in almeno 18-20 paesi del mondo, ad opera di diversi gruppi integralisti islamici, sono la più sistematica distruzione delle testimonianze antiche su scala planetaria forse mai avvenuta nella storia.

I filmati delle razzie che il Califfato di Al Baghdadi diffonde riguardano una porzione geografica estremamente esigua, circoscritta, rispetto alle devastazioni, sempre di matrice islamica, che avvengono in molti altri luoghi, se infatti ciò che mediaticamente colpisce di più sono le esplosioni, le deturpazioni, i ladrocini che l’Isis compie tra Iraq, Siria e Libia, non possiamo tacere che molte altre efferatezze avvengono in luoghi che faticano ad arrivare all’attenzione dei media, pur essendo di eguale gravità, oltre infatti ai paesi mediorientali e nordafricani citati, la dinamite, le mazze, i bulldozer, i picconi dei fondamentalisti sono al lavoro, in vari altri Stati, come il Mali, l’Egitto, la Nigeria, il Niger, il Libano, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, l’Indonesia, l’Afghanistan, il Pakistan, l’India.

Non è un’organizzazione militare organizzata e diffusa, ma sono diversificati gruppi estremisti di varia natura, dal Califfato di Al Baghdadi a Boko Haram, dai miliziani di Hamas ai Fratelli musulmani d’Alba libica, dagli integralisti di Ansar Dine ai salafiti egiziani, fino ai talebani pakistani e afghani.

Tutte queste adunanze hanno una caratteristica comune: tutto ciò che è pre-islamico, avvolto nella jahiliyya, ovvero nell’ignoranza della verità svelata da Maometto, oppure tutto ciò che è idolatrico e allontana dalla shari’a, dalla strada da seguire, deve essere demolito. Così straordinarie testimonianze di origine assira, babilonese, accada, ebrea, romana, cristiana, induista, buddista e musulmana sono già state vandalizzate.

cristiani1Da quando Maometto nel 610, in una grotta vicino La Mecca, riceve l’Arcangelo Gabriele che lo sprona a diventare il Messaggero di Allah, predicando la Rivelazione ricevuta, il rapporto tra i “sottomessi ad Allah”, ovvero i musulmani, e gli “infedeli”, ovvero coloro che non si dimostravano devoti alla Parola rivelata e trascritta nel Corano, è sempre stato un rapporto estremamente problematico.

Per cui le distruzioni, le razzie, nei confronti dei luoghi e delle comunità che non si riconoscevano nel messaggio che Dio, tramite l’Arcangelo Gabriele, aveva consegnato a Maometto, sono sempre stati, a vario grado e a varia intensità, una costante della storia islamica.

Molti teologi musulmani, come Ibn Taymiyya del XIII secolo o il novecentesco Abd Allah al-Azzam o il settecentesco Ibn Abd al-Wahhab, hanno improntato la loro riflessione sulla necessità di queste “distruzioni”, che erano salvifiche proprio perché alimentavano lo spirito della jihad, la guerra santa contro gli infedeli. Anzi tanto più distruggi le idolatrie degli infedeli, dunque chiese, templi, statue, bassorilievi, immagini, testi che stimolano la peccaminosa idolatria verso divinità differenti da Allah, quanto più spingi gli infedeli a ravvedersi o ad aver timore della forza della Rivelazione.

Ovviamente se oggi un miliardo e mezzo di musulmani vivono nel pianeta, è poco credibile pensare che un miliardo e mezzo di persone sia in guerra santa contro gli infedeli. Ma la radicalizzazione di molti gruppi estremistici è un fatto, così come è un fatto la loro intrattabile ostilità nei confronti di ciò che è diverso da loro, da loro ritenuto offensivo verso il profeta.

Dunque che cosa fare se Boko Haram incendia le chiese cristiane delle città di Niamey, Zinder, Maradi, Gourè, e la chiesa battista di Suleja, tra Niger e Nigeria? Che cosa fare se nel Mali i fondamentalisti di Ansar Dine legati ad Al Qaeda, hanno cancellato o pesantemente colpito, tra le altre cose, le moschee di Timbuctù, la porta della moschea di Sidi Yahya (XV secolo) e 7 dei 16 mausolei dei santi musulmani? Che cosa fare se, ormai quotidianamente sappiamo che l’Isis in Iraq, Siria e Libia, sistematicamente abbatte ogni testimonianza di qualunque civiltà presente? Ripetute distruzioni nelle città assire di Ninive, Khorsabad e Assur, nelle centinaia di siti mesopotamici.

Il Palazzo del re assiro Assurnasirpàl II (IX sec a.C), nella città antica di Nimrud, è stato razziato. A Mosul, oltre alla razzia del museo di Mosul (il fatto che abbiano distrutte in gran parte delle copie non toglie nulla al gesto compiuto) è stata demolita la moschea del profeta Giona, pesantemente profanati i santuari sunniti di Sheikh Fathi e di Sultan Abdullah Bin Asim, il santuario iconico a cupola di Yahya Ibin al-Qasim, i santuari dei profeti Daniele, Shayth e Zarzis. A Tikrit distrutte la Chiesa Verde, simbolo del cristianesimo assiro del VIII secolo d.C., e la moschea di Arbaeen Wali, colpito l’antico castello, in cui nacque il Saladino.

E che cosa fare se le distruzioni hanno imperversato anche la Siria? Sciacallati quasi 300 siti archeologici tra Aleppo e Palmira.

L’Istituto delle Nazioni Unite per la Formazione e per la Ricerca parla di 24 siti cancellati e 188 gravemente o parzialmente danneggiati. Raso al suolo il minareto della Moschea degli Omayyadi ad Aleppo. Incendiata la chiesa armena a Deir el Zor, che raccoglieva un memoriale dell’eccidio armeno.

E che cosa fare se questi abbattimenti proseguono e si accrescono in altri paesi, come l’Indonesia, il Pakistan, l’Afghanistan?
La risposta si articola a più livelli, visto che stiamo affrontando un problema epocale, su scala planetaria, che non cesserà nemmeno il giorno in cui i media smetteranno di occuparsene.

La violenza dei barbari proseguirà, a prescindere dalla nostra consapevolezza di questo immane danno storico-culturale per l’intera umanità.

Come era la piazza dove sorgeva la Moschea del Profeta Giona

Madina_Haram_at_eveningcosa  rimane della Moschea del profeta Giona edificata nel 705/715 dC.

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Giona (VIII secolo a.C.) è un profeta ebreo menzionato nell’Antico Testamento, uno dei dodici profeti minori ed è venerato come santo dalla Chiesa Latina, Ortossa e dall’Islam

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G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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