A.Manzoni: un letterato

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“Manzoni è un sommo scrittore, ma non è uno scrittore cristiano”, “È forse un nichilista. non nomina mai Cristo, ha una concezione della Provvidenza quasi da economista, ossia molto limitata. La sua vrenzo-e-luciaisione della storia è negativa”.

No non si puo definire che Manzoni fosse nichilista, e del resto la negatività o la positività degli eventi sono giudizi profani, da “peristilio”, non adatti a chi,  cerca di varcare la soglia di una comprensione più profonda sul Manzoni.

Detto questo, direi che Alessandro Manzoni non fu un nichilista, né un pessimista, e nemmeno un Cristiano, ma uno di quegli Iniziati, come ne sono vissuti in ogni tempo e ne vivono tutt’ora, che non si fermano ai baluardi delle fedi, ma cercano invece, come una perla nascosta, la verità che soggiace ai simboli.

Credo dunque che Manzoni fosse un Filosofo, nel senso più autentico del termine, libero dalla preoccupazione di essere anche un devoto di qualche religione.

Con ciò non dico che egli fosse ateo. Egli faceva parte di quelli che non credono in Dio, ma sanno di Dio. I mistici e i saggi di ogni tempo non hanno fede, ma conoscenza diretta, derivata dall’esperienza di una dimensione di assoluto ed eternità che dimora dentro e fuori di noi; esperienza che permette di parlare dei misteri divini della natura e dell’essere senza usare il termine “fede”; poiché non si tratta di nozioni e dogmi appresi da qualche predicatore o precettore di catechismo, o da libri sacri scritti da altri uomini, ma di un vissuto della Coscienza, la quale ha bussato alle porte del Regno, e alla quale, non foss’altro che per un attimo, è stato aperto.

Il fatto che Manzoni fosse un’Iniziato, è una convinzione che ho dedotto sì dalla lettura de “I Promessi Sposi”, ma anche, devo dire, da alcuni componimenti minori, che in questa ottica potrebbero essere letti sotto una nuova luce. Mi riferisco per esempio a “5 maggio”, e a questi versi, che a chi, come si dice, a orecchi per intendere, sembrano voler alludere (come altri passaggi dell’ode manzoniana), all’esperienza misterica ed ermetica:

«La procellosa e trepida
gioia d’un gran disegno,
l’ansia d’un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull’altar».

Proprio di “un premio ch’era follia sperar”, Manzoni, come altri spiriti audaci di ogni epoca, potrebbe essere stato ricercatore, e forse persino trovatore (nei due significati, di colui che lo ha trovato, e di colui che lo racconta, seppure in forma velata). Un premio, chiamato con molti nomi nei vari tempi e nei vari luoghi del mondo, che è oggetto del pellegrinaggio interiore di ogni mistico, di ogni Filosofo, di ogni alchemico Artista.

Molti lo hanno chiamato, simbolicamente, “Pietra”. “Pietra d’Oro”, “Pietra Preziosa”, “Pietra dei Saggi”, “Pietra dei Filosofi” o “Filosofale”. Ma anche “Tesoro dei tesori”, “Santo Graal”, “Vello d’Oro”…

Manzoni non era un “alchimista” nel senso popolare del termine. Non credo abbia mai armeggiato con fiale e fornelli, e nemmeno che avesse una grande considerazione dell’alchimia “dei soffiatori”. Lo deduco, ad esempio, da dove egli scrive che «l’alchimia aveva un suo intento, diverso in parte da quello della chimica: non le mancava altro, che d’ottenerlo, anch’essa supponeva che ci dovessero essere i mezzi adattati a quell’intento: non le mancava altro, che di trovarli» (Alessandro Manzoni, “Del Romanzo e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione”).

Simili considerazioni si ritrovano presso altri grandi iniziati e Alchimisti nel senso interiore del termine, come Dante Alighieri o Tommaso d’Aquino.

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