Guerre e petrolio

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Petrolio. Giacimenti come trofeo di guerra

oil-gas-La fine della prima guerra mondiale disegnò nuovi equilibri geopolitici. La Germania e la Turchia, uscite sconfitte dal conflitto, persero completamente ogni diritto sui giacimenti petroliferi mesopotamici. Scomparve anche la Russia come antagonista dello scacchiere petrolifero in Medio oriente. La rivoluzione bolscevica aveva destabilizzato il governo russo e la sua capacità nel controbilanciare l’espansionismo inglese.
Le potenze vincitrici del primo conflitto mondiale si divisero il mondo con un’ottica ancora coloniale. Le zone aride del medioriente, un tempo importante crocevie dei commerci con le indie, divennero strategicamente importanti per le riserve petrolifere.
La Gran Bretagna ottenne il pieno controllo dei ricchi giacimenti mediorientali. Il governo inglese riunì tre ex province del decaduto impero ottomano e diede vita allo stato dell’Iraq. Le tre province era completamente diseguali tra loro, sunniti, sciiti, yazidi, ebrei e curdi, gruppi etnici e religiosi diversi che non formarono mai una comune identità nazionale.
La guida dell’Iraq fu affidata nuovamente al principe Hashemita Feisel. Era necessario garantire un governo filobritannico che garantisse la stabilità politica nel paese necessaria per proteggere la “via del petrolio” ed i traffici commerciali verso l’Inghilterra. Feisel sembrava la persona adatta per gli interessi inglesi. Il controllo diretto dell’Iraq da parte di un governo inglese avrebbe comportato grandi rivolte popolari.
Il territorio iracheno era sotto il controllo degli sceicchi arabi, in continua lotta tra loro ma accomunati dal sentimento nazionalista arabo verso l’invasore straniero. Il governo di Feisel, divenuto re dell’Iraq nel 1921, privilegiò l’ascesa dei sunniti alle cariche pubbliche. La maggioranza della popolazione di origine sciita restò fuori da ogni coinvolgimento di governo. Il nord del paese era caratterizzato dalle continue rivolte della popolazione cuda. Con il regno di Feisel l’Iraq si trasformò in un vero e proprio protettorato britannico. Le imprese britanniche si assicurarono sia le concessioni sia lo sfruttamento dei ricchi giacimenti petroliferi mesopotamici.
La spartizione delle concessioni petrolifere in Medio Oriente tra Inghilterra, Francia e Stati Uniti. Le nazioni vincitrici della prima guerra mondiale chiesero e ottennero la partecipazione allo sfruttamento del petrolio iracheno. Nel 1928 le concessioni di sfruttamento vennero spartite tra la Royal Dutch, l’Anglo Persian, la francese Compagnie Française des Pétroles e l’americana Near East Development Company.
Il coinvolgimento americano allo sfruttamento delle riserve petrolifere medioreantali era un atto dovuto. Da un lato rappresentava il prezzo per l’intervento americano nella prima guerra mondiale a fianco degli inglesi. Dall’altro rafforzava la posizione occidentale nel controllo dell’area mediorientale politicamente instabile e ostile alla presenza straniera. L’arrivo dei capitali americani avrebbe infine accelerato le attività di ricerca e prospezione.
Nel 1930 l’Iraq di Feisel ottenne l’indipendenza formale dall’Inghilterra ed entrò come paese indipendente nella Società delle Nazioni. Si trattava di una pura formalità. Le riserve petrolifere del paese erano già sotto il controllo diretto delle società anglo-americane.
Petrolio. La seconda guerra mondiale
La presenza britannica nell’area mediorientale e quella russo dei giacimenti nel Caucaso furono tra le prime preoccupazioni del terzo Reich di Hitler. L’indipendenza dal petrolio straniero era uno dei principali punti del programma quadriennale di Hitler nel 1936. Furono investite grandi risorse e mezzi nella produzione dei carburanti sintetici e nell’idrogenazione. Il programma consentì alla Germania di rifornire i mezzi militari durante l’invasione della Francia e della Polonia senza dover dipendere dall’importazione di petrolio dalla Russia o dal Medio Oriente britannico.
