Considerazioni sulla guerra…

0
Considerazioni sulla guerra di Carl Von Clausewitz.
Carl Von Clausewitz, nato nel 1780 da una famiglia piccola borghesia, si arruolò nell’esercito prussiano a soli 12 anni, nel 1792. due anni dopo divenne ufficiale e venne impiegato in compiti di guarnigione sino al 1806. In questo periodo divenne amico di uno dei principali generali prussiani, Scharnhorst, e da lui introdotto a corte.
Avendo aderito la Prussia alla coalizione antifrancese nel 1805, nel 1806 partecipò alla campagna che si concluse con la sconfitta di Jena, dove fu catturato dai Francesi. Dopo la stipula della pace di Tilsit nel 1807, nel 1808 tornò in Prussia e si impegnò insieme a Scharnhorst nella riforma dell’esercito; nel 1810, promosso maggiore, fu nominato professore all’accademia militare
Nel 1818 fu Promosso generale, e nominato amministratore capo della scuola di guerra di Berlino, carica che tenne fino alla sua morte. Dal 1818 al 1830, lavorò al suo celeberrimo scritto “Della guerra”
Nel nel suo scritto egli tratta gli aspetti politico-filosofici della guerra asserendo che sono strettamente correlati, celebre la sua frase: “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi”.
Con questa asserzione Von Clausewitz afferma che in una comunità la politica, e quindi l’azione di governo, sono gerarchicamente superiori alla guerra e la utilizzano come strumento per i propri scopi. Non è possibile concepire un progetto bellico se non sussiste una comunità politica, per quanto primordiale, che lo decida. Ecco perché scrive anche: ” La guerra non è mai un atto isolato la guerra non scoppia mai in modo del tutto improvviso, la sua propagazione non è l’opera di un istante”.
Ancora più importante, seppure molto meno citata, è l’affermazione che la natura della guerra è la risultante di forze che vengono indotte direttamente ho indirettamente alla popolazione, divenendo oggettivazioni inseparabili quali: l’odio, l’inimicizia, e la violenza priva di regole, mentre per quanto concerne il sentimento, entra in gioco, od è indotto, il valore militare, l’azzardo e il calcolo delle probabilità ossia la strategia.
Tutto questo supportato dalla pura ed unica vera semplice ragione “la politica”, che si supporta da esigenze o spinte di natura economica o peggio egemoniche, le quali costituiscono gli unici veri elementi razionali.
Ma una domanda sorge nella logica in oggetto, a cui si deve rispondere ed è chiedersi se la guerra rientri in un’attività teoretica o pratica, la risposta secondo Clausewitz, sta che nella guerra il sapere si deve accompagnare al potere.
Nei fatti Egli sostiene: “Il sapere, assimilato intimamente col proprio spirito e con la passione, deve trasformarsi in un vero potere, ecco perché i capi sembrano agire in guerra con tanta facilità, ed è anche perché si è sempre attribuito questo fatto al talento naturale; diciamo talento naturale per distinguerlo da quello acquisito in seguito alla meditazione ed allo studio strategico, ma poiche il sapere è qualcosa di diverso dal potere, allora si dovrà chiarire se la guerra sia un arte dove il sapere trova applicazione nella creazione di realtà o scienza, quidi e comunque sempre pura conoscenza”.
Secondo Clausewitz quindi: nell’ambito del concetto di guerra bisogna tener conto di due fattori il sapere, e la tecnica, il sapere che deve venire applicato alla pratica ossia “l’arte della guerra” vera e propria, supportata dalla tecnica disponibile per la stessa, ciò puo sembrare azzardato poiché, sia la scienza che le arti modificano di norma oggetti senza vita, mentre la guerra agisce sopra un soggetto vivente e reagente.
Bisognerà dunque trovare un altro punto di riferimento per la filosofia della guerra; il “conflitto”, la guerra non appartiene né al dominio dell’arte né a quello della scienza, ma al dominio della vita sociale. È un conflitto di grandi interessi, ha una sola conseguenza, una soluzione sanguinosa, è quindi, solamente in questo differisce da ciò che è un qualsiasi forma di commercio o a qualsiasi altra arte, a ben analizzare il commercio è anche esso un conflitto di interessi e attività, cosi come un prodotto artistico; per cui si puo ipotizzare che la guerra a sua volta e da considerarsi come un commercio in grande scala direttamente agito dalle esigenze della politica che sostiene l’interesse della cittadinanza.
L’uomo sarà colui che distrugera la Terra e se stesso e non solo con le guerre, ma per egoismo e sete di potere detterminato dall’ insano eccessivo desiderio del profitto.
Permane comunque una difficoltà per definire in teoria la guerra; ovvero l’elemento umano, ossia lo scontro con gli istinti e i moti dello spirito che creano scompiglio, con gli avvenimenti di guerra, in cui entrano nel gioco le probabilità, la fortuna e non da meno l’impossibilità di sapere in anticipo quali saranno le mosse dei nemici, quindi una grande possibile variabilità di situazioni imprevedibili.
Non rimane allora che affidarsi al “talento”, ed anche sul favore del “caso” a cui si è obbligati, in mancanza di una saggezza obbiettiva, o di una precisa teoria che possa servire da guida certa e di regola di condotta del comandante, che a sua volta deve obbedire alle esigenze della politica e queste a quelle dei poteri dell’economia.
A conclusione possiamo asserire: che la guerra non solo è un male necessario, come spesso è stata definita, ma è addirittura benefica, d’altra parte i mali prodotti dalla guerra sono molto inferiori a quelli procurati da attività “pacifiche” come la dipendenza dall’alcool, dalle droghe, dagli incidenti sul lavoro e della strada, dai fenomeni criminali enon da ultimo dalle catastrofi naturali.
Non va tralasciato poi la spietata concorrenza finalizzata al profitto, che procura all’umanità danni più che duraturi e spesso crudeli, basti pensare allo sfruttamento della natura: deforestazioni, inquinamento, pesca indiscriminata, caccia, ecc.
È vero che le potenzialità distruttive della guerra odierna possono avere effetti dannosi tali da inizialmente compromettere la selezione naturale e frenare il progresso, ma essa alla fine ha sempre causato uno sviluppo delle potenzialità intellettuali e perche no; morali, molto più di quando l’uomo non abbia distrutto con la violenza.
Quindi per assurdo; non solo dunque quelli della guerra sono mali da considerare apparenti, quando si esce vincitori dal confronto con il nemico; nella lotta per la vita, e per più che per la vita, per la vittoria.
La guerra puo ben essere assimilabile alle passioni suscitate dall’amore giovanile ma vissute animalescamente più intensamente, del resto solo il trionfo della vittoria può dare un senso alla tragicità della vita. Al dolore diffuso, al sangue, al sacrificio che pone sollievo e da significato alla vittoria.
Per terminare: Che impegno intellettuale può esservi nell’uccidere un animale in una battuta di caccia, questo potrebbe essere paragonabile a quello di uccidere in guerra un uomo, analogamente, nell’uomo in guerra, nell’aversario che viene fronteggiato con una forza è una intelligenza alla pari o quasi, in questa lotta chi sarà vincente se ne uscira “migliorato” se perdente o soppresso, diverrà inferiore, secondo la legge della selezione naturale….
Se la guerra non ci fosse, bisognerebbe inventarla, d’altra parte essa possiamo dire è nata agli albori dell’umanità e purtroppo ancora oggi continua e continuerà.
 
 Elab-da g.m.s.
G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: