Miti-l’amore-donne e dee

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1)=Analisi dei miti dell’antica Grecia
2)=Donne e Dee tra mito e tradizione

Platone narra di potenti esseri primordiali composti dalla fusione di due maschi, o di due femmine, o di un maschio e di una femmina. Tali “ermafroditi” erano così temibili da minacciare gli stessi dei, per questo Zeus tagliò ciascuno di essi in due.

I miti dell’antica Grecia hanno accompagnato fin dall’inizio l’evoluzione dell’analisi.
Questa probabilmente è una naturale conseguenza del fatto che la nostra cultura occidentale si consolida, o forse addirittura nasce, proprio partendo dall’antica cultura greca.
Quindi Freud prenderà il mito di Edipo per porre le fondamenta delle sue teorie, Jung si rifarà al mito dell’eroe per descrivere il processo di individuazione, Neumann e Hillman tratteranno il mito di Amore e Psiche per portare nuove intuizioni. Questi miti rappresentano tre tappe fondamentali nel cammino dell’analisi e sottolineano i diversi metodi e i rispettivi contesti storici entro cui l’analisi si è sviluppata.

Edipo è ancora immerso in un mondo tragico dove non esistono possibilità di rinnovamento: si guarda al passato nella vana ricerca di una madre e di un mondo infantile perduto. Il principio di realtà a cui deve sottostare un adulto è una struttura tetra e inevitabile, un peso da sopportare.

Con l’eroe inizia un nuovo guardare avanti piuttosto che indietro. L’eroe vuole diventare dio e quindi abbandonare un vecchio mondo terreno segnato dal limite e dalla sofferenza. In lui si fa strada la parola spregiudicatezza: non c’è dunque più nulla già giudicato a priori, ma esiste la tensione verso il nuovo. L’eroe osa, ma le prove iniziatiche a cui deve sottostare per procedere nel suo cammino richiedono forza, coraggio e sofferenza. Egli è dunque tipicamente maschile. La lotta è ancora lo strumento per vincere.

Con Amore e Psiche si assiste a un cambiamento epocale: il femminile entra in scena e le prove iniziatiche sono affrontate in modo nuovo.
Nel mito Psiche viene sottoposta a quattro prove che ella, in quanto umana, non sarebbe in grado di superare. Psiche comunque si affida, senza eroismi o coraggio, semplicemente si apre al nuovo, arrendendosi e sperimentandosi.
Gli dei l’aiuteranno a superare le prove altrimenti impossibili. In questo suo cammino, il procedere parallelo ma diverso è anche quello di Amore, figlio di Afrodite, giovinetto fino ad allora leggero che scherzava con le sue frecce. Amore si innamora, non più per semplice passatempo, ma per l’essere umano di Psiche e per i limiti umani che ella incarna. La storia è a lieto fine: Psiche diviene dea, i due si sposano e nasce una figlia che verrà chiamata Voluttà. Si può dunque interpretare tale mito come un’individuazione al femminile.

Parlando di uomo e di donna non si intendono necessariamente le nostre rappresentazioni in esseri maschili o femminili, ma piuttosto un archetipo, un modo di essere e di percepire che va oltre le singole individualità. Non è detto che le donne abbiano più facilità nell’immedesimarsi in Psiche. Anzi, spesso nella società odierna molte donne, più o meno coscientemente, ricalcano atteggiamenti maschili in quanto tale visione del mondo è stata finora dominante e vincente.

Psiche è in ognuno di noi, indipendentemente dal sesso, è nelle nostre anime.
Storicamente gli uomini e le donne ricoprivano ruoli ben precisi che atrofizzavano le anime, quindi l’uomo diventava un Io forte, mentre la donna diventava un oggetto.
Questo secolo di velocità ha scombinato molte cose e l’uomo è diventato nevrotico nel tentativo di ricoprire un ruolo sociale che era in contrasto con la sua anima sempre più inquieta, mentre l’anima della donna si è svegliata. Nel risveglio, i modelli erano necessariamente quelli maschili e la strada iniziale da seguire era quella già segnata dall’altro sesso:
con nevrosi conseguente perché veniva tradita la propria natura.
Siamo ora nella confusione più totale, inevitabile in un momento di passaggio. La deriva storica ha ancora un grande potere, mentre il nuovo scombina le certezze: ci si continua a sposare per poi divorziare.

In questo fine millennio i tre miti che sintetizzano il procedere dell’analisi sono ancora tutti vivi: ciascuno preme l’anima verso direzioni opposte. La società esige, il nostro individuo esige, la nostra voglia di abbandonarci al flusso della vita ci accarezza. Spesso vince la divisione e i momenti della giornata sono offerti ai vari miti che, di volta in volta, dominano.

Psiche è sicuramente la figura meno nevrotica in quanto il suo atteggiamento è di affidamento: dimentica se stessa e sente la vita che vive in lei, senza dover essere. Ma il mito di Psiche e Amore è fondamentale non solo come processo di individuazione al femminile, piuttosto è l’idea di unità che si afferma. Solo coscienza o solo eros non bastano, rimane la divisione. E’ significativo che Psiche sia donna mentre Amore è uomo, ribaltando l’usuale stereotipo.

Come a dire: prima occorre portare alla luce la parte nascosta di se stessi che tipicamente nell’uomo è rappresentata da eros mentre nella donna dal logos. Solo quando si ricompone una completezza della propria essenza, allora si potrà ricercare un’unione più alta in cui il frutto sia voluttà. In questo modo cade anche il meccanismo proiettivo della coppia uomo-donna che si basa sulla proiezione dell’Anima dell’uomo sulla donna e, viceversa, dell’Animus della donna sull’uomo.

Dioniso e Apollo, Eros e Logos, spensieratezza e rigore vanno insieme, contemporaneamente. Maschio e femmina vanno insieme, ma in ciascuno di noi. L’alchimia che ci permette di essere rigorosi e leggeri nello stesso istante, appassionati e distaccati, è il fine da perseguire.

Il mito di Platone nel Simposio che riguarda la ricerca dell’amore sintetizza forse ancora meglio questo discorso. In tale mito assai noto si narra che all’inizio gli esseri primordiali erano composti o da due maschi o da due femmine o da un maschio e da una femmina. Tali creature erano così potenti da minacciare gli dei, per questo Zeus tagliò ciascuna di esse in due: da allora tutti noi passiamo la nostra vita alla ricerca dell’ altra metà. Spesso si trascura che le creature primarie potessero essere anche dello stesso sesso.

Credo che questo fatto sia fondamentale, non solo per una rivendicazione omosessuale, ma soprattutto per sottolineare che la vera unione è tra esseri in cui eros e logos sono già uniti. Quindi diventa davvero secondario se ci si trova di fronte a un uomo o a una donna.
Al di sopra del processo di individuazione esiste un’unità ulteriore. Da soli non si arriva molto distante, perché la voluttà che nasce dal proprio sentire completo vuole essere espressa, e per esprimersi occorre l’altro.

Nel ballo del tango si uniscono tecnica e sensualità, ma per ballare occorre essere in due. Psiche viene salvata da Amore, da sola non sarebbe mai riuscita a compiere il cammino. Un’opera che viene creata, piccola o grande che sia, ha bisogno di essere vista dagli altri; questo non per narcisismo, ma perché è necessario il riconoscimento dell’altro per attribuire valore al proprio lavoro.
Ecco allora che nasce una nuova unione a un livello più alto di quella che avviene nel singolo. In questo tempo di passaggio non credo che possa essere espressa una modalità unica di unione.
Inoltre, ognuno ha caratteristiche personali che determineranno i singoli tipi di unioni da vivere. Ma il mito di Platone sottolinea che l’unione non è più un appoggio reciproco o una delega all’altro, ma piuttosto un congiungimento tra simili per amplificare ed esplicitare quel senso di voluttà che talvolta pervade la nostra esistenza.                                                                                                                     Di —T. Tommasi

2)=Donne e Dee – tra mito, cultura e tradizione nordica

Solitamente si tende a considerare il pantheon nordico esclusivamente maschile, dominato da figure di dèi forti, bellicosi e minacciosi. Questo è dovuto all’opera di “propaganda” iniziata in epoca pagana e poi proseguita durante tutta la storia umana, una propaganda che poneva il maschile in primo piano e il femminile in secondo. Ricordandosi che molto di ciò che si da per scontato sulla religione nordica e germanica deriva in larga parte dalle rivisitazioni fatte dai Romantici di
fine ‘800 e dagli studiosi della prima metà del 1900, ancora impermeata di Romanticismo e Nazionalismo e dominato da una visione razziale e sessista delle cose, solo recentemente si è iniziato a prendere in considerazione che il ruolo delle divinità femminili era forte anche nella cultura germanica.

Delle donne scandinave sappiamo che potevano ereditare beni, persino grandi proprietà e dirigerle come più ritenevano giusto. Era loro permesso divorziare e di rifiutare i pretendenti; potevano inoltre andarsene di casa non appena compiuta
la maggiore età (di solito verso i 16-17 anni) per badare a se stesse (non erano quindi legate alla “potestas patris”, il volere del padre). Potevano tranquillamente avere rapporti sessuali con i propri schiavi, oppure con uomini liberi che non necessariamente poi dovevano sposare. Se rimanevano incinte fuori dalle nozze, non accadeva nulla di particolare: il figlio nato era tenuto in conto come qualsiasi altro bambino. Inoltre avevano il ruolo fondamentale di occuparsi della casa (erano loro a custodirne le chiavi e a tenere d’occhio le proprietà materiali) e dell’economia familiare.