La guerra alla Russia fu un avvenimento quasi inspiegabile. Nel 1939 la Germania e la Russia avevano stretto il patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov, prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale, che metteva al sicuro la Germania dal dover sostenere l’impegno militare su due fronti opposti. In questo modo le due potenze si spartivano pacificamente i territori polacchi. Eppure fu proprio Hitler nel 1940 a organizzare l’invasione della Russia. Tra i motivi che giustificarono la guerra ci fu anche il petrolio del Caucaso.
Le truppe tedesche miravano al controllo dei giacimenti di Baku per sostenere i rifornimenti alle proprie armate. Dalle zone del Caucaso le truppe tedesche avrebbero potuto ricongiungersi con le altre armate italo-tedesche di Rommel in Africa settentrionale e invadere l’area mediorientale britannica. Un progetto ostacolato dalla forte resistenza russa e delle truppe britanniche stanziate in Africa costantemente rifornite di petrolio dalle retrovie merdiorientali.
Il controllo del petrolio era al centro degli obiettivi strategico-militari anche del Giappone. Il Giappone dipendeva esclusivamente dall’importazione di petrolio dagli Stati Uniti e dalle Indie Olandesi. Durante l’invasione dei territori cinesi le truppe nipponiche si posero come obiettivo strategico la conquista dei giacimenti petroliferi delle Indie Olandesi. Un piano ostacolato dal governo americano che minacciava l’intervento militare statunitense in caso di aggressione all’Indocina.
A tale scopo la flotta militare americana era stata spostata e concentrata nell’avamposto più a occidente degli Stati Uniti, a Pearl Harbor. Il governo americano temeva il ritiro delle truppe inglesi dall’estremo oriente. Un ipotesi che avrebbe consentito al Giappone di avanzare fino alla completa occupazione militare delle risorse petrolifere asiatiche.
Già negli anni ’30 il governo giapponese aveva emanato una serie di leggi per imporre sul mercato interno il controllo diretto del petrolio. Venne imposto alle compagnie petrolifere straniere il mantenimento di ingenti scorte e la totale dipendenza dal governo nipponico per la determinazione dei prezzi di vendita finali. Le compagnie angloamericane protestarono presso i rispettivi governi e il governo britannico propose l’attuazione dell’embargo petrolifero ma gli Stati Uniti decisero di non seguire una linea e preferirono mantenere un dialogo diplomatico con Tokyo. Pertanto gli Stati Uniti continuarono a vendere petrolio al Giappone anche durante l’invasione nipponica della Cina. In cambio veniva chiesto espressamente al Giappone di non invadere l’Indocina.
L’invasione giapponese dell’Indocina nel 1941. Soltanto con l’invasione nipponica dell’Indocina nel luglio del 1941 gli Usa, la Gran Bretagna e il governo olandese in esilio decisero l’embargo petrolifero.Il Giappone perse di colpo l’intera fornitura di petrolio. Le trattative diplomatiche tra Usa e Giappone per giungere alla riapertura degli scambi commerciali furono vane. Il giorno 8 dicembre 1941 i vertici militari nipponici attuarono il piano dell’attacco a sorpresa a Pearl Harbour mettendo fuori uso la flotta americana.
La conquista dell’Indocina era il nodo strategico per estendere il controllo giapponese anche sulle Indie Olandesi, ricche di giacimenti petroliferi. Il Giappone giocò la carta del tutto per tutto.
L’entrata in guerra degli Stati Uniti rovescerà le sorti del conflitto anche in Europa dove le forze russe e britanniche, costantemente rifornite di petrolio dalle retrovie, avevano finora ostacolato con successo l’avanzata italo-tedesca in Russia e in Africa settentrionale.
Il nuovo ordine mondiale. La fine della guerra vide la definitiva uscita dalla scena del Giappone e della Germania. I paesi vincitori della guerra imposero un “nuovo ordine” mondiale. Le compagnie petrolifere americane si estesero nei grandi bacini petroliferi mediorientali dove, per l’occasione, veniva escluso l’accesso ai francesi della Compagnie des Pétroles. La crescita della domanda di petrolio negli USA spinse il governo di Washington ad appoggiare appieno l’interesse delle compagnie petrolifere americane. In breve tempo le Sette Sorelle, principali compagnie petrolifere angloamericane, controllarono oltre l’80% della produzione e della raffinazione mondiale del petrolio. I paesi europei, completamente distrutti dalla seconda guerra mondiale, divennero sempre più dipendenti dal petrolio mediorientale e dalle compagnie petrolifere americane che ne gestivano gli scambi commerciali internazionali.
