La libertà di religione non è un aspetto….o solo un fatto sociale

0

Il principio costituzionale della libertà di coscienza dovrebbe escludere, a priori o in via di principio, qualsiasi privilegio nei confronti della religione. Quindi non solo tutte le religioni dovrebbero essere dallo Stato considerate uguali o equivalenti, in maniera astratta, generica, a prescindere dall’effettivo rispetto ch’esse devono dimostrare nei confronti delle leggi, ma si dovrebbe dare anche all’ateismo, cioè alla libertà “da” ogni religione, la sua prima e piena libertà giuridica.

Si è purtroppo costretti a usare il condizionale, perché di fatto nelle Costituzioni occidentali le cose stanno ben diversamente. Nei paesi democratico-borghesi gli Stati sono laici solo nel senso che permettono alle religioni (specie a quelle maggioritarie sul piano nazionale) di prevalere sulla non-religione, cioè sull’umanesimo laico. Spesso e volentieri questi Stati offrono maggiori privilegi a una religione maggioritaria rispetto a tutte le altre religioni.

La libertà di religione non è un aspetto, per questi Stati, della libertà di coscienza, ma questa viene considerata come una “concessione straordinaria” che si fa da parte dell’integralismo religioso, uscito sconfitto da guerre secolari.

Cioè la chiesa ammette (e quella romana l’ha fatto per la prima volta col Concilio Vaticano II) che si può essere semplicemente credenti particolari, non praticanti o non allineati alla confessione dominante, al limite si può essere deisti o agnostici, mai comunque atei, poiché l’ateismo è negazione esplicita di qualunque religione, della necessità di una fede religiosa e, sul piano storico-politico, esso è strutturalmente connesso all’edificazione di una società socialista.

Ateismo vuol dire “umanesimo integrale”, nel metodo e nei contenuti (ovviamente non nel senso di Maritain, per il quale i contenuti restavano, in definitiva, del tutto “religiosi”). Dal punto di vista ateistico è la religione in sé, cioè a prescindere dalle sue particolari, specifiche, manifestazioni, ad essere priva di credibilità: in tal senso è improponibile chiedere all’ateismo di parteggiare per questa o quella religione, o di fare differenza tra una posizione “religiosa” e una “superstiziosa”. Non si parteggia per un credente, si parteggia per quel cittadino credente che sa essere democratico.

La concezione parziale, limitata, della libertà di coscienza, codificata nelle Costituzioni, è stata ereditata da una lotta contro la chiesa che non s’è conclusa in maniera coerente: è un retaggio sia delle guerre di religione svoltesi in Europa al tempo della nascita del protestantesimo, che della guerra ideologica e politica condotta dall’illuminismo, dalla rivoluzione francese e dai moti liberali contro il tardo-feudalesimo.

In tutti questi casi non si è mai arrivati a considerare la libertà di religione un aspetto della libertà di coscienza. Questa, più che un diritto, è diventata una sorta di concessione che, obtorto collo, la chiesa ha fatto alla borghesia e la borghesia l’ha accettata come concessione, pur avendola ottenuta come un diritto, perché in realtà tra borghesia e chiesa esiste un’esplicita intesa in funzione anti-socialista.

Sotto questo aspetto lo Stato laico borghese è sì uno Stato agnostico o indifferente alla religione, ma solo nel senso che non crede nella religione come forma ideologica, o meglio, nel senso che dimostra di credervi teoricamente (in maniera appunto laicizzata), benché praticamente si comporti in contraddizione ai principi che tutela o a cui dice di ispirarsi. Questa è stata per decenni la politica dei cosiddetti “partiti cattolici” o “democratico-cristiani”, ch’erano o dicevano d’essere “cristianamente ispirati”, mentre oggettivamente favorivano la diffusione del capitalismo nel loro paese.

La doppiezza stava nel fatto che a parole si diceva di accettare i valori della chiesa dominante, mentre nei fatti la religione veniva più che altro usata come forza politica, per un controllo delle masse, che avrebbero potuto opporsi alla diffusione del capitalismo.

Questo dimostra che lo Stato borghese in realtà non riconosce alcun vero “diritto”, ma solo i rapporti di “forza”, cioè i rapporti “politici”. Lo Stato borghese riconosce i diritti solo a quelle forze politiche che li rivendicano e una di queste forze è stata appunto la chiesa, un’altra è stata la classe operaia. E tali diritti non vengono mai riconosciuti come “inalienabili” o “definitivi”, essendo sempre soggetti a continui tentativi di revisione, di restrizione, di riformulazione in senso peggiorativo per gli interessi delle masse lavoratrici.

Gli Stati capitalisti sono in definitiva degli Stati confessionali dal punto di vista borghese. Il confessionalismo viene gestito dalla borghesia a seconda dei propri interessi di potere: di qui la politica dei compromessi, dei concordati, delle intese… Là dove non esiste un effettivo regime di separazione tra Stato e chiesa, lì esiste per forza una sorta di “confessionalismo statale”.

E in tale confessionalismo è impossibile impedire a un cittadino di non prendere le proprie concezioni religiose come pretesto per sottrarsi all’adempimento degli obblighi civili, quando questi obblighi vengono ritenuti contrari ai suoi interessi religiosi: è la stessa Costituzione che gliene offre l’opportunità. I cattolici integralisti, p. es., obbediscono allo Stato solo nella misura in cui la chiesa accetta di riconoscere la realtà di questo Stato. Non obbediscono quindi per “ragioni di coscienza” e, al limite, neppure per “timore”, ma solo per convenienza, opportunità politica, solo perché da questo Stato ottengono favori, privilegi, speciali riconoscimenti.

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

Rispondi

Translate »
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: