Origini e responsabilità della II guerra mondiale

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Storia- origini responsabilità della II guerra mondiale

1)= la prima guerra mondiale

2)=i contenuti del trattato di Versailles

3)=le annessioni territoriali-l’accordo Ribbentrop-Molotov

4)=il Vaticano e la II guerra

5)=nascita dell’Italia repubblicana

Sulle cerimonie per il 70 anniversario dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale pesa come un macigno la questione dell’atteggiamento dell’URSS nel settembre del 1939, quando, in applicazione dei protocolli segreti del patto Ribbentrop-Molotov le truppe di Stalin accompagnarono dall’Est l’invasione della Polonia da parte di Hitler dall’ovest, per finire sfilando con la Wermacht a Brest.

Inportante emerge oggi quanto approvato dall’ l’Assemblea Parlamentare dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) su una proposta presentata dall’Estonia e la Slovenia per commemorare, ogni 23 agosto, una giornata in memoria delle vittime del patto sottoscritto da Stalin con Hitler -tecnicamente dai loro cancellieri, Joachim Von Ribbentrop e Viaceslav Molotov, otto giorni prima dell’invasione nazista della Polonia, che segna l’inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Da una parte, la proposta non aveva niente di sorprendente o inatteso: dopo tutto il Parlamento Europeo di Strasburgo aveva votato a larga maggioranza, nel settembre del 2008, una storica risoluzione nella quale si proponeva appunto che il 23 agosto diventasse la. “Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo”, ricordando che non solo “in base ai protocolli segreti del patto Molotov-Ribbentrop l’Europa veniva divisa in due sfere d’influenza”, il che causò “deportazioni di massa, uccisioni e riduzione in schiavitù” che furono perpetrate nel contesto delle aggressioni commesse dallo stalinismo e dal nazismo e che rientrano nella categoria dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità, ma sopratutto che le conseguenze e il significato del regime e dell’occupazione sovietici per i cittadini degli Stati post-comunisti sono poco noti in Europa.

Il che rendeva ancor più necessaria la commemorazione, ma il problema é che il ricordo di quella storica giornata continua a causare non poche frizioni nell’Europa Orientale, sopratutto per quanto riguarda i rapporti delle ricostruite sovranità nazionali con la Russia post-comunista, che mantiene con il passato sovietico stalinista un rapporto ambiguo, o per lo meno problematico.

Come dimostra il fatto che il presidente russo, Dimitri Medvedev, abbia definito la risoluzione dell’OSCE, che ricorda e denuncia la doppia aggressione nazista e comunista contro la Polonia, una menzogna pura e semplice, aggiungendo che non vi può essere dibattito su “chi iniziò la guerra che uccise migliaia di persone civili aggiungendo che l’intervento sovietico, salvo il Paese ed in certo qual modo anche il resto dell’Europa”, per cui un certo plauso deve essere dato e riconosciuto alla Russia stalinista.

Le dichiarazioni di Medvedev hanno scatenato un putiferio sopratutto in Polonia. Il che non dovrebbe stupirci, giacché quella nazione vide tramontare nel settembre del 1939 la sua sovranità, nata dalla pace di Versailles, e dovette attendere fino alla dissoluzione del blocco sovietico per recuperarla pienamente, dopo aver perso più del 20% della sua popolazione e più del 40% del suo territorio a causa della manovra a tenaglia della cui fu vittima, a causa dell’infame accordo il Patto Molotov-Ribbentrop, o Patto Hitler-Stalin, che 17 settembre le truppe sovietiche invasero la Polonia, il 21 firmarono un accordo tecnico di coordinamento delle operazioni militari con i tedeschi, e il 23 celebrarono la loro schiacciante vittoria con una parata militare comune nella città di Brest, sulla frontiera della Bielorussia.

Il trattato di Versailles
Una premessa è necessaria ossia conoscere quanto previsto nel Il trattato di Versailles, o patto di Versailles, prende il nome dal luogo dove venne firmato. Il 18 gennaio 1919 la conferenza di pace dopo la prima guerra mondiale.

 1)=La prima guerra mondiale
La prima guerra mondiale fu il conflitto cominciato il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia a seguito dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, compiuto a Sarajevo il 28 giugno 1914. L’attentatore fu lo studente nazionalista serbo-bosniaco Gavrilo Princip. Il conflitto si concluse oltre quattro anni dopo, l’11 novembre 1918, con la resa della Germania.

La prima guerra mondiale vide inizialmente lo scontro degli Imperi centrali di Germania e Austria-Ungheria contro la Serbia, il Montenegro, il Belgio e le nazioni della Triplice Intesa: Francia, Regno Unito e Russia. Il conflitto si allargò successivamente a varie altre nazioni.

Entrarono in guerra come alleati degli Imperi centrali: l’Impero Ottomano (1914) e la Bulgaria (1915). Mentre alleate della cosi detta Triplice Intesa: il Giappone (1914), l’Italia, che lasciò la Triplice alleanza (1915), il Portogallo (1916), la Romania (1916), gli Stati Uniti (1917), Panama (1917), Cuba (1917), la Grecia (1917), il Siam (1917), la Liberia (1917), la Cina (1917), il Brasile (1917), il Guatemala (1918), il Nicaragua (1918) e la Costarica (1918).

Dopo le avanzate tedesche dei primi mesi, il conflitto si trasformò, specie sul fronte occidentale, in una rovinosa guerra di posizione. Il numero degli uomini impiegati e le nuove tecnologie messe in campo dalla Triplice Intesa ebbero la meglio sulla superiore organizzazione militare della Germania.

La guerra si concluse l’11 novembre 1918, quando la Germania firmò l’armistizio con le forze dell’Intesa La prima guerra mondiale fu anche una delle più importanti cause della Rivoluzione russa.

 2)=I contenuti del trattato di Versailles.
Ma ritorniamo al trattato di Versailles che si aprì, in Francia, che ebbe come conclusione dei lavori e la firma definitiva il 28 giugno 1919. Il trattato fu una premessa alla creazione della Società delle Nazioni, proposto e voluto dal presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson,.al fine di costituire una organizzazione per arbitrare i conflitti tra le nazioni prima che si arrivasse ad una guerra.

Tale trattato puni fortemente la Germania in quanto tra le disposizioni previste c’era la perdita delle colonie e parte del suo territorio, la lista di ex-province tedesche che cambiarono appartenenza comprese: l’Alsazia-Lorena, restituita alla Francia; lo Schleswig settentrionale, fino a Tondern nello Schleswig-Holstein, alla Danimarca (in seguito a un plebiscito); gran parte della Posnania e della Prussia occidentale e parte della Slesia alla Polonia; la città di Danzica con il delta della Vistola sul Mar Baltico, venne resa Città libera di Danzica, sotto l’autorità della Società delle Nazioni e della Polonia.

Il trattato di Versailles oltre ad abolire la coscrizione per la Germania, pose anche grosse limitazioni alle forze armate tedesche, che non dovevano superare le 100.000 unità. Il trattato stabilì una commissione che doveva determinare le esatte dimensioni delle riparazioni che dovevano essere pagate dalla Germania. Nel 1921, questa cifra fu ufficialmente stabilita in 33 miliardi di dollari. I problemi economici che questi pagamenti comportarono sono spesso citati come la principale causa della fine della Repubblica di Weimar e della ascesa di Adolf Hitler.

Gli Stati Uniti non ratificarono mai il trattato. Le elezioni del 1918 avevano visto la vittoria del Partito Repubblicano, che prese il controllo del Senato e bloccò due volte la ratifica (la seconda volta il 19 marzo 1920), alcuni favorivano l’isolazionismo e avversavano la Società delle Nazioni, altri lamentavano l’eccessivo ammontare delle riparazioni. Come risultato, gli Stati Uniti non si unirono mai alla Società delle Nazioni e in seguito negoziarono una pace separata con la Germania: il trattato di Berlino del 1921, che confermò il pagamento delle riparazioni e altre disposizioni del Trattato di Versailles ma escluse esplicitamente tutti gli articoli correlati alla Società delle Nazioni.

Celebrazioni e lo scontento polacco

Ai polacchi, insomma, non va troppo bene il fatto che, nel ricordare il settembre del 1939, ci si scordi la metà della storia, sopratutto quando é una metà della storia che loro hanno subito sulla propria pelle.
Tenendo in conto, inoltre, che per prima volta quest’anno il premier ed ex presidente russo Valdimir Putin partecipa alle celebrazioni che si terranno a Gdansk, all’epoca nota come Danzica, per ricordare l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, il dibattito si é scaldato nuovamente.

