Popoli massacrati per egoismo

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Breve storia degli indiani d’America

Nel penultimo decennio del XIX secolo l’epopea delle guerre indiane era di fatto pressoché conclusa. Gli Indiani avevano praticamente cessato la resistenza e si erano lasciati ridurre nelle riserve, le quali non avevano fatto altro che subire mutilazioni territoriali per l’insaziabile ingordigia di terre dei bianchi. Dopo il 1889, anno della nascita della religione della Danza degli Spettri, non vi furono quasi più campagne militari da parte dell’esercito degli Stati Uniti. Vi fu solo il massacro di Wounded Knee alla fine del 1890, perpetrato a sangue freddo contro una massa d’Indiani disarmati e costituita in gran parte da donne e bambini; e una piccola spedizione punitiva contro i Chippewa del Minnesota, nel 1898, che fu l’ultimo episodio delle guerre indiane.

Le campagne militari contro gli indiani dell’Ovest nordamericano erano entrate nella loro fase più acuta dopo la guerra tra Stati Uniti e Messico (1846-48), che sancì l’annessione ai primi dell’intero territorio posto fra il Texas e il Pacifico. Prima di quella data non vi erano state che modeste scaramucce fra i pochi coloni bianchi e le tribù indiane. Scarso era il numero dei cittadini americani che si erano stabiliti nell’Ovest permanentemente, e quei pochi si erano diretti alla volta della California via mare, per la lunga rotta di Capo Horn, attirati dalle fertili vallate del San Joaquìn e del Sacramento – e, dopo il 1848, dalla scoperta dell’oro.

Nel 1846 vi erano circa 14.000 immigrati in California, dei quali solo 7.000 erano Americani, e altrettanti Messicani. La via migratoria transcontinentale era percorsa da rare carovane di pionieri particolarmente avventurosi, disposti ad affrontare un viaggio di parecchi mesi dalle rive del Mississippi alla costa del Pacifico. Il viaggio si svolgeva attraverso regioni impervie e semidesertiche e imponeva i massimi sacrifici. Oltre al il rischio di attacchi da parte delle tribù indiane, il formidabile ostacolo delle nevi sulla Sierra Nevada era tale da spaventare chiunque.

Tutto cambiò dopo la firma del trattato di Guadalupe-Hidalgo fra Stati Uniti e Messico, che spalancò le porte a sempre nuove ondate migratorie provenienti dagli Stati dell’Est. Vennero scoperti oro e argento in più punti delle Montagne Rocciose, e ciò diede una formidabile spinta all’afflusso dei coloni. Fin dal 1830 il parlamento di Washington aveva approvato una proposta di legge del presidente Andrew Jackson, secondo la quale le terre ad ovest del Mississippi avrebbero dovuto costituire una riserva permanente per le tribù indiane colà stabilite; ma questa legge non fu mai rispettata dal Governo americano. Ogni qualvolta gruppi abbastanza consistenti di coloni o di cercatori d’oro si stabilivano in qualche regione dell’Ovest, esso informava le tribù interessate di essere impotente a farli sloggiare e proponeva loro l’acquisto delle terre, garantendo in compenso la perpetua inviolabilità delle riserve più piccole, che era pronto a concedere. Ma anche tale inviolabilità si rivelava una autentica burla, perché gli sconfinamenti dei coloni non ebbero mai termine e i confini delle riserve venivano sempre più rosicchiati. In taluni casi, le continue violazioni dei trattati provocarono la reazione violenta degli Indiani, e fu questa l’origine delle ultime guerre indiane.

La potente tribù dei Sioux, ad esempio, aveva avuto garantito il possesso delle Black Hills, fra South Dakota e Wyoming, da un solenne trattato stipulato nel 1868. Poco dopo, nell’Est si sparse la voce che sulle Black Hills era stato scoperto l’oro, e partire dal 1875 una folla di avventurieri sciamò nella riserva indiana. I Sioux protestarono presso le autorità militari e chiesero lo sgombero degli intrusi, ma ricevettero la controproposta di vendere puramente e semplicemente le Black Hills. Essi rifiutarono e nel 1876 il Dipartimento della guerra incaricò il generale P. Sheridan di sottomettere le “tribù ostili”, ossia tutte quelle che si fossero rifiutate di sgomberare le colline aurifere.

