BRICS-Washington-Londra-Parigi-Ankara-ONU e Damasco…che via sceglieranno?

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BRICS è un acronimo utilizzato in economia internazionale per riferirsi congiuntamente ai seguenti Paesi:

Flag of Brazil.svg Brasile  Flag of Russia.svg Russia   Flag of India.svg India   Flag of the People's Republic of China.svg Cina  Flag of South Africa.svg Sudafrica

Questi paesi condividono una situazione economica in via di sviluppo, una grande popolazione (Russia e Brasile centinaia di milioni di abitanti, Cina e India circa due miliardi e mezzo di abitanti), un immenso territorio, abbondanti risorse naturali strategiche e, cosa più importante, sono stati caratterizzati da una forte crescita del PIL e della quota nel commercio mondiale, soprattutto nella fase iniziale del XXI secolo.

12349176I BRICS sono una entita politco sociale impossibile da ignorare. Alla chiusura del quinto vertice annuale dei BRICS a Durban, in Sud Africa, non c’era dubbio che questo gruppo di cinque economie in rapida crescita abbia avviato la revisione dell’ordine economico e politico mondiale.

La Dichiarazione di Thekwini, rilasciata al termine del vertice, è stata redatta in linguaggio non conflittuale, ma chiarisce palesemente che l’egemonia e l’unipolarità occidentali venivano presi di mira dal vertice. I BRICS hanno colpito alcuni dei principali punti deboli occidentali, annunciando la formazione di una banca di sviluppo comune finanziata con 50 miliardi di dollari, per rivaleggiare con il FMI e la Banca Mondiale.

Sono stati firmati accordi per incrementare gli scambi inter-BRICS nelle rispettive valute, erodendo ulteriormente lo status del dollaro quale valuta di riserva mondiale. Una serie di inconfondibili sfide alle vecchie economie mondiali.

I BRICS sono stati invitati al tavolo africano dal loro nuovo Stato aderente, il Sud Africa, ed hanno usato questa opportunità per sostenere pienamente l’Unione africana (UA). L’UA è stata il tentativo africano di integrare e unificare economicamente il continente, attraverso la creazione di una moneta unica e di un fondo di sviluppo per poter bypassare il famigerato FMI, e militarmente attraverso la costituzione di organizzazioni di sicurezza/difesa e di forze militari congiunte.

Per il successo dell’UA saranno necessari la riduzione dell’imperialismo occidentale vecchio stile nella regione, delle attività economiche estere di sfruttamento e impedire a forze straniere come l’AfriCom degli Stati Uniti, d’insediarsi nel teatro militare africano.

Al centro dell’agenda del vertice vi è la determinazione dei BRICS di ancorare qualsiasi ordine globale emergente al “multilateralismo”, sia chiedendo seggi permanenti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sia erigendo costruzioni economiche alternative per modificare l’equilibrio di potere a loro favore, sia influenzando proattivamente i risultati nelle zone di conflitto mondiale.

I BRICS – la Siria e l’ Iran Il vertice di Durbana tenuto a Thekwin  non poteva ignorare le due questioni più importanti presso il Consiglio di sicurezza dell’ONU–Siria e Iran. I BRICS hanno collettivamente respinto ogni ulteriore militarizzazione di questi problemi, auspicando soluzioni politiche negoziate attraverso iniziative diplomatiche, esprimendo preoccupazione per le sanzioni unilaterali e avvertendo contro la violazione dell’”integrità territoriale e della sovranità” di queste nazioni.

Nella  dichiarazione di Thekwini è detto dell’Iran: “Siamo convinti che non ci sia alternativa a una soluzione negoziata alla questione nucleare iraniana. Riconosciamo il diritto dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare, in linea con i suoi obblighi internazionali, e sosteniamo la risoluzione della questione attraverso mezzi e dialogo politici e diplomatici“.

E sulla Siria, i BRICS- hanno pienamente supportato i principi di Ginevra come quadro per risolvere il conflitto: “Crediamo che il comunicato congiunto del Gruppo di azione di Ginevra fornisca la base per la risoluzione della crisi siriana e riaffermiamo la nostra opposizione ad ogni ulteriore militarizzazione del conflitto. Un processo politico guidato dai siriani che conduca ad una transizione, può essere raggiunto solo attraverso l’ampio dialogo nazionale che soddisfi le legittime aspirazioni di tutte le componenti della società siriana, e il rispetto dell’indipendenza, dell’integrità territoriale e della sovranità siriana, come espresso dal Comunicato congiunto di Ginevra e dalle opportune risoluzioni del Consiglio di sicurezza“.

 8270a40840e42908bd489e5b5a07d0de_articleQuesto pare ignorato da:  Washington, Londra, Parigi, Ankara e parte dei Paesi della Lega Araba che non sembrano voler indugiare ancora per dare il via ad azioni militari contro il regime di Bashar Assad. Dimenticando ciò che potrebbe fare l’Iran con un eventuale intervento a sostegno della amica Siria.

La disponibilità di Damasco a far visitare agli esperti dell’Onu i sobborghi della capitale oggetto del supposto attacco chimico del 21 agosto è stata accolta con freddezza e bollata come “tardiva e non credibile”  mentre l’ONU chiede prove certe.

Indiscrezioni della stampa britannica riferiscono che Londra e Washington vorrebbero iniziare raids aerei già nei prossimi giorni, un obiettivo condiviso da Parigi mentre il governo turco è pronto a far parte di ogni coalizione voglia abbattere Assad.