Dimostrando maggior abilita del suo successore al Cremlino, Putin ha inviato una lettera aperta al popolo polacco, pubblicata dalla Gazeta Wyborcza, nella quale non solo condanna il patto Ribbentrop-Molotov, definendolo “immorale”, ma inoltre ricorda come il destino del popolo russo era allora “avvolto in un sistema totalitario” e sopratutto dice di aver capito la “sensibilità” dei polacchi non solo riguardo all’invasione del settembre 1939, ma anche al massacro di oltre 22 mila ufficiali militari a Katyn, perpetrato dal NKVD nel 1940, su un ordine diretto di Stalin

Un tema, infatti, molto sensibile, sopratutto a causa delle polemiche provocate da un membro eminente della commissione storica creata da Medvedev per esaminare il comportamento dell’URSS durante il primo anno della Seconda Guerra Mondiale ossia fino a che Hitler, violando il patto Ribbentrop-Molotov, non invase la Russia nel giugno del 1941.

La professoressa Natalua Narochnitskaya, ha dichiarato in una recente intervista alla Komsomolskaya Pravda che la Polonia stava negoziando in segreto con Hitler sin all’estate del 1939 e per cui nella strage di Katyn vi fu sepur indirettamente un coinvolgimento nazista.
In realtà il massacro della foresta di Katyń, avvenuto durante la seconda guerra mondiale comportò l’esecuzione di massa, di soldati e civili polacchi, inizialmente al massacro riguardo solo gli ufficiali polacchi detenuti del campo di prigionia di Kozielsk, in prossimita della città di Smolensk, successivamente coinvolse tutta l’intellighenzia polacca, ossi ben 21.857 cittadini polacchi  furono uccisi.

 3=Le annessioni territoriali-l’accordo Ribbentrop-Molotov

A parte questo le annessioni territoriali di Stalin in base agli accordi segreti con il Terzo Reich prevedevano sia la spartizione della Polonia, oltre anche l’occupazione dei paesi baltici da parte tedesca e la Moldavia da parte Russa.
Ma è sorprendente quanto sostiene un servizio televisivo russo, dedicato ai “Segreti degli accordi segreti”, nel quale si accusa la Polonia di simpatie filonaziste, e sulle responsabilità espansionistiche polacche dovute ad un possibile accordo segreto con Hitler.Questo per giustificare il fatto che Molotov non avrebbe avuto altra scelta se non quella di firmare gli accordi con Ribbentrop.

firma dell’accordo Ribbentrop-Molotov

Gli avvenimenti dell’estate del 1939, insomma, continuano ad essere oggetto di polemica, revisionismi e mute accuse di manipolazione della Storia. Dopo poco più di settanta anni che ha segnato l’inizio di una guerra che causo più di 60 milioni di morti, in gran parte civili.

E che divise l’Europa in due parti che sino alla caduta del muro si guardarono in cagnesco. Oggi non paia strano che la Russia post sovietico cerchi di recuperare in parte il senso patriottico dello stalinismo, per non ammettere che Stalin fu alleato di Hitler finché non fu tradito, per cui si giustifica l’invasione staliniana dell’Europa dell’Est, come ben segnala lo storico britannico Norman Davies in un ottimo articolo sull’Independent nel quale, pur sottolineando che ogni paese ha la sua versione modificata sull’inizio della Seconda Guerra Mondiale, creata per abbellire la sua leggenda patriottica.

Comunque la storia ci indica che dopo la disfatta polacca, la Russia occuperà la Finlandia, e sarà difficile minimizzare che non solo l’aggressione di Stalin contro la Finlandia nel novembre del 1939 é stata tanto proditoria quanto le sue azioni contro la Polonia, poiche il suo alleato tedesco non vi ha partecipato, e l’invio di un milione di soldati in un paese limitrofo per deportare l’intera popolazione della regione di confine, ossia la Carelia, difficilmente può venire descritta come l’azione di una nazione liberatrice, carica di buona volontà, che oggi vuole giustificare, il patto Ribbentrop-Molotov quale patto necessario per salvare parte dell’Europa dal nazifascismo.

