L’eresia Ocitana….

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zoroastroDa Zoroastro ai Catari
Definizione del problema storico-visto da Stelio Calabresi –
Diversi autori hanno fatto osservare che il cristianesimo, a partire dalle origini, visse e si rafforzò in una strana contraddizione. Nel momento stesso in cui iniziò a farsi conoscere fuori dei confini della Palestina, fra i gentili (secolo II), cominciò ad essere travagliato, cominciò a svilupparsi un dibattito dottrinario interno che investì i cardini stessi del credo. Cominciò immediatamente l’epoca delle eresie.
Ovviamente quando affronto questo problema debbo chiarire che ne parlo sotto un profilo storico ed escludo qualsiasi tipo di valutazione del merito dottrinario, anche se è estremamente difficile valutare i movimenti ereticali senza tener conto della logica delle origini.
Sta di fatto che un determinato fenomeno veniva definito “eretico” sulla base delle conclusioni cui poteva pervenire un’altra fazione – parimenti “cristiana” – sulla base di pressoché identici presupposti dottrinari.
Ma cerchiamo di restare aderenti al fatto storico. Siamo in tal caso costretti ad accettare, per quanto riguarda il catarismo, alcuni fatti: i Catari sono conosciuti – in Italia e nella Linguadoca Francese (tra il XII ed il XIV secolo) – come Albigesi, in quanto derivano la propria denominazione da uno dei centri della Provenza di maggiore importanza, Albi.
Dobbiamo a questo punto comprendere: chi fossero i Catari denominati anche Albigesi (in effetti i nomi con i quali furono conosciuti – e lo vedremo – furono diversi e non sempre si trattò di sinonimi); da dove derivasse e quale fosse il loro credo che li portò ad essere soggetti passivi di persecuzioni e, infine, di una crociata; quale fosse la reale situazione della Francia tra il XII ed il XIII secolo, con particolare riguardo a quella parte del territorio conosciuto come Linguadoca.
Origini remote ed origini recenti del Catarismo la sua semantica
Solitamente la parola “cataro” è collegata, sotto il profilo semantico, al greco.
In questa lingua l’aggettivo “?a?a?o?” significa “puro”.
Nelle zone di lingua italiana sono noti come “Occitani“.
Ma la storia del pensiero filosofico alla base del catarismo non è né semplice – come potrebbe sembrare – né breve. In effetti la loro filosofia risale molto più indietro del XII secolo; essi traggono la loro origine da quella parte del pensiero filosofico che si definisce pensiero dualistico. Le loro origini remote si confondono con le origini di quel pensiero filosofico: essi idealmente si riallacciano al persiano Zarathustra.
Le loro origini recenti, si fa per dire, invece sono da collegarsi a Mani, personaggio, guarda caso, comparso in Persia all’inizio del III secolo Qui Mani fu condannato e fatto giustiziare per motivi connessi al proprio credo.
Per l’esattezza dobbiamo dire che né il movimento dei Catari né quello Manicheo erano, dal punto di vista dottrinale, originali: entrambi risentivano di origini molto più antiche che poggiavano su un principio dualistico (presenza di bene e male nella realtà) con una tendenza monistica conclusiva (la lotta tra le due forse si sarebbe conclusa inevitabilmente con la vittoria del bene).
catariQuesta tradizione apparteneva in realtà a Zarathustra.
Qualunque ne sia l’origine, qualunque sia la natura dell’etimo sta di fatto che il catarismo, tra il XII ed il XIII secolo fu uno dei movimenti eretici più diffusi dell’Europa meridionale al punto da entrare in conflitto con la Chiesa di Roma con una vera e propria crociata in loro danno. La conclusione fu una strage ma non la scomparsa. Rimase latente un sottile fascino perfino in un campione della cristianità come San Bernardo da Chiaravalle (Clairvaux).
Zarathustra, zoroastrismo (Mazdeismo) e gimnosofimo
Furono i Greci ad individuare in Zarathustra, da loro ribattezzato Zororoastro, il fondatore della religione persiana.
In Persia il suo nome era “Zerdust Name”. Questo nome ha un duplice significato. Il primo si riferisce ad una situazione patrimoniale e significa “ricco di cammelli”. La seconda invece corrisponde ad una denominazione più marcatamente religiosa e suona come “il profeta della legge di Dio”.