La Coalizione che dovrebbe agire al di fuori di un mandato dell’Onu poiché il veto russo bloccherebbe una risoluzione che autorizzi l’uso della forza. Ma quali sono le possibilità militari in mano agli alleati arabo-occidentali e quali saranno le possibili risposte di Damasco e dei suoi alleati.

Di certo vi è che Amnesty International, nel 1983 denunciò l’uso di gas cianuro nella repressione delle manifestazioni nella città di Hama nel 1982. E che la Siria d’altra parte non ha mai ratificato la Convenzione sulle armi chimiche del 1993.

Un ruolo importante nello sviluppo dell’arsenale chimico Siriano lo ha giocato l’Iran. Un cable del 2006 proveniente dal Dipartimento di Stato americano, diffuso da Wikileaks, cita un incontro tra una organizzazione australiana impegnata nella lotta alla proliferazione di armi di distruzione di massa e agenti del governo tedesco.

Nell’incontro, sarebbero state mostrate delle prove del coinvolgimento di Teheran nella vicenda, in particolar modo della Defense Industries Organization D.I.O. iraniana. In particolare, l’Iran avrebbe fornito ad Assad le tecniche e gli equipaggiamenti per produrre annualmente tonnellate di sarin e gas mostarda. Tra il 2005 e il 2006, quindi, diversi esponenti della D.I.O. si sarebbero recati in Siria per formare i tecnici locali

L’opzione minima è costituita dall’incremento degli aiuti militari e dell’addestramento ai ribelli, del resto già in atto. Negli ultimi giorni sono entrati nel nord della Siria dalla Turchia 20 convogli con 400 tonnellate di armi fornite da sauditi ed emirati del Golfo mentre dalla Giordania sono entrati in azione nella Siria meridionale i primi reparti dell’Esercito Siriano Libero addestrati dai consiglieri militari statunitensi.

Il rischio però è che questa opzione non risulti risolutiva, induca russi e iraniani ad aumentare gli aiuti militari al regime e finisca per rafforzare i gruppi che si rifanno ad Al Qaeda. Finora i Paesi europei hanno ufficialmente in parte rinunciato ad armare i rivoltosi con armi pesanti, perché  le milizie più forti e combattive sono quelle jihadiste rivoluzionari integralisti vicini ad Al Qaeda.

 Un intervento militare limitato per punire Assad e ammonirlo dal non ricorrere più alle armi chimiche potrebbe venire scatenato con un minimo coinvolgimento di forze aeree e navali colpendo comandi militari e palazzi del governo.

Navi e sottomarini americani e un paio britannici sono già nel Mediterraneo pronti a lanciare missili da crociera Tomahawk. Raids aerei poi potrebbero venire lanciati dalle basi turche e giordane o da quelle britanniche a Cipro.

L’operazione comporterebbe rischi limitati  ma non avrebbe un’influenza diretta sulla guerra civile e potrebbe indurre Mosca a fornire a Damasco i moderni missili da difesa aerea S-300 già venduti ai siriani ma non ancora consegnati.

Una altra soluzione possibile potrebbe essere  L’imposizione di una no-fly-zone per impedire alle forze di Assad di usare aerei, elicotteri e missili ed eventuali vettori di armi chimiche avrebbe costi ben più elevati e richiederebbe un impegno militare prolungato.

Sostenuta da Francia e Turchia, l’imposizione di una no-fly-zone  richiederebbe la distruzione preventiva delle difese aeree e missilistiche siriane, cioè una campagna aerea della durata di alcune settimane ma dai costi enormi.

Un’opzione che comunque provocherebbe dure reazioni da parte di Cina, Russia e Iran e potrebbe indurre Assad a lanciare le centinaia di missili balistici dei suoi arsenali contro i Paesi vicini dichiaratesi ostili tra cui Israele.

Un’invasione della Siria e d’altra parte da escludere in quanto Washington difficilmente potrà impantanare in Siria le armate ritirate dall’Iraq e quelle in procinto di lasciare l’Afghanistan.

Non si può però escludere che un’invasione della Siria  venga delegata a truppe turche e arabe schierate affianco ai ribelli con Francia e Inghilterra impegnati a fornire il supporto aereo, d’intelligence. Mentre gli USA si limiteranno a salvaguardare eventali atacchi o coinvolgimenti su Israele.

Comunque, fatto salvo che effetivamente Assad, abbia fatto uso di armi chimiche, o che non siano piutosto i rivoltosi che si sono impadroniti degli arsenali chimici di Homs, abbiano loro stessi fatto un uso delle armi chimiche, per richiamare un intervento esterno (il caso Sadan-Irak insegna).

Il rischio però è che i “liberatori”, animati da interessi diversi, facciano a pezzi il Paese allargando la destabilizzazione e la guerra a tutta la regione, Il problema quindi più che militare è politico.

Far cadere Assad senza nessuna prospettiva per il futuro del Paese significa consegnare la Siria al caos e ad al-Qaeda.Cosi come è già avenuto in Irak e Libia, e con la cosi detta primavera araba voluta da Franco-inglesi e paesi loro “amici”, in Tunisia e Jemen e poi non va dimenticato quanto sta accadendo in Egitto, per quanto poi attiene la Turkia è sempre aperto il problema Kurdo e Armeno che rimangono vere e proprie polverieriere con cui Ankara deve prima o poi fare  i conti.

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G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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