Leonardo da Vinci: le favole (video il codice)

0

Leonardo da Vinci-favole

ll termine favola deriva dal latino fabula, che significa parlare. Ha un origine popolare antichissima, in quanto ha preceduto qualsiasi forma letteraria. Il fine era quello di trasmettere, in forma orale, la tradizione, i principi e i valori della società. Quindi non era destinata all’educazione dei bambini, ma a dare un significato e a fornire risposte agli episodi della vita quotidiana.
Le favole sono in genere, storie in prosa o in versi molto brevi, che raccontano le vicende che hanno quasi sempre come personaggi animali (a volte anche persone o cose) pensanti e parlanti che rappresentano simbolicamente i vizi e le virtù degli individui, il cui fine di educare a comportarsi secondo le più elementari regole suggerite della maggioranza delle persone.
Sono storie semplici ed immediate, con un fine moralistico, che descrivono una situazione che si risolve rapidamente, perché ciò che è importante non è la storia, ma la morale e l’insegnamento che il lettore deve ricavare dalla storia. La morale serve ad ammonire e far riflettere chi legge.
Al termine della favola si ribalta il clima fantastico, per consentire di esplicitare il significato della storia. Per molti è un piacere ascoltare o leggere le favole, in quanto è sufficiente abbandonarsi alla narrazione fantastica, per provare emozioni e divertimento.
Il ragno e l’uva
Un ragno, dopo essere stato per molti giorni ad osservare il movimento degli insetti, si accorse che le mosche accorrevano specialmente verso un grappolo d’uva dagli acini grossi e dolcissimi.
– Ho capito disse fra sé.
Si arrampicò, dunque in cima alla vite e di lassù, con un filo sottile, si calò fino al grappolo installandosi in una celletta nascosta fra gli acini. Da quel nascondiglio incominciò ad assaltare, come un ladrone, le povere mosche che cercavano il cibo; ne uccise molte, perché nessuna di loro sospettava la sua presenza.
Ma intanto venne il tempo della vendemmia. Il contadino arrivò nel campo colse anche quel grappolo, e lo buttò nella bigoncia, dove fu subito pigiato insieme agli altri grappoli.
L’uva così fu il fatale tranello per il ragno ingannatore, che morì insieme alle mosche ingannate.
Il fico
C’era una volta un fico che non aveva frutti. Tutti gli passavano accanto, ma nessuno lo guardava. A primavera spuntavano anche a lui le foglie, ma d’estate, quando gli altri alberi si caricavano di frutti, sui suoi rami non compariva nulla.
Mi piacerebbe tanto esser lodato dagli uomini – sospirava i fico. – Basterebbe che riuscissi a fruttificare come le altre piante.
Prova e riprova, finalmente, un’estate, si trovò pieno di frutti anche lui. Il sole li fece crescere, li gonfiò, li riempì di dolce sapore.
Gli uomini se ne accorsero. Anzi, non avevano mai visto un fico così carico di frutti: e subito fecero a gara a chi ne coglieva di più. Si arrampicarono sul tronco, con i bastoni piegarono i rami più alti, col loro peso ne stroncarono parecchi: tutti volevano assaggiare quei fichi deliziosi
e il povero fico, ben presto, si ritrovò piegato e rotto.
Il granchio
Un granchio si accorse che molti pesciolini, anziché avventurarsi nel fiume, preferivano aggirarsi prudenti intorno ad un masso. L’acqua era limpida come l’aria, e i pesci nuotavano tranquilli godendosi l’ombra e il sole. Il granchio attese la notte, e quando fu sicuro che nessuno lo avrebbe visto, andò a nascondersi sotto il masso.
Da quel nascondiglio, come un orco dalla sua tana spiava i pesciolini, e quando gli passavano vicino li acciuffava e li mangiava.
– Non è bello ciò che stai facendo, brontolò il masso. Approfitti di me per uccidere questi poveri innocenti.
Il granchio non ascoltò nemmeno. Felice e contento seguitava a catturare i pesciolini trovandoli di un sapore prelibato. Ma un giorno, all’improvviso, venne la piena. Il fiume si gonfiò, investì con grande forza il masso, che rotolò nel letto del fiume, schiacciando il granchio che gli stava sotto.
Le fiamme e la caldaia
In mezzo alla tiepida cenere era rimasto un tizzo di carbone ancora acceso. Con grande penuria e con molta parsimonia consumava le sue ultime energie, nutrendosi del minimo indispensabile per non morire. Ma giunse l’ora di mettere la minestra sul fuoco e perciò il focolare fu rifornito di nuova legna. Uno zolfanello, con la sua piccola fiamma, resuscitò il tizzo che pareva ormai spento e una lingua di fuoco guizzò fra la legna, sopra alla quale era stata appesa la caldaia.
Rallegrandosi per i ceppi ben secchi che gli erano stati appoggiati sopra, il fuoco cominciò ad innalzarsi, cacciando via l’aria che sonnecchiava fra un legno e l’altro e scherzando con la nuova legna e divertendosi a correre di sopra e di sotto, come un tessitore di se stesso, si allargava sempre di più.