 4)=Il Vaticano e la II guerra mondiale
Quando il 2 marzo 1939 il cardinale Eugenio Pacelli (1876-1958) salì al soglio pontificio assumendo il nome Pio XII, sull’Europa incombevano le cupe nubi della guerra.
Il perseguimento della pace, come il suo motto -“Opus justitiae pax”- ricordava, fu l’obiettivo costantemente perseguito da Pio XII, con tutti gli strumenti diplomatici a disposizione, in una instancabile mediazione tale da fargli valere il titolo di “defensor civitatis”.

Eletto in un periodo di grandi tensioni internazionali, con il regime nazista che iniziava ad occupare molti territori europei, il Papa tentò invano di scongiurare il rischio di una nuova guerra mondiale con diverse iniziative fra cui la più famosa è il discorso alla radio del 24 agosto 1939 in cui pronunciò la frase simbolo del suo pontificato: “Nulla è perduto con la pace; tutto può essere perduto con la guerra”. Tuttavia furono inutili.

Il 1º settembre, la Germania invade la Polonia e il 3, Francia e Gran Bretagna rispondono all’attacco: è la seconda guerra mondiale. Papa Pacelli tentò con altri appelli di far cessare le ostilità e organizzò aiuti alle popolazioni colpite e creò l’ufficio informazioni sui prigionieri e sui dispersi. Cercò, inoltre di distogliere il fascismo dall’idea di far entrare in guerra l’Italia ma nonostante ciò il 10 giugno del 1940 anche l’Italia entrò in guerra.

Nel 1942, nel tentativo di fermare la guerra, appoggiò l’operazione “Orchestra Nera”, formata da dissidenti nazisti, esponenti democratici, sacerdoti cattolici, pastori protestanti con l’obiettivo di assassinare Hitler e fermare la guerra. Pio XII, si fece garante presso gli Alleati e chiese loro di sostenere l’Orchestra Nera. Tuttavia i britannici non appoggiarono l’operazione e questa naufragò

20 luglio 1933: il Segretario di Stato del Vaticano, Eugenio Pacelli, che nel 1939 diventera papa col nome di Pio XII, firma il Concordato fra la Germania nazista e la Santa Sede, ovvero il Reichskonkordat.

Durante l’occupazione nazista dell’Italia, dopo l’8 settembre, offrì asilo politico presso la Santa Sede a molti esponenti politici antifascisti tra cui Alcide De Gasperi e Pietro Nenni, appellandosi al fatto che la Città del Vaticano era uno Stato sovrano. Non sempre i Tedeschi rispettarono l’extraterritorialità di alcune altre aree a Roma, di pertinenza della Santa Sede: nell’inverno del 1943 i Tedeschi fecero irruzione nella Basilica di San Paolo fuori le Mura dove arrestarono chi vi si era rifugiato, ed è stato scoperto di recente un piano segreto di Hitler che prevedeva l’occupazione del Vaticano e l’arresto di Pio XII,

Neutrale durante il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, dovette a guerra finita fronteggiare la nascita della guerra fredda e della divisione del mondo in due blocchi contrapposti. In questo caso, però, il Papa non si mantenne sopra le parti ma si schierò decisamente contro il comunismo, di cui fu un fermo oppositore. Nelle elezioni del 1948 si schierò con determinazione a favore della Democrazia Cristiana, favorendone la schiacciante vittoria, e appoggerà sempre con slancio questo partito anche se non condivise alcune scelte di Alcide De Gasperi, tra cui il rifiuto di quest’ultimo di collaborare con i partiti di destra.

E con un atto clamoroso a livello mondiale, scomunicò tutti i comunisti,  a seguito delle persecuzioni dei cristiani nell’Europa nell’Est, i capi di governo ad essi riferiti. Inoltre cercò di attivare contatti e di salvare i cattolici dalle deportazioni nei gulag sovietici, pur senza riuscirci. Ma in un mondo ancora segnato dalle ferite della guerra, ritnne che più che un Papa politico, forse la gente aveva bisogno di un “pastore spirituale che porta il suo gregge sulle vie della pace,