Egli fu, quindi, l’ispirato di Ormuzd ed il profeta dello Zend Avesta nel quale Dio è “Ahura Mazda” o “Ormuzd” (in ogni caso una divinità della luce).
Indipendentemente dalle sottigliezze semantiche a noi Zarathustra è noto quale ispirato di Ormuzd ed erede di Yima. Questa parentela spirituale garantì il collegamento con il primo dei Grande Iniziati nella storia dell’esoterismo.
È ben poco quello che conosciamo della vicenda umana e storica di Zarathustra. Qualcosa riusciamo a dedurla: così l’etimologia del nome ci rivela che egli appartenne ad una famiglia agiata. Per il resto i suoi dati biografici sono avvolti dalla notte del tempo o nella nebbia del mistero. Ciò accade, per esempio, per l’epoca in cui sarebbe vissuto. C’è chi ne ascrive la vicenda terrena ad un periodo compreso tra l’VIII ed il VII secolo (probabilmente tra il 630 ed il 553 a.C.) e chi, con diversa approssimazione, lo colloca tra la fine del secondo e l’inizio del primo millennio.
La nascita spazia in un arco di tempo che varia di circa 3000 anni: dal VI secolo prima di Serse al VI millennio prima dello stesso re.
Il Frye, nel suo studio sulla “Persia preislamica”, osserva con un certo sconforto, come sia “…scoraggiante che dopo tanti anni di ricerche non si sappia ancora quando e dove visse e neppure che cosa predicò esattamente”.
Parimenti deprimente appare il vuoto intorno al personaggio: mitico almeno quanto storico. Al punto che taluno, ad esempio Bausani, ritiene (e non è un paradosso), che Zarathustra fosse non il creatore della più antica religione Iranica (il mazdeismo) ma, come tanti, un semplice seguace di questa religione. Una possibilità è che, appunto Zarathustra ne sia stato il riformatore atteso che l’avrebbe ritenuta “una delle più importanti religioni superiori”, nel senso che in essa si nascondeva “un insieme di veri e propri enigmi…” dai quali sarebbe derivato “…il materiale per la costruzione delle leggende escatologiche di tutte le grandi religioni del mondo civile occidentale”.
Naturalmente in questa valutazione non si può tacere delle difficoltà linguistiche dei testi, zoroastriani. Infatti la lingua avestica è quanto mai arcaica e quella in cui sono scritte le “Gatha” (“Canti”), probabilmente l’unica opera genuina di Zarathustra, per larga parte incomprensibile.
Gli ultimi studiosi degli ultimi tempi sono indirizzati a ritenere che la religione iranica antica non fosse una religione unica, ma una pluralità complicata di idee da ricostruire per frammenti, come iscrizioni, iconografia archeologica, testi isolati nel tempo incorporati nel più ampio e unitario filone del mazdeismo.
Un quadro filologico e storico a dir poco impossibile e, a dir poco, contraddittorio.
Del resto gli stessi persiani non ne sapevano molto di più dei greci né di noi e non possiamo escludere che i seguaci di Zarathustra, da veri precursori, avessero considerato l’ipotesi di dar vita ad una vera e propria “era di Zarathustra”. Il Frey è un sostenitore di questa ipotesi.
Erodoto definì Zarathustra “il Battriano” ma con questo aggettivo lo storico greco ci da solo un’informazione sulla terra di origine (tra l’altro indimostrata)
L’opinione di Erodoto – e ce lo conferma M. Bussagli – è una caratteristica dell’onomastica persiana propria dell’epoca in cui il nostro sarebbe vissuto.
Ma i dubbi più seri sono quelli che riguardano il merito: l’oggetto della predicazione ed il ruolo che Zarathustra avrebbe giocato. Nei Gatha egli si definisce “zaôtar” (l’equivalente di “prete”, analogo all’indiano “hotar”). In pratica egli sembra ritenersi un sacerdote dell’antica religione iranica).
Tuttavia egli avrebbe predicato qualcosa che suonava totalmente nuovo rispetto al credo indoeuropeo praticato in Battriana tanto che le sue parole non avrebbero trovarono ascolto presso Kavi Vistaspa, un re straniero. E questo dato ci conferma che si trattava di un credo rivoluzionario come poteva esserlo il monoteismo in un mondo politeista.
