Medioriente oggi cause ed effetti dopo la II°guerra mondiale

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Prima della fine dell’impero ottomano (1917), gli interessi coloniali delle potenze europee (soprattutto di Francia e Inghilterra) si erano concentrati sull’Africa e su alcune zone costiere della penisola arabica (queste ultime controllate dalla sola Inghilterra).

Il primo scontro tra Europa occidentale e turchi era avvenuto nel 1830, quando la Francia occupò l’Algeria. Poi gli inglesi posero l’Egitto sotto il proprio protettorato (1882), al fine di controllare il canale di Suez (inaugurato nel 1869), per poter commerciare con l’India e altri paesi asiatici, senza dover circumnavigare l’Africa. Fu proprio l’apertura di questo canale che permise l’ingresso delle merci europee in territori mediorientali che sin dalla metà del 1500 erano rimasti legati a condizioni di vita semi-feudali.

Nel 1911 fu la volta dell’Italia, che sottrasse la Libia ai turchi. Poi furono gli stessi arabi, guidati dall’emiro Hussein dell’Hegiaz (regione della penisola arabica), che nel 1916 fecero scoppiare una rivolta anti-turca, ampiamente sostenuta dagli inglesi stanziati in Egitto (decisivo il ruolo del colonnello inglese Lawrence). Gli scontri durarono due anni, finché arabi e inglesi riuscirono a liberare la Palestina, il Libano, la Siria e l’Iraq.

Tuttavia gli accordi segreti anglo-francesi (Sykes-Picot) del 1916 non prevedevano affatto l’istituzione di un vasto Stato arabo, ma, al contrario, una spartizione tra le due nazioni europee dell’impero turco. La Francia avrebbe dovuto annettersi la Siria e il Libano, mentre l’Inghilterra avrebbe avuto l’Iraq, la Giordania e la Palestina.

Mentre era ancora in corso la rivolta araba, il premier inglese Balfour, nel 1917, dichiarava che l’Inghilterra avrebbe favorito la fondazione di una homeland ebraica in Palestina, cioè di una entità straniera in una parte di territorio non islamico, a titolo di riconoscimento per l’aiuto prestato alle forze dell’Intesa durante la prima guerra mondiale. Si riconoscevano così le aspettative del movimento sionista mondiale, già espresse a fine Ottocento dagli stessi ebrei residenti in Europa, al fine di avere un proprio Stato in Palestina.

Gli accordi di Sykes-Picot, pur essendo già stati resi pubblici dalla rivoluzione bolscevica, ottennero legittimazione dalla Società delle Nazioni, con l’obiettivo di portare i nuovi Stati mediorientali sulla strada dell’indipendenza.

Gli arabi di Feisal, figlio di Hussein, si opposero subito alle potenze mandatarie e alle rivendicazioni sioniste e chiesero agli Stati Uniti di intervenire, ma gli Usa confermarono i mandati della Società delle Nazioni, opponendosi soltanto alle rivendicazioni sioniste. Di fatto però la situazione rimase immutata. Inglesi e francesi affrontavano da soli le rivolte armate arabe ed ebbero sempre la meglio. Gli inglesi dovettero però riconoscere l’indipendenza dell’Arabia Saudita nel 1927.

In Palestina nel 1881 gli arabi musulmani erano circa 400.000, i cristiani circa 42.000 e gli ebrei circa 15.000. Nel 1920, su una popolazione totale di 673.000, gli ebrei erano già arrivati a 60.000.

Alla fine degli anni Venti il paese più importante per gli inglesi era l’Iraq, dove vengono scoperti immensi giacimenti petroliferi nel territorio di Mossul, appartenente ai curdi, ai quali gli Stati europei non vollero mai riconoscere un proprio Stato indipendente. L’Iraq nel 1932 fu accettato come Stato indipendente dalla Società delle Nazioni, anche se l’influenza inglese rimarrà fino al 1958.

In Iran invece nel 1921 un militare nazionalista, Reza Khan, filo-occidentale, prese il potere, inaugurando la dinastia Pahlevi, che durerà sino alla rivoluzione islamica di Khomeini del 1979.

