Benedetto Croce breve sintesi del pensiero.

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Benedetto Croce breve sintesi del pensiero

croce 1-La teoria di Croce, è fortemente storicista, come si evince anche dalla Teoria e storia della storiografia.

Secondo Croce è fondamentale la formula dello storicismo assoluto, ossia la convinzione che tutto è storia, affermando che tutta la realtà è spirito e che questo si dispiega nella sua interezza all’interno della storia. La storia non è dunque una sequela capricciosa di eventi, ma l’attuazione della Ragione.

La conoscenza storica ci illumina a proposito delle genesi dei fatti, è una comprensione dei fatti che li giustifica con il suo dispiegarsi.

Si delinea in quest’ottica il compito dello storico: egli, partendo dalle fonti storiche (documenti), deve superare ogni forma di emotività nei confronti dell’oggetto studiato e presentarlo in forma di conoscenza. In questo modo la storia perde la sua passionalità e diviene visione logica della realtà.

E’ celebre la frase “la storia non è giustiziera, ma giustificatrice”. Con questo afferma che lo storico non giudica e non fa riferimento al bene o al male. Quest’ultimo delinea, inoltre, come la storia abbia anche un preciso orizzonte gnoseologico, poiché in primo luogo è conoscenza, e conoscenza contemporanea, ovvero la storia non è passata, ma viva in quanto il suo studio è motivato da interessi del presente.

Benedetto Croce nacque a Pescasseroli, in provincia de L’Aquila, il 25 febbraio 1866. I genitori appartenevano a due agiate famiglie abruzzesi: la famiglia Sipari, quella materna, nativa di Pescasseroli e radicatasi anche in Capitanata e Terra di Lavoro, più legata agli ideali liberali, l’altra, quella paterna, di stampo borbonico, originaria di Montenerodomo (in provincia di Chieti),ma trapiantatasi a Napoli.

Croce crebbe in un ambiente profondamente cattolico dal quale però, ancora adolescente, si distaccò, non riaccostandosi più per tutta la vita alla religiosità tradizionale.

Nel circolo culturale nella casa dello zio Silvio, Croce ebbe modo di frequentare importanti uomini politici ed intellettuali tra cui Labriola che gli spieghera le teorie del marxismo.

Pur essendo iscritto alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Napoli Croce frequentò le lezioni di filosofia morale a Roma tenute dal Labriola. Non terminò mai i suoi studi universitari, ma si appassionò a studi eruditi e filosofici, trascurando il pensiero hegeliano, di cui criticava la forma incomprensibile.

Nel gennaio del 1903 uscì il primo numero della rivista La critica, con la collaborazione di Giovanni Gentile, e stampata a sue spese fino al 1906, allorché subentrò l’editore Laterza.

Venne nominato per censo senatore nel 1910 e dal 1920 al 1921 fu Ministro della Pubblica Istruzione nel quinto e ultimo governo Giolitti. Elaborò una riforma della pubblica istruzione che fu poi ripresa ed attuata da Giovanni Gentile
Inizialmente vicino al fascismo che, da quanto scritto dal Croce ne Il Giornale d’Italia del 9 luglio 1924, «non poteva e non doveva essere altro che un ponte di passaggio per la restaurazione di un più severo regime liberale», se ne allontanò definitivamente dopo il delitto e allorché mise mano, su sollecitazione di Giovanni Amendola, alla stesura del Manifesto degli intellettuali antifascisti che doveva costituire una replica al Manifesto degli intellettuali fascisti.

La pubblicazione di questo scritto sul quotidiano Il Mondo del 1º maggio 1925, sancì per il Croce, non solo lo smarcamento dalle posizioni fasciste che gli fece guadagnare  secondo il Bobbio le qualità di «coscienza morale dell’antifascismo italiano» e di «filosofo della libertà», ma altresì la rottura dell’amicizia col Gentile, cagionata, appunto, dalle divergenze filosofiche e politiche sopravvenute.

Cio non dimeno, nelle votazioni al «Senato del 24 giugno 1925 fu come Gentile e Morello, tra i 225 votanti la fiducia al governo Mussolini. In seguito Benedetto Croce spiegò in un’intervista che il suo non era stato un voto fascista, aveva votato a favore del regime perché pensava che Mussolini, se sostenuto, poteva esser sottratto all’estremismo fascista a cui Croce faceva risalire la responsabilità del delitto Matteotti».

Il rapporto di Croce con la cultura cattolica variò nel corso del tempo. Agli inizi del Novecento i filosofi idealisti, come Croce e Gentile, avevano esercitato assieme alla cultura cattolica una comune critica al positivismo ottocentesco.
Alla fine degli anni venti vi era stato un progressivo allontanamento della cultura laica e idealistica dalla cultura cattolica.

L’11 febbraio 1929 la Chiesa con i Patti Lateranensi aveva ormai raggiunto un rapporto equilibrato con le istituzioni statali italiane distaccandosi quindi dalle posizioni politiche antifasciste.

Croce fu anche contrario al Concordato e dichiarò apertamente in Senato che «accanto o di fronte ad uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri per i quali l’ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza.»

Mussolini gli rispose dichiarandolo «un imboscato della storia», e accusando il filosofo di passatismo e di viltà di fronte al progresso storico.

Quando Croce scrisse la Storia d’Europa nel secolo decimonono, il Vaticano criticò aspramente l’autore che difendeva le filosofie esaltanti una religione della libertà senza Dio.

Il Sant’Uffizio pose all’Indice nel 1932 questo libro ma, non ottenendo negli anni successivi da Croce un qualsiasi ripensamento, nel 1934 inserì nell’elenco dei libri proibiti tutti i suoi scritti.

La posizione personale di Croce nei confronti della religione cattolica è ben espressa nel suo saggio Perché non possiamo non dirci “cristiani”, scritto nel 1942.

Contrariamente a quanto fa pensare il titolo, dove pure il termine cristiani era stato inserito tra virgolette, volendo indicare un significato diverso da quello comunemente adottato per la parola, Croce voleva rappresentare la particolare prospettiva che assumeva nella sua analisi il fenomeno del cristianesimo: non si trattava di un’adesione del filosofo al cristianesimo, come volle fare intendere la propaganda fascista ma dell’intento di contrastare il neopaganesimo o l’ateismo propagandati dal nazismo e dal comunismo sovietico:

« …sono profondamente convinto e persuaso che il pensiero e la civiltà moderna sono cristiani, prosecuzione dell’impulso dato da Gesù e da Paolo. Su di ciò ho scritto una breve nota, di carattere storico, che pubblicherò appena ne avrò lo spazio disponibile. Del resto non sente Ella che in questa terribile guerra mondiale ciò che è in contrasto è una concezione ancora cristiana della vita con un’altra che potrebbe risalire all’età precristiana, e anzi pre-ellenica e pre-orientale, e riattaccare quella anteriore alla civiltà, la barbarica violenza dell’orda?»  

Croce, in sintesi, vede nel cristianesimo il fondamento storico della civiltà occidentale ma non ripudia l’immanentismo radicale del suo pensiero che vede nella religione un momento della realizzazione storica dello Spirito che si avvia, superandolo, ad una più alta sintesi.

Dopo un breve appoggio al movimento antifascista Alleanza Nazionale (1930), si allontanò quindi dalla vita politica, continuando peraltro ad esprimere liberamente le sue idee politiche, senza che il regime fascista lo censurasse, almeno esplicitamente.

Negli anni successivi, quelli della sua affermazione e del cosiddetto “consenso”, il fascismo ritenne Croce un avversario poco temibile, sostenitore com’era di un fascismo inteso come “malattia morale” inevitabilmente superata dal progresso della storia. Inoltre la fama di Croce presso l’opinione pubblica europea lo proteggeva da interventi oppressivi da parte del regime.

La non adesione di Croce al fascismo parve messa in discussione dal gesto compiuto nel 1935 durante la Guerra d’Etiopia, quando il filosofo, in occasione della “Giornata della fede” donò la propria medaglietta da senatore accompagnandola con questa secca lettera al presidente del Senato:
 « Eccellenza, quantunque io non approvi la politica del Governo, ho accolto in omaggio al nome della Patria, l’invito dell’E.V., e ho rimesso alla questura del Senato la mia medaglia, che ha la data del 1910 »  

Il gesto “suscitò negli ambienti dell’antifascismo italiano, in patria e all’estero, sorpresa, dolore e polemiche” che colpirono dolorosamente Croce. Al termine di un drammatico colloquio con Bianca Ceva, inviata a sostenere il punto di vista degli antifascisti, dopo un iniziale tentativo di giustificazione, Croce affermò: “dica che io sono sempre lo stesso, che sono sempre con loro…”.

Nel 1938 il regime varò la legislazione antisemita. Il governo inviò a tutti i professori universitari un questionario da compilare ai fini della classificazione “razziale”. Tutti gli interpellati risposero.
L’unico intellettuale non ebreo che rifiutò di compilare il questionario fu Croce. Il filosofo, invece di restituire compilata la scheda, inviò una lettera al presidente dell’Istituto Veneto di Scienze, in cui scrisse sarcasticamente:
« Gentilissimo collega, ricevo oggi qui il questionario che avrei dovuto rimandare prima del 20. In ogni caso, io non l’avrei riempito, preferendo di farmi escludere come supposto ebreo. Ha senso domandare a un uomo che ha circa sessant’anni di attività letteraria e ha partecipato alla vita politica del suo paese, dove e quando esso sia nato e altre simili cose? »  

  Al referendum sulla forma dello Stato (2 giugno 1946) votò per la, inducendo tuttavia il Partito Liberale (di cui rimane presidente fino al 30 novembre 1947) a non schierarsi, per far sì che prevalesse sulla questione piena ed effettiva libertà di scelta, e dichiarando in seguito: «il buon senso fece considerare a quei milioni di votanti favorevoli alla monarchia, che, se anche essi avessero riportato la maggioranza legale, una monarchia con debole maggioranza non avrebbe avuto il prestigio e l’autorità necessaria, e perciò meglio valeva accettare la forma nuova della Repubblica e procurar di farla vivere nel miglior modo, apportandovi lealmente il contributo delle proprie forze»

Concetti che Croce aveva, nella loro sostanza, già espresso; ben prima che Umberto II, nel messaggio del 13 giugno 1946, ribadisse tale indicazione.

Eletto all’Assemblea Costituente, non accettò la proposta di essere candidato a Capo provvisorio dello Stato, così come in seguito rifiutò la proposta, avanzata da Luigi Einaudi, di nomina a Capo provisorio dello Stato.

Si oppose strenuamente alla firma del Trattato di pace, con un accorato e famoso intervento all’Assemblea costituente, ritenendolo indecoroso per la nuova Repubblica.

Per un ictus cerebrale, sopravvenuto nel 1949, semiparalizzato si ritirò in casa continuando a studiare: morì seduto in poltrona nella sua biblioteca il 20 novembre 1952.

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G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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