E se non c’è un’altra vita…?

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un problema di giustizia: se non c’è un’altra vita, allora i buoni e i cattivi avranno lo stesso destino!

E’ uno degli argomenti con cui si afferma l’esistenza di Dio o almeno di una qualche  compensazione (premio, castigo) dopo morte. Non è giusto infatti che Hitler e le sue vittime vadano incontro alla stessa sorte, qualunque essa sia. E questo sembra un argomento molto forte, perché si basa su un sentimento umano profondo e insopprimibile. Sono però possibili tre osservazioni di natura antropologica, logica ed etico-morale.

1. Dal punto di vista antropologico. Il suddetto argomento dice che la negazione di una vita ultraterrena è falsa perché viola il nostro senso di giustizia. La forza dell’argomento sta nel presupposto che l’esigenza di giustizia è insita nella natura umana, cioè è una di quelle cose che fanno di un uomo un “uomo”. Il che è falso; se  fosse vero, dovrebbe essere riscontrato presso tutti gli uomini e tutti  i popoli e in ogni epoca.

1.1. Sappiamo invece che, per esempio, i Greci e i Romani, compresi i filosofi, non conoscevano né ipotizzavano alcune giustizia ultraterrena; i filosofi poi erano affetti da una sindrome singolare: avevano una alta opinione di se stessi, perché erano riusciti a “dimostrare” l’immortalità dell’anima, ma poi… non sapevano che farsene, di questa immortalità dell’anima, come è evidente – e divertente – per esempio in Platone il quale chiude “L’Apologia” mettendo in bocca a Socrate queste finali parole piene di involontaria sardonica ironia: “è ora ormai di andare, io a morire e voi a vivere, ed è ignoto a tutti chi fra noi due vada verso la soluzione migliore”.

1.2. Gli Ebrei, poi,  nemmeno credevano all’immortalità dell’anima! Persino ai tempi di Gesù, persino gli Apostoli, aspettavano certo il “regno di Dio” e  lo chiamavano addirittura il “giorno del Signore”; ma gli ingenui cristiani che vanno a messa tutte le domeniche,  forse si scandalizzeranno nell’apprendere che gli ebrei lo immaginavano non come il michelangiolesco giudizio universale, bensì come il giorno in cui il Messia avrebbe sbaragliato sul campo di battaglia tutti i nemici di Israele, compresi gli odiati Romani, e li avrebbe ridotti in perpetua sottomissione, se non proprio schiavitù.

Vi era poi in Israele anche una seconda, ma minoritaria, corrente  la quale manteneva la speranza della supremazia militare politica ed economica, ma la considerava più un mezzo che un fine; ritenevano infatti che il Signore sarebbe intervenuto non solo nelle vicende storiche degli uomini per assicurare l’egemonia di Israele, ma sarebbe addirittura sceso  nei cuori degli uomini, e li avrebbe resi tutti “buoni”, oltre che obbedienti a Israele.

Questa opinione si ispirava ad alcune delle più belle e straordinarie  parole bibliche: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ezechiele 36,26). Anche Geremia: “Porrò la mia legge nel loro animo. La scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri… perché tutti mi conosceranno” (Geremia 31,33-34), o Isaia: “il lupo dimorerà con l’agnello… non agiranno più iniquamente… la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare” (Isaia 11,6): bellissima, sublime, divina prevenzione, ma… ma – attenzione! – sempre e soltanto in questa vita: un nuovo paradiso terrestre; furono poi esclusivamente i cristiani a parlare di un paradiso “celeste” e “spirituale”, sebbene tuttora nemmeno Benedetto XVI sappia bene in cosa consista.

1.3. Né è del tutto certo che almeno Gesù condividesse l’idea diffusa poi da papi preti e cardinali circa l’esistenza della giustizia ultraterrena. I vangeli infatti ci presentano due concezioni differenti del “regno di Dio” cui avrebbe pensato Gesù. In negativo, pare che egli non condividesse – salvo quanto dirò fra poco –  l’interpretazione in termini di supremazia militare, politica ed economica di Israele. Ma poi, in positivo, non sappiamo bene  che idea egli avesse del regno di Dio.