Oggi ancora ci domandiamo se sia stato il fondatore di una nuova religione oppure un riformatore religioso. Sotto questo secondo aspetto egli avrebbe lottato per rivendicare al monoteismo una terra dai molteplici dèi come quella della Battriana.
Come fondatore si sarebbe sforzato di unificare le varie deità in una dottrina tendenzialmente monoteista, per quanto su base dualistica (bene e male) che da lui prese il nome di Zoroastrismo i cui principi espose nell’Avesta.
Lo Zoroastrismo non morì con il suo ideatore ma fu portato avanti, dopo la sua morte, dai Magi di Persia e dai Gimnosofisti indiani (altrimenti noti come i “Sapienti nudi”).
Cerchiamo di vedere, molto in sintesi quella che è la dottrina dello Zoroastrismo che probabilmente è la più antica tra le religioni rivelate.
In Iran esistono ancor oggi diversi resti collegati a quel culto. Basti pensare al “Trono di Salomone” in iranico “Takht I Sulaiman” mentre soprattutto in India (a Bombay) sono comuni le “Torri del Silenzio” sulle quali sono deposti i cadaveri dei Farsi per essere divorati dai corvi e dalle aquile senza che i loro resti possano contaminare i quattro elementi .
I resti di Takht I Saulaiman, che si rivelano ispirati al mantenere acceso un fuoco perenne in onore di Ahura Mazda, ci introducono ai misteri dello Zoroastrismo. Infatti i fuochi in onore della divinità venivano accesi sia in templi a base quadrata (detti appunto “chatar taq”) che all’aperto ed ogni fuoco rappresentava la classe sociale che lo aveva in custodia .
Un tratto comune al buddismo fu il rifiuto delle pratiche crudeli e sanguinarie proprie degli ari: oltre a proibire il sacrificio di animali vietò che i morti venissero sepolti in terra, immersi o bruciati perché ciò avrebbe contaminato i tre elementi fondamentali del creato. I cadaveri venivano quindi esposti sulle “torri del silenzio” fino alla loro naturale scarnificazione: solo allora i resti potevano essere raccolti in urne apposite.
La dottrina normalmente a lui attribuita, è comunque quella dei due principi: Ahura Mazda e Ahriman mentre intono al fuoco è costruita la mistica dello Zoroastrismo .
Nel pensiero iranico in principio c’è il “fuoco” figlio del tempo (Zurvan); il fuoco fu creato prima dei due daimones (il bene e il male); e dal fuoco sono nate tutte le cose del mondo reale (come ci riferisce Eudosso). È evidente che secondo lo Zoroastrismo sono elevate al rango di divinità i due concetti morali di bene e male: il Dio buono è “Ahura Mazda” o “Ormuzd”, simboleggiato dal fuoco. A lui si contrappone il principio della menzogna e della tenebra: “Ariman” o “Angra Maynyu”. In definitiva lo Zoroastrismo tende a migliorare l’ordine morale e sociale e definisce il concetto di Giudizio Finale da cui dipendono la beatitudine o la dannazione.
La loro lotta costituisce la storia con cicli di 3000 anni nei quali Ahura Mazda ed Arimane predominano a turno. Ma l’uomo non può sottrarsi al tempo-destino perché non può evitare l’influsso della divinità predominante.
Le due divinità formano una coppia di opposti perfettamente speculari e come tali verrano ereditate dal Manicheismo.
La loro presenza dà vita ad un conflitto perenne che è destinato a concludersi con la vittoria di Ahura Mazda.
Con l’Avvento dell’Islam i pochi fedeli rimasti in Iran mutarono il nome di Ahura Mazda in Ormuzd e dai musulmani sono detti “Ghebri” (adoratori del fuoco).
Lo Zoroastrismo si diffuse anche a Roma, nel periodo imperiale, sotto forma di culto misterico nella specie del mithraismo, col quale venne spesso confuso lo stesso culto cristiano per la somiglianza del messaggio. Del resto le dottrine persiane, su una lotta perenne tra bene e male, affascinarono i Greci del V secolo come Eudosso di Cnido – che ne trattò nella “Descrizione della Terra” di cui parla anche Aristotele – e Xantos di Lidia. Ma, in particolare ispirò il sincretismo dei Magi che continuò ad essere vivo e vitale in India fino all’epoca Kushana.