Il mandato inglese sulla Transgiordania terminò nel 1946, ma quella era una zona prevalentemente desertica. Gli inglesi invece continuarono a dominare altri Stati arabi del Golfo Persico molto più importanti perché ricchi di petrolio: Oman, Kuwait, Qatar e Barhein.

La Francia rinunciò, certo non spontaneamente, al suo mandato sulla Siria nel 1943, in occasione di libere elezioni. Lo stesso fece, anche qui non senza usare la violenza, in Libano nel 1944.

Assai più complicata fu la situazione palestinese, a causa dell’arrivo in massa degli ebrei, che nel 1925 erano già 122.000 e che in seguito aumenteranno ancora di più a causa della politica antisemita del nazismo.

I primi scontri tra ebrei e palestinesi avvennero nel 1921 e la situazione rimase talmente tesa che gli inglesi pensarono nel 1937 di dividere la Palestina in due Stati autonomi, ma i confini scelti scontentavano tutti. Anche le successive proposte furono respinte.

Nel 1939, a fronte di una popolazione palestinese complessiva di 1.250.000 arabi, gli ebrei avevano già raggiunto il numero di 553.600.

Finita la seconda guerra mondiale l’Inghilterra chiese all’Onu di risolvere la questione palestinese, il quale nel 1947 decise di istituire due Stati separati e di considerare Gerusalemme città internazionale, essendo qui presenti tre religioni. Il mandato inglese sarebbe dovuto finire nel 1948.

A favore votarono 33 nazioni (Australia, Belgio, Bolivia, Brasile, Bielorussia, Canada, Costa Rica, Cecoslovacchia, Danimarca, Repubblica Domenicana, Ecuador, Francia, Guatemala, Haiti, Islanda, Liberia, Lussemburgo, Olanda, Nuova Zelanda, Nicaragua, Norvegia, Panama, Paraguay, Perù, Filippine, Polonia, Svezia, Sud Africa, Ucraina, Usa, Urss, Uruguay, Venezuela); contro 13 (Afghanistan, Cuba, Egitto, Grecia, India, Iran, Iraq, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, Siria, Turchia, Yemen); vi furono 10 astenuti (Argentina, Cile, Cina, Colombia, El Salvador, Etiopia, Honduras, Messico, Regno Unito, Jugoslavia) e un assente alla votazione (Thailandia).

Quanto stabilito dalla risoluzione 181 dell’ONU.

Israele dopo la guerra del 1948

Tuttavia, appena partiti gli inglesi, il premier ebraico Ben Gurion proclamò lo Stato indipendente di Israele. Il giorno dopo la Lega araba (Egitto, Transgiordania, Siria, Libano, Arabia Saudita e Iraq) dichiarò guerra a Israele, non accettando la presenza di due Stati indipendenti. La guerra si concluse a favore degli ebrei, meglio armati (dagli americani) e organizzati, anche se la striscia di Gaza venne affidata all’amministrazione egiziana e la Transgiordania riuscì a occupare la maggior parte della Palestina araba, diventando lo Stato di Giordania.

Dal canto suo Israele riuscì ad annettersi tutto il Negev e la Galilea. Lo Stato di Israele fu riconosciuto subito dagli Usa e ammesso all’Onu. Nessun paese arabo invece lo volle riconoscere.

All’inizio del 1950 i profughi palestinesi erano già un milione. Israele infatti non voleva nel suo territorio una popolazione araba superiore alle 100.000 unità, da utilizzarsi come manodopera a basso costo.

In Egitto, dopo la sconfitta, un colpo di stato militare proclamò la Repubblica nel 1953. Il colonnello Nasser si dichiarò apertamente anti-israeliano, nazionalizzò il Canale di Suez, vietando qualunque traffico commerciale con Israele, e cominciò a stringere rapporti col blocco sovietico.

Per tutta risposta Israele occupò Gaza, dichiarando guerra all’Egitto nel 1956, con l’appoggio di Francia e Inghilterra. L’Urss minacciò di intervenire contro Francia, Inghilterra e Israele. Gli Stati Uniti, che in Medio oriente volevano apparire migliori dei colonialisti europei, convinsero Francia e Inghilterra a ritirarsi, facendo sostituire le loro truppe con quelle dell’Onu. Israele intanto ottenne di poter navigare tranquillamente nel golfo di Aqaba.