Da un lato infatti è chiaro che egli vagheggiava il mondo sognato da Isaia, dove non ci fosse violenza né fame né conflitti né ricchezze né povertà, né imperatori né soldati, e neanche sommi sacerdoti e obbedienti “fedeli”: questo risulta dal discorso della montagna, e da altre espressioni come il disprezzo per le ricchezze, il radicale e ostile disinteresse per il potere, l’inversione dei valori e il sovvertimento delle gerarchie (chi vuole essere il primo sia l’ultimo e  il servo di tutti, non vi preoccupate per quello che mangerete, il perdono incondizionato delle offese…).

D’altro lato vi sono tanti accenni al fuoco dell’inferno e vi è il racconto del giudizio universale  in cui buona parte dell’umanità sarebbe condannata.. Tutto questo fa nascere un problema grande quanto il Cristianesimo: se davvero Gesù è un personaggio storico, cosa di quanto narrato nei Vangeli fu da lui veramente detto e fatto? Non siamo certi infatti nemmeno di quello che Egli pensava circa la visione militare-politica-economica del Messia.

Questa interpretazione tutt’affatto terrena e per niente spirituale del “regno di Dio” era talmente radicata e diffusa che gli apostoli hanno continuato a credevi per tutti e tre gli anni in cui sono stati in compagnia di Gesù e persino per tutti i quaranta giorni che sono stati con Lui dopo la risurrezione! (Atti degli apostoli, 1,6-8). Ma come? Avevano condiviso con Gesù tre anni di vita tutti i giorni; soprattutto avevano vissuto quaranta giorni gomito a gomito con Lui che ormai era “Il Risorto”; già è strana, molto strana, una cosa: quei quaranta giorni avrebbero dovuto essere, secondo me, infinitamente più importanti dei tre anni precedenti, il culmine della Rivelazione, e invece gli evangelisti non dicono una parola, che sia una parola, su quello che Gesù abbia insegnato in quei quaranta giorni; sembra che abbiano  un imbarazzo, una fretta matta di mettere la parola “fine” al loro racconto!

Ma questo è il meno, poiché gli “Atti degli Apostoli” (1,4-7) riferiscono una cosa che è ancora più strabiliante: i quaranta giorni sono passati, Gesù annuncia agli apostoli che sta per lasciarli, e siamo ormai a un minuto prima dell’Ascensione, gli apostoli intuiscono che questa è l’ultima occasione per domandare a Gesù una cosa che si sono tenuti dentro per tre anni e quaranta giorni e sbottano: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?” e con questo  dimostrano che essi erano tuttora fermi alla visione militare-politica-economica, terrestre e terrena, e che essi non avevano (o forse noi non abbiamo) capito niente circa la persona e missione di Gesù: perché mai?

Gesù evidentemente non era stato né chiaro né convincente. Ma non finisce qui, perché ciò che ci stende letteralmente al tappeto è la risposta di Gesù stesso: “non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta” e con ciò Gesù conferma gli apostoli nella loro (erronea) convinzione che il regno di Dio era una faccenda di questo mondo e che tutti i premi e tutti i castighi erano da aspettarsi esclusivamente in questa vita. Come è possibile? Cosa di preciso pensava Gesù del regno di Dio? Dunque da un lato molte cose dette e fate da Gesù smentiscono la visione terrena, ma dall’altro lato Egli non l’ha mai smentita esplicitamente; anzi l’ha implicitamente confermata proprio quando aveva il dovere di sconfessarla: un’altra incongruenza che rinascere il problema: quale è il vero Gesù? Cosa ha veramente detto e fatto?