La riconversione dell’Europa dal carbone al petrolio
L’inverno particolarmente rigido del 1946 e la grave scarsità di carbone in Europa influenzarono la stesura stessa del Piano Marshall (European Recovery Program). La ricostruzione delle economie nell’Europa occidentale si basò essenzialmente sulla trasformazione delle economie dal carbone al petrolio. I motivi erano semplici. Il petrolio poteva essere fornito dalle compagnie anglo-americane operanti in Medio Oriente. Servire il nascente mercato europeo con il petrolio mediorientale garantiva alle compagnie petrolifere anglo-americane un vantaggio logistico notevole nel minore costo di trasporto del greggio dal luogo di produzione (Medioriente) al luogo di consumo (Europa). Il disordine politico causato dal prolungato conflitto mondiale consentiva un grande potere negoziale alle potenze vincitrici del conflitto, a cui spettava il compito di disegnare le nuove regole della cooperazione internazionale come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.
Le proteste mediorientali
Nei primi anni ’50 i paesi produttori di petrolio uscirono dalla loro fase di disordine politico post-coloniale e bellico. Una nuova spinta nazionalista spinse i governi produttori di petroli alla rivendicazione dei diritti sullo sfruttamento degli immensi giacimenti di petrolio. La disparità iniziò a generare attriti tra i governi sauditi e le compagnie. L’accordo economico venne trovato nel 1950, ai paesi produttori sarebbe spettato il 50% dei profitti in modo paritario a quelli delle società petrolifere. Per questa ragione l’accordo, già sperimentato in Venezuela nel 1943, prese il nome di “accordo fifty-fifty”. Prezzo di listino e prezzo di vendita tornarono ad essere uguali. La politica petrolifera americana riuscì così a salvaguardare i rapporti politici con i paesi produttori e consolidare la presenza delle proprie compagnie petrolifere in Medio Oriente. Il petrolio aveva perso la sua natura di bene commerciale privato per entrare in quella più delicata di bene strategico e geopolitico.
La formula non riuscì però a sedare la richiesta di nazionalizzazione del settore petrolifero da parte delle opposizioni iraniane. A capo di questo movimento si trovava Mohammed Mossadegh, presidente della commissione petroli al parlamento iraniano, in completo disaccordo con la posizione del primo ministro Alì Razmara e dello scià Reza Palhevi.
Lo scontro istituzionale in Iran si acuì nel 1951 con l’assassinio di Razmara per mano dei nazionalisti e l’ascesa al governo di Mossadegh. Tra le prime decisioni del nuovo governo ci fu la nazionalizzazione del settore petrolifero iraniano, un atto che segnava la fine per la compagnia britannica Anglo Iranian posta definitivamente fuori legge. Nacque per volontà di Mossadegh la National Iranian Oil Company.
La reazione inglese. Il governo britannico non rispose immediatamente con l’intervento militare diretto a causa del contesto storico generale degli anni ’50. Molte ex colonie, tra cui la vicina India, stavano prememendo o avevano già ottenuto l’indipendenza dall’impero britannico. L’impero coloniale della corona inglese si stava rapidamente sgretolando e un intervento militare in Iran avrebbe potuto accelerare questo processo.
L’intervento avrebbe avuto effetti disastrosi anche sull’opinione pubblica inglese. Un altro importante motivo alla base del non-intervento era di natura geopolitica, l’intervento militare poteva legittimare un’invasione militare sovietica da nord. L’impero britannico usciva indebolito dalla seconda guerra mondiale e non era più in grado di controllare le ex colonie. Un aspetto che favorì l’ascesa degli Stati Uniti. Ci si limitò pertanto ad un embargo petrolifero all’Iran e al controllo del porto di Abadan per evitare gli scambi petroliferi con l’estero.
Dopo un primo tentativo dello scià di Persia di rimuovere Mossadegh e una serie di colpi di stato da parte delle opposte fazioni politiche, si giunge all’accusa di tradimento per Mossadegh che fu processato e condannato dal tribunale iraniano. Era evidente l’appoggio esterno della CIA americana. Un epilogo che sancì la vittoria delle compagnie petrolifere angloamericane con l’appoggio filo-occidentale dello scià Palhevi. Le aspirazioni nazionaliste locali in Iran furono messe brutalmente a tacere in nome dell’interesse petrolifero occidentale. La Anglo Iranian tornò a gestire le fasi della lavorazione e della commercializzazione del greggio iraniano.