Nasser aveva vinto, ma il suo rapporto con l’Urss aveva allarmato gli Stati Uniti, i quali, quando videro che anche la Siria stava accettando rapporti molto stretti col blocco sovietico, presero a occupare il Libano, mentre gli inglesi facevano altrettanto in Giordania. Di fronte alle proteste di tutti i paesi arabi e dell’Urss, gli anglo-americani si ritirarono.

Tuttavia la tregua durò poco. Quando Nasser volle bloccare anche il golfo di Aqaba, per impedire che a Israele arrivassero prodotti strategici  (tra cui il petrolio), Israele nel 1964 attaccò l’Egitto senza preavviso e in sei giorni occupò Gaza, il Sinai, la riva orientale del Canale di Suez, la città vecchia di Gerusalemme (che l’Onu aveva lasciato ai palestinesi), tutta la Palestina araba fino alla riva occidentale del Giordano e le alture del Golan in Siria, cacciando oltre mezzo milione di palestinesi dai territori occupati.

Dopo il 1967 Israele ha imposto ai territori palestinesi pesanti barriere doganali, bloccando gli scambi commerciali con altri mercati arabi e ha assunto il ruolo di unico partner commerciale e di polo accentratore di quasi tutta la manodopera palestinese, che sopravvive anche grazie alle rimesse degli emigranti e ai finanziamenti degli Stati arabi (nella striscia di Gaza circa il 40% degli abitanti è sotto la soglia di povertà, mentre in Cisgiordania è del 10%).

Il successore di Nasser, Sadat, si allontanò dall’alleanza con l’Urss e attaccò improvvisamente Israele nel 1973, insieme alla Siria (guerra del Kippur). L’Egitto tornò in possesso del Canale di Suez e del Sinai, ma la Siria non riuscì a riprendersi il Golan, rimasto a Israele ancora oggi.

Grazie all’intervento diplomatico degli Usa, con gli accordi di Camp David del 1978, l’Egitto riconobbe ufficialmente lo Stato d’Israele e Israele rinunciò definitivamente al canale di Suez e al Sinai. Considerato un traditore dagli arabi, Sadat fu assassinato nel 1981 da estremisti arabi.

Nel 1980 Israele dichiarò Gerusalemme unificata come unica capitale dello Stato ebraico, per poi annettersi l’anno successivo le alture del Golan siriano già occupate.

I profughi palestinesi residenti in Libano cominciarono azioni terroristiche in Israele, che iniziò a reagire nel 1982, occupando la zona meridionale del Libano, che fu profondamente devastata (sia a livello umano che materiale), in quanto si prevedeva la creazione di una zona priva di insediamenti palestinesi attorno ai confini settentrionali israeliani, con l’obiettivo della distruzione definitiva dell’Organizzazione della Liberazione della Palestina guidata da Arafat, il quale fu costretto a trasferire la propria sede in Tunisia.

Nel 1987 iniziò la cosiddetta “Intifada”, cioè la rivoluzione delle pietre lanciate dai palestinesi contro gli ebrei. Nello stesso anno si formano a Gaza dei gruppi estremistici di matrice islamica (movimento Hamas) che non si riconoscono nell’OLP, giudicato troppo diplomatico.

La Siria nel 1990 impone al Libano la fine della guerra civile e instaura la propria egemonia nel paese.

Con gli accordi di Oslo siglati negli anni 1993-2000 Israele ha riconosciuto il mandato dell’Autorità Nazionale Palestinese sulla striscia di Gaza e su alcune aree della Cisgiordania.

Tuttavia nel periodo 2002-2006 è stato costruito dagli ebrei in Cisgiordania un muro di 360 km che segue, con ampie deviazioni a favore di Israele, il confine del 1967.

Dopo l’evacuazione dei coloni ebrei da Gaza nel 2005, la polizia egiziana ha preso il posto delle truppe israeliane di frontiera. Nella striscia di Gaza nel 2006 hanno vinto i radicali islamici di Hamas, che rifiutano di riconoscere lo Stato di Israele, mentre la Cisgiordania oggi è sotto il controllo del partito Al-Fatah di Abu Mazen (sul piano militare però la sicurezza viene gestita dall’esercito israeliano). Lo stesso potere civile dei palestinesi in Cisgiordania può essere amministrato solo sul 47% della regione.