Sembra che anche Eraclito di Efeso (come riferisce Clemente Alessandrino) avesse conoscenza del pensiero persiano come dimostra la sua dottrina del fuoco.
Inoltre Clearco di Cipro, in un passo tramandatoci da Diogene Laerzio ci parla della derivazione dei Gimnosofisti dai Magi; inoltre da Aristotele apprendiamo che i magi sarebbero stati ben più antichi degli egiziani.
Esiste anche una cosmogonia Zoroastriana basata su un computo millenaristico tipicamente ariano il che configura però lo zoroastrismo in una forma tipicamente escatologia.
La storia del mondo, in questo schema, comprende tre cicli tri-millenari. Il primo ciclo corrisponde all’età dell’oro: è il regno di Ahura Mazda. Seguono i 3000 anni di Ahriman e della lotta tra bene e male alla fine della quale compare Zarathustra che fa pendere la bilancia dalla parte di Ahura Mazda. A questo punto il mondo è rinnovato ed i cicli riprendono in una sorta di corsi e ricorsi vichiani.
Il dopo-Zarathustra. Mani e la dottrina dualistica
Nell’Iran mazdeo e nell’ambito della medesima tradizione Zoroastriana, nei primi secoli del Cristianesimo assistiamo all’apparizione di un altro “profeta”, Mani il babilonese, fondatore di una mistica di tipo dualistico dove Spirito e Materia (o se si preferisce luce e ombra, bene e male) si contendono il dominio del mondo pur essendo chiaro che – alla fine dei tempi – la tenebra si sarebbe evoluta verso la luce.
Spetta all’uomo separare gli elementi che sono del bene da quelli che sono del male.
Puech è uno specialista del manicheismo. Per lui questa dottrina costituisce “…l’esempio più perfetto di religione di tipo gnostico che sia dato trovare”.
Secondo una certa tradizione, quindi, il manicheismo sarebbe una concezione gnostica molto elaborata, messa a sostegno di una religione che era destinata a diffondersi sia in Asia che in Europa ed in Nordafrica.
Lo stesso S. Agostino (354-430), prima della sua conversione al cristianesimo, fu un manicheo .
Su Mani, vissuto nel III secolo, zoppo dalla nascita, nobile persiano si è costruita una vera e propria leggenda come influenze e rivelazioni angeliche come nei vangeli cristiani ortodossi.
Proclamatosi inviato del Signore secondo la più classica delle tradizioni, dichiarò di essere stato inviato per completare e perfezionare, in una sola volta, le rivelazioni di Zoroastro, di Buddha e di Gesù.
La risultante sarebbe stata la vera religione universale, capace di coinvolgere tutti gi uomini.
Fino all’età di 25 anni, probabilmente Mani fece parte di una setta di ispirazione giudaico-cristiana (il “movimento battista elchasaita”) ma a 12 anni avrebbe già avuto la prima “rivelazione” da parte di un angelo. Dopo altri 12 anni ci sarebbe stata una seconda apparizione angelica.
A questo punto Mani sarebbe entrato in conflitto con gli elchasaiti, e si distaccò da quella comunità per formarne una propria. Fondò così – in sostanza – una religione, nuova quanto conforme alle rivelazioni angeliche.
Chiaramente non possono essere soltanto questioni di natura geografica a creare un collegamento tra mazdeismo zoroastriano e manicheismo: in questo collegamento Ahura Mazda rappresenta lo Spirito (vale a dire l’elemento positivo; il bene). In quanto tale, si contrappone alla Materia che, nell’universo manicheo rimane l’equivalente di Angra Maynyu (vale a dire l’elemento negativo; il Male).
Resta comunque il fatto che le concezioni di Mani senza dubbio provengono dalla Mesopotamia (dalla Babilonia) e dalla Persia (dall’Iran) ma attingono profondamente anche dal vicino Buddismo indiano: nella lotta tra le potenze del bene e quelle del male, tra spirito e materia, tra anima e corpo, tutte le anime perverranno, alla fine dei tempi, al regno eterno della luce, attraverso la metempsicosi ovvero attraverso un ciclo di rinascita. Da Gesù Mani mutua il Trinitarismo ed altri insegnamenti evangelici.
