Conoscere-l’illuminismo italiano

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L’Illuminismo italiano nasce come reazione all’arretratezza delle regioni italiane e si caratterizza per il suo spirito riformatore. È influenzato in diversa misura dall’empirismo di Locke e Newton e dall’Illuminismo francese. Gli illuministi italiani sono intellettuali aperti alle idee europee; presentano tratti comuni, ma anche specifiche peculiarità locali, soprattutto a Napoli e a Milano.

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Aspetti generali
L’Illuminismo italiano è il prodotto di una serie di fattori storici e filosofici giuridici che ne determinano i tratti peculiari. L’influenza dei pensatori britannici (Locke e Newton) e degli enciclopedisti francesi si accompagna alla nascita dell’intellettuale critico, autore di giornali e fautore di riforme economiche e sociali. Esso si diffonde, tanto nel settentrione quanto nel meridione, nella seconda ‘metà del secolo. Un anno chiave nel suo sviluppo è il 1764: mentre a Milano i fratelli Verri pubblicano il primo numero del Caffè e Cesare Beccaria il suo Dei delitti e delle pene, nel napoletano una disastrosa carestia svela agli occhi del Genovesi il drammatico stato della pubblica amministrazione e l’esigenza di riforme immediate e radicali.
Il dato peculiare dell’Illuminismo italiano è il forte legame delle varie scuole che sorgono al suo interno con la specifica realtà storica e geografica in cui esse agiscono.Per questo non si ha un unico centro propulsore, quanto piuttosto varie scuole regionali, fra le quali spiccano quella lombarda e quella napoletana; inoltre, manca in Italia una figura che per capacità teoriche sovrasti gli altri pensatori.
Si possono tuttavia individuare alcuni tratti comuni alle diverse scuole: principalmente, un certo eclettismo teorico, in cui convergono diversi indirizzi di pensiero preesistenti, e una diffusa inclinazione a privilegiare gli esiti pratici della riflessione piuttosto che i’astrattezza teorica. È per questo che i risultati più importanti si hanno nell’economia (Antonio Genovesi e la sua scuola) e nel diritto (Cesare Beccaria).
Sul piano teorico è comune l’opposizione alle due scuole di pensiero sino ad allora egemoni: il cartesianesimo e il neoplatonismo. Gli illuministi italiani esprimono un forte rifiuto della metafisica e una spiccata predilezione per l’empirismo derivato da Locke e da Newton.
Caratteristico è l’incontro, all’interno di questo comune atteggiamento antimetafisico, di orientamenti di pensiero fra loro differenti: dal giansenismo, con la sua vivacità polemica in favore della libertà di critica religiosa, all’anticartesianesimo di Giambattista Vico, dai filosofi francesi dell’Encyclopédie (ma con un generale rifiuto per i tratti più marcatamente antireligiosi) ai teorici della fisiocrazia.
L’influenza di Locke e Newton-I pensatori francesi, con il loro concetto di Ragione e la loro critica ai privilegi e agli abusi dello Stato e della Chiesa, sono sicuramente più letti dagli illuministi italiani degli empiristi inglesi, il cui moderatismo non risponde alle esigenze di un ceto intellettuale attivo e battagliero. Ciò nonostante, le idee di Locke, già diffusesi all’inizio del secolo, si rivelano per gli illuministi italiani un prezioso strumento nella battaglia contro i sistemi metafisici. Al Saggio di Locke gli illuministi italiani riconoscono infatti il merito di aver analizzato l’animo umano e di aver scandagliato la genesi delle idee.
Questo atteggiamento è tipico del filosofo bolognese Francesco Maria Zanotti e del suo discepolo Francesco Algarotti, che sviluppano l’indirizzo lockiano nella direzione aperta dalla fisica di Newton. In particolare Zanotti, che nega l’esistenza di un qualche legame fra filosofia lockiana ed empietà, utilizza, nel saggio bella forza attrattiva delle idee, la fisica newtoniana per spiegare la connessione delle idee; inoltre, in Della forza de’ corpi che chiamano viva, egli espone in termini brillanti la filosofia del calcolo infinitesimale.
L’opera di Zanotti è degna di rilievo proprio per il tentativo di unire esposizione scientifica e speculazione filosofica, utilizzando un linguaggio spesso brillante; lo stile di Zanotti meriterà l’apprezzamento di Giacomo Leopardi, che ne inserirà diversi brani nella Crestomazia italiana.
Più esplicita è la contrapposizione fra Newton e Cartesio in Francesco Algarotti. -Questi, nei Dialoghi sopra l’ottica newtoniana, mette a confronto l’asserita inconsistenza della fisica cartesiana, fondata sul concetto di vortice, con i risultati ottenuti da Newton nello studio della luce. Algarotti si mostra convinto che le nuove scoperte nel campo dell’ottica mettano in evidenza il carattere provvidenziale della natura, che ha disposto e ordinato le cose in base a leggi perfette.
A.Genovesi e l’Illuminismo napoletano-Antonio Genovesi è l’esponente di punta della scuola riformatrice napoletana.Dato costante nel suo pensiero è il rigetto della metafisica e della filosofia astratta, in favore di una filosofia pratica che sappia cimentarsi nelle necessarie riforme dell’economia e della burocrazia.
Per Genovesi il mondo è composto da fenomeni, corpi e sensazioni, e ogni sapere è sapere di fenomeni: nel suo Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze Genovesi, seguendo la lezione di Vico, contrappone un’antica e originaria filosofia, fatta di cose concrete e di problemi reali, ai moderni filosofi, che paragona a Don Chisciotte.
La stessa giurisprudenza, considerata da Genovesi un esempio di scienza pratica, è intesa come scienza dei pubblici doveri e contrapposta all’arte di litigare o di ciarlare. Dopo la grave carestia del 1764 Genovesi si impegna negli studi economici e si fa sostenitore del liberismo, contro i vincoli imposti alla produzione e circolazione delle merci dall’apparato statale borbonico, alla cui inefficienza addebita la maggiore responsabilità della crisi del 1764. La riforma dello Stato richiede la creazione di un linguaggio comune fra città e campagne, fra signori e contadini: questo linguaggio può essere creato solo dal progresso tecnico. T
uttavia Genovesi, nel coniugare Illuminismo e teoria del progresso, non fa propri gli eccessi antireligiosi che invece riconosce nelle opere di Voltaire: alla base del suo progressismo, come si vede nella sua Logica per gli giovanetti, c’è un sentimento umanitario che si richiama al messaggio evangelico dell’amore. Nondimeno, egli si oppone alle invadenze politiche del clero, così come all’astrattezza delle dispute teologiche.
Gli allievi di Genovesi possono essere distinti in due indirizzi: gli utopisti e i pragmatici.
Fra i pragmatici sono Giuseppe Maria Galanti e Giuseppe Palmieri, protagonisti delle riforme realizzate durante il decennio del governo di Gioacchino Murat.
Fra gli utopisti sono da ricordare Gaetano Filangieri, Francesco Maria Pagano, Francesco Antonio Grimaldi.
Esponenti del giacobinismo meridionale, gli utopisti portano a Napoli le idee della fisiocrazia e propugnano un’ideologia antifeudale e radicalmente egualitaria.
Spicca fra essi Filangieri, autore di una Scienza della legislazione che si ispira a Montesquieu; in quest’opera Filangieri teorizza la necessità di armonizzare le leggi con i principi immutabili di giustizia ed equità contenuti nel diritto naturale. Filangieri si interessa anche ai problemi dell’educazione, riprendendo da Rousseau l’ammirazione per l’educazione dell’antica Sparta, che ritiene ancora attuale e meritevole di essere applicata ai giovani del suo tempo. Un altro esponente dell’Illuminismo settecentesco è Melchiorre Delfico, pensatore profondamente imbevuto dello spirito del suo tempo: nelle sue Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana Delfico si mostra convinto sostenitore della missione dei Lumi, destinata entro breve tempo ad annientare ogni residuo di barbarie. Inoltre, in un’opera di poco posteriore alla fine del secolo, i Pensieri sulla storia, giunge a negare che nella Storia agisca un qualche principio spirituale: nella Storia, egli sostiene, non vi sono che cause meccaniche o fisiologiche.
L’Illuminismo nel Lombardo-veneto
Gli illuministi lombardi si raccolgono attorno al Caffè, giornale pubblicato dai fratelli Alessandro e Pietro Verri, che vengono riconosciuti dai filosofi dell’Encyclopédie compagni di lotta. Caratteristica principale dell’Illuminismo milanese è l’assenza di vere e proprie opere filosofiche: piuttosto, questi autori producono articoli, brevi saggi, opuscoli, il cui intento è di focalizzare una questione in poche parole.
La chiarezza e la sinteticità degli scritti dei Verri e di Beccaria hanno una precisa ragione: il loro scopo è quello di far circolare i loro pensieri ben oltre la cerchia dei lettori colti, affinché le loro idee divengano patrimonio della pubblica opinione.
Scrive infatti Pietro Verri nel suo Discorso sull’indole del piacere e del dolore che la vera natura dell’uomo consiste nella cultura e nella civiltà; entrambe, conclude Verri, sono da conquistare col progressivo perfezionamento della ragione. Si tratta di un perfezionamento che non conosce alcun punto di arrivo, giacché, afferma Pietro Verri seguendo Locke, la molla dell’agire umano è il perenne stato di inquietudine che è proprio della natura umana: scopo della vita non è quindi l’edonistico godimento del piacere, ma la faticosa costruzione della civiltà.
Con toni combattivi, i Verri collegano la necessità della riforma dello Stato con la necessità della riforma della cultura e della lingua. Nella Rinuncia al Vocabolario della Crusca Alessandro Verri difende la necessità di innovare la lingua facendo ri
corso, se necessario, ai neologismi e alle parole straniere allo scopo di adeguare la lingua alle nuove idee che nascono in Europa. È necessario, si legge nella Rinuncia, portare lo spirito di indipendente libertà sulle squallide paludi del dispotico Regno Ortografico: sono le parole a doversi mettere al servizio delle idee, e non le idee al servi’ zio delle parole. Alla necessità di adeguare la lingua allo spirito del tempo si accompagna dunque anche l’esigenza di superare i vincoli meramente nazionali imposti da un astratto culto dell’idea di patria.
Le esigenze di un rinnovamento della lingua trovano nel saggio del padovano Melchiorre Cesarotti Sulla filosofia delle lingue un’eccellente sintesi.
Ispirato al pensiero di Vico e Condillac, il saggio di Cesarotti afferma l’esistenza di uno stretto legame fra l’evoluzione delle lingue e lo sviluppo storico dei popoli.
Cesarotti nega, contro Cartesio, l’esistenza di strutture linguistiche astratte e universali: esistono invece in ogni uomo un genio grammaticale e un genio retorico, entrambi suscettibili di trasformazione secondo l’evolversi dei tempi. Perciò anche le lingue sono coinvolte nella grande rivoluzione di pensiero in corso nel XVIII secolo, che abbatte le barriere fra le nazioni e confonde fra loro i caratteri originari: compito degli scrittori è quello di interpretare questo rivolgimento rompendo con i vecchi modelli linguistici e rinnovare la lingua, opponendo la scintilla del genio nazionale al dispotismo delle accademie.
Collaboratore del Caffè è Cesare Beccaria, autore del celebre Dei delitti e delle pene, che viene immediatamente tradotto in Francia (dall’enciclopedista Morellet) e ha un’eco vastissima in tutta Europa.
Beccaria sostiene che le leggi devono scaturire da patti liberi fra uomini e devono avere come obiettivo la massima felicità per il maggior numero possibile di uomini. Per Beccaria è necessario riformare i codici, liberandoli dal retaggio del passato e dalla possibilità di divergenti interpretazioni causate dal linguaggio oscuro con cui sono scritti, separare i ruoli del legislatore e del sovrano e limitare il rigore delle pene. Poiché delitto e pena sono fra loro incommensurabili, ogni pena che ecceda il limite della sua utilità diviene inutilmente atroce. L’intento principale di Beccaria è una razionalizzazione delle leggi e delle procedure giudiziarie; questo intento comporta, fra l’altro, il rifiuto della presunzione di colpevolezza e dell’uso della tortura. La sua opera diventa quindi, agli occhi dei riformatori del Settecento, un atto di accusa contro la disumanizzazione e gli arbitri che dominano i processi e mettono gli imputati in condizioni di inferiorità rispetto agli accusatori.

In particolare, egli si scaglia contro l’uso della tortura come strumento atto a estorcere la confessione: la tortura è una pena anticipata inflitta a un uomo che non può essere considerato colpevole, in quanto ancora in attesa di processo. Per di più, la tortura è, ai fini pratici, uno strumento di scarsa utilità perché di fatto essa condanna l’innocente debole e fiacco e manda assolto il colpevole robusto e coraggioso.

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G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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