Nel 2012 la Palestina viene ammessa all’Onu come Stato osservatore non membro. Artefice di questa iniziativa è l’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Abu Mazen, che è successo ad Arafat, morto nel 2004.

Attualmente in Israele vive circa il 40% degli ebrei del mondo (7.418.400, pari a 365 ab./kmq). La superficie della Cisgiordania e della striscia di Gaza è di poco superiore ai 6257 kmq, su cui vivono circa 3.800.000 palestinesi, con una densità media di 601 ab./kmq. A causa delle continue guerre con Israele la popolazione palestinese si è dispersa in molti territori: oltre 2 milioni sono emigrati in Giordania, circa 800.000 tra Siria e Libano, oltre 500.000 nei paesi arabi del Vicino oriente, oltre 500.000 sono sparsi nel mondo; infine vi sono 800.000 unità nella Galilea del centro-nord e nella Giudea meridionale.

LA SITUAZIONE NELL’IMPERO OTTOMANO

Ataturk, il padre fondatore dell’odierna Turchia, era nato a Salonicco, cioè Tessalonica, una delle città più ortodosse della Grecia, co-regnante dell’impero bizantino, assieme a Costantinopoli. Per quanto islamico fosse, non poteva non aver respirato un clima culturale diverso da quello in cui era stato educato.

Quando cominciò a muoversi in senso laicista (1919-23), deponendo il sultano Maometto VI e abolendo il califfato, fondando la Repubblica, ponendo le organizzazioni religiose sotto il controllo statale, laicizzando lo Stato, riconoscendo la parità dei sessi, istituendo il suffragio universale, la domenica come giorno festivo, proibendo l’uso del velo islamico alle donne nei locali pubblici (legge abolita solo negli anni 2000, dal partito islamico moderato al governo), adottando l’alfabeto latino, il calendario gregoriano, proibendo l’uso del fez e del turbante, così come la barba per i funzionari pubblici e i baffi alla turca per i militari, pur mantenendo temporaneamente l’Islam come religione di stato, per non turbare eccessivamente i turchi più religiosi, abrogando però giuridicamente ogni norma e pena che poteva ricollegarsi alla legge islamica, promulgando un nuovo codice civile che aveva come modello il codice civile svizzero, e un codice penale basato sul codice italiano dell’epoca, legalizzando le bevande alcoliche e depenalizzando l’omosessualità, mentre fece tutto questo, in un periodo in cui molte di queste cose erano impensabili nella stessa Europa occidentale e ancora oggi se le sognano la gran parte dei paesi islamici, egli si sentiva influenzato dal bolscevismo vittorioso in Russia.

Nello stesso periodo infatti la Russia stava vivendo le conseguenze della rivoluzione d’Ottobre, che, quanto a laicità, non trovavano riscontri neppure nell’Europa occidentale. Infatti i primi contatti tra il governo sovietico e i kemalisti (nazionalisti turchi), che dirigevano la lotta di liberazione nazionale del popolo turco contro gli imperialisti e il sultano, risalgono al 1920. Proprio in quell’anno gli inglesi occuparono Costantinopoli, perché avevano capito che Ataturk, pur essendo pienamente occidentalizzato e di molto superiore al tardo-feudalesimo dei sultani, era troppo vicino ai bolscevichi. In quello stesso anno egli aveva inviato a Lenin una lettera con la proposta di instaurare rapporti diplomatici e con la richiesta di aiuti alla Turchia rivoluzionaria in lotta contro l’imperialismo, che in quel momento voleva dire esercito anglo-greco (ai greci gli inglesi avevano proposto ampliamenti territoriali a spese della Turchia). Il trattato russo-turco venne firmato l’anno dopo: esso prevedeva di ricevere da Mosca più di 10 milioni di rubli-oro e una notevole quantità di armamenti. Sarà con queste cose che Ataturk vincerà la sua battaglia decisiva contro il sultanato e le forze anglo-greche, obbligando i paesi dell’Intesa a rivedere il trattato di Sèvres.

 

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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