Lo strapotere delle Sette Sorelle. L’atto di forza dei servizi segreti era però sotto gli occhi di tutti e i media occidentali non risparmiarono di evidenziare lo strapotere delle compagnie petrolifere, le famose Sette Sorelle, negli affari esteri dei governi occidentali. Il controllo delle riserve petrolifere iraniane era salvo. Il ritorno delle compagnie petrolifere angloamericane in Iran accrebbe il risentimento dei nazionalisti iraniani verso l’occidente.
Un errore dell’occidente. In fin dei conti Mossadegh era una figura nazionalista moderata in grado di dialogare e negoziare con l’occidente. Era un abile negoziatore che mise in seria difficoltà gli interlocutori occidentali e le compagnie petrolifere. Lo “smacco” ordito dalla CIA ai nazionalisti iraniani, l’accusa e la rimozione di Mossadegh con il conseguente annullamento della nazionalizzazione del settore petrolifero iraniano, porterà negli anni a venire alla rivoluzione integralista di Komehini e accrebbe la rabbia verso l’occidente.
La Crisi di Zuez e la guerra dei 6 giorni
La crisi di Suez nel 1956 aveva provocato un’umilante sconfitta diplomatica per Francia e Inghilterra. Lo Stato di Israele, pur dovendo ritirarsi dai territori conquistati di Gaza e del Sinai, mantenne il diritto di transito delle navi israeliane sullo stretto di Titan attraverso cui il Golfo di Aqaba comunica con il Mar Rosso. La concessione era una via di approvvigionamento petrolfiero fondamentale per Israle attraverso il porto israeliano di Eliat. Lo stetto di Tiran era però un territorio egiziano occupato dallo Stato d’Israle fin dalla prima guerra arabo-israeliana del 1948 e da cui le truppe israeliane non si erano mai ritirate nonostante le richieste delle Nazioni Unite. Lo stesso porto di Eliat rimase sotto il controllo diretto di Israele per tutti gli anni ’50 e ’60.
La chiusura del Golfo di Aqaba. Nel 1967 il leader egiziano Nasser proclamò la chiusura del Golfo di Aqaba alle navi israeliane. Nasser osservava come la concessione di quel diritto di transito fosse stata ottenuta a seguito dell’aggressione israeliana del 1956 condannata dalle Nazioni Uniti. Era una richiesta legittima ma anche una chiara provocazione per indurre lo Stato di Israele verso un nuovo conflitto. Nasser sperava nell’unione panaraba che, almeno in parte, si realizzò. Alcuni paesi arabi (Siria, Giordania, Iraq) si mobilitarono dalla parte dell’Egitto.
La guerra preventiva di Israele. Il 9 giugno 1967, dopo due settimane dalla decisione di Nasser, le truppe israeliane realizzarono un attacco preventivo bombardando a tappeto gli aeroporti militari egiziani e iniziando l’invasione dei territori giordani, siriani ed egiziani. I paesi arabi dell’Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Iraq decisero l’embargo petrolifero immediato verso Stati Uniti, Germania Occ. e Gran Bretagna.
In pochi giorni le truppe israeliane conquistarono il Sinai, il fronte Giordano e Gerusalemme. Le Nazioni Unite, su espressa richiesta dell’Unione Sovietica, riuscirono a imporre rapidamente un armistizio tra Israele, Egitto e Giordania ponendo fine alla “guerra dei sei giorni”. Israele usciva vincitore indiscusso del conflitto.
L’arma del petrolio non riuscì a scattare per diversi motivi. Da un lato la rapida guerra preventiva di Israele aveva reso impossibile ogni forma di reazione circoscrivendo le conseguenze dell’embargo petrolifero al minimo, dall’altro il mondo arabo si presentò disunito nell’attuare l’embargo stesso. L’Iran dello Scià Palhevi e la Libia del re Idris erano completamente allineate dalla parte delle potenze occidentali e non parteciparono all’embargo petrolifero riducendone fortemente la portata. La stessa Arabia Saudita si mostrò scettica nei confronti del progetto panarabo di Nasser.
