Lo spazio il tempo-percezioni-breve analisi

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tempoEtica, Filosofia, Antropologia, Pedagogia, Psicologia, Sociologia, Ecologia, Logica…ecc.

La filosofia materialistica dialettica tratta l’argomento spazio-tempo subito dopo quello del movimento della materia, tra le caratteristiche fondamentali di quest’ultima, preliminari allo sviluppo della coscienza, che è sempre una proprietà della materia ma a un livello superiore.

Movimento, spazio e tempo sono forme universali della materia, indipendenti dalla coscienza che ne possiamo avere. Persino la coscienza ci è data in maniera indipendente dalla nostra volontà. Gli animali non hanno coscienza e non avvertono neppure il bisogno di averla. Noi invece non abbiamo neppure il bisogno di desiderarla, poiché l’abbiamo dalla nascita e l’unica cosa che possiamo fare è crescerla o ridurla, ma non annientarla.

Se consideriamo che movimento, spazio e tempo sono eterni e infiniti, vien da pensare che neppure la morte porrà fine alla coscienza: siamo destinati ad averla. Non ci è possibile in alcun modo vivere come animali, per quanto il loro istinto possa farli vivere meglio di come quando noi pensiamo di poter vivere senza coscienza.

La perenne trasformazione delle cose è il movimento della materia; dunque, sotto questo aspetto, la materia può non aver avuto alcun inizio. Essere e Nulla coincidono. Non c’è un prima e un dopo rispetto a qualcosa per il quale entrambi non esistevano.

Come sia potuto avvenire che la materia si sia trasformata in coscienza, ci resta ignoto, anche se non è da escludere che la stessa coscienza non sia mai nata, esattamente come la materia, e che abbia sempre fatto parte di quest’ultima come sua caratteristica interiore.

Noi sappiamo soltanto che non tutta la materia dispone di una coscienza, benché nessun oggetto possa sussistere senza rispettare determinate leggi di vivibilità. Anzi, la stragrande maggioranza della materia sembra essere dotata più di istinto che di coscienza, nel senso che molte caratteristiche ad essa peculiari, la coscienza le riscopre nell’istinto. La riproduzione p.es. è una forma istintiva dell’esistenza, anche se la scelta di farlo no.

Nell’universo infatti una caratteristica tipica della materia si riesce a riscontrarla soltanto nell’essere umano, ed è la facoltà di scelta tra bene e male. Il libero arbitrio è estraneo al mondo animale e vegetale.

Quindi in natura deve essere esistita una particolare evoluzione della materia, che è arrivata a produrre un elemento, la coscienza, che evidentemente già disponeva in fieri, in potenza, e che, per molti versi, è diventata superiore alla stessa materia. Non solo perché, in negativo, la coscienza ha facoltà di fare ciò che non vuole, ma anche e soprattutto perché, in positivo, quando fa questo ha facoltà di pentirsi.

Quando un animale sbaglia nel fare qualcosa è perché è stato addestrato male; se viene punito per l’errore compiuto, non si pente, semplicemente non ripete l’errore per timore di essere nuovamente punito o per beneficiare di una particolare gratificazione: è soltanto una questione di riaddestramento. Un qualunque animale lasciato in libertà, non sbaglia mai, proprio perché agisce d’istinto, per quanto anch’esso sia soggetto ai condizionamenti che in qualche modo può imporgli l’uomo e che, entro un certo limite, possono anche modificargli il proprio istinto.

La facoltà che noi umani abbiamo di pentirci dei nostri errori è un indizio molto sicuro di quali enormi potenzialità sia dotata la nostra coscienza. Proprio in virtù del ravvedimento noi siamo in grado di dire che il nostro apprendimento è virtualmente illimitato. Sono proprio gli errori che ci permettono di progredire. In tal modo la coscienza può addirittura diventare autocoscienza della materia. Il che significa arrivare a sapere, per esperienza diretta, che la vita è un ciclo in cui l’inizio coincide con la fine, salvo che la fine ha la consapevolezza di esserlo di un inizio (ciò che nessun animale può avere). Infatti arriviamo alla convinzione che al libero arbitrio è superiore la libertà, alla possibilità di scelta la scelta giusta, l’esperienza del bene. E’ straordinario vedere come nell’essere umano gli aspetti fisici s’intrecciano in maniera inestricabile a quelli etici.

La profondità non è solo qualcosa afferente allo spazio fisico, ma è anche una dimensione dello spirito. Una superficie piana, sulla quale viene dipinto uno sguardo intenso, può trasmettere il senso della profondità più che non un oggetto visto in maniera tridimensionale.

Lo stesso vale per il tempo, la cui prima legge fisica è quella della irreversibilità, al punto che quando parliamo di reversibilità, attraverso p.es. una macchina del tempo, stiamo in realtà fantasticando, anche se, essendo la vita un ciclo – come già detto -, noi, attraverso la memoria, possiamo ricordare il passato come se fosse presente. Anzi è notorio che, col passare degli anni, ci diventano più familiari i ricordi del passato che non le esperienze del presente. Più ci avviciniamo alla nostra fine e più riviviamo il nostro inizio, come se si chiudesse un cerchio, come se il nostro vissuto fosse assolutamente un bagaglio da non perdere.

Il tempo è irreversibile perché possiamo soltanto crescere e trasformarci. Se il tempo potesse fermarsi o tornare addirittura indietro, lo sviluppo e la trasformazione risulterebbero puramente casuali, arbitrari. Invece così siamo tutti uguali, tutti sottoposti a una medesima necessità: quella di migliorarci, quella di aumentare il livello di consapevolezza della nostra identità.

A volte ci lamentiamo di non poter tornare indietro, di non poter rimediare ai nostri errori (si pensi solo alla consapevolezza di sé che hanno i carcerati). Ma il vero problema è quello di come imparare dagli sbagli compiuti per continuare a crescere. Essendo inevitabili, gli errori non andrebbero considerati come una condanna a morte, come un’esclusione a vita dalla comunità. E poi da quale comunità? Da quella che non commette errori perché i suoi componenti sono tutti conformisti e ignorano che non esiste limite di sorta all’autoconsapevolezza?

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Tempo e spazio, pur essendo eterno l’uno e infinito l’altro, non avendo mai avuto né inizio né fine, sono relativi, non sono concetti assoluti, sempre uguali a se stessi. Se uno vive intensamente una determinata esperienza, essa, nel corso della sua vita, avrà un tempo e uno spazio dilatati. Verranno ricordati più volentieri. E viceversa naturalmente: si tende a dimenticare ciò che ha procurato sofferenza, specie se non si è in grado di metabolizzarla.

Spazio e tempo non sono né uniformi né immutabili, ma anzi relativi alla materia di riferimento. P.es. sulla terra abbiamo la giornata divisa in 24 ore e l’anno diviso in 365 giorni, ma in un qualunque altro pianeta del nostro sistema solare, le cose stanno diversamente, e se abitassimo in un altro pianeta, avremmo inevitabilmente delle percezioni differenti da quelle che abbiamo sulla terra (di notte, p.es. si ha meno percezione del tempo che passa). Persino nei nostri poli, dove per sei mesi è giorno e per altri sei è notte, la concezione del tempo inevitabilmente si deforma, ma si deforma anche quella dello spazio sotterraneo o cosmico, se siamo speleologi o astronauti.

Non c’era bisogno della geometria non euclidea o della teoria della relatività per scoprire un principio così elementare. Si sa che gli spazi ci stanno stretti quando l’esperienza che vi viviamo non ci piace; anche il tempo sembra che non passi mai. Sta in noi nel trovare adeguate forme di adattamento. Nella frustrazione ci s’ingegna a cercare scappatoie e non si capisce perché queste esperienze soggettive non debbano essere prese in considerazione da chi cerca una cognizione oggettiva (scientifica o filosofica) dello spazio e del tempo.

Nel 1972, sulle montagne che dividono il Cile dall’Argentina, ci fu un disastro aereo così tragico che ancora oggi tutto il mondo ricorda: i sopravvissuti si mangiarono i deceduti e riuscirono a salvarsi. In quella inedita e disperata situazione spazio-temporale fecero una cosa che in una situazione normale probabilmente non avrebbero fatto per tutto l’oro del mondo. Si adattarono per poter sopravvivere, e dovettero modificare in fretta le risposte che avevano dato, con relativa sicurezza, a certe questioni di coscienza. Ci si misura infatti non nella normalità ma nelle situazioni di emergenza.

Ora non si capisce perché questa cosa non debba valere anche per lo spazio, il tempo e la materia in generale. Cioè non si capisce perché vadano considerate più oggettive le leggi dell’universo che non quelle della coscienza, o perché sia più difficile modificare una legge fisica che non una psichica.

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Il fatto che lo spazio e il tempo siano indipendenti dalla coscienza non significa che di essi non si possa avere, tra gli umani, una percezione diversa. Non si può negare l’oggettività solo perché esiste una coscienza soggettiva. Anzi, è proprio l’oggettività spazio-temporale che ci permette di avere una rappresentazione oggettiva delle cose. La rappresentazione soggettiva dipende dalla libertà di coscienza, che deve arrivare all’oggettività seguendo un percorso di maturazione, in cui gli aspetti critici e autocritici giocano un ruolo rilevante.

Una rappresentazione o percezione o consapevolezza oggettiva delle cose è sempre una faticosa conquista personale, non un dono di natura. La natura ci dice soltanto che esistono aspetti oggettivi e soggettivi, ma sta all’uomo saper trovare il giusto equilibrio.

Non è facile trovare questo punto d’incontro. Sono state dette molte sciocchezze, nel passato, sulla natura dello spazio e del tempo. Ad es. per Berkeley il tempo è solo una successione di idee nella nostra coscienza; per Kant spazio e tempo sono una forma a priori dell’intuizione; per Pitagora lo spazio è un recipiente che non dipende dalle cose che vi entrano e può esistere anche senza di esse; anche Democrito sosteneva che lo spazio è vuoto, mentre per Newton lo spazio e il tempo sono sì eterni, ma anche invariabili, immobili, indipendenti da tutto. Meglio fece Cartesio che identificò spazio e materia, dicendo che l’estensione era la proprietà più importante di quest’ultima. Sulla sua scia Spinoza arrivò a dire che lo spazio è un attributo della materia, e anche Locke la pensava in termini analoghi.

Se si fosse compreso subito che la materia non è fatta solo di spazio-tempo ma anche di movimento, si sarebbe compreso prima che la legge fondamentale dell’universo è quella delle perenne trasformazione delle cose. Spazio e tempo sono anch’essi soggetti a questa legge. La materia è come un fuoco che brucia, in cui nessuna fiamma è uguale all’altra. Non esistono duplicati perfettamente identici all’originale, proprio perché, se anche potessimo astrattamente ipotizzarli all’interno di un medesimo spazio, è di fatto lo scorrere incessante del tempo, la sua irreversibilità, a rendere impossibile la simmetria perfetta.

Nell’universo tutto è asimmetrico. E’ proprio questo che garantisce le diverse identità. Quando si dice che ogni essere umano è unico e irripetibile, si dice una grande verità. Il che non significa che ognuno di noi è una monade chiusa in se stessa, ma semplicemente che la natura della materia è così eterna e infinita da essere in grado di produrre incessantemente ogni forma di diversità. E queste forme sono strettamente collegate tra loro. Ogni sostanza si riflette in un’altra e tutte mutano reciprocamente. Niente e nessuno può esser solo nell’universo (l’assoluta uguaglianza di sé, data da un’assoluta indipendenza da identità altrui, è un controsenso), per quanto l’essere umano – unico caso dell’universo – disponga di una libertà di coscienza che può usare proprio per sentirsi solo.

Giustamente quindi gli antichi monaci del deserto dicevano che “l’inferno esiste ma solo per me”. Nessuno può essere “obbligato” ad amare o a sentirsi libero, poiché in ciò il fine verrebbe contraddetto dal mezzo. L’identità e la diversità della materia si condizionano reciprocamente, per il bene di entrambe. Anteporre l’identità alla diversità significa impoverirsi, alienarsi, autodistruggersi.

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Bisognerebbe riflettere di più sull’eternità della materia, non solo perché questa concezione viene a negare qualunque ipotesi creazionista, ma anche perché le stesse teorie scientifiche relative al cosiddetto “big-bang”, all’espansione dell’universo ecc. potrebbero sì essere attendibili, ma solo per la porzione di spazio che riusciamo ad osservare dal nostro punto di vista terreno: non è detto che lo siano in rapporto all’intero universo, che può essere una sorta di “pluriversi”.

P. es. il fatto che esista un’espansione delle galassie non può di per sé voler dire che tutte le galassie lo siano e men che meno che l’universo sia destinato a collassare o che siamo destinati a uscire da questo universo e a sperimentare spazi ancora più immensi. In una parte dell’universo potrebbe esserci un’espansione e in un’altra una contrazione. Le nostre conoscenze della materia cosmica non possono essere così attendibili, visto che ancora non possiamo permetterci il lusso di viaggiare per lo spazio come ci pare. E’ già molto se riusciamo ad avere delle conoscenze adeguate della natura umana e della materia che ci circonda.

Già il solo fatto di sapere che la galassie stanno allontanandosi le une dalle altre a una velocità di 120-170 mila km/s è motivo di grande sconcerto, poiché non ci agevola nel compito di conoscere l’universo che ci contiene.

In un certo senso siamo come “prigionieri” del nostro sistema solare. Se la consideriamo da un punto di vista meramente fisico, la legge della gravitazione universale è come un cordone ombelicale, che coi viaggi cosmici abbiamo solo in parte reciso e sicuramente non in maniera adeguata, visto che, dopo un certo periodo di tempo, gli astronauti debbono tornare sulla terra. Nella nostra dimensione terrena noi non potremo mai prescindere dalla gravitazione dei pianeti, quindi i tentativi di colonizzare la galassia sono destinati a fallire. Prima dobbiamo uscire dalle coordinate di spazio e tempo che caratterizzano la nostra esistenza. E non sarà certo con la scienza che supereremo questo limite, quanto piuttosto con la coscienza.

L’essere umano ha il compito di rendere l’universo cosciente di sé. Tutte le sue leggi (fisiche, chimiche ecc.) attendono di trovare nell’essere umano la loro ragione di sé. Gli opposti che si attraggono e si respingono, l’azione che determina una reazione uguale e contraria, il riflesso condizionato, la stessa legge della gravitazione universale e tante altre leggi (p.es. quelle importantissime della termodinamica) attendono d’essere motivate anche sul piano ontologico-spirituale, cosa che è appunto possibile fare solo alla coscienza, lo stadio superiore della materia.

Qualunque legge fisica va reinterpretata in chiave meta-fisica. Facciamo un ultimo esempio. Se applicassimo in maniera schematica alla realtà sociale la terza legge della dinamica di Newton, secondo cui ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, potremmo ottenere che alla dittatura segue la democrazia, ma – poiché siamo umani e disponiamo di libertà di coscienza – potremmo anche ottenere che alla dittatura segue la passività e la rassegnazione.

Quando c’è di mezzo la libertà di coscienza, non esiste una connessione logica, necessaria, degli eventi. L’essere umano non è un oggetto meccanico e neppure un semplice animale. Le sue reazioni possono essere anche imprevedibili: persino quando piange e si commuove è lecito dubitare dei suoi sentimenti. Spesso infatti i dittatori non riescono a capacitarsi come, dopo tanto tempo di rassegnata passività, il popolo improvvisamente insorga e pretenda una rivoluzione.

LA MORTE COME LIBERAZIONE DALL’INVECCHIAMENTO

“Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo”. E gli furono accorciati gli anni .
A partire dal momento in cui l’antagonismo sociale prende piede,
l’uomo avverte la morte come una liberazione.

farfallaTempo e spazio per un feto coincidono. Non si capisce perché questa cosa non dovrebbe valere anche per un adulto. Non lo è solo perché noi abbiamo consapevolezza della loro differenza?

Il feto si accorge che è giunto il momento di diventare neonato quando lo spazio glielo impone. Il suo tempo è strettamente correlato allo spazio che lo contiene, il quale, oltre a una certa misura, non può andare. Quando lo spazio raggiunge la massima capacità di espansione, iniziano a farsi sentire le contrazioni. Improvvisamente lo spazio – come se la donna avesse un orologio interno – smette di dilatarsi e fa capire al neonato che è ora di cambiare vita, di cambiare le condizioni ambientali in cui vivere.

Il feto diventa, in maniera irreversibile, un’altra cosa. Appena nato non si può dire che inizi subito a invecchiare, ma certamente non si sviluppa in maniera indefinita. L’essere umano ad un certo punto s’accorge di aver raggiunto un livello di sviluppo oltre il quale esiste solo un progressivo invecchiamento.

L’essere umano misura il tempo guardandosi allo specchio, percependo il proprio corpo come un peso sempre più ingombrante, incapace di rispondere agli stimoli esterni come un tempo, e soprattutto non più adeguato ai desideri, alle sollecitazioni interne, alla volontà della mente.

Il tempo invece di dilatarsi, si restringe, proprio perché avvertiamo lo spazio, il contenitore della nostra mente, sempre più stretto e insufficiente. Quanto più lo spazio è inadeguato, tanto minore è il tempo disponibile per vivere nelle forme e nelle circostanze che lo spazio permette.

Sembra quasi che, insieme, spazio e tempo debbano raggiungere un unico punto, oltre il quale le condizioni dell’esistenza devono cambiare in maniera sostanziale.

E’ come se l’essere umano venisse indotto dalla natura a prendere consapevolezza che in lui essere e nulla possono anche coincidere e che quando ciò avviene, è perché le condizioni di vivibilità dell’essere sono in procinto di mutare in maniera irreversibile.

E’ lo spazio che determina il tempo o è il tempo che determina lo spazio? Oppure vi è un condizionamento reciproco? Il tempo per lo spazio pare una necessità; lo spazio per il tempo pare invece una possibilità. L’incontro delle due dimensioni determina la realtà.

Di certo ognuno di noi ha il suo tempo, che viene scandito da una serie di spazi. Di ogni spazio non possiamo dire di esserci dentro se nel contempo non possiamo uscirne.

Gli spazi sembrano uno dentro l’altro, come d’altra parte le frazioni del tempo: secondi, minuti, ore… E tuttavia il fatto che ognuno di noi abbia un determinato tempo da vivere non implica che debba viverlo in un determinato spazio. La vivibilità del tempo nello spazio è abbastanza fortuita, in quanto soggetta alla libertà di coscienza, che viene esercitata nelle circostanze della vita.

Ognuno di noi dispone di una certa quantità di tempo, che può vivere in qualsivoglia dimensione spaziale, ovviamente entro certi limiti.

Il tempo l’abbiamo dentro, perché quando ci sovvengono esperienze importanti del passato, queste ci commuovono ancora, ci suscitano sentimenti analoghi a quelli vissuti nel passato e ci fanno sentire migliori (Dostoevskij raccontava d’essere riuscito così a superare i drammatici quattro anni del suo carcere siberiano).

Il tempo l’abbiamo nella memoria e questa è ben di più di quello che riusciamo a ricordare. Ci sovvengono infatti alla mente cose che non ricordiamo esattamente. Ci sovvengono perché qualcosa di emotivo ce le suscita. Siamo fatti più di emozioni, di sensibilità che di concetti. E qualunque cosa può accendere un fuoco quasi spento sotto un mucchio di cenere.

Che il movimento sia il fondamento della nostra esistenza è dimostrato anche dal fatto che ogni cosa che mangiamo o beviamo viene costantemente trasformata. Abbiamo un corpo che necessariamente va nutrito e la digestione dei cibi esprime in un certo senso materiale la filosofia della vita.

Il fatto stesso che costantemente, nonostante questa quotidiana alimentazione, il corpo invecchi, è indice che il movimento ha le sue proprie leggi, indipendenti dalla nostra volontà. Che si mangi o non lo si faccia, si è comunque destinati a morire, e quindi a essere trasformati.

Sia il culto del cibo che il culto del digiuno esprimono due posizioni ideologiche, che, come tutte le ideologie, contraddicono la legge della trasformazione della materia, e questo benché buio, silenzio e digiuno possano servire per “purificarsi”.

Ma se noi umani siamo l’autoconsapevolezza dell’universo e il mutamento assoluto ci caratterizza, noi in realtà non siamo mai nati. Se l’universo è eterno e infinito, nello spazio e nel tempo, e all’origine dell’universo vi è l’essenza umana, allora anche l’essere umano è eterno e infinito, dunque solo individualmente possiamo essere nati ma non come essenza dell’universo.

IN CHE SENSO TRASFORMAZIONE DELLA MATERIA?

longevitaBisogna distinguere tra tempo cosmico o universale, che è eterno, e tempo storico o umano, che è limitato. Sulla Terra il tempo ci è dato, cioè ogni cosa sembra avere un inizio e una fine e nessuno può mettere in discussione questo processo. Semmai si dice che la fine non è una morte, bensì una trasformazione (metabolé).

La religione cristiana aveva capito questa cosa in maniera mistica, parlando di trasmutazione degli elementi (i cattolici romani inventarono nel Medioevo la parola “transustanziazione”) del pane e del vino in corpo e sangue del Cristo, oppure parlando di resurrezione del corpo in maniera “gloriosa”, nel senso che la corruzione della morte non era in grado di decomporlo.

Ma questa spiegazione oggi non ha alcun senso, e non solo sul piano del linguaggio, ma anche e soprattutto su quello della laicità, proprio perché nei vangeli la trasmutazione venne attribuita a un individuo che si riteneva particolare, il Cristo uomo-dio, e non all’essere umano in generale. Si fece del Cristo un dio per “disfarlo” come uomo, invece di fare di ogni essere umano un “dio”, ateo per convinzione.

In tale processo di naturale trasformazione della materia, di cui conosciamo soltanto la dinamica fisica o biologica, basandoci su una conoscenza ancora molto limitata dell’intera composizione della materia universale, molti fenomeni si ripetono in maniera ciclica, a intervalli più o meno regolari, che danno un certo senso di stabilità e di sicurezza.

Attraverso la riproduzione sessuale, tutti gli esseri viventi hanno facoltà di prolungare all’infinito la loro esistenza come specie. Si muore come individui ma simbolicamente si rinasce nei propri figli, naturali o virtuali che siano (anche i propri “discepoli” sono “figli”: “Chi è mia madre e chi è mio padre? e chi sono i miei fratelli e le mie sorelle?”).

E quando si è nati, la più grande soddisfazione che possiamo avere è quella di lasciare qualcosa ai nostri figli o comunque alle generazioni che verranno dopo di noi, nella speranza che le nostre fatiche, i nostri sacrifici non siano stati vani.

Produrre o creare qualcosa che pensiamo possa servire a qualcuno ci riempie di soddisfazione. Noi sembriamo essere fatti per produrre qualcosa e per riprodurci. C’è chi fa queste cose come individuo, chi come appartenente a un collettivo.

Dire – come faceva Aristotele – che l’essere umano è “un animale sociale”, è dire una banalità sconcertante, che va però ribadita nelle società antagonistiche, di cui la sua è stata una delle prime nel Mediterraneo.

Solo per il fatto che ci si riproduce, si è per forza socializzati; a meno che non ci si autoriproduca, ma questo succede solo negli animali con una massa cerebrale prossima allo zero. Semmai è vero che nell’ambito di una stessa specie (p.es. i felini) hanno più probabilità di sopravvivere gli animali che presentano maggiori capacità aggregative. E’ evidente infatti che i momenti dell’attacco e della difesa sono maggiormente garantiti là dove i gruppi sono più solidi.

Ora, perché tutto questo, che sicuramente rientra nella naturalità delle cose, ci sembra non bastare? Cos’è che non riusciamo ad accettare in questo processo storico e naturale? Qui le risposte possono essere solo due:

  1. o c’è qualcosa che c’impedisce d’essere veramente soddisfatti,
  2. oppure c’è qualcosa che va al di là di ogni soddisfazione.

Nel primo caso dovremmo dire che non può esserci alcuna soddisfazione personale se non appartiene a tutti. E qui possiamo aprire una parentesi.

Il fatto che un gruppo sia socializzato non dà alcuna informazione sulla tipologia di questa socializzazione. Un gruppo non è necessariamente tanto più forte quanto più si configura come una monarchia ove si rispettano determinate gerarchie. I gruppi ove esistono forti gerarchie sociali, possono anche essere caratterizzati da forti contraddizioni interne. Le migliori società sono quelle in cui ognuno ha la percezione di poter risolvere le contraddizioni interne grazie al suo personale contributo.

Se non si coltiva la responsabilità personale, che non può tradursi in una esecuzione alla lettera di ordini altrui; se il soggetto non è convinto che il destino della propria comunità dipende anche dalla sua volontà personale, accadrà che nei momenti di crisi (dovuti a guerre, carestie, epidemie, catastrofi naturali…) tenderà ad emergere l’egoismo personale, la scarsa disponibilità a tutelare la sopravvivenza della propria comunità.

Il miglior gruppo è quello democratico, la cui uguaglianza ovviamente non può essere solo politica, ma anche sociale ed economica. E una democrazia del genere non può essere vissuta che su scala ridotta, proprio perché si deve aver modo di rispettare la libertà di espressione di tutti.

Una democrazia sociale e non solo politica non può essere vissuta all’interno di uno Stato o di una nazione. Una democrazia politica statuale è inevitabilmente formale, fittizia, è la democrazia parlamentare della classe borghese, come sono “borghesi” i concetti di “Nazione” e di “Stato”.

All’interno di uno Stato esistono le “istituzioni”, che rendono inevitabile l’esercizio della delega del potere e delle funzioni. La democrazia o è diretta o non è, e se è diretta, deve esserlo a tutti i livelli: politico sociale culturale, e nella pienezza di tutti i poteri. E’ dunque evidente che una democrazia del genere implica che sul piano socioeconomico viga l’autoconsumo, che è l’unica modalità che garantisce piena autonomia a qualunque comunità.

Insomma il socialismo democratico è l’unica alternativa possibile alle civiltà basate sull’antagonismo tra ceti e classi. Chiusa la parentesi.

Detto questo però siamo punto e a capo. Infatti se la seconda ipotesi, citata sopra, è vera, dovremmo dire che anche nell’eventualità in cui il socialismo superasse gli antagonismi irriducibili tra uomo e uomo, tra uomo e donna e tra uomo e natura, resterebbe ancora un problema da affrontare: l’immortalità personale, la cui istanza non può essere appagata da una dimensione sociale culturale e politica quale quella del socialismo democratico, né è possibile sostenere che tale istanza sarà eventualmente un problema da affrontare solo dopo aver realizzato detto socialismo.

Le due cose (ateismo e socialismo) devono marciare in parallelo, poiché non è meno sentita l’esigenza di come rendere eterno il proprio tempo storico, o forse – sarebbe meglio dire – di come vedere eternizzata la propria identità.

Da dove provenga tale esigenza (sentita come individualità) non ci è dato sapere, anche se possiamo supporre che, esistendo un tempo illimitato dell’universo, questo, in un certo qual modo, ci appartenga, essendo la coscienza umana l’autocoscienza dell’universo.

Tale istanza è rinvenibile persino nei più grandi criminali della storia, i quali, dando per scontato che per i loro crimini non vi possa essere alcun pentimento adeguato, preferiscono il suicidio o una sentenza capitale. Essi ritengono materialmente impossibile il fatto di poter ricominciare ad essere “umani”, cioè di poter azzerare la loro storia.

Ci si può chiedere, in tal senso, se si comporterebbero nella stessa maniera nel caso in cui avessero piena consapevolezza della loro eternità. Se si sapesse di non poter sfuggire alla propria eternità, il pentimento non sarebbe forse più facile? Anzi, se tutti sapessero che all’eternità nessuno può sfuggire, non saremmo forse più disposti al perdono?

LA QUESTIONE DEL TEMPO

orologgioLa questione del tempo è davvero di cruciale importanza. Infatti se esiste una sorta di finalismo per quanto concerne l’universo e per l’essere umano che vi è contenuto e che paradossalmente lo contiene, poiché nel microcosmo umano c’è tutto il macrocosmo stellare, e anche di più, in quanto l’essere umano va oltre i limiti fisici dell’universo, allora il finalismo deve esistere anche per il tempo che scorre.

Cioè nella misura in cui l’uomo acquisisce consapevolezza della propria unicità cosmica, perde di significato lo scorrere del tempo. Nel senso che non è questa dimensione in movimento che dà senso alla vita dell’uomo. L’acquisizione della consapevolezza di sé, essendo legata a fattori spirituali, avviene a prescindere dallo scorrere del tempo.

Noi possiamo anche dire che la funzione del tempo è quella di favorire questa progressiva autoconsapevolezza, che è poi la coscienza della propria umanità, in quanto il principio generale dell’universo è lo sviluppo del senso di umanità e ogni deviazione da questo scopo comporta un ritardo nell’adeguamento della coscienza soggettiva al fine per cui lo scorrere irreversibile del tempo ha un senso. E possiamo anche aggiungere, in tal senso, che la disumanità non rende insignificante lo scorrere del tempo, anche se indubbiamente rallenta il processo di adeguamento al fine. Ma tutto ciò non significa affatto che lo scorrere del tempo sia di per sé garanzia di un approfondimento qualitativo dell’autoconsapevolezza umana. Lo scorrere del tempo può anche portare all’autodistruzione dell’umanità.

Anzi, potremmo addirittura dire che proprio lo scorrere del tempo è di per sé indice di indeterminatezza ontologica e che, in tal senso, la fine del tempo è una necessità intrinseca alla natura umana, che ad un certo punto ha bisogno di rendersi conto di quali sono le caratteristiche fondamentali, assolutamente irrinunciabili della propria umanità. L’uomo ha bisogno di sapere quello che è e il tempo, di per sé, non è in grado di dirglielo.

Ogni cosa che impedisce all’uomo di essere quello che è, ogni cosa che lo ostacola in questo cammino, pone dei ritardi che vanno poi recuperati (è singolare però il fatto che ogni tentativo di distruggere con la violenza questi fattori che ritardano l’affermazione dell’identità di sé, si pone in contraddizione proprio con questo obiettivo). Il tempo scorre a prescindere dall’autoconsapevolezza umana, ma non scorre invano, per nessun essere umano della terra.

Cosa potrà impedirci di considerare con preoccupazione uno scorrere sempre uguale del tempo? Il tempo ha senso se può essere riempito di significato. Un senso della vita -come noto- può essere trovato dentro di noi o fuori di noi, cioè può esserci trasmesso da altre persone. Ma nessuno può dirci quanto grande debba essere questo “significato” al fine di permettere allo scorrere del tempo di non pesarci.

Un tempo eterno necessita di un significato eterno. Possibile che l’uomo abbia bisogno di un’eternità per riuscire a diventare quello che è? Possibile che tutti i suoi limiti abbiano bisogno di un’eternità per poter essere superati? L’infinità del numero di abitanti che popoleranno il nostro pianeta, dall’origine alla fine dei tempi, vuole forse essere un indizio della necessità che abbiamo di vivere un tempo eterno? In altre parole: l’infinità di questo numero è per noi garanzia assoluta del valore infinito del genere umano?

L’essere umano è soggetto a un limite di tempo, che però non viene accettato. Cioè si accetta, individualmente, la fine del proprio tempo perché ci si trova in una condizione tale per cui ci si rende conto che non si può più continuare a vivere. La morte, quando è naturale, è sostanzialmente parte della vita, è vita essa stessa, poiché libera da malattie, sofferenze, disfacimento progressivo del corpo. Tuttavia, il fatto di accettare la propria morte non sta di per sé a significare che si sia contenti di accettarla, meno che mai sono disposti ad accettarla i congiunti o gli amici che hanno provato nei nostri confronti sentimenti di affetto.

La morte può essere una liberazione dal dolore e persino dall’incapacità di essere, ma viene sempre accettata come ultimo ripiego, come estrema ratio. La morte non fa parte, come istintiva filosofia di vita, dell’essere umano. Chi l’accetta come tale è un essere malato. Chi pensa che dalla morte possa nascere una nuova vita, non si rende conto di quello che dice, poiché se questo avviene è del tutto indipendente dalla nostra volontà.

Morte significa distruzione e ogni distruzione implica un incredibile impiego di energia per la ricostruzione, cioè in pratica implica una perdita di tempo. Nell’economia della natura, la morte ha davvero un senso solo quando l’energia che occorre per mantenere in vita un oggetto (o un essere umano) è decisamente superiore ai vantaggi (morali e materiali) che tale oggetto può offrire alla stessa natura.

In tal caso però bisognerebbe parlare non di “morte”, che implica sempre una concezione negativa della vita, ma di trasformazione naturale della materia, senza necessità di alcuna violenta distruzione. Tale trasformazione dovrebbe essere accettata come una sorta di passaggio da una condizione di vita a un’altra, al pari della metamorfosi di alcuni animali.

E’ assolutamente inaccettabile l’idea che pone in un’esistenza ultraterrena la possibilità di vivere un vero significato della vita, o comunque la condizione per vivere un significato completamente diverso da quello che occorre vivere sulla terra per sentirsi umani. Chi predica la realizzazione della vera umanità dell’uomo solo in una dimensione ultraterrena si rende responsabile di tutte le sofferenze presenti sulla terra.

Probabilmente la storia dell’uomo è la storia di tutte le possibili condizioni in cui l’uomo riesce a non essere quello che dovrebbe essere; tant’è che l’unico periodo storico in cui l’uomo è riuscito ad essere ciò che era, noi lo chiamiamo col termine di “preistoria”. La preistoria non è l’infanzia dell’umanità, ma rappresenta ciò che di umano ha perso l’umanità. La storia come viene generalmente considerata non rappresenta altro che il mutamento di forma delle molteplici illusioni sulla verità della propria condizione umana. L’uomo che per noi non ha storia, non ha fatto storia, è in realtà il vero uomo naturale.

Probabilmente il tempo di questo mondo finirà quando gli uomini si renderanno conto che per poter vivere al meglio la loro profonda umanità hanno bisogno di una dimensione più spirituale, più meta-fisica. Ma ciò dovrà essere il frutto di una consapevolezza collettiva e non meramente individuale.

Ci si può però chiedere: la fine del mondo avverrà quando gli esseri umani riterranno che il loro stile di vita è assolutamente incompatibile con la coscienza della loro dignità e superiorità rispetto alla natura, o quando questa, di per sé, riterrà incompatibile con le proprie leggi lo stile di vita degli uomini?

In forme e modi naturali potremmo dire che quando gli esseri umani avvertiranno lo spazio-tempo della loro condizione terrena, il loro habitat, come troppo angusto per la loro coscienza o sensibilità umana, cioè come insufficiente all’espressione della loro umanità, allora forse pretenderanno o aspireranno a qualcosa di totalmente diverso, al pari di un feto in procinto di nascere, e forse cominceranno a maturare un diverso modo di considerare il tempo. Se si avverte il tempo come eternità ci si adatta meglio a essere quello che si è.

Tuttavia, è assolutamente da dimostrare che la transizione avverrà secondo leggi naturali e non secondo le aberrazioni e mostruosità di cui solo l’uomo è capace, ovvero secondo le conseguenze di tali processi anomali (sulla natura e sugli stessi esseri umani). Uscire da una dimensione in modo violento, distruggendo e autodistruggendo, non può essere considerato il modo migliore per dimostrare la superiorità dell’uomo sulla natura.

L’ETERNITA’ DEL TEMPO

uomoIl solo fatto che la nascita dell’universo sia avvenuta in un tempo così remoto da risultare all’uomo praticamente insignificante, può essere considerato un indizio della grandezza che ci sovrasta. Noi misuriamo il tempo in ordine di secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni, decenni, secoli, ma ad un certo punto il conteggio, per le esigenze pratiche, diventa poco significativo. Oltre un certo limite, il tempo si trasforma da elemento storico a dimensione metastorica. Il tempo diventa una sorta di eternità: è talmente indefinito da risultare sovratemporale.

La cosa strana è che l’uomo continua ad avere una percezione di questa eternità pur non avendo con essa un rapporto funzionale. Cioè, pur essendo un individuo singolo, egli avverte lo scorrere del tempo, la sua lunga durata, come un evento che riguarda l’intero genere umano. L’uomo sente l’eternità del tempo in qualità di soggetto appartenente a una specie. Gli animali sono lontanissimi da questa percezione delle cose.

La memoria che abbiamo dell’eternità del tempo è una memoria metafisica, che fa sentire noi una cosa sola con l’intero universo, come se questo fosse il nostro habitat naturale.

Il fatto che il big bang sia avvenuto 15 miliardi di anni fa, mentre la nascita dei primi esseri umani risale a 3,5 milioni di anni fa, sono cose che in un certo senso si giustificano a vicenda. L’uomo cioè può rendersi facilmente conto che il fatto d’essere relativamente “giovane”, nell’economia del tempo universale, non gli impedisce di comprendere l’origine dell’universo. Egli infatti sa benissimo che il fine ultimo dell’universo è l’uomo stesso.

Paradossalmente l’uomo è in grado di conoscere anche il tempo in cui non esisteva, e ciò che non riesce assolutamente a conoscere gli è, di fatto, privo di significato, come se fosse del tutto inesistente, mai accaduto. Che senso ha una macchina del tempo che ci riporti a quei periodi dell’universo in cui l’uomo neppure esisteva?

L’uomo è umano in quanto uomo, non diventa umano progressivamente. L’umanità, come senso interiore dell’essere, non è una qualità che si acquisisce per evoluzione. E’ l’esercizio di questa facoltà che si può acquisire col tempo, ma il tempo, se vissuto male, può anche far perdere l’uso di questa facoltà. Nessun animale diventerà mai “umano” e qualunque essere umano può diventare infinitamente peggio di un animale.

Non si diventa più umani dopo aver compreso ciò che ci ha preceduto nel tempo. Il valore di ciò che ci ha preceduto è per noi uguale a zero. Solo ciò che è umano o che è in relazione con l’umanità dell’uomo ha per noi un qualche valore. Ecco perché diciamo che gli studi più significativi che si possono compiere sono quelli sull’uomo e non quelli sulla natura.

Insomma, non è il tempo un aspetto dell’eternità, ma il contrario, nel senso che l’uomo può riscoprire il senso dell’eternità nello scorrere del tempo e può farlo proprio perché il significato ultimo del tempo sta nell’umanità dell’uomo.

L’unica cosa veramente importante per l’essere umano è valorizzare la propria unicità e diversità. L’uomo non ha bisogno dello scorrere del tempo per sentirsi umano. Cambiano solo le forme in cui la dimensione dell’umanità può manifestarsi, ma la sostanza è la stessa. L’uomo è sempre uguale nell’essenza della sua umanità.

L’uomo non è né un prodotto di dio, poiché dio non è che una rappresentazione dell’uomo (di ciò che l’uomo ha perduto e di cui ha nostalgia: di qui la superiorità della preistoria sulla storia), né un prodotto dell’evoluzione animale, poiché nell’uomo esiste un elemento: la libertà e la coscienza di questa libertà, che la natura ignora totalmente.

LA PERCEZIONE DEL TEMPO

manoLa percezione che abbiamo del tempo determina profondamente il nostro modo di agire. Il fatto di credere che la nostra vita abbia un tempo limitato, oltre il quale non esiste che il nulla, incide inevitabilmente sul nostro modo di rapportarci ai valori.

La domanda che ci si pone: “A che pro il valore, quando ogni cosa avrà fine?” è, in fondo, legittima. Anche se la risposta potrebbe essere trovata nelle opzioni terrene: “Il valore è giusto perché rende migliore la vita”.