Ebbe così inizio la guerra, nel corso della quale il tenente colonnello G. A. Custer, uomo di fiducia di Sheridan e autore, otto anni prima, del famigerato massacro di Washita, fu ucciso in un combattimento sul fiume Little Bighorn, e il suo distaccamento di circa 200 uomini venne annientato, il 25-26 giugno. Il disastro era stato originato dalla violazione del trattato da parte dei bianchi, oltre che dalla personale inettitudine militare di Custer, ma negli Stati Uniti produsse una reazione di enorme indignazione.

Anziché rivolgersi contro il proprio governo, l’opinione pubblica americana pretese che non venisse data tregua a Crazy Horse (Cavallo Pazzo) e a Tatanka Yotanka, detto Sitting Bull (Toro Seduto), i due capi indiani indicati come gli “assassini” di Custer. Forze militari imponenti vennero spostate nel Dakota e nel Montana, e nel 1877 i Sioux furono sconfitti in maniera irreparabile. Toro Seduto, con una parte dei suoi guerrieri, riuscì a mettersi in salvo oltre la frontiera del Canada britannico, mentre Cavallo Pazzo, arrestato a tradimento dopo che si era arreso con la sua gente, fu assassinato con un colpo di baionetta a Fort Robinson, nel Nebraska,il 5 settembre 1877.

In altri casi le autorità americane, non riuscendo a convincere i capi indiani di maggiore prestigio a vendere le loro terre migliori per trasferirsi poi nelle terre scelte dal governo, stipularono dei trattati con alcuni gruppi di Indiani che pretendevano di agire a nome dell’intera comunità. Fu quanto accadde nel caso dei Nez Percés (Nasi Forati), stabiliti nel Territorio dell’Oregon. Una legge del 16 giugno 1873 aveva proibito l’insediamento dei coloni bianchi nella meravigliosa valle di Wallowa, ma anche qui la scoperta provocò una invasione da parte dei cercatori. La legge del 1873 venne ritirata due anni dopo essere stata emessa e nel 1877 i Nez Percés, che già avevano subìto varie provocazioni da parte dei coloni, ebbero l’ordine di trasferirsi nella riserva di Lapwai. Questa azione brutale da parte delle autorità governative venne giustificata col fatto che alcuni Indiani erano stati indotti a firmare un contratto di vendita delle terre disputate.

Il giovane capo Giuseppe dei Nez Percés si adoperò con tutte le sue forze per calmare il furore della sua gente esasperata e iniziò la marcia verso la riserva. Ma nel corso di essa gli Indiani subirono un nuovo furto di bestiame da parte dei coloni, e un consiglio di guerra decise di cercar rifugio nel Canada, come già aveva fatto Toro Seduto. Ebbe così inizio la cosiddetta guerra dei Nez Percés, che fu in realtà la ritirata magistrale di 250 guerrieri, con le loro donne e i loro bambini, per oltre 2.000 km. di territorio montuoso. Le pesanti colonne della cavalleria americana, inviate ad intercettarli, fallirono più volte clamorosamente, e solo quando capo Giuseppe era ormai vicino alla frontiera canadese, circondato, si rifiutò di abbandonare al loro destino le donne e i bambini e si arrese. Gli era stato promesso di poter entrare, coi suoi, nella riserva di Lapwai, invece fu deportato nel Territorio Indiano (Oklahoma) fino al 1885, e poi in una riserva nello Stato di Washington, ove morì nel 1904. Solo pochissimi Nez Percés furono autorizzati a tornare a Lapwai, gli altri erano morti per le malattie o erano stati dispersi altrove.

Una trattazione completa delle guerre indiane nell’Ovest americano esula dai limiti e dagli scopi della presente ricerca. Tuttavia, occorre chiarire una volta per tutte che la fine delle guerre indiane fu dovuta a cause economiche, più che militari. Gli Indiani si erano sempre opposti a una invasione massiccia dei coloni nei loro antichi territori, soprattutto perché essi provocavano la distruzione del bisonte, dal quale dipendeva interamente la loro sopravvivenza. Quando le grandi mandrie di bisonti furono scomparse dalle Grandi Praterie e dalle vallate delle Montagne Rocciose, la resistenza diventò impossibile. Gli Indiani, affamati e demoralizzati, si lasciarono chiudere nelle riserve, ove vissero della carità del Governo americano. La distruzione del bisonte nel Nord America fu causata, a sua volta, solo in parte dalla caccia spietata dei bianchi e, in generale, dallo squilibrio ecologico portato dall’avanzata degli insediamenti dei coloni. La causa principale fu la costruzione delle ferrovie transcontinentali, che avanzavano oltre ogni ostacolo verso il Pacifico.