L’embargo petrolifero venne tolto dopo solo due mesi senza gravi ripercussioni per le economie occidentali e lo spettro della crisi energetica si allontava del tutto dall’Europa.
ENI-di Enrico Mattei
Nella storia del petrolio merita un posto anche l’italiano Enrico Mattei, ex presidente dell’Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) e dell’Agip negli anni ’50. La sua carriera come uomo di Stato è stata principalmente improntata a garantire all’Italia un approvvigionamento energetico quanto più diretto e sicuro. Dapprima sottovalutato e poi temuto, il lavoro di Mattei ha ostacolato per un decennio il monopolio delle grandi compagne angloamericane del petrolio (cd “Sette Sorelle”). Uno dei principali successi di Enrico Mattei è di aver scardinato la regola del “fifty fifty” imposta dalle compagnie petrolifere angloamericane ai paesi produttori di petrolio. In base a questa regola, i paesi produttori di petrolio beneficiavano del 50% dei profitti in cambio del rilascio delle concessioni di estrazione alle compagnie straniere.
Accordo petrolifero Eni-Iran
Approfittando della crisi di Suez, Enrico Mattei prese contatti diretti con lo scià di Persia, Reza Palhevi, per proporre nel 1957 un accordo paritario. L’Iran e l’Italia avrebbero costituito una società al 50%, la quale avrebbe riconosciuto il 50% delle royalties allo Stato iraniano ed il restante 50% diviso equamente tra l’Eni e l’ente nazionale petrolifero iraniano (National Iraniana Oil Company, Nioc). Di fatto, essendo la Nioc un’azienda di Stato, lo Stato iraniano beneficiava del 75% dell’accordo (venti cinque punti percentuali in più rispetto alla regola angloamericana del fifty-fifty) e, cosa non meno importante, della partecipazione tecnologica diretta nelle attività di ricerca e di estrazione degli idrocarburi. L’accordo fu siglato il 14 marzo 1957 tra Eni e Nioc. L’8 settembre 1957 le due società fecero nascere la Sirip (Società Irano-Italienne des Pétroles). Le attività di ricerca del petrolio furono a carico dell’Eni-Agip con il patto di rimborso delle spese in caso di scoperta di riserve e di giacimenti petroliferi sul suolo iraniano.
La formula degli accordi di Enrico Mattei
Al di là del gioco al rialzo compiuto da Mattei, il successo dell’operazione fu soprattutto dovuto alla proposta di partnership che il presidente dell’Eni fece allo Stato iraniano. Il paese produttore di petrolio non era più solo il mero titolare dei diritti di estrazione, da concedere a questa o quella compagnia petrolifera internazionale senza alcuna voce in capitalo, ma partecipava anche all’organizzazione, alle responsabilità e alla produzione. Ogni operazione era effettuata sotto la supervisione dei governi locali. Il rapporto “alla pari” trovò immediatamente il favore dei paesi mediorientali, di recente usciti dalla morsa secolare della dominazione coloniale franco-britannica. Per i paesi produttori di petrolio La mancanza di storia coloniale dell’Italia e la sua sconfitta nella seconda guerra mondiale, erano altre due valide garanzie a favore dell’accordo proposto da Mattei.
La protesta delle Sette Sorelle
Il lavoro di Enrico Mattei creò notevole fastidio alle compagnie multinazionali petrolifere angloamericane, le quali intravedevano il pericolo di una destabilizzazione dell’approvvigionamento petrolifero dal Medio Oriente e, soprattutto, il rischio di indebolimento della propria posizione di cartello. Il lavoro di Enrico Mattei e dell’Eni iniziò a diventare una minaccia per l’ordine mondiale uscito vincitore dalla seconda guerra mondiale e quasi totalmente in mano agli interessi americani. Dallo stesso governo di Washington furono avanzate molte pressioni al governo italiano per evitare l’accordo Eni-Iran. L’accordo fu soltanto una delle sfide lanciate da Mattei alle Sette Sorelle. Altri importanti mosse di Enrico Mattei furono compiute cercando accordi diretti con l’Egitto, l’Algeria, la Libia e l’Unione Sovietica. Mattei morì il 27 ottobre 1962 in un incidente aereo.
riserv.- elab-da g.m.s.
G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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