A.Gramsci- pensiero, analisi sul meridione

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A.Gramsci- pensiero, analisi sul meridione

« Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini »

Premessa

Grande problema nazionale dell’Italia unita, dovuto alle condizioni di arretratezza economica e sociale delle province annesse al Piemonte nel 1860-1861, già facenti parte del Regno delle Due Sicilie e dello Stato pontificio. Fin dall’Unità i governi sabaudi trapiantarono in tali province un sistema statale centralizzato e burocratico sul modello piemontese di derivazione francese e prussiana, che per di più nel meridione d’Italia venne poggiandosi sulle classi agiate del latifondo di origine feudale, del clero e della borghesia cittadina non produttiva

Dopo l’unità d’Italia vi fu un rigetto nei confronti del governo da parte della povera gente del meridione. Tale rigetto si manifestò fra il 1861 e il 1865 con il fenomeno del brigantaggio.
Il brigantaggio era localizzato in Calabria, Puglia, Campania e Basilicata dove bande armate di briganti iniziarono vere e proprie azioni di guerriglia nei confronti delle proprietà dei nuovi ricchi.

E’dal brigantaggio che la mafia nella sua forma attuale prese vita. I clan mafiosi di oggi sono i diretti discendenti di certe bande di briganti che, con diverse provenienze geografiche e intenti politici, finirono ben presto con integrarsi in organizzazioni ed alleanze più grandi e con abbandonare la resistenza armata in favore di attività più lucrative: il crimine privato e pubblico.

Questa specie di standardizzazione delle attività portò alla creazione, nella seconda metà dell’Ottocento, di federazioni di famiglie organizzate su base regionale, che sarebbero poi diventate: Cosa Nostra in Sicilia, la Camorra in Campania, e la ‘Ndrangheta in Calabria.

Diversi gruppi mafiosi rinunciarono ad attaccare le truppe regolari, e questo consentì la loro sopravvivenza nei primi decenni dopo la conquista del sud. Poi continuarono ad impiantarsi profondamente nel tessuto sociale, profittando della latitanza dello stato civile, che lasciò la zona priva d’istruzione, collegamenti e cibo.

In seguito, dal novecento in avanti, incominciarono ad arrivare crescenti flussi di capitali che, attraverso la spesa pubblica, si riversarono nel meridione, e le organizzazioni criminali furono le prime a beneficiare di tali risorse. Le attività mafiose ebbero come principale conseguenza il sabotaggio di ogni possibile sviluppo commerciale, rendendo impraticabili le strade, pericolosi gli scambi e inoperanti i meccanismi di domandaofferta.

Gramsci-la questione meridionale

Secondo Gramsci l’egemonia di una classe sociale non si può realizzare mediante il dominio e la forza, ma attraverso il consenso e la capacità di direzione ideale e morale nei confronti delle altre.

Un’egemonia reale e duratura deve quindi avvalersi sia del dominio mediante gli apparati coercitivi dello stato, sia della direzione ideale e morale, che si avvale di apparati di conquista, trasmissione e organizzazione del consenso, ad esempio la scuola, i partiti, la stampa, la stessa Chiesa.

Uno strumento essenziale è sicuramente la scuola, che riesce a portare nelle menti dei giovani valori tipici della società borghese e della cultura dominante, mentre la Chiesa, d’altro canto, si preoccupa soprattutto di riunificare ciò che è socialmente contrapposto, anche a costo di parlare linguaggi diversi a ciascuna classe.

Si coglie in queste osservazioni dei Quaderni una differenza fondamentale rispetto a Marx e allo stesso Lenin. La società civile non è solo il luogo del rapporto economico bruto, ma è anche il luogo delle istituzioni sovrastrutturali che elaborano ideologie e tecniche di consenso al dominio storico della classe borghese.