La donna era chiamata sovente “signora della casa” o “signora del focolare” in quanto un altro dei suoi importanti compiti era quello di accendere il fuoco domestico, quasi un rito sacro per un popolo che venerava il fuoco.

Spesso era la donna ad occuparsi anche dei riti privati e domestici, come il culto degli spiriti e del “piccolo popolo”, ma soprattutto quello rivolto a divinità della fertilità.
La donna poi aveva anche valore giuridico: poteva votare e parlare alle assemblee come gli uomini, e se capace poteva anche prendere le armi se necessario (c’è anche la leggenda di una speciale casta di donne guerriere, dette “ragazze dello scudo”, alla base delle quali forse c’è il mito delle Valchirie).

In epoca passata la donna era al vertice della società, in quasi tutta l’Europa continentale. Con l’invasione dei popoli indoeuropei questa sua importanza decadde e s’impose una società a base patriarcale e bellica. Ma molte popolazioni europee continuarono a tenere in alto conto le donne, come i Nordici e i Celti, mentre presso Greci e Romani la donna era quasi considerata alla stregua di una cosa.

La donna, per le popolazioni dell’Europa settentrionale, era spesso ritenuta “maga”, sia per il suo ‘intuito’ sia per la capacità straordinaria di generare vita.

Erano quasi sempre le donne ad essere “maghe”, ossia levatrici, curatrici, indovine; sapienti custodi di arti antichissime che sfruttavano le erbe e le piante, sapevano interpretare sogni e movimenti di astri e luna. Il ruolo primario della donna nella società si riflette anche nel forte valore che avevano le dee nella sfera divina. Le grandi dee del Nord, Freja e Frigg, sono un esempio lampante: entrambe di carattere fiero e forte, rappresentano l’una la donna indipendente, nella sua veste fiera e combattiva, amante bellissima e maga potente; l’altre è invece la figura che rappresenta la moglie perfetta, regina della sua casa, colma di saggezza ed autorità.

Abbiamo già analizzato la figura di Freja in un altro articolo (anche se dobbiamo ancora caricarlo.. abbiate pazienza!), quindi ci concentreremo su Frigg.
Frigg è la moglie di Odino, signora di Asgard e virtualmente regina degli dèi. Protegge le donne e l’istituzione matrimoniale, ma essa è anche maga (conosce il futuro come il suo sposo) e madre premurosa: quando nacque il figlio prediletto Baldur, fece giurare a tutte le cose del Creato che mai avrebbero ferito suo figlio. Frigg inoltre è consigliera di Odino, seguendo la tradizione nordica che proponeva la salda unione e complicità tra gli sposi.

Sia Freja che Frigg sono forse aspetti diversi di un’unica grande dea, venerata in passato e forse scomparsa. Questa Dea avrebbe, come in molte altre culture, una triplice funzione, che si basa sui principali ruoli e le principali fasi di vita della donna: giovane/amante; matura/madre; anziana/morte. Questi tre aspetti potrebbero essere perfettamente schematizzati nel mondo nordico in questo modo: Freja-Frigg-Hel.

Hel è la dea degli Inferi, che nell’Edda di Snorri è detta figlia di Loki anche se probabilmente è un’invenzione del fantasioso islandese. Hel dominava sull’Oltretomba, dove finivano le anime di coloro che non morivano in battaglia. Non era un luogo triste e cupo, in quanto non vi era sofferenza: i morti banchettavano tutto il giorno, passeggiavano, cacciavano e conversavano
tra loro in piena armonia. Tuttavia non era eroico morire di vecchiaia o malattia, quindi le anime erano sempre un pò amareggiate poiche non avevano raggiunto il Valhalla. Hel era immaginata con il viso diviso: una parte era il viso candido di una bella fanciulla, l’altra però era livida, bluastra e simile ad un cadavere in decomposizione. Si narrava che Hel giungesse in visita a chi stava per morire pochi attimi prima del decesso: se i capelli nascondevano la parte in decomposizione per mostrare la bellezza seducente, allora la morte dell’individuo sarebbe stata leggera e senza dolori;
altrimenti la morte sarebbe stata dolorosa e piena di sofferenze.

I cancelli del mondo di Hel (che prende il nome da lei) erano invalicabili e a loro custodia c’era un cane (o un lupo) di nome Garmr, che dilaniava chiunque entrasse o uscisse senza permesso. Sotto il mondo di Hel vi era il Nifelheim o Nifelhel, dove erano puniti gli assassini, i ladri e gli spergiuri condannati ad essere dilaniati da un drago oppure perseguitati da serpenti. Questo luogo cupo e tetro, sempre nebbioso e freddo, era il vero e proprio “inferno”nordico. Molti però pensano che sia una influenza cristiana.

Anche se Hel non era rappresentata come “anziana”, il suo ruolo ricalca bene la terza funzione: era una dea oscura, legata alla morte. Un altro esempio di dee dal ruolo fondamentale si può trovare nelle figure delle tre Norne (Nornir): Urd, Verdandi e Skuld.
Queste tre dee erano le reggitrici dei Destini di tutti, sia dèi che uomini. Tessevano costantemente lunghi fili di lana, intrecciandoli deteminando così gli avvenimenti della vita e poi tagliando dove credevano più opportuno. Urd (Urðr, che significa il “passato”) era la piú anziana, e tesseva il filo; Verdandi intrecciava e Skuld (che significa sia “futuro” ma anche “colpa”, “causa”) tagliava i fili causando la morte.

Anche qui abbiamo una triade con tre “tipi” di donne:un’anziana, una matura ed una giovane, anche se qui la funzione funebre è in mano alla giovane. Le Norne, similmente alle Parche, erano temute ma riverite. Avevano il ruolo più importante dell’Universo, poiché regolavano i Destini di tutti, dèi compresi.

Le Valchirie erano altre figure divine femminili importanti, poichè sceglievano i valorosi guerrieri dai campi di battaglia e li conducevano con loro nel Valhalla dopo la loro morte. Si presentavano sul campo di battaglia armate di tutto punto, bellissime e austere, su cavalli bianchi o neri che emanavano fuoco dalle narici. Solo a chi era destinato a morire in guerra le poteva vedere, mentre partecipavano furiose alla carica dei guerrieri.

Erano figlie di Odino, e il loro numero varia a seconda delle fonti, ma solitamente sono o 7 o 9. Nel Valhalla si occupavano di servire ai valorosi eroi l’idromele divino e la carne del maiale Særimnir, che si rigenerava ogni giorno. Erano ritenute divinità a tutti gli effetti, anche se nelle opere letterarie si confondono con le mortali donne guerriere delle leggende. La parola “valchiria” deriva dal nordico valkyria, che significa “colei che sceglie i caduti”. E’ etimologicamente collegata con la parola Valhall, ossia “sala dei caduti”.

Un’altra dea importante era Skadi, la dea della caccia e dell’inverno. Rappresentava forse la donna indipendente che preferiva vivere per conto suo (il mito narra che Skadi che, costretta a
sposarsi, preferì lasciare la casa del marito e tornare alle sue vette innevate perchè non riusciva ad abituarsi nè al nuovo ambiente nè al ruolo di moglie).
Un ruolo di primo piano aveva anche Jorðr, la madre terra. Nonostante non se ne parli affatto nei miti eddici o nei racconti, è indubbio che era tenuta in alto conto. Tutti i riti avevano come apice l’offerta di birra o idromele alla Terra, un rito di libagione che “dava alla Terra ciò che aveva dato agli uomini (la birra si ricava dal grano, principale dono della Terra)”.

Nei miti, Jorðr era madre di Porr e quindi legata ad Odino, anche se non viene mai nominata come “sposa” (ruolo ricoperto da Frigg). Forse perchè generalmente le divinità definite “madre-Terra” erano viste principalmente come amanti, ossia con una denotazione puramente sessuale (mentre il ruolo istituzionale della sposa-compagna era dato ad altri modelli). E’ possibile che in epoche remote ci fossero riti specifici che prevedevano l’accoppiamento rituale del capo con la sciamana/sacerdotessa, un unione che forse rappresentava l’unione classica tra il Dio maschio guerriero e la Dea femmina maga e sapiente.

La tradizione si ritrova nel mondo celtico irlandese, dove il re s’accoppiava ritualmente con la Terra d’Irlanda e forse era pratica anche presso i Germani. Altre dee erano Var, che presidieva i giuramenti; Saga, che conosceva le storie e aveva un’immensa saggezza; Ran, dea del mare che catturava con le sue reti gli annegati e li tirava nelle profondità del mare, alla sua corte, dove essi banchettavano e si divertivano con le sue 9 figlie, le onde del mare.

Inoltre si diceva che lo spirito protettore dell’individuo apparisse anche sotto forma di una donna, oltre che di animale. Dunque le dee nella tradizione hanno ruoli fondamentali, come ruoli importanti nella società avevano le donne stesse; ruoli che furono ridotti e soppressi solo con la cristianizzazione e il cambio di mentalità. Ma ciò iniziò ad aver luogo solo dalla fine del XIII secolo in poi.

G.U.-elab-post.da g.m.s.

 

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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