Il pensiero di Pico della Mirandola

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l’Aristotelismo ed il Platonismo nel pensiero di Pico

Giovanni Pico della Mirandola nacque nel castello dei signori di Mirandola e Concordia il 24 febbraio 1463. Rivelò precocemente una straordinaria capacità di apprendere. Studiò diritto canonico a Bologna per po trasferirsi a Ferrara nel ’79, quindi a Padova dove termino gli studi nel 1480 Nel 1484 si trasferisce a Firenze, alla corte di Lorenzo de Medici,stringendo una colta amicizia col Poliziano e con Marsilio Ficino.
Ebbe a Firenze modo di passare dalla conoscenza della filosofia scolastica, aristotelica e avverroistica della scuola di Padova, a quello della filosofia platonica instaurato dal Ficino a Firenze
Negli ultimi anni della sua breve vita scrisse il De ente et uno 1489 ove cerca di dimostrare una concordanza tra il pensiero di Platone e quello di Aristotele. Successivamente si dedicò alla stesura delle Disputaziones adversus astrologiam divinatricem, nella quale si scaglia contro il presunto determinismo sostenuto dagli astrologi che fanno derivare gli eventi dagli influssi astrali.
Qui il Pico vede la distruzione di ogni possibile libertà umana da lui tenacemente sostenuta. Per contro era favorevole alla magia nella quale vedeva per l’uomo un formidabile strumento di conoscenza e controllo della natura. Infine poco prima della morte, avvenuta nel 1494 a soli 31 anni, si accostò alla predicazione di Girolamo Savonarola.
La  morte precoce stroncò la carriera di un brillante e geniale intellettuale aperto ai più ampi interessi e anticipatore, con le 900 tesi, di una forma di Umanesimo universalista.
Sintesi del pensiero
Il pensiero di Pico si riallaccia al pensiero platonico di Marsilio Ficino, senza però occuparsi della polemica antiaristotelica. Al contrario, cerca di riconciliare l’Aristotelismo ed il Platonismo in una sintesi superiore, con elementi culturali e religiosi, come per esempio la tradizione misterica di Ermete Trismegisto e della cabala. L’Albero della Vita, espresso dai sephirot sono le strutture portanti della cabala, la via esoterica che, sbocciata dalla religione ebraica, è penetrata nella cultura occidentale, fino ad assumere caratteristiche proprie nella Cabala Ermetica o Cristiana.
La cabala viene spiegata da Pico come una fonte di sapienza da cui attingere per decifrare il mistero del mondo, e nella quale Dio appare oscuro, in quanto apparentemente irraggiungibile dalla ragione; ma l’uomo può ricavare la massima luce da tale oscurità. Inoltre, Pico pone fortemente il tema della dignità e della libertà dell’uomo. Infatti l’uomo, dice Pico, è l’unica creatura che non ha una natura predeterminata, poiché:
“Già il Sommo Padre, Dio Creatore, aveva foggiato, questa dimora del mondo quale ci appare. Ma, ultimata l’opera, l’Artefice desiderava che ci fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un’opera così grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la vastità.  Ma degli archetipi non ne restava alcuno su cui foggiare la nuova creatura, né dei tesori né dei posti di tutto il mondo . Tutti erano ormai pieni, tutti erano stati distribuiti nei sommi, nei medi, negli infimi gradi. “
Dunque, per Pico, l’uomo non ha affatto una natura determinata in un qualche grado alto o basso, bensì:
“Stabilì finalmente l’Ottimo Artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l’uomo come opera di natura indefinita e, postolo nel cuore del mondo, così gli parlò: -non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché, tutto secondo il tuo desiderio e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai senza essere costretto da nessuna barriera, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai”
Pico della Mirandola afferma, in sostanza, che Dio ha posto nell’uomo non una natura determinata, ma una indeterminatezza che è dunque la sua propria natura, e che si regola in base alla volontà, cioè all’arbitrio dell’uomo, che conduce tale indeterminatezza dove vuole.
Pico aggiunge poi: “Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine. Nell’uomo nascente il Padre ripose semi d’ogni specie e germi d’ogni vita. E a seconda di come ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti, se sensibili, sarà bruto, se razionali, diventerà anima celesta, se intellettuali”
Pico, quindi, sostiene che è l’uomo a «forgiare il proprio destino», secondo la propria volontà, e la sua libertà è massima, poiché non è né animaleangelo, ma può essere l’uno o l’altro secondo la «coltivazione» di alcuni tra i «semi d’ogni sorta» che vi sono in lui. Questa visione verrà, seppur solo in parte, ripresa nel 1600 dallo scienziato e filosofo Blaise Pascal, che afferma che l’uomo non è né «angelo né bestia», e che la sua propria posizione nel mondo è un punto mediano tra questi due estremi; tale punto mediano, però, per Pico non è una mediocrità (in parte angelo e in parte bruto) ma è la volontà (o l’arbitrio) che ci consente di scegliere la nostra posizione. Dunque l’uomo, per Pico, è la più dignitosa fra tutte le creature, anche più degli angeli, poiché può scegliere che creatura essere.
elaborato da g.m.s
G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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