Ciò non significa che Gramsci abbia abbandonato la centralità dell’economico, i rapporti di produzione reali; egli ha solo voluto evidenziare la potenza degli elementi sovrastrutturali.
In sostanza, Gramsci è riuscito a differenziare con maggiore chiarezza di Lenin e di altri marxisti il momento della direzione culturale rispetto a quello del dominio politico.

Esercitare la direzione culturale della società significa sviluppare la propria egemonia, la propria visione della realtà sociale.

Per questo, se la classe operaia vorrà diventare l’elemento dirigente della futura società, dovrà mettersi in grado di sviluppare una capacità direttiva, di governo, già prima di conquistare il potere stesso.

L’azione rivoluzionaria risulta anzi agevolata, per non dire richiesta dalle cose stesse, quando una classe dominante dimostra di non essere più in grado di dirigere in generale, ed anche quando nei suoi apparati cominciano a mostrarsi delle crepe.

Tutto ciò porta a individuare un problema degli intellettuali. Se la società capitalistica tende a produrre degli intellettuali impegnati a realizzare “omogeneità e consapevolezza della propria funzione”alla classe che li ha formati ed espressi, incontreremo inevitabilmente dei “persuasori”, se non dei “commessi” della classe dominante.

Ma attorno alla classe operaia ed al partito comunista possono aggregarsi nuove figure intellettuali volte a diffondere tra le classi sfruttate la verità della rivoluzione. Saranno questi, intellettuali “organici”, capaci cioè di interpretare e portare alla luce della ragione le fondamentali esigenze delle masse sfruttate.

L’intellettuale organico per antonomasia ed elezione è lo stesso partito comunista inteso come “intellettuale collettivo”, guida morale e ideale, nonché momento di organizzazione, libera discussione, confronto.

Proprio in virtù di questa connotazione unificante e d’avanguardia in cui è depositata la cultura, la memoria, la scienza e la conoscenza socializzata, Gramsci non esita a paragonare il partito al “moderno Principe”, cioè ad una nuova versione del Principe di Machiavelli.

Se in Machiavelli esso era un individuo concreto, “mezzo uomo e mezzo bestia”, i comunisti devono pensare il partito come un organismo nel quale si concretizza la volontà collettiva della classe rivoluzionaria.

Il moderno Principe -scriveva Gramsci – sviluppandosi, sconvolge tutto il sistema di rapporti intellettuali e morali in quanto il suo svilupparsi significa appunto che ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso o scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento il moderno Principe stesso e serve a incrementare il suo potere o a contrastarlo. Il Principe prende il posto, nelle coscienze, della divinità o dell’imperativo categorico, diventa la base di un laicismo moderno e di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume.

Il partito è dunque un esercito, un’avanguardia consapevole,organizzata e disciplinata, non chiusa in sé stessa, ma destinati ad estendersi, a ramificarsi, a conquistare sempre nuove forze e nuovi consensi.

Solo così può condurre alla vittoria anche in Occidente, dove la società civile non è “primordiale e gelatinosa” come in Russia, ma si presenta fortemente strutturata.

Per questo, in Italia, lo scontro non è mai frontale, limitato alla trincea, alla facciata dello stato, alla conquista di un ipotetico Palazzo d’inverno, ma uno scontro in cui le truppe devono penetrare in profondità, mediante una ‘guerra di posizione’ volta a conquistare una per una le ‘fortezze’ e le ‘casematte’, ossia l’insieme delle istituzioni della società civile.

In questo contesto, Gramsci ha elaborato i concetti di egemonia e di blocco storico.

In particolare, il blocco è il sistema di alleanze sociali della classe operaia che guarda, nello specifico della situazione italiana, ai contadini del Nord e soprattutto del Sud.

Il proletariato, scriveva Gramsci, «può diventare classe dirigente e dominante nella misura in cui riesce a creare un sistema di alleanze di classe che gli permetta di mobilitare contro il capitalismo e lo Stato borghese la maggioranza della popolazione lavoratrice, ciò che significa, in Italia, nei reali rapporti di classe esistenti, nella misura in cui riesce a ottenere il consenso delle masse contadine.»