1.4. Conclusione: l’esigenza di giustizia ultraterrena non è una caratteristica universale e ineludibile della natura umana. L’abbiamo noi occidentali, ed io ho un sospetto sul perché l’abbiamo: da Costantino in poi (cioè dal 313 dopo Cristo: editto di Milano), Cristianesimo e potere sono andati costantemente e strettamente a braccetto e il potere cosa altro è se non il monopolio della violenza per irrogare sanzioni?  È la mentalità del “Dio ti vede”. Presso moltissime e importanti altre popolazioni, invece, la religione si è sviluppata indipendentemente dalla organizzazione dello Stato, e dunque non è venuto loro in mente un castigamatti anche ultraterreno capace di scoraggiare chi conta di, si organizza per, farla franca quaggiù. Di più: ci sono tuttora popolazioni le quali, pur credendo per esempio, che i morti sono trasformati in “esseri soprannaturali” (antenati), sono  convinti che questa è una condizione uguale per tutti e per nessuno è determinata o influenzata dal giudizio morale sul comportamento tenuto in vita (P. Boyer, Religion Explained, Basic Books, New York, 2001, pag. 8).

2. Dal punto di vista logico. La stessa sorte per i buoni e per i cattivi è certo un grosso inconveniente; ma gli studenti di logica sanno che una conseguenza sgradita non basta a provare la falsità della premessa.

3. Dal punto di vista etico morale

3.1. La punizione dei cattivi è necessaria e sacrosanta (in questa vita), ma non serve alcuno scopo di giustizia (né in questa né nell’altra vita). In quale possibile senso possiamo veramente dire che giustizia è fatta quando prendiamo l’assassino e lo mettiamo in prigione o lo mandiamo all’inferno? Serve forse a far tornare in vita il morto ammazzato? Costui infatti è il principale, se non l’unico, interessato alla questione, ma certo per lui l’inferno inflitto all’aggressore non ha alcuna utilità; chi di noi, putacaso, incontrando l’ucciso (che magari si è dannato proprio a causa dell’ingiustizia subita), avrebbe il coraggio di dirgli: “Allegria, caro mio!, poiché il Signore pareggerà i conti”?

Dunque  le punizioni non si giustificano con la pretesa di “ristabilire la giustizia”, una frase senza senso salvo quello della vendetta legalizzata, ma con altre esigenze (le più accettabili delle quali sono la deterrenza nei confronti dei terzi e impedire altri reati da parte del delinquente); e tutto questo è ammissibile nel miserevole mondo umano, perché noi non abbiamo altro mezzo di controllo reciproco del comportamento  se non quello delle minacce (e incentivi) prima e dei castighi (e premi) dopo. Mi scandalizza che Dio non abbia altri mezzi.

3.2. Infine, quanto all’uguale trattamento per Hitler e le sue vittime, io vi confesso candidamente che è scandaloso, ma subito aggiungo che per me è ancora più scandaloso il comportamento di qualcuno che prima permetta il male e poi lo punisca. Io non so che farmene di una “giustizia” che arriva dopo che sono stato offeso. Io non voglio la punizione dell’offensore (cioè l’amarezza della vendetta mascherata da “giustizia” falsamente retributiva); voglio invece che a me e a tutti sia risparmiata l’ingiustizia e la sofferenza, voglio la “giustizia” preventiva.

Il nostro vero e più profondo insopprimibile  senso di giustizia non consiste nel pretendere la punizione dell’offensore, ma nella convinzione che offese e sofferenze sono qualcosa di inaspettato (come notava Pascal e, naturalmente, Leopardi), di “innaturale”, non ci sono dovute, sono semplicemente “ingiuste”: questa è davvero convinzione universale, presso tutti gli uomini; tartassati dalla vita, noi – tutti e ciascuno – non cessiamo di chiederci, delusi e sconsolati: “Perché? Perché?” (oltre che “Perché a me?”). Allora, come è possibile dire da un lato che Dio è buono, onnisciente e onnipotente e, dall’altro,  che prima “permette” il male e poi lo punisce?

P.S. Questi e altri temi sono sviluppati in Nicola Palermo, Adamo ed Eva e quella mela. Quante cose strane avvennero nel paradiso terrestre!, Albatros, 2011. Questo libro esamina le prime pagine della Bibbia col lume della sola ragione e allo scopo di valutare la serietà logica intrinseca e la rispettabilità etico-morale di quanto narrato. Il libro ha un piglio narrativo e ben poco speculativo, con una vena di bonario umorismo che affiora qua e là.

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G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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