Noi dobbiamo credere che il tempo della nostra vita sia solo un modo di essere, o meglio, uno dei modi dell’essere, non l’unico possibile. La nostra vita è un’esistenza per la quale esiste un tempo relativo. Ma né questa vita è l’unica forma possibile, né il suo tempo è l’unica dimensione possibile.

Il concetto di vita dovrebbe essere inclusivo della trasformazione perenne della materialità delle cose, e il tempo, dal canto suo, dovrebbe suddividersi in categorie: tempo della vita terrena, tempo della vita in generale.

La vita terrena è parte della vita in generale, come il tempo circoscritto nei limiti della vita terrena è parte del tempo eterno, illimitato.

E’ ovvio che un’esistenza consapevole d’avere la certezza di vivere in un tempo eterno, non potrebbe possedere le qualità formali di un’esistenza terrena.

P.es. nella vita terrena esiste la riproduzione per ovviare alla morte. La riproduzione non avrebbe senso se non esistesse la morte (anche se il concetto di morte è incredibilmente complesso, in quanto può in realtà rappresentare uno stato di transizione ovvero l’esigenza di una trasformazione interiore dettata da motivazioni personali).

Forse sarebbe meglio dire che se non ci fosse la morte fisica esisterebbe probabilmente una sorta di riproduzione spirituale o intellettuale.

Questo significa che in un tempo eterno, percepito come tale, il male che si può compiere deve essere altamente spiritualizzato, frutto di una particolare convinzione dell’obiettivo che si vuole perseguire.

Sulla terra gli uomini compiono il male sia perché sono convinti d’averne il potere, sia perché sono convinti di non aver nulla da perdere.

Ma in un tempo eterno nessuno avrà il potere di fare alcunché sugli altri se non vi sarà adesione libera e consapevole, e nessuno potrà pensare di non aver nulla da perdere, in quanto la consapevolezza dell’eternità metterà necessariamente in crisi tale convinzione.

Nella vita terrena uno può ricorrere al suicidio o alla follia, ma in una vita eterna a cosa si potrà ricorrere? che tipo di suicidio o di follia potrà esserci? per quanto tempo ci si potrà ostinare nel negare l’evidenza?

LO SCORRERE DEL TEMPO

vacanzeDa che cosa ci è dato lo scorrere del tempo? Noi diciamo dal moto della terra attorno al sole e attorno al proprio asse: 24 ore x 365 giorni e 1/4. Noi possiamo calcolare il tempo della nostra vita contando non solo gli anni, ma anche soltanto i mesi o i giorni o le ore o i minuti o persino solo i secondi. Se contassimo i millesimi di secondo verrebbero fuori cifre astronomiche.

Ma il fluire del tempo lo avvertiamo anche in rapporto alla nostra condizione fisica: col passare degli anni noi invecchiamo e non c’è modo di tornare indietro. E questo ci pesa, a volte ci angoscia. Tutto quanto facciamo per fermare il tempo (lifting, trapianti, ibernazione, rapporti con partner molto più giovani di noi…) è semplicemente illusorio. Siamo come bambini che sogniamo a occhi aperti e non vogliamo rassegnarci all’ineluttabilità di un destino comune.

Altri ancora cercano di compiere gesti estremi, eclatanti, o di produrre qualcosa che induca i posteri a ricordarsi di loro. Ma il tempo è inesorabile, è come un buco nero nell’universo: inghiotte tutto e tutti. Siamo destinati all’oblio, oppure – se diventiamo famosi – a essere ricordati in maniera completamente diversa da come eravamo in vita.

Su questa terra ognuno di noi ha un inizio e una fine precisi. Siamo parte di un tutto che ci sovrasta infinitamente. Sarebbe molto strano se tutto ciò non avesse alcun senso. Sarebbe strano perché noi, a differenza degli animali, ci chiediamo appunto che senso abbia il tempo.

Il tempo ci dà un senso di eternità perché non ne conosciamo l’inizio preciso, né, tanto meno, possiamo prevederne la fine. Sappiamo con certezza che ogni cosa ha un inizio e una fine e che ogni cosa è soggetta a continue trasformazioni, ma riguardo al tempo siamo ignoranti su tutto. Infatti, anche se dessimo per scontato che l’universo ha più di 10 miliardi di anni, questa cifra ci appare così grande da risultare, in sostanza, poco significativa. Sul piano pratico e personale non ci serve sapere neppure che il sole ha ancora 5 miliardi di anni di vita. Non è in questa maniera matematica che possiamo coltivare in noi una dimensione eterna del tempo.

Eppure è indubbio che avvertiamo il bisogno di coltivare una qualche memoria del tempo che passa, anche se non possiamo spingerci oltre un certo limite, neppure quando desideriamo qualcosa per il futuro. Forse dovremmo dire che il tempo che maggiormente c’interessa è quello umano, che consideriamo al vertice di qualunque altra manifestazione temporale (da quella della natura a quella degli animali, che pur ci precedono nel tempo).

Il tempo umano sembra essere assunto al ruolo di coscienza del tempo: con la nascita dell’essere umano la natura, l’universo, sembra aver preso consapevolezza di sé. Solo che quanto più ci allontaniamo dalle origini di quel che eravamo, tanto più snaturiamo tale consapevolezza.

* * *

Se dobbiamo avere di fronte a noi l’eternità, è necessario che il numero delle persone da incontrare, con cui fare esperienza, sia potenzialmente illimitato, come quello dei numeri primi.

Se noi siamo in grado di ipotizzare con la logica o l’immaginazione una serie infinita di cose, non si capisce perché questo non possa avvenire nella realtà.

E’ necessario anche che gli spazi relativi agli incontri non abbiano confini, poiché un qualunque confine restringe le possibilità e le potenzialità dell’esperienza.

Gli unici confini possibili devono essere quelli interiori, cioè quelli che ognuno pone a se stesso. La coscienza deve diventare il luogo principale in cui la libertà si esprime al suo massimo livello.

* * *

Il tempo ci trasforma continuamente. Mutano le nostre fattezze e anche dentro di noi avvengono continui cambiamenti. Non c’è nulla di statico in questo mondo, nell’universo.

La statica è solo una percezione dinamica in un lasso di tempo molto piccolo, infinitesimale. Quanto più è piccolo il tempo, tanto più le cose ci appaiono ferme, immobili. Ma lo stesso si potrebbe dire in riferimento alla grandezza della massa delle cose. La terra p.es. ci appare del tutto ferma.

La stessa scrittura, che cerca di imprigionare le cose su un foglio, ha un valore molto limitato. Bisognerebbe continuamente riscrivere gli stessi testi, in quanto abbiamo sempre qualcosa da aggiungere o da togliere o comunque da modificare.

Noi non siamo mai gli stessi e non riusciamo mai a dire una parola definitiva sulle cose. Quanto abbiamo la pretesa di farlo, ecco che subentra l’ideologia schematica, pretenziosa, espressione sempre di un potere politico autoritario.

La vera saggezza sta nel porsi dalla parte del bisogno, che muta di continuo, cercando di risolverlo in modo conforme alle esigenze umane e naturali, dando per scontato che ad ogni bisogno risolto se ne porrà un altro. In tal senso il tempo “che” bisogna vivere è solo il presente.

TEMPO E LOGOS

timeIl tempo è frutto di una debolezza. Nel tempo domina l’esigenza di riprodursi. La riproduzione, come esigenza generale, come bisogno esistenziale in generale (che va anche al di là della riproduzione fisica), sorge da una identità indebolita. E così il cerchio si chiude.

La natura di questa debolezza, essendo appena percepibile, può essere definita col termine di “malinconia”, che è lo stato interiore più indefinito, indeterminato: un’ambiguità destinata in qualche modo a risolversi. E’ la condizione in cui devono essere prese delle scelte, poiché non vi si può restare a lungo.

Dal disagio interiore si è sviluppata la creatività. Creatività vuol dire “bisogno di comunicare”. Comunicare qualcosa a qualcuno. Far partecipe qualcuno di qualcosa. Ecco perché giustamente si dice “In principio era il logos” (una parola forse intraducibile in lingua italiana).

Cioè in principio vi era l’esigenza del linguaggio. Linguaggio è comunicazione, espressione di qualcosa, in qualsivoglia maniera, conforme a natura, a natura umana.

Non ci riguarda la motivazione che l’ha generato. Noi non riusciamo a definire la malinconia, a comprenderla in maniera adeguata. Riusciamo solo a percepirla vagamente, a sentirla come qualcosa di remoto, di poco persistente.

Invece il linguaggio si vede, si sente, si può contemplare, si può percepire coi sensi del corpo umano. Sul linguaggio ci si può confrontare. Il linguaggio può essere storicizzato. Subisce delle modifiche dovute all’evoluzione. Si diversifica in forme illimitate. Il linguaggio non si lascia intrappolare da nulla.

Non possiamo analizzare la causa soggettiva che l’ha generato, ma solo constatare, di questa causa, il suo effetto oggettivo, che ci coinvolge direttamente, indistintamente, individualmente. Il linguaggio si rivolge alle collettività e, in queste, a ogni singolo individuo.

Ognuno di noi è caratterizzato, passivamente e attivamente, da una qualche forma di linguaggio: forme ricevute e forme rielaborate.

Lo scopo del linguaggio è capirsi. Lo scopo ultimo del capirsi è dare una risposta alla malinconia. Interagire per essere se stessi. L’identità sta nella relazione. Io sono nella misura in cui l’altro è e si rapporta con me.

L’intensità della relazione può attenuarsi e produrre malinconia, la quale viene superata, provvisoriamente, con la ripresa dell’intensità. Come nei ritmi della natura: dopo l’inverno si ha bisogno della primavera, ma dopo l’estate è inevitabile l’autunno.

Siamo caratterizzati da onde cicliche, che si propagano nel tempo, in un processo senza fine, come le onde del mare. Queste onde non sono alte e basse in maniera uguale. Noi non siamo mai uguali a noi stessi.