 5)=nascita dell’Italia repubblicana

Il 25 luglio del 1943, quando la guerra a fianco della Germania ormai volgeva al peggio, Vittorio Emanuele III, in accordo con parte dei gerarchi fascisti, revocò il mandato a Mussolini e lo fece arrestare, affidando il governo al maresciallo Pietro Badoglio. Il nuovo governo iniziò i contatti con gli Alleati per giungere ad un armistizio. L’armistizio di Cassibile, siglato segretamente il 3 settembre del 1943, è l’atto con il quale il Regno d’Italia cessò le ostilità contro le forze alleate nell’ambito della seconda guerra mondiale.

momento della firma ,il generale A.Castellano, a nome di Badoglio, e il generale Walter Bedell Smith a nome di Eisenhower. in realtà non si trattava affatto di un armistizio ma di una vera e propria resa senza condizioni da parte di un’Italia ormai esanime.

Poiché tale atto stabiliva la sua entrata in vigore dal momento del suo annuncio pubblico, esso è comunemente citato come “8 settembre”, data in cui, alle 18.30, fu pubblicamente reso noto prima dai microfoni di Radio Algeri da parte del generale Dwight D. Eisenhower e, poco più di un’ora dopo, alle 19.42, confermato dal proclama del maresciallo Pietro Badoglio trasmesso dai microfoni dell’EIAR.
l’Italia precipitò nel caos. L’esercito nel suo complesso, privo di ordini, sbandò e venne rapidamente disarmato dalle truppe tedesche; Vittorio Emanuele III, la corte ed il governo Badoglio lasciarono Roma per trasferirsi al sud.

La maggior parte dei partiti attribuiva alla monarchia in generale, ed a Vittorio Emanuele III nello specifico, la responsabilità di aver appoggiato il fascismo e quindi la responsabilità di aver coinvolto l’Italia in una guerra disastrosa. Ciò malgrado, alcuni, all’epoca, non reputavano utile né sostenibile, con le forze del momento, aggiungere altri obiettivi quando la lotta in corso era già tanto difficoltosa.

La situazione venne ad una svolta nel 1944 quando Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano, propose, in un discorso passato alla storia come “svolta di Salerno”, di accantonare la questione istituzionale fino alla fine della guerra. A questa soluzione convennero tutti i partiti, corroborati da una coerente sollecitazione delle potenze alleate ed ovviamente, per quel che ancora poteva valere d’influenza, della Corona.

La questione fu “barattata” con la richiesta di estromissione di Vittorio Emanuele III dalla politica diretta e fu istituita la “luogotenenza”, con la quale un soggetto non compromesso con il recente passato avrebbe rappresentato la Corona: fu scelto il principe di Piemonte Umberto di Savoia, erede al trono, Con questo nuovo istituto i poteri regali sarebbero stati gestiti da Umberto con il titolo di Luogotenente generale del Regno
L’accordo conclusivo fu di indire, al termine della guerra e non appena le condizioni generali lo avessero reso possibile, un referendum sulla forma dello stato. Insieme a questo referendum sarebbe anche stata indetta una votazione per eleggere un’assemblea che avrebbe avuto il compito di redigere una nuova carta costituzionale.

Una parte dei sostenitori della monarchia premeva affinché Vittorio Emanuele III abdicasse, in modo da poter giungere al referendum con a capo del paese una figura non compromessa con il precedente regime. Il figlio di Vittorio Emanuele III, Umberto, oltre che a godere di una certa popolarità anche consolidata dal fascino personale, si era tenuto abbastanza defilato durante la guerra, e questo faceva sperare che potesse recuperare alla causa monarchica parte del consenso perduto.

Le istanze democratiche non furono infatti oggetto di immediata grande attenzione, oltre alle richieste, talvolta propagandistiche, degli Alleati. La guerra, del resto, non solo continuava, ma si era trasformata anche in guerra civile, con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana e la divisione della penisola in due territori antagonisti, uno occupato dalle forze alleate, l’altro da quelle tedesche, con coinvolgimento degli uomini armati dell’uno e dell’altro fronte

La notte del 12 giugno il governo si riunì su convocazione di De Gasperi, De Gasperi aveva ricevuto in giornata una comunicazione scritta dal Quirinale nella quale il re si dichiarava intenzionato a rispettare il responso degli elettori votanti, come stabilito dal decreto di indizione del referendum, aggiungendo che avrebbe atteso il giudizio definitivo della Corte di Cassazione secondo quanto stabilito dalla legge. La lettera, che sollevava la questione del quorum, suscitò le preoccupazioni dei ministri intenzionati alla proclamazione immediata della repubblica