I punti nevralgici di una strategia nei confronti dei contadini erano per Gramsci la questione Vaticana, cioè la fortissima influenza della Chiesa nella formazione e nella direzione politico-culturale delle masse dei lavoratori agrari, e la condizione particolare delle masse contadine nel Sud del paese. Il problema era talmente grande da rendere la questione meridionale una vera e propria questione nazionale, un problema storico non risolto dalle classi risorgimentali.
L’analisi di Gramsci afferma che l’Italia è dominata non già, semplicisticamente, dalla sola borghesia industriale, ma da un’alleanza, un blocco storico costituito dalla borghesia imprenditoriale del Nord e dai grandi proprietari terrieri del Sud.
Tale elemento costitutivo del dominio in Italia, derivava dal carattere stesso delle lotte e delle guerre per l’unificazione, apparentemente guidate dal partito d’azione mazziniano e garibaldino, ma nei fatti pilotate da prudenti forze moderate e conservatrici, con un taglio furbesco e opportunistico.
La critica fondamentale che Gramsci rivolge a mazziniani e garibaldini è dunque quello di non aver saputo darsi basi di massa alla maniera dei giacobini francesi, che furono invece capaci di ottenere il consenso dei lavoratori agricoli.
La situazione italiana consente anzi, l’esatto contrario cui ogni vero rivoluzionario dovrebbe aspirare, che cioè la massa dei contadini del Sud costituisca la base ideale per un esercito reazionario, come del resto fu con i sanfedisti durante l’occupazione francese nel Regno di Napoli.
Ma nell’analisi gramsciana non si fanno sconti nemmeno al partito socialista, il quale si è rivelato storicamente insensibile al problema di catturare il consenso delle popolazioni meridionali e di proporre strategie politiche e culturali rivolte alla loro specifica evoluzione.

Per Gramsci, il partito socialista ha anche commesso il gravissimo errore di aver consentito ad un diffuso pregiudizio contro i meridionali tra la stessa classe operaia del Nord.

E’ noto – scriveva Gramsci – quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l’esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto.

Il Partito socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito socialista diede tutto il suo crisma a tutta la struttura “meridionalista” della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano, e i minori seguaci… ancora una volta la “scienza” era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta si ammantava dei colori socialisti, pretendeva di essere la scienza del proletariato.

Per Gramsci, è dunque evidente la necessità di una onesta e radicale autocritica rispetto alla questione, non solo in termini strumentali, nel senso di un banale “senza di quelli, o peggio, contro quelli, non si vince”, ma proprio in termini di radicale revisione del progetto rivoluzionario, il quale non si rivolge alla sola classe operaia, e non può attendere che i contadini divengano operai, ma propone agli stessi contadini di condurre da protagonisti un’azione auto emancipatrice.

Certo, in questa nuova prospettiva, tornano a giocare un ruolo decisivo gli intellettuali per disgregare il blocco conservatore del Sud.

La società meridionale è un grande blocco agrario costituito di tre strati sociali: la grande massa contadina, amorfa e disgregata, gli intellettuali della piccola borghesia rurale, i grandi proprietari terrieri e i grandi intellettuali. I contadini meridionali sono in perpetuo fermento, ma, come massa, essi sono incapaci di dare un’espressione centralizzata alle loro aspirazioni e ai loro bisogni.

Lo strato medio degli intellettuali riceve dalla base contadina le impulsioni per le sua attività politica ed ideologica. I grandi proprietari nel campo politico e i grandi intellettuali nel campo ideologico centralizzano e dominano in ultima analisi tutto questo complesso di manifestazioni.

Com’è naturale, è nel campo ideologico che la centralizzazione si verifica con maggiore efficacia e decisione. Giustino Fortunato e Benedetto Croce rappresentano perciò le chiavi di volta del sistema meridionale ed in un certo senso sono le due più operose figure della reazione italiana.

elab.gms

 

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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