La caccia al bisonte fu dapprima organizzata su vastissima scala per l’alimentazione degli operai addetti alla costruzione delle linee, indi per il puro e semplice divertimento dei viaggiatori. Il prezzo del biglietto ferroviario includeva il diritto di sparare ai bisonti dal treno in corsa: le carcasse venivano naturalmente lasciate a imputridire nella pianura, con rabbia e disgusto degli Indiani, che del bisonte non avevano mai sprecato nulla.

L’esercito americano, dal canto suo, non era mai riuscito ad affrontare le tribù ostili in condizioni di parità tattica, nonostante la schiacciante superiorità in fatto di armamento. Le pesanti colonne di cavalleria, impacciate dal treno delle salmerie, non potevano competere con la mobilità degli Indiani, pratici del terreno e dotati di un innato talento per la guerriglia. Generali statunitensi come P. Sheridan e W. T. Sherman, che pure venivano da una scuola tremendamente efficiente come quella della guerra di secessione, si dimostrarono sovente incapaci di catturare piccole bande di Indiani, pur disponendo di enormi mezzi militari. E capi indiani come Toro Seduto, Cavallo Pazzo, Caldaia Nera, Nuvola Rossa e Geronimo riuscirono a tenere impegnati migliaia di soldati, talvolta con un pugno di guerrieri. Per fare un esempio, quando il famoso capo degli Apache Chirichaua, Geronimo, si arrese nel 1886 al generale N. A. Miles, non aveva più con sé che tredici guerrieri e poche donne e bambini.

Uno studioso americano calcola che nell’intero periodo delle guerre indiane, fra il 1789 e il 1898, le perdite subìte in combattimento dagli Indiani non superarono le 4.000 unità, contro i 7.000 morti dei bianchi, fra militari e civili. (10) Prediamo queste cifre con beneficio d’inventario, ma esse sottolineano comunque un fatto reale: la sconfitta indiana nel XIX secolo non fu una sconfitta strettamente militare. Furono la fame, le malattie, i trasferimenti forzati, l’alcoolismo introdotto dall’uomo bianco a fare il grosso del lavoro. E fra tutte queste cause la fame, riconducibile a sua volta alla scomparsa del bisonte, resta a nostro avviso la più importante.

Dove queste cause non si presentarono tutte insieme, come nel caso dei Seminole, gli Indiani in pratica non vennero mai battuti sul campo. I Seminole erano una tribù del Sud-est che non era mai vissuta, come quelle dell’Ovest, in rapporto col bisonte; i bianchi non furono quindi in grado di ridurli alla fame, né ebbero il coraggio di andarli a stanare nel cuore delle paludi di Everglades, dove tutt’oggi vivono unica tribù a non aver mai sottoscritto un trattato di pace col Governo degli Statui Uniti d’America.

L’esercito americano, per la verità, era ricorso a un espediente particolarmente disonorevole, nel tentativo di spezzarne la resistenza: la cattura a tradimento del famoso capo Osceola, mentre questi si era recato a parlamentare sotto la protezione della bandiera bianca. Ma benché Osceola morisse poco dopo, di dolore e di malattia, in un carcere americano, neppure la sua scomparsa era riuscita a indebolire la volontà di resistenza dei Seminole. La loro lotta aveva avuto inizio quando essi, unici fra le Cinque Tribù Civilizzate del Sud-Ovest, si erano rifiutati di accettare il trasferimento nel territorio dell’Oklahoma, e continuò a lungo, con brillanti azioni di guerriglia, fino a quando le autorità di Washington ritennero di averne avuto abbastanza, e decisero di rinunciare al loro progetto iniziale di deportazione. Nel corso della guerra, i Seminole avevano inflitto anche una cocente sconfitta a un grosso distaccamento militare americano, formato da 110 uomini e dotato anche di un pezzo d’artiglieria da campagna, che venne totalmente distrutto. Vi fu un solo superstite, che ferito riuscì a portare ai comandi americani la notizia del disastro.

 

postato da g.m.s.

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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