La penisola Araba e il petrolio…

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Dalla Siria all’Iran, passando per l’Iraq. E per il suo petrolio

Tutti sanno che il commercio mondiale del petrolio ruota attorno ad alcuni paesi situati nella Penisola araba. Quello che forse non tutti sanno è che in futuro l’Iran e l’Iraq potrebbero dominare il mercato dell’oro nero.

Tutti sanno che il mercato mondiale del petrolio ruota attorno ad alcuni paesi situati nella Penisola araba. E’ importante tuttavia leggere alcuni dati per capire in che misura i paesi del Golfo Persico posseggono il controllo dell’oro nero.

Secondo i dati 2011/2014 dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, i membri OPEC detengono nel complesso circa l’81% delle riserve mondiali provate di petrolio, con i paesi della regione vicino-orientale che la fanno da padrone: complessivamente, i membri arabi più l’Iran detengono circa il 70% di tutte le riserve di greggio dell’OPEC e il 57% di quelle mondiali.

Tuttavia esistono differenze notevoli nella quantità di tali riserve. Domina l’Arabia Saudita, con circa il 22% (la supera soltanto il Venezuela, con quasi il 25% delle riserve del mondo). Seguono a ruota l’Iran (12,7%) e l’Iraq (12%). Chiudono il quadro Kuwait (8,5%) ed Emirati Arabi Uniti (8,2%).

Si può dunque affermare che questo quintetto di paesi ‘domina il mondo’. Così come partecipa allo scontro che si sta consumando nella regione vicino-orientale e che sta coinvolgendo tutte le grandi potenze mondiali.

All’interno di questo gruppo , esistono inoltre alleanze e fratture.

Uno schieramento è già delineato: Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti; il secondo, invece, è in fase di assestamento, o perlomeno esiste in potenza: si tratta dell’accoppiata Iran e Iraq.

Già a marzo del 2012, spiegavamo come Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi detenessero un ruolo fondamentale nel mantenimento della stabilità dei prezzi del petrolio sui maggiori mercati internazionali.

Nella fattispecie, la posizione dominante di questi tre è garantita non tanto dalle quantità di petrolio che attualmente esportano, quanto piuttosto dalla loro funzione di ‘assicurazione’ contro gli sbalzi di produzione degli altri paesi.

Le loro riserve di greggio sono così ingenti che, qualora gli altri Stati arabi (più l’Iran) interrompessero per qualsiasi motivo l’esportazione, Riyadh, Abu Dhabi e Kuwait City riuscirebbero a coprire le carenze di greggio nei flussi internazionali, evitando pertanto effetti disastrosi sulle quotazioni nei mercati.

In questo senso, quindi, la triade opera proprio come una ‘compagnia di assicurazione’ che, in caso di calamità, ha la possibilità di intervenire e rimpinzare le botti lasciate vuote da altri fornitori.

Il 2011 ha mostrato un esempio lampante di questo meccanismo, quando l’Arabia Saudita ha aumentato la produzione di petrolio (violando, tra l’altro, le quote fissate in ambito OPEC) per sopperire all’interruzione delle esportazioni libiche, durante il periodo dell’intervento della Nato nella crisi nord-africana.

Questa realtà non può lasciare indifferenti le grandi potenze mondiali, e soprattutto la super-potenza, gli Stati Uniti.

Washington sostiene da sempre la monarchia saudita, sebbene si tratti di uno dei regimi più repressivi e chiusi del mondo, e ha ottimi rapporti con il Kuwait e gli Emirati Arabi.

Un interesse apparentemente troppo costoso e impegnativo per un paese che, in fin dei conti, non dipende certamente dal petrolio saudita.

I dati più recenti pubblicati dalla US Energy information administration (l’agenzia che si occupa di analisi statistiche all’interno del Dipartimento statunitense dell’Energia) dimostrano infatti che di tutto il petrolio importato dagli Usa, le quote saudite raggiungono appena il 14% contro il 50% dei suoi vicini di casa Canada, Venezuela e Messico.