Gli esseri umani sono straordinariamente complessi; in natura soltanto altri esseri umani possono cercare di capirli.

L’uomo desidera la donna. La donna desidera un figlio. Di nuovo il cerchio si chiude. Per poi riaprirsi. Nella malinconia del logos ha preso forma materiale l’amore universale.

Quando si dice che “Il logos s’è fatto carne” si deve appunto intendere la necessità di dare sostanza al bisogno di comunicare.

Gli esseri umani devono capire le forme espressive del linguaggio, non solo quelle esteriori che percepiamo coi sensi del corpo, ma anche quelle interiori, che percepiamo con la luce della mente, coi battiti del cuore.

Per approfondire se stessa, la scienza deve trasformarsi in co-scienza, in scienza consapevole di sé, in auto-coscienza.

La morte sarà avvertita meno come fine della vita e più come trasformazione della materia.

LA MALINCONIA DELL’UNIVERSO

sentieriSiamo destinati a uscire dalla dimensione in cui viviamo. Dobbiamo farlo senza perdere la specificità umana. Si tratta quindi di resistere a ciò che la condiziona negativamente.

Il tempo a disposizione è limitato, poiché la legge dell’universo è la trasformazione perenne della materia.

L’esperienza terrena è solo una dimensione, la prima: altre ne seguiranno, a noi ignote, al momento. Sappiamo soltanto che s’avverte il desiderio di superarla quando viene a noia, quando il contenitore è troppo stretto in rapporto al contenuto. L’esempio della maternità qui è calzante.

E’ la malinconia che detta legge nell’universo: non è solo questione di necessità fisica o materiale. Per essere superata, la malinconia ha bisogno del contrasto o difficoltà o contraddizione, che è segno di diversità o alterità. Fino al punto in cui di nuovo il cerchio si chiude e si vanno a cercare nuove esperienze.

Nessuna cosa può essere usata come pretesto per sostenere l’impossibilità di conservare l’identità umana. Chi vuole affrettare l’uscita da questa dimensione, perde di umanità. Chi pensa di poterne uscire, rinunciando alla propria umanità, perde se stesso.

L’imperativo categorico è dunque il seguente: rispetta il tuo tempo cercando di essere te stesso. L’unico problema da affrontare è come essere se stessi, come vivere l’identità umana.

Non si tratta solo di resistere individualmente, ma anche di lottare socialmente per far diventare l’uomo se stesso, per farlo uscire dalla condizione di alienazione in cui si trova. L’uomo è alienato, diviso, perché non è se stesso, è schiavo di qualcosa che lo nega.

Una semplice resistenza individuale non è sufficiente per conservare una parte di umanità. Quando l’umano, in qualche suo aspetto, viene negato, ad un certo punto viene negato tutto. Bisogna dunque arrivare alla consapevolezza che non si può conservare nulla di più grande di quello che si è già perduto.

LA SPIRALE DEL TEMPO

naturaPerché abbiamo bisogno che tutto ritorni da dove era iniziato? Perché abbiamo bisogno di questo feedback, di questa ricapitolazione di tutte le cose, che gli antichi chiamavano “apocatastasi”, quando, nell’ambito delle civiltà, il punto di partenza e quello d’arrivo sono diversissimi tra loro?

E’ forse una forma di nostalgia per ciò che si è perduto, oppure è il bisogno di credere, magari illudendosi, che tutte le scelte fatte nella propria vita non sono state apertamente in contrasto con la condizione iniziale di partenza?

Abbiamo forse bisogno di pentirci di tutti gli errori compiuti o abbiamo invece bisogno di trovare delle conferme, per sentirci la coscienza a posto?

Questo bisogno di ricomporre, in un unicum, l’intera nostra vita è un bisogno esistenziale universale? Se sì, può essere considerato, in riferimento alle civiltà, un bisogno che dà senso alla storia?

Oppure è semplicemente una necessità fisica, oggettiva, del tutto naturale, cui non possiamo prescindere, né come individui né come civiltà, e il cui significato al momento ci sfugge?

Quando siamo vecchi torniamo ad essere bambini. Quando le civiltà invecchiano riscoprono i valori che avevano abbandonato, e lo fanno in forme e modi diversi.

Si rivivono le cose del passato con una consapevolezza più matura, basata su esperienze molto diverse da quelle iniziali. Solo che questo momento dura poco: siamo costretti a passare il testimone ad altri.

Proprio nel momento in cui si prende consapevolezza dei propri errori e si tenta un’esperienza coerente coi valori perduti, da viversi in forme diverse, subentra il crollo definitivo, come se qualcosa ci volesse far capire che non esistono più le forze per compiere questa nuova esperienza, cioè per realizzare le forme richieste dalla nuova esigenza. O quanto meno queste forze non possono essere applicate nella dimensione in cui abbiamo sempre vissuto.

Noi prendiamo consapevolezza degli errori compiuti quando non abbiamo più le forze per porvi rimedio, almeno nella dimensione di vita che ci è più familiare.

E’ come se la natura volesse farci capire che per esercitare al meglio questa importante consapevolezza (che forse più che altro è un “sentire”), abbiamo bisogno di vivere una nuova dimensione.

Ci si presenta l’esigenza di realizzare un nuovo compito in forme e modi di cui non abbiamo chiara cognizione di causa. Sappiamo soltanto che devono essere diversi, poiché con le poche forze che abbiamo non possono certamente essere quelli d’un tempo.

La morte in tal senso ci libera dalla sfasatura tra la consapevolezza del nuovo compito che ci attende e la mancanza di forze per realizzarlo qui ed ora.

La perenne trasformazione della materia può forse trovare in questa legge una qualche spiegazione. In tal senso la raffigurazione grafica del ciclo della vita dovrebbe necessariamente essere la spirale, non il cerchio né la retta.

La spirale del tempo ci indica che si ripropongono gli stessi problemi, ma in forme e modi diversi, in quanto mutano le dimensioni in cui viverli. E’ come se la natura ci pungolasse a fare sempre meglio, a livelli via via superiori.

IL RAPPORTO TRA TEMPO E STORIA

politicaIl tempo ha due aspetti concomitanti, molto difficili da definire. Sono come cerchi concentrici, di cui quello più esterno è percepibile solo per intuito. Hanno un medesimo movimento ciclico, rotatorio, strutturale alla materia-energia dell’universo, la quale, come noto, si evolve secondo la dinamica della nascita-sviluppo-morte-rinascita (già individuata nelle filosofie induiste).

Nell’universo vige la legge della perenne trasformazione della materia, che è determinata dall’energia. Questa legge riguarda ogni elemento dell’universo, dal più piccolo al più grande, incluso l’essere umano (esser-ci).

Il problema tuttavia si pone proprio per l’esserci, quale unico elemento naturale dell’universo ad avere non solo consapevolezza dello scorrere del tempo, cioè del fluire di una memoria storica, ma anche la percezione di un tempo non-finito, ciclico, ripetitivo, con variazioni dal contenuto significativo, nella sua reiterazione. La raffigurazione più esatta di questa particolare concezione del tempo è quella della spirale, che consta di cerchi concentrici sfalsati all’interno di una linea retta.

Si ha infatti consapevolezza piena che nella reiterazione dei cicli le cose non si ripetono in maniera uguale o identica. Il trascorrere del tempo incide sulla tipologia delle forme in cui lo si vive come esperienza. L’esperienza del tempo come valore storico ed esistenziale è assolutamente tipica dell’esserci, definisce l’essere umano in quanto tale.

I fatti dimostrano che la percezione di un tempo non-finito risulta contraddittoria alla constatazione dell’evento della morte. E sulla base di questo scompenso tende a formarsi una concezione religiosa che ritiene possibile o desiderabile l’esistenza di un dio assolutamente perfetto in qualsivoglia qualità. Dio viene considerato come una forma di compensazione alla presenza della morte, che viene appunto avvertita in contrasto con la percezione di un tempo illimitato.

E’ quindi da presumere che in presenza di una consapevolezza certa della illimitatezza del tempo, dovrebbe scomparire del tutto il desiderio di avere un’istanza superiore chiamata “dio”.

Nell’epoca preistorica non si aveva alcuna cognizione religiosa e quindi nessuna pretesa di raffigurarsi un ente del tutto superiore alla natura. Era infatti questa il dio dell’uomo primitivo. Storia e natura in un certo senso coincidevano dal punto di vista della natura.

Oggi questo non è più possibile. Dopo la rivoluzione tecnico-scientifica, che ha dato all’uomo la percezione d’essere superiore alla natura, è emersa la consapevolezza che la storia abbia assunto maggiore importanza rispetto alla natura. L’essere umano avverte una maggiore consapevolezza di sé, e quindi di quello che può fare autonomamente, rispetto alle condizioni imposte dalla natura.

Questo a prescindere dal fatto che nell’ambito del capitalismo la rivoluzione tecnologica abbia prodotto una netta subordinazione della natura alla storia: il che, come noto, sta procurando enormi danni ambientali alla natura e non sta dando alla storia un’evoluzione democratica.

Il compito che ci attende non è soltanto quello di superare il capitalismo, il cui limite fondamentale sta nel porre l’individuo contro il collettivo, ma è anche quello di come coordinare la rivoluzione tecnologica col rispetto delle esigenze riproduttive della natura.

Lo sviluppo dell’ateismo è andato di pari passo con lo sviluppo della scienza e della tecnica e col primato della storia sulla natura. Si tratta di un ateismo diverso da quello dell’uomo primitivo, ch’era di tipo naturalistico. E’ un ateismo strettamente legato alla realizzazione di una società democratica di tipo socialista. L’ateismo borghese infatti resta ambiguo, in quanto sul piano pratico ha bisogno della religione per il controllo delle masse sfruttate.

