Torquato Tasso vita e opere-sintesi

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 -Torquato Tasso- in breve 

-sonetto alla virtù feminile-

Serenissima Madama. Sogliono le belle donne con vaghezza rimirare o statua o pittura ove alcuna somiglianza loro si vede espressa, e le giovani particolarmente di vagheggiarsi nello specchio e di vedere ivi ogni loro similitudine ritratta hanno vaghezza: ma Vostra Altezza, tutto che bellissima sia di corpo, né ancora sì attempata che non potesse o altrui piacere o di se stessa compiacersi molto, nondimeno né di suo ritratto né di specchio è tanto vaga, quanto di vedere se stessa rinata e ringiovinita ne’ suoi bellissimi figliuoli, de’ quali il Principe è tale, che ben di lui si può cantare quel verso oraziano.

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-Biografia-

Nacque a Sorrento l’11 marzo 1544. Il padre Bernardo era un letterato e cortigiano al servizio del principe di Salerno Ferrante Sanseverino del vicereame di Napoli, mentre la madre Porzia de’ Rossi discendeva da una nobile famiglia pistoiese. Pochi anni dopo il principe fu bandito dal regno e Bernardo seguì il suo padrone, trascorrendo la vecchiaia tra occupazioni di corte faticose e poco remunerative. All’età di 6 anni Torquato si recò in Sicilia e negli anni seguenti a Napoli, dove venne educato dai Gesuiti e conobbe Ettore Thesorieri con il quale restò in corrispondenza epistolare. Egli rimase fino ai dieci anni a Napoli con la madre, poi seguì il padre prima alla corte di Urbino, quindi a Venezia; nel frattempo gli morì la madre, rimasta a Napoli, probabilmente avvelenata dai suoi fratelli per motivi d’interesse.
Tra il 1560 ed il 1565, Tasso compì i suoi studi a Padova e a Bologna, centri di studio di cultura aristotelica.Nella prestigiosa Università di Padova studiò prima diritto, poi letteratura e filosofia. Proprio a Padova Tasso gettò le basi della propria cultura filosofica, grazie soprattutto alla conoscenza di Sperone Speroni. Si legò all’Accademia degli Eterei ed in seguito a quella degli Infiammati. Nel 1562, all’età di diciotto anni, pubblicò con successo il poema epico cavalleresco Rinaldo, incentrato sulle avventure del cugino di Orlando e si cimentò anche nella lirica amorosa con versi dedicati a Laura Peperara, conosciuta a Mantova, e a Lucrezia Bendidio, dama di Eleonora d’Este.
Nel 1565 giunse a Ferrara in occasione delle nozze del duca Alfonso II d’Este, al servizio del cardinale Luigi d’Este, fratello del duca, e dal 1570 passò al servizio del duca stesso. Questo fu il periodo più felice della vita di Tasso, in cui il poeta visse apprezzato dalle dame e dai gentiluomini per le sue doti poetiche e per l’eleganza mondana. La ricchezza culturale della corte estense costituì per lui un importante stimolo;
Ma sarà in questo periodo che insorgono in lui degli scrupoli letterari, che si unirono ben presto a quelli religiosi, che diverranno delle vere e proprie manie di persecuzione. Per mettere alla prova la propria ortodossia nella fede cristiana si sottopose spontaneamente al giudizio dell’Inquisizione di Ferrara, che lo assolse. Le manie di persecuzioni divennero sempre più evidenti; un giorno, ritenendosi spiato da un servo, gli scagliò contro un coltello. Il duca Alfonso lo fece rinchiudere nel convento di San Francesco ma lui dopo poco riusci a fuggìre. Nel 1578, lo troviamo presso la sorella a Sorrento, annunciandole la propria morte, così da vedere la sua reazione: le svelò la sua vera identità solo dopo aver osservato la reazione realmente addolorata della donna. Anche quest’episodio sottolinea le turbe psichiche del Tasso.