Da sinistra, Nenni, Ruini, Vernocchi, De Gasperi e Togliatti all’epoca del primo governo De Gasperi

(secondo la celebre frase dell’esponente del partito socialista Giuseppe Romita: «o la repubblica o il caos!»), mentre, nello stesso tempo, era necessario far fronte alle crescenti proteste dei monarchici, represse sanguinosamente il giorno prima a Napoli dagli ausiliari di Romita, dove nove manifestanti avevano perso la vita e 150 erano rimasti feriti . Lo stesso 12 giugno una manifestazione monarchica era stata dispersa violentemente.

Il consiglio dei ministri stabilì che, a seguito della proclamazione dei risultati provvisori del 10 giugno, si era creato un regime transitorio e di conseguenza le funzioni di capo dello Stato passavano ope legis al presidente del consiglio. Ciò avvenne nonostante il disposto dell’art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98 , che imponeva di attendere la proclamazione ufficiale da parte della Corte di Cassazione.

Il governo assunse perciò unilateralmente poteri che, fino al pronunciamento definitivo della Cassazione, ancora non gli spettavano, deponendo di fatto Umberto II. Il ministro del tesoro Epicarmo Corbino chiese a De Gasperi se si rendesse conto della responsabilità che si assumeva, dal momento che l’indomani sarebbe potuto apparire come un usurpatore del trono .

Messo di fronte all’azione del del governo, Umberto II interpello, il generale Maurice Stanley Lush capo delle forze alleate di stanza in Roma, ma questi lo informo che gli angloamericani non sarebbero intervenuti a difesa del sovrano e della sua incolumità neanche in caso di palese spregio delle leggi, ed in particolare nel caso di un possibile assalto al Quirinale sostenuto dai seguaci dei ministri repubblicani, volendo evitare qualsiasi possibilità di innesco di una guerra civile, cosa che era nell’aria dopo i fatti di Napoli, decise di lasciare l’Italia .

La partenza del re dava via libera alla proclamazione senza intoppi della forma repubblicana, dal momento che alla Corte di Cassazione non restava che avallare il fatto compiuto. Così la Corte, con dodici magistrati contro sette, stabilì che per maggioranza degli elettori votanti, prevista dalla legge istitutiva del referendum (art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale del 16 marzo 1946, n. 98 si doveva in realtà intendere maggioranza dei voti validi.

Il consiglio dei ministri stabilì che, a seguito della proclamazione dei risultati provvisori del 10 giugno, si era creato un regime transitorio e di conseguenza le funzioni di capo dello Stato passavano al presidente del consiglio. Ciò avvenne nonostante il disposto dell’art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98, che imponeva di attendere la proclamazione ufficiale da parte della Corte di Cassazione. Il governo assunse perciò unilateralmente poteri che, fino al pronunciamento definitivo della Cassazione, ancora non gli spettavano, deponendo di fatto Umberto II.

Secondo il proclama di Umberto II, pubblicato il 13 giugno, si trattò di un colpo di Stato: «Questa notte, in spregio alle leggi ed al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza»

La corte di cassazione, il 18 giugno, con dodici magistrati contro sette, stabilì che per maggioranza degli elettori votanti, prevista dalla legge istitutiva del referendum (art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale del 16 marzo 1946, n. 98 ), si doveva in realtà intendere maggioranza dei voti validi.

Alle ore 18:00 del 18 giugno, nell’Aula della Lupa di Montecitorio, pur con il voto contrario del presidente della Corte di Cassazione Giuseppe Pagano venne respinto il ricorso monarchico ed ufficializzata la vittoria della Repubblica.

 Peppone e Don Camillo di Gareschi- un buon esempio per i politici nostrani

Concludendo oggi nonostante tante ricorrenze storiche, accordi nazionali ed internazionali, rinnovamenti politici e partitici, alleanze, ecc. Quanto forse manca una seria politica non solo nazionale, ma anche internazionale, o meglio manca la funzione di una politica vera, o peggio mancano governi che si adoperino seriamente per la tutela del cittadino e del Paese che gli ha eletti.

elab da g.m.s.

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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