Il senso della storia non è nato solo a partire dalla rivoluzione tecnologica, ma anche a partire dalla formazione delle cosiddette “civiltà”, che è avvenuta sempre contestualmente alla negazione arbitraria, violenta, della struttura della comunità primitiva. La storia, ad un certo punto, è diventata storia di lotta di classi, di ceti tra loro antagonistici, una storia di sofferenze inaudite in cui alla prassi dello sfruttamento si è cercato di opporre, in varie forme e modi, quella che può essere definita una “istanza di liberazione”, che a volte diventa anche “prassi o esperienza di liberazione” e che immancabilmente purtroppo subisce una sorta di negativa involuzione, il tradimento dei valori originari che avevano spinto le masse sfruttate a ribellarsi ai loro oppressori.

La storia di cui si ha consapevolezza è storia di una negatività espressasi in varie forme, sempre più sofisticate e difficili da individuare o da combattere. Il tempo storico è il tempo di un’evoluzione di questa negatività, che dallo schiavismo è passata al servaggio e da questo al lavoro salariato.

Le civiltà non vanno esaminate solo in modo cronologico (col rischio che la nostra appaia migliore delle precedenti, avendo il presente un primato sul passato, un’evidenza maggiore), ma anche in maniera trasversale, collocandole dentro criteri ermeneutici più generali, che riguardano la storia del genere umano in quanto tale. O si analizza la storia in maniera universale o non la si comprende affatto.

Le civiltà vanno inserite nel concetto di “formazione sociale”, che permette a tutte le civiltà d’essere esaminate in maniera orizzontale, a prescindere dalla loro collocazione temporale.

DIRE COSE NUOVE CON PAROLE VECCHIE

domenicoIl tempo ci uccide, inesorabilmente. Si tratta soltanto di capire se questo processo va visto come una condanna o come una liberazione. E’ sì un fenomeno naturale, ma non viene accettato in maniera naturale, proprio perché viene a confliggere con le istanze interiori, col desiderio di poter fare ancora qualcosa.

Lo scorrere del tempo crea una discrepanza tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che concretamente si riesce a fare. Volere e potere si divaricano sempre più ed è bellissima quell’espressione del quarto vangelo, detta in riferimento a Pietro, secondo cui egli, quand’era ancora giovane, andava dove voleva, mentre da anziano erano altri a guidarlo. Il che in sostanza voleva dire che le sue concezioni di vita furono ereditate da nuovi discepoli, che le usarono contro le sue stesse intenzioni. Pietro infatti aveva predicato la tesi della “morte necessaria” del Cristo, nella speranza di una parusia imminente o comunque di una liberazione effettiva della Palestina. Paolo invece dirà che qualunque progetto politico antiromano non aveva più senso e che il Cristo sarebbe tornato solo alla fine dei tempi. Una controversia che, per quanto insensata fosse, nei termini generali in cui si presentava, determinerà il futuro della chiesa cristiana, destinata ad abbandonare sempre più il proprio background giudaico.

Il tempo ha anche questo aspetto triste, che quando le proprie concezioni di vita vengono modificate, chi le ha elaborate per primo non ci può far nulla; anzi, rischia persino di vedersi addossare delle colpe che in alcun modo può aver avuto, come quando p.es. i clericali accusano Marx del fallimento del “socialismo reale”.

L’essere in generale e l’esserci in particolare non possono essere determinati in maniera così schiacciante dal fluire del tempo, che davvero sembra divorare i propri figli. Non si può accettare l’idea che un regolamento dei conti non sarà mai possibile, che cioè non si arriverà mai a capire la verità delle cose o che la giustizia non potrà mai trionfare sull’arbitrio.

Non è possibile accettare un relativismo del genere, proprio perché la stessa storia della specie umana ha mostrato che per molte migliaia di anni, prima della nascita delle civiltà, gli interessi comuni prevalevano su quelli individuali. Se la storia delle civiltà non è stata altro che la sostituzione di abusi con altri abusi, bisogna dire che questa storia non è “tutta” la storia del genere umano.

Noi dobbiamo credere nella possibilità di poter ricapitolare questa evoluzione in una forma sufficientemente razionale, che ci permetta di comprendere i perché di certe scelte, l’inevitabilità di certe conseguenze e soprattutto i criteri per poter far rientrare le cose nella loro normalità, in modo che l’identità umana venga salvaguardata.

Che il tempo abbia una fine, in quanto la terra, il sole e gli altri elementi naturali che ci permettono di esistere, sono destinati a scomparire, non possiamo considerarlo come un fatto positivo. Lo può però diventare se questa fine diventa inizio, a sua volta, di un nuovo processo, permettendo alla materia di rigenerarsi in una forma superiore.

Se noi avessimo chiara la consapevolezza che la materia è eterna e che la sua trasformazione perenne è inevitabile, saremmo meno indotti a credere che non esiste una verità assoluta e che una chiarificazione definitiva di quanto è avvenuto nella storia non sarà mai possibile.

Qui purtroppo, qualunque cosa si dica, si rischia sempre di finire nella trappola del misticismo, anche a causa degli abusi semantici compiuti dalle religioni. Il mondo laico dovrebbe trovare delle formule espressive utili a credere nell’eternità del tempo e nella perenne trasformazione della materia, senza per questo indurre a credere nell’esistenza di qualcosa che non ha nulla a che fare con l’umano.

Se si accetta l’idea che l’umano è all’origine e alla fine dell’universo e che l’unico dio esistente è lo stesso uomo, diviso in maschio e femmina, allora possiamo arrischiarci di parlare un linguaggio che in apparenza può anche sembrare metafisico. Quel che va oltre la materia è la stessa materia in altre forme e modi.

La stessa coscienza è un elemento della materia, è la forma spirituale della materia. E come esiste un’evoluzione della materia, così esiste un’evoluzione della coscienza. Non dobbiamo aver paura di usare i vocaboli del passato una volta che li abbiamo fatti uscire dal loro involucro mistico.

TEMPO COSCIENZA UNIVERSO

genteE’ possibile sostenere che il tempo sia un prodotto dell’essere umano? Quando diciamo che una qualunque azione contraria all’umanità e alla tutela della natura è soltanto una perdita di tempo, non stiamo forse dicendo che tutte queste perdite di tempo, sommate una sull’altra, alla fine producono il tempo della nostra esistenza, o meglio, dei suoi ritardi, nell’evoluzione del suo tempo?

E’ naturalmente impossibile dimostrare in maniera scientifica il valore di questa ipotesi. Il punto è che se noi consideriamo il tempo superiore all’esserci, rischiamo il fatalismo e il nichilismo (come p.es. in Heidegger). Il tempo non può essere qualcosa che ci domina in maniera ineluttabile, alla “greca”, per intenderci, anche perché se lo perdiamo, per motivi indipendenti dalla nostra volontà, non possiamo sentirci dei predestinati alla disgrazia, alla sfortuna, non possiamo sentirci dei maledetti da dio senza plausibili motivi, emuli del Giobbe biblico.

Il fatto che ognuno di noi abbia un proprio tempo da vivere, ha un significato solo sul nostro pianeta, ma non ne ha alcuno al di fuori di questo pianeta, e non perché la nostra esistenza “extraterrestre” è solo una porzione del tempo cosmico. Come genere umano noi facciamo parte di una dimensione che può essere considerata illimitata nel tempo e infinita nello spazio. Questo è acquisito anche scientificamente.

Se nel tempo cosmico ogni cosa si trasforma perennemente, deve per forza farlo anche la nostra percezione del tempo, abituata sulla terra a vedere più un inizio e una fine delle cose che non una loro riconversione in altre cose. Forse però abbiamo capito con Hegel una legge che gli uomini primitivi davano per scontata e che col tempo, perdendo il contatto con la natura, avevamo dimenticato, e cioè che il processo di tesi-antitesi-sintesi è praticamente infinito e che la dialettica non conosce ostacoli di sorta, al punto che può trasformare il negativo in positivo. Però ancora non ci è chiaro come ciò possa trovare applicazione in una dimensione non semplicemente terrena: i primi passi significativi li abbiamo fatti solo a partire dalle teorie di Einstein. Con lui abbiamo capito la relatività del tempo, l’importanza del punto di vista dell’osservatore e soprattutto la necessità di stabilire delle coordinate spaziali, prima di dare una qualunque definizione di “tempo”.

Gli scienziati han fatto risalire l’inizio dell’universo a oltre 10 miliardi di anni fa e probabilmente arriveranno, quando le loro conoscenze aumenteranno, a superare anche questo limite. Un limite che per noi umani è già enorme, nel senso che è già sufficiente per darci il senso dell’eternità. Noi abbiamo già la consapevolezza di appartenere a un universo il cui tempo è illimitato e il cui spazio è infinito. Non sappiamo nulla dell’antimateria e i buchi neri che ingoiano tutto semplicemente ci sconcertano.

E poiché siamo convinti che nell’universo tutto sia in perenne trasformazione, incluso noi stessi, a noi non resta che capire il senso di questa autoformazione dell’universo, il cui scopo finale – almeno sino a prova contraria – pare essere proprio il genere umano, quale forma di autoconsapevolezza dello stesso universo. E’ come se il big bang avesse prodotto qualcosa destinato a capire i motivi per cui s’è formato e i modi in cui s’è evoluto.

Noi terrestri stiamo vivendo in un tempo ristretto, limitato, non solo in relazione a quello che ci ha preceduto, ma anche in relazione a quello che ci attende. Ma questo non ci spaventa, proprio perché ne siamo consapevoli, e in ciò la differenza tra noi e gli animali, che vivono soltanto per se stessi, pare abissale. Siamo parte di un tempo cosmico che in un certo senso attende la nostra maturazione, il nostro adeguato sviluppo.

Quindi appare in un certo senso giusto sostenere che il tempo è un prodotto dell’essere umano, almeno da un punto di vista esistenziale. Ci è dato da vivere un tempo per diventare noi stessi in una dimensione terrena, per poi poter avere nuovo tempo in cui potenziare la nostra umanità. Chi perde tempo, dovrà recuperarlo e, pur avendo tutto il tempo che vuole, quanto più grandi saranno le ferite nella sua coscienza tanto più tempo gli ci vorrà per rimarginarle. Ecco perché il tempo è un prodotto della nostra coscienza: siamo noi che decidiamo quando è giunto il tempo per vivere con una diversa coscienza. Piangere i morti, sotto questo aspetto metafisico, ha davvero poco senso.