Cominciò quindi, a far spuntare le sue lingue fuori della legna, aprendosi molte finestre, dalle quali sprizza va manciate di rutilanti faville: le tenebre che invadevano la cucina si allontanarono e fuggirono; mentre, sempre più gioiose, le fiamme crescevano scherzando con l’aria circostante e incominciavano a cantare con un soave e dolce crepitio.
Il fuoco, vedendosi ormai così cresciuto sopra alla legna, incominciò a mutare il suo animo, di solito mansueto e tranquillo, in gonfia e antipatica superbia, illudendosi di esser lui ad attirare su quei pochi legni il dono della fiamma.
Si mise a sbuffare, a riempire di scoppi e di sfavillamenti tutto il focolare, drizzò le sue grandi fiamme verso l’alto, deciso a partire per un volo sublime e andò a sbattere nel fondo nero della caldaia.
I gufi e la lepre
Appollaiati sul ramo, due gufi guardavano una lepre correre nel campo.
– Povera lepre, disse un gufo. Non ha nemmeno il coraggio di tornare nella sua tana.
– Perché? Domandò l’altro.
– Perché ha paura.
– Paura di entrare in casa sua?
– La lepre è fatta così, replicò il gufo che aveva parlato per primo. Vive sempre nel terrore e ora che l’autunno cambia il colore delle foglie e le stacca dai rami, essa non osa nemmeno guardarle; scappa di qua e di là, terrorizzata da questa pioggia di colori.
– Ma allora è vile!
– Certo. E a forza di correre finirà in qualche tagliola, o sotto il tiro dei cacciatori.
Il Mugnaio e l’asino
Un tale voleva dimostrare di essere già stato altre volte in questo mondo e per avvalorare la sua affermazione citava il filosofo Pitagora; ma un altro, interrompendolo di continuo, non gli lasciava finire il discorso. Allora il primo disse all’altro:
– E a dimostrazione di esserci stato altre volte, mi ricordo che tu, nella vita precedente eri un mugnaio.
– Allora l’altro, sentendosi mordere da quelle parole, gli rispose:
– E’ vero. Hai ragione. Quello che ora tu mi dici, mi fa ricordare che eri proprio tu quell’asino che portava la farina al mio mulino.
Il ragno e l’ape
Una mattina di primavera un’ape operaia andava girovagando da un fiore all’altro in cerca di polline. All’improvviso, uscendo da una corolla, cascò nella rete di un ragno. Nascosta dietro una foglia, il piccolo ragno si rallegrò ed accorse.
– Sei un traditore! – gli gridò l’ape. Tendi le tue trappole per uccidere chi lavora!
– Il ragno si avvicinò ancora di più, e l’ape, voltandosi, cercò di colpirlo sfoderando dall’addome il lungo pungiglione. Ma il ragno si scansò in tempo e le saltò addosso.
Ape, con che diritto osi giudicarmi? Le rispose tenendola stretta. Tu sei come la frode: hai il miele in bocca e di dietro il veleno.
Il morso della tarantola
Un contadino stava vangando il suo campo, quando da una zolla scappò fuori una grossa tarantola.
– Che brutto ragno! Esclamò il contadino tirandosi indietro.
– Se mi tocchi ti mordo, sibilò inferocita la tarantola. E ti avverto che il mio morso è velenoso e ti farà morire tra dolori atroci.
Il contadino la guardò e capì subito che mentiva perché parlava troppo. Fece un passo avanti e la pestò col piede scalzo dicendo:
– O vediamo un po’ se mi farai morire per davvero!
La tarantola, schiacciata, aveva fatto in tempo a morderlo, ma il contadino rimase nel suo convincimento, continuando a pensare che le minacce di quel ragno erano vane: e il morso, difatti, non gli dette che un po’ di bruciore.
Il calore del cuore
I due giovani struzzi erano disperati. Ogni volta che si mettevano a covare le uova, il peso del loro corpo le rompeva. Un giorno decisero di andare a chiedere consiglio ai loro genitori che abitavano dall’altra parte del del deserto.
Corsero per molti giorni e molte notti, e finalmente arrivarono al nido della vecchia madre.
– Madre dissero, siamo venuti a chiederti come possiamo fare per covare le uova. Ogni volta che ci proviamo si rompono.
– La madre li ascoltò, poi rispose: Ci vuole un altro calore.
– E quale? Domandarono gli struzzi.
– Il calore del cuore. Voi dovete guardare la vostre uova con amore, pensando alla creatura che ci dorme dentro; lo sguardo e la pazienza lo risveglieranno.
Gli struzzi ripartirono e quando la femmina ebbe deposto un altro uovo, si misero a guardarlo con amore, senza perderlo mai di vista. Passarono così molti giorni; quando, ormai, erano allo stremo delle forze l’uovo incominciò a cigolare, s’incrinò, si ruppe, e una piccola testa di struzzo fece capolino dal guscio.
La Sirena
Il vento era caduto, le vele si erano afflosciate sull’albero; nella notte appena rischiarata dalla nuova luna la nave dondolava leggermente sullo specchio nero dell’acqua, quando la sirena cantò. Parve ai marinai di sentire un fruscio come di una brezza leggera; poi come una musica che salisse dal mare profondo; poi come una voce dolcissima, mai udita prima; e finalmente il canto li avvinse ad uno ad uno in un sonno senza risveglio. La sirena, infatti, quando i marinai furono addormentati, montò sulla nave, li toccò uno dopo l’altro con la sua mano micidiale, e tutti, senza accorgersene, passarono, sognando, dal sonno alla morte.

-elab-gms
G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: