il debito pubblico questo semi sconosciuto

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La notizia è di quelle che tv e giornali “politicamente corretti” hanno relegato tra le brevi: poche parole in chiusura dei telegiornali, o poche righe a mo’ di tappabuchi nelle pagine economiche. A luglio il debito pubblico italiano ha toccato il nuovo record di 2.300 miliardi di euro. Poca cosa: a occhio e croce, 5 milioni di miliardi delle vecchie lire.

Naturalmente, nessun commento del conte Gentiloni, nessun proclama del Vispo Tereso, come per uno stellare zero-virgola in più del lavoro precario. Ma non è questo che sgomenta. Si comprende benissimo che il governo e il PD (alacremente impegnati a suicidarsi con lo Ius Soli