In questo sistema a vari strati il mondo reale di Mani è un miscuglio di spirito e di materia, di bene e di male. Esso si è costituito ab aeterno, fin da quando – nella notte del caos iniziale – le tenebre hanno iniziato la loro elevazione verso la luce (si pensi alla corrispondente concezione originaria dello Zoroastrismo che Mani va ad aggiornare).
I due elementi primordiali sono tra loro in lotta. Il bene è uno stato di realtà “tendenziale”: la realtà “tende” al bene ma questa tendenza diverrà attuale solo alla fine dei tempi quando lo Spirito trionferà definitivamente sulla materia.
Mi si dirà che fin qui è Zoroastrismo. Ed è vero. Ma la dottrina di Mani introduce nello zoroastrismo un “quid novi”, un elemento di sostanziale novità: l’uomo non zoroastrianamente impotente di fronte agli elementi della realtà.
Anche nel Manicheismo Spirito e Materia condizionano la realtà, ma il loro reciproco rapporto non è immodificabile.
Sotto il profilo etico tocca proprio all’uomo il compito di separare la parte del reale che è del Bene da quella che appartiene alla Materia, al Male, anche se l’intervento dell’uomo non determina una situazione di equilibrio stabile. Anzi l’equilibrio tra Bene e Male per Mani rimane instabile e può essere modificato, in un senso o nell’altro, fino all’ultimo istante del tempo.
Mani concluse la propria vicenda terrena nel 272 d.C. La morte del suo mentore, Sapur I – signore dei Parti – gli fece perdere l’appoggio reale e lo fece trovare in opposizione al crudele Bahram II. Questi venne sobillato dal visir Kartir che provocò la condanna di Mani e la sua morte tra crudeli torture.
Le fortune di Mani tuttavia non terminarono con la sua morte.
Afferma Mani della sua ricerca: “La verità l’ho mostrata ai miei compagni di strada, la parola l’ho annunciata ai figli della pace, la speranza l’ho proclamata alla generazione immortale, l’elezione l’ho eletta, e la via che conduce alle altezze l’ho mostrata a coloro che vanno verso l’alto, e questa rivelazione l’ho rivelata, e questo vangelo immortale l’ho messo per iscritto per deporvi questi misteri sublimi a svelare in esso grandissime opere.
” In fatto Mani fu un autentico apostolo di se stesso; egli si prodigò movendosi dalla Persia fino al grande Oriente, India e Cina, convertendo sovrani, mentre la sua “Santa Chiesa” cresceva a dismisura.
A differenza di altri profeti precedenti, Mani ha lasciato una quantità incontrollabile di scritti e testi a lui attribuiti, quasi che avesse perseguito un fine essenzialmente propagandistico.
Naturalmente tutto si complica enormemente. Secondo alcuni (Tardieu) si deve parlare di nove opere di Mani; Altri (Puech) di sette scritti canonici e di altri variamente attribuitigli.
Il fatto è che (lo scrive Puech) “il manicheismo è una ‘gnosi’, una variante particolarmente interessante e caratteristica dello gnosticismo, una gnosi ampliata fino a raggiungere le grandiose dimensioni di una religione universale.”
Esso comprende dottrine al limite dell’incredibile. In maniera convenzionale possiamo dire che la dottrina di Mani si rifacesse al dualismo mazdeo, nel senso che riconosceva la contemporanea presenza nel mondo – con la contemporanea opposizione – dei due principi antitetici fondamentali, bene e male (ma anche luce e tenebra, spirito e materia), e la loro lotta diuturna quanto inarrestabile che si sviluppa in fasi alterne fino alla liberazione dalla materia e al trionfo della luce.
Su questo semplice schema di fede, Mani stesso e i suoi seguaci hanno sopraelevato le invenzioni gnostiche più fantasiose, con figurazioni simboliche come la Madre della Vita, variante della Grande Madre, della Vergine Maria ecc., il Primo uomo o Adamo celeste alla pari di Gesù Cristo, “scende” a liberare il mondo, a sua volta imprigionato, finché Dio del bene gli manda lo Spirito Vivente con la Madre di Vita, che liberano e riportano il Primo uomo nel cielo della Luce.
Questo processo salvifico di liberazione delle anime dai corpi continuerà nel mondo con altri salvatori, anch’essi “discesi” dall’alto, come la sequenza di noti profeti da Adamo a Mani, fino all’apocalisse finale.
post-da g.m.s.
G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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