Resta soltanto da chiarire il fatto che per molti esseri umani la fine del proprio tempo non viene deciso in maniera naturale, ma in maniera violenta. Bisogna cercare di capire in che misura, cioè fino a che punto, l’arbitrio altrui interferisce sulle condizioni di vivibilità che il tempo ci permette di sperimentare su questa terra. Qui entriamo in un discorso di cui non abbiamo – alla stregua di Dante – neppure le parole per impostarlo. I torti subiti, le sofferenze patite non possono trovare soddisfazione in alcuna forma di vendetta o di risarcimento materiale e neppure chiedendo “giustizia”, semplicemente perché qualunque pretesa o rivendicazione non farebbe che allungare il tempo dell’angoscia nella coscienza del colpevole.

Cioè chi ha subìto un torto non può mettersi a guardare indietro, poiché troverebbe soltanto una persona infelice, che ha bisogno piuttosto di consolazione, di comprensione, di perdono, che ha bisogno di sapere che il proprio pentimento è stato accettato. Se il colpevole sarà convinto di questo, potrà recuperare il tempo perduto, altrimenti davvero il suo inferno sarà eterno.

Il problema semmai sta in chi ha subìto ingiustamente un’offesa che gli ha troncato di colpo il proprio tempo: aveva un tempo da vivere e gli è stato tolto con la forza, pur non essendo egli direttamente responsabile del torto subìto.

E’ vero che nessuno può dirsi interamente innocente delle cose che gli accadono, ma se accettassimo che a una responsabilità minima può anche corrispondere un effetto spropositato, dovremmo poi sostenere l’insensatezza della vita, l’arbitrarietà del tempo.

A ogni vittima degli abusi altrui va riconosciuto qualcosa, altrimenti la disperazione colpirà anche lei, oltre che il suo assassino. Chi ha subito ingiustamente un torto va in qualche modo risarcito, proprio per permettergli di guardare avanti con serenità. Dobbiamo togliere dall’angoscia della maledizione le vittime della storia. E dobbiamo farlo senza cadere nella retorica cristiana degli eletti o in quella patetica del giudizio universale, e senza neppure fare del pietismo di maniera. Dobbiamo escogitare qualcosa di inedito.

La cosa che dovremmo cercare di capire è il motivo per cui il nostro pianeta, in cui vive il genere umano, risulti essere un punto infinitesimale dell’universo che lo contiene. In astratto non ci sarebbe stato alcun bisogno di un contenitore così spropositato per un contenuto così minimo. Vien quindi da pensare o che il contenitore sia destinato ad essere progressivamente riempito o che il contenuto non sia affatto così minimo, se non all’apparenza, oppure entrambe le cose, il cui legame però al momento ci sfugge.

La vastità del contenitore potrebbe essere dipesa da una previsione del suo futuro utilizzo da parte del principale contenuto dell’universo, che è appunto il genere umano. Se essa è destinata a essere riempita grazie all’apporto degli umani, allora vuol dire che questi dispongono di almeno un elemento in grado di svolgere il compito, e questo non può essere che la coscienza, la cui profondità può essere paragonata alla vastità dell’universo.

Dunque se le due cose sono in relazione, il nostro pianeta va considerato come una sorta di modello da imitare. Cioè l’universo ha dato il meglio di sé non nel momento del big bang ma nel momento in cui ha prodotto la terra e in particolare nel momento in cui ha generato l’essere umano, il cui fine sembra essere quello di rappresentare l’autoconsapevolezza dell’universo. Noi assomigliamo a un feto nel ventre della madre. Stiamo crescendo in attesa di uscire da una dimensione per entrare in un’altra, dove le possibilità di azione sono infinitamente superiori. Il feto si mette nella giusta posizione soltanto quando avverte che quella dimensione non è più adeguata alle sue esigenze.

Poiché è solo la profondità della coscienza che può far sentire familiare la vastità dell’universo, è sullo sviluppo di questo elemento spirituale, tipicamente umano, che dobbiamo lavorare. Dobbiamo approfondire l’umanità della coscienza per poter riempire di contenuto la vastità dell’universo. E non c’è modo di approfondire questa umanità senza recidere il cordone ombelicale che ci tiene uniti al nostro contenitore. E l’unico modo per poterlo fare è sviluppare una coscienza di tipo ateistico, in virtù della quale l’essere umano possa attribuire solo a se stesso il destino che l’attende.

LA PERCEZIONE DEL TEMPO

hombreLa nostra percezione del tempo si pone a diversi livelli.

  1. Astronomico: è il sistema solare che dà un concetto oggettivo dello scorrere del tempo al nostro pianeta; e questo è su base annuale, mensile, giornaliero. Il nostro calendario del tempo può essere solare, lunare, lunisolare; possiamo avere mesi divisi in settimane o in decine di giorni; possiamo avere misurazioni quotidiane del tempo molto diverse (per ore, per gruppi di ore ecc.), ma non si può in alcun modo calcolare il tempo in maniera indipendente dal sistema solare (anche quando si usa il calendario lunare, dopo un certo periodo bisogna fare un aggiustamento per evitare le sfasature).
    Il motivo di questa dipendenza oggettiva ci è ignoto: sappiamo soltanto che se agiamo in modo tale da non tenerne conto, subiamo degli scompensi: il nostro organismo, inclusa la nostra mente, subisce pericolose o innaturali modificazioni (p.es. insonnia, allucinazioni, stress…). Noi abbiamo bisogno di essere regolati da un preciso movimento del tempo (cosa che nelle donne è ancora più visibile che nell’uomo).
    Il fatto stesso che esista un periodo di veglia e un periodo di sonno lo dimostra. L’assenza di luce, in maniera naturale, ci fa piombare nel sonno, come se la natura volesse dirci che abbiamo bisogno di riposare dalle fatiche sostenute nel periodo di veglia (e chi vive di notte, se non riesce a dormire di giorno, impazzisce).
    Quando si dorme si ricaricano le pile della nostra esistenza: un terzo della nostra vita lo passiamo dormendo. La natura non ha bisogno della nostra attività per 24 ore al giorno. Siamo noi che abbiamo bisogno di comportarci in maniera naturale, accettando l’invito a dormire. E se è così, qualunque cosa che ostacoli questo processo, andrebbe vietata.
  2. Fisico: ogni essere umano è soggetto inevitabilmente a morire. Noi possiamo anche non sapere quando siamo nati, chi ci ha messo al mondo e dove l’ha fatto, ma non possiamo sottrarci all’esperienza della morte. Sappiamo cioè, guardando i nostri simili, che, oltre una certa età, si moltiplicano vistosamente le possibilità di morire.
    I processi degenerativi sono parte costitutiva del nostro fisico e dobbiamo accettarli come un fenomeno naturale. Ogni tentativo di ritardarli, di ridurli, di renderli addirittura impossibili attraverso un uso scriteriato della scienza e della tecnica (ibernazione, coma artificiale ecc.), serve soltanto ad aumentare la frustrazione, a creare ingiustificate aspettative.
    Se si accetta la propria morte con naturalezza, la si affronterà con maggiore serenità, anzi come occasione di liberazione di un corpo malato, indebolito, non più in grado di rispondere alle nostre esigenze.
    La morte è necessariamente il trapasso da una condizione di vita a un’altra, poiché nell’universo tutto si trasforma. Se il nostro spirito morisse progressivamente col nostro fisico, non avvertiremmo la morte come una liberazione, ma come un’inspiegabile condanna.
  3. Psicologico: il tempo che viviamo è in funzione delle nostre aspettative. Questa è una caratteristica tipicamente umana, sconosciuta al mondo animale. Noi abbiamo la percezione che il tempo sia lungo o corto, leggero o pesante, intenso o noioso, a seconda di come ci poniamo nei confronti della vita.
    Quanto più forti sono i nostri desideri, tanto più un tempo breve ci apparirà lunghissimo; quanto meno sono intensi, tanto più accadrà il contrario. E l’età che abbiamo sicuramente ci condiziona nell’avere uno dei due atteggiamenti: i giovani vogliono “essere”; gli anziani si accontentano di “non essere”.
    Lo scorrere del tempo diventa insopportabile, ci angoscia o addirittura ci impaurisce quando i nostri desideri non si realizzano e soprattutto quando abbiamo la percezione che sia giunta la nostra “ora” (che può essere sì quella di morire, ma anche quella di andare in esilio o di nascondersi per non finire nelle mani del nemico).
    Quando arriviamo ad aver paura del tempo, dovremmo chiederci che cosa fare per mutare la situazione che ci induce in questo stato d’animo innaturale. Se il tempo ci pesa, perché ci pesano le contraddizioni dello spazio in cui lo viviamo, dovremmo reagire e non comportarci come talpe, conigli o camaleonti.
    Ci è dato da vivere un tempo proprio per soddisfare le esigenze identitarie dell’io, nel rispetto di quelle altrui. Chiunque ostacoli questo processo, andrebbe messo nella condizione di non nuocere.
  4. Logico: spazio e tempo vengono costantemente usati nelle scienze esatte (matematica, geometria, fisica, astrofisica, chimica ecc.). Sono forme computabili, calcolabili, proprietà dell’intelletto – direbbe Hegel -, non della ragione, proprio perché una verità tende a escludere l’altra, a meno che non si arrivi a dimostrare, dopo molti ragionamenti astratti, la fondatezza di altre verità ancora. Qui lo spazio e il tempo non vengono usati per scoprire la vera essenza delle cose, ma solo le forme in cui metterle tra loro in relazione.
  5. Metafisico: spazio e tempo sono categorie usate per interpretare le cause ultime della nostra esistenza, dell’origine del nostro pianeta, del suo sistema solare e di tutti gli altri infiniti sistemi solari dell’universo. E’ questo – dicono i filosofi – il campo della ragione, ma, molto più spesso, sembra il campo della fantasia, specie quando la filosofia s’ammanta di concetti religiosi.

Bibliografia

post.g,m,s,

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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