Pertanto, il motivo per cui le ultime amministrazioni statunitensi hanno investito cifre importanti nella protezione dell’Arabia Saudita e nel rafforzamento dei rapporti con la monarchia al potere, non è certamente di ordine commerciale (procacciamento di petrolio saudita) quanto piuttosto di natura politica e finanziaria: necessità di controllare, o quantomeno legare a sé i paesi che assicurano la stabilità dei mercati mondiali di petrolio (tanto più in periodi di crisi economica).

Oltre ai paesi della ‘triade assicurativa’, ci sono altri due importanti attori di cui parlare: Iran e Iraq.

Le riserve di questi due paesi arrivano a coprire (insieme) quasi il 25% del totale mondiale, ovvero più di quanto possa l’Arabia Saudita.

A differenza della triade, però, questi due paesi appaiono meno propensi a scendere a patti con le grandi potenze. Se Saddam Hussein non ha mai ceduto a un patronato statunitense (sul genere dell’Arabia Saudita), l’Iran post rivoluzionario ha sempre rappresentato per Washington il “male assoluto”.

Anche il nuovo Iraq del premier Maliki, sebbene molto più legato (o incatenato) agli Stati Uniti, si sta dimostrando di difficile “gestione”.

Malgrado l’invasione del 2003, il piano dell’amministrazione di George W. Bush sottostimava le difficoltà che il nuovo “governo amico” avrebbe avuto nell’imporre la propria autorità, senza contare che la marginalizzazione della componente sunnita ha creato un clima favorevole all’avvicinamento dell’Iraq con l’Iran.

Abbiamo quindi una triade Arabia Saudita-Kuwait-Emirati Arabi Uniti, che detiene circa il 40% delle riserve mondiali, contro il 25% della coppia Iran-Iraq.

I due blocchi vanno inoltre in direzioni opposte: da un lato l’Arabia Saudita che sta consumando troppo velocemente le proprie riserve, e dall’altro l’Iraq che sta aumentando la propria produzione minacciando di raggiungere i livelli sauditi in tempi molto ristretti.

E non è escluso che nei prossimi anni Riyadh possa perdere la propria funzione di ‘assicurazione’ del mercato internazionale a favore di nuovi grandi produttori.

In questa situazione diventa evidente la necessità di evitare un ‘patto d’acciaio’ tra l’Iran e l’Iraq, laddove la presenza di Washington, malgrado tutto, resta ancora forte: basti pensare che Baghdad ospita la più grande ambasciata statunitense al mondo, grande più o meno come la Città del Vaticano, con 15.000 unità di personale, una sorta di enclave a stelle e strisce in Mesopotamia.

Così come è ingente la presenza di militari privati al servizio degli Stati Uniti in varie zone del paese.

E’ nei confronti dell’Iran che la faccenda si complica, tanto più che le risorse di cui è ricco il paese non si fermano al petrolio: Teheran possiede la seconda riserva provata di gas naturale al mondo, il 17% del totale mondiale.

Un primato superato soltanto dalla Russia, che detiene il 23% delle riserve mondiali (il Qatar si ferma al 12%).

Per questa via, si arriva all’attuale crisi siriana. E’ noto che tra i maggiori sostenitori di un cambio di regime in Siria compaiano l’Arabia Saudita e il Qatar, che in quanto a disprezzo della democrazia e dei diritti umani non hanno nulla da insegnare agli Assad.

La guerra non dichiarata verso il nemico sciita passa attraverso l’eliminazione del suo maggior alleato nel Vicino Oriente e della resistenza alla penetrazione sunnita in Siria (e all’impianto di basi statunitensi).

In questo quadro la Siria si trova a essere, suo malgrado, epicentro di uno scontro di livello mondiale, che si innesta nel duello in corso tra governo e opposizioni, e coinvolge imperi in decadenza e nuove potenze emergenti.

Una guerra aspra e senza esclusione di colpi, che si sta riversando sulle spalle della popolazione siriana e che sta scardinando l’ordine e le fondamenta di uno dei paesi più ricchi di cultura, e di culture, del Vicino Oriente.

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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