Nel 1579 ritornò a Ferrara; poiché non trovò a corte l’accoglienza calorosa sperata, diede in escandescenze durante le terze nozze di Alfonso II con Margherita Gonzaga, figlia del duca di Mantova Guglielmo. Il duca Alfonso II lo rinchiuse quindi nell’Ospedale Sant’Anna, nella celebre cella detta poi “del Tasso”, dove rimase per sette anni. Qui, alle manie di persecuzione, si aggiunsero tendenze autopunitive. Scrisse comunque ininterrottamente a principi, prelati, signori ed intellettuali pregandoli di liberarlo e difendendo la propria persona. Nel 1580, durante la prigionia, venne pubblicata a Venezia, senza il suo consenso, la prima edizione del poema iniziato all’età di quindici anni, con il nome di Goffredo, composto di 14 canti. L’opera ebbe un grande successo. Il poeta decise allora di pubblicare a Ferrara nel 1581 la Gerusalemme liberata. Nel 1586 fu liberato per intercessione di Guglielmo Gonzaga, che lo volle alla sua corte di Mantova.
Nel 1588 il Tasso ritornò a Napoli per risolvere a proprio favore le cause contro i parenti per il recupero della dote paterna. Benché potesse contare sui parenti e sulle conoscenze altolocate partenopee, i Carafa di Nocera Inferiore, i Gesualdo, i Caracciolo di Avellino, i Manso, preferì accettare l’ospitalità di un convento di frati. In questa occasione scrisse il poemetto, rimasto incompiuto, Monte Oliveto, in riferimento al convento in cui sorgeva il complesso monastico.
Anche questo periodo napoletano si rivelò problematico per Tasso, a causa delle sue precarie condizioni di salute e delle ristrettezze economiche, a cui si aggiunsero anche nuove polemiche letterarie e religiose sulla Gerusalemme liberata. Spostatosi a Bisaccia, Tasso poté vivere un periodo di maggiore tranquillità.
Il Tasso morì a Roma nel 1595 a 51 anni, poco prima di ricevere la laurea poetica promessagli dal papa Clemente VIII. Venne sepolto nella Chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo, il cui convento aveva ospitato il poeta in cerca di sollievo spirituale nell’ultimo periodo della sua vita.
-La Gerusalemme Liberata-
 -l’ucisione di  Clorinda-
“Non si ferma la lancia alla ferita:
dopo il colpo, del corso avanza molto:
entra da un lato e fuor per l’altro passa
fuggendo, e nel fuggir la morte lassa.”
“Gerusalemme Liberata” è un poema epico il cui argomento centrale e la prima crociata e la guerra con cui i cristiani guidati da Goffredo da Buglione riescono a liberare il “santo sepolcro”, sconfiggendo i saraceni guidati da Argante e Solimano. Vi si intrecciano una serie di vicende altre. Il vano amore del cristiano Tancredi per la guerriera saracena Clorinda, l’amore timido di Erminia per Tancredi, le seduzioni della maga Armida che tenta di allontanare dall’esercito crociato i guerrieri più valorosi ma si innamora del prode Rinaldo, gli interventi soprannaturali delle potenze infernali e di quelle angeliche, l’encomio della famiglia Este attraverso la celebrazione del suo presunto capostipite Rinaldo. Vi sono alcuni atteggiamenti ricorrenti, e tipicamente tasseschi all’interno del poema, come la propensione per le scene di grandioso rilievo visivo: riti religiosi, battaglie, processioni, parate, la sfarzosità delle regge ecc.
La precisione tecnica che riguarda le descrizioni delle battaglie, assedi, duelli; i casi di coscienza ma anche i problemi diplomatici e di governo: cosa che del resto si era sviluppato nell’ambito della controriforma; l’esaltazione della vita di corte: i personaggi hanno qualità costantemente eroica, sia nel vizio che nella virtù, il mondo descritto non conosce risvolti plebei, armi, religione, scienza e letteratura si inseriscono in un contesto dominato dai valori di una cerchia aristocratica detentrice di potere cultura e di raffinati codici di vita. I principali personaggi del poema sono soli, inappagati e spesso vinti. Comunicano una tormentosa ammonizione all’uomo, gli ricordano la sua fragilita, la sua impotenza.
