Leon Battista Alberti:Una figura poliedrica del rinascimento-

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“In prima onora Dio immortale. Come dispone la legge tua, e in questo e in ogni vita segui e reverisci gl’instituti della patria tua con parole e con fatti.
Gratifica a’ vicini; ama e’ congiunti; onora e’ maggiori. Degli altri fa che molti pregino la tua virtù, e fàtti amico chi sia più che gli altri virtuoso. Degli amici, chi meno gli cura, più ne ha bisogno. Dà di te modestia in gesti, mansuetudine in parole, utilitate in fatti, e acquisterai amici. Un piccolo errore de altrui non meriti che tu privi te stesso di cosa tanto rara, quanto è lo amico. Soffrisci adonque, e modera te stesso, persino che dove manca el potere, sia la necessità. Per fare una discordia, vi bisogna due. A perseverare in concordia, basta che uno de’ due sia savio”.
Leon Battista Alberti-figlio illegittimo di Lorenzo Alberti, dopo che la famiglia era stata bandita da Firenze ad opera degli Albizzi a causa del suo coinvolgimento nel tumulto dei Ciompi, nacque a Genova il 18 febbraio 1404 -fu architetto, matematico, linguista e filosofo, una delle figure artistiche più poliedriche del Rinascimento.
L’ Alberti fa parte della seconda generazione di artisti del Rinascimento, di cui fu una figura emblematica, per il suo interesse nelle più varie discipline. Un suo costante interesse era la ricerca delle regole, teoriche o pratiche, in grado di guidare il lavoro degli artisti; nelle sue opere menziona alcuni canoni; ad esempio nel De statua espone le proporzioni del corpo umano, nel De pictura fornisce la prima definizione della prospettiva scientifica ed infine del De re aedificatoria (opera terminata nel 1450) descrive tutta la casistica relativa all’architettura moderna, sottolineando l’importanza del progetto, le diverse tipologie di edifici a seconda della loro funzione.
La difficile situazione personale portò Alberti a maturare la decisione di prendere i voti religiosi per iniziare la carriera ecclesiastica, come lui stesso spiega nel De commodis. Nel 1431 diventò segretario del patriarca di Grado e trasferitosi a Roma con questi, nel 1432 fu nominato abbreviatore apostolico (il cui ruolo consisteva, tra l’altro, nel redigere i brevi apostolici, le disposizioni papali inviate ai vescovi, oltre alle epistole ed ai discorsi pubblici degli alti prelati della curia). Così entrò nel prestigioso ambiente umanistico della corte papale al servizio del papa Eugenio IV, che lo nominò (1432) titolare della pieve di San Martino a Gangalandi a Lastra a Signa, vicino a Firenze, e del cui beneficio godette fino alla morte, pur compiendovi visite molto sporadiche.
L’aspetto innovativo delle sue proposte architettoniche consiste nel mescolare l’antico ed il moderno esaltando la prassi degli antichi e quella moderna inaugurata da Brunelleschi. Secondo Leon Battista Alberti: “l’artista in questo contesto sociale non deve essere un semplice artigiano, ma un intellettuale preparato in tutte le discipline ed in tutti i campi”. La classe sociale a cui Alberti fa comunque riferimento è un’alta borghesia illuminata fiorentina. Egli lavorò al servizio dei committenti più importanti dell’epoca.
La sua cultura lo rese ricercato presso le più importanti corti del Quattrocento: fu a Ferrara dove per gli Estensi progettò l’Arco del Cavallo sul quale poggia la Statua equestre di Nicolò III d’Este e il campanile della cattedrale della città.
A Roma Papa Nicolò V gli diede l’incarico del riordino urbanistico della città e del restauro di S. Maria Maggiore, S. Stefano Rotondo, S. Teodoro.
A Rimini, nel 1450, per Sigismondo Pandolfo Malatesta, progettò il rivestimento con nuove strutture della chiesa gotica di S. Francesco a Rimini, che divenne il Tempio Malatestiano in aperta lite con Papa Pio II il quale disse “riempito di tante opere gentilesche che non sembra un tempio dei cristiani bensì di infedeli adoratori di demoni”.
L’interno dell’edificio è a navata unica con cappelle laterali. All’esterno la facciata incompiuta è formata da tre arcate divise da semicolonne in cui quella centrale inquadra il timpano sul portale, mentre le laterali dovevano inquadrare i sepolcri di Sigismondo Malatesta e della moglie che oggi invece sono collocati all’interno.
A Firenze per il mercante Giovanni Rucellai edificò un palazzo che divenne modello dei palazzi signorili del rinascimento. La facciata composta di conci lisci a ordini sovrapposti, è divisa in senso verticale da lesene e in senso orizzontale da cornici marcapiano.
Sempre per Rucellai seguì altre opere: la Cappella di San Pancrazio e il compimento della facciata di Santa Maria Novella, adottando in quest’ultima un rivestimento a marmi policromi seguendo un disegno chiaro e lineare.
Progettò per i Gonzaga a Mantova le chiese di San Sebastiano a pianta centrale e di Sant’Andrea a pianta longitudinale.
Tra il 1434 ed il 1443 Alberti visse prevalentemente a Firenze al seguito della corte papale che soggiornò a lungo in città per partecipare al Concilio che doveva riappacificare la chiesa latina e quella greca. La lunga permanenza fu interrotta da una permanenza a Bologna intorno al 1436, da visite a Perugia e Venezia e da un periodo in cui il Concilio si spostò a Ferrara dal 1438 all’inizio del 1439.
La lunghissima permanenza a Firenze permise ad Alberti una profonda assimilazione della cultura fiorentina e l’inserimento in un ambiente artistico ed intellettuale vivissimo. In questo periodo nascono importanti opere letterarie e maturano gli interessi artistici di Alberti.
Conobbe le opere dei grandi innovatori (Filippo Brunelleschi, Lorenzo Ghiberti, Donatello e Masaccio) e strinse amicizia con alcuni di essi.
Tra il 1433 ed il 1434, Alberti scrisse, in pochi mesi, i primi tre libri Della Famiglia, un trattato in volgare completato con il quarto libro nel 1441.
Si tratta di un trattato in forma di dialogo ambientato a Padova, nel 1421. Al dibattito partecipano vari componenti della famiglia Alberti, personaggi realmente esistiti, scontrandosi su due visioni diverse: da un lato c’è la mentalità moderna e borghese e dall’altro la tradizione, aristocratica e legata al passato.
L’analisi che il libro offre è una visione dei principali aspetti ed istituzioni della vita sociale dell’epoca, quali il matrimonio, la famiglia, l’educazione, la gestione economica del focolare, l’amicizia ed in genere i rapporti sociali.
Alberti esprime qui il suo punto di vista “filosofico” pienamente umanistico che ricorre in tutte le sue opere di carattere morale e che consiste nella convinzione che gli uomini sono responsabili della propria sorte e che la virtù sia insita nell’uomo e debba essere realizzata attraverso l’operosità, la volontà e la ragione.
“I nostri antenati avevano l’abitudine di tessere le lodi degli uomini che spiccavano per la conoscenza delle buone arti e soprattutto per intransigenza morale e fervore religioso, considerandoli cittadini benemeriti; e raccomandavano con attenzione e cura particolari i nomi degli uomini illustri alle opere letterarie e, per quanto possibile, all’immortalità. In questo modo possiamo interpretare la loro usanza: da una parte per rispettare nell’attribuzione dei premi il criterio dell’equità e della giustizia, virtù alle quali erano particolarmente dediti; dall’altra per attrarre e consolidare nell’esercizio della virtù i giovani valenti, in modo che essi diventassero utili alla patria e celebri presso i posteri; dall’altra ancora, per occupare il tempo libero, di cui forse avevano grande disponibilità in questa pratica dell’elogio, gradita e accetta a tutti”.
“Erat in more apud maiores nostros, viros omni bonarum artium cognitione et imprimis disciplina morum sanctissimorum et religione prestantissimos, ut bene meritos cives laudibus prosequerentur clarorumque virorum nomina litteris et, quod in se esset, immortalitati summo studio omnique industria commendarent. Id illos ita consuevisse possumus interpretari: partim ut referendis premiis equitate et iustitia uterentur, cui virtuti penitus erant dediti; partim ut iuvenes studiosos ad virtutis cultum, quod patrie utiles et celebres eo pacto apud posteros redderentur, vehementius illicerent et confirmarent; partim etiam otium, quo fortassis abundabant, in eo collaudandi munere omnibus grato atque accepto consumerent”.
La sue riflessioni teoriche trovarono espressione nel De re aedificatoria, un trattato di architettura in latino, scritto a Roma, completato nel 1450 e rivolto non solo ad un pubblico specialistico, ma anche al pubblico colto di educazione umanistica. Il trattato fu concepito sul modello dei dieci libri del De Architectura di Vitruvio, allora circolanti in copie manoscritte e non ancora corrette filologicamente.
L’opera, considerata il trattato architettonico più significativo della cultura umanista, è divisa anch’essa in dieci libri: nei primi tre si parla della scelta del terreno, dei materiali da utilizzare e delle fondazioni (potrebbero corrispondere alla categoria vitruviana della firmitas); i libri IV e V si soffermano sui vari tipi di edifici (utilitas); il libro VI tratta la bellezza architettonica (venustas), intesa come un’armonia esprimibile matematicamente grazie alla scienza delle proporzioni, con l’aggiunta di una trattazione sulle macchine per costruire; i libri VII, VIII e IX parlano della costruzione dei fabbricati, suddividendoli in chiese, edifici pubblici ed edifici privati; il libro X tratta dell’idraulica.
Nel trattato si trova anche uno studio basato sulle misurazioni dei monumenti antichi per proporre nuovi tipi di edifici moderni ispirati all’antico, fra i quali le prigioni, che cercò di rendere più umane, gli ospedali ed altri luoghi di pubblica utilità.
Il trattato fu stampato, grazie al mecenatismo di Lorenzo il Magnifico ed a cura del Poliziano, solo nel 1485 e fu poi tradotto in varie lingue diventando un’opera imprescindibile per molti uomini di cultura.
Nel De re aedificatoria, Alberti affronta anche il tema delle architetture difensive ed intuisce come le armi da fuoco rivoluzioneranno l’aspetto delle fortificazioni. Per aumentare l’efficacia difensiva indica che le difese dovrebbero essere “costruite lungo linee irregolari, come i denti di una sega” anticipando così i principi della fortificazione alla moderna.
La morte, lo raggiunse a Roma all’età di 68 anni il 20 aprile del 1472 al termine di una vita intensa che lo vide eccellere in varie arti
Io vidi già seder nell’arme irato uomo
 furioso palido e tremare;
 e gli occhi vidi spesso lagrimare
 per troppo caldo che al core è nato.
 E vidi amante troppo adolorato
 poter né lagrimar né sospirare,
 né raro vidi chi né pur gustare
 puote alcun cibo ov’è troppo affamato
elab-gms—————————————-
G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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