Una delle più grandi figure raccontate dal Tasso nella Gerusalemme liberata è certamente quella del cavaliere crociato Tancredi che, disperatamente innamorato della guerriera nemica Clorinda, la uccide per una tragica fatalità in duello. Amare una donna, darle la morte, ed ecco, come Tancredi, sopravvissuto al combattimento ma morto in lei ch’è morta, non guarirà mai dalla ferita interiore che il destino gli ha inferto.
La morta Clorinda non cessa infatti di essere presente nell’animo di Tancredi, che a stento viene dissuaso dal suicidio, né lo abbandoneranno mai il rimorso e il senso di colpa.
Soprattutto Clorinda ricompare nel corso di un episodio, ossia quello della “selva di Saron”. Gerusalemme è ormai da tempo circondata, mancano ai crociati per la vittoria finale solo le grandi macchine da assedio indispensabili per sferrare il colpo decisivo. Ma il legname necessario non può essere raccolto, perché la selva appunto è di fatto inaccessibile, pervasa da un incantesimo demoniaco; a chi vi si addentri la strada è sbarrata dalla percezione di mostri e di terrificanti. Essi non hanno esistenza concreta, ma sono l’allucinata proiezione delle paure inconsce di ciascuno. Ciascuno vede là dentro ciò che gli fa più paura. Ma Tancredi decide di aventurarsi nella foresta e dissoltesi di fronte al suo coraggio le visioni che avevano bloccato gli altri, Tancredi dovrà affrontare: “un’emozione funebre appoggiata a sentimenti vissuti, a persone conosciute e scomparse che ora ci parlano dall’al di là, dall’altro mondo”, In una radura del bosco è un silenzioso ed inquietante paesaggio gli si apre, cosi da trovarsi davanti un grande cipresso con al centro delle misteriose scritte, una delle quali ammonisce colui che osa addentrarsi dentro a i chiostri della morte. Egli colpisce con la spada l’albero, che sanguina e:
Allor, quasi di tomba, uscir ne sente
un indistinto gemito dolente,
che poi distinto in voci: “Ahi! troppo” disse
“m’hai tu, Tancredi, offeso; or tanto basti.
Tu dal corpo che meco e per me visse,
felice albergo già, mi discacciasti:
perché il misero tronco, a cui m’affisse
il mio duro destino, anco mi guasti?
Dopo la morte gli aversari tuoi,
crudel, ne’ lor sepolcri offender vuoi?”.
“Clorinda fui”, dice il fantasma che il demonio ha evocato per sbarrare la strada al guerriero; al di là dell’invenzione narrativa, si tratta naturalmente di quello che modernamente chiameremmo “l’inconscio” di Tancredi, o comunque il suo rimorso, il suo atroce senso di colpa nei confronti della persona scomparsa. Non è in un bosco, è nel profondo della sua psiche che Tancredi si inoltra; e il confronto con ciò che vi trova, il volto della persona morta per causa sua, è insostenibile; la ferita interiore è inguaribile. La spada cade di mano al giovane sconfitto; ad altri toccherà rompere l’incantesimo della selva.
-Sonetto per lo vivere-
Odi che tuona, odi che’n gelo
il vapor di lassù converso piove;
ma che curar dobbiam che faccia Giove?
Godiam noi qui, s’egli è turbato in cielo.
Godiamo amando, e un dolce ardente zelo
queste gioje notturne in noi rinnove:
tema il volgo i suoi tuoni, e porti altrove
fortuna, o caso il suo fulmineo telo.
Ben folle, ed a se stesso empio è colui,
che spera, e teme: e in aspettando il male,
gli si fa incontro, e sua miseria affretta.
Perisca il mondo, e rovini: a me non cale,
se non di quel, che più piace e diletta;
chè se terra sarò, terra ancor fui.
elab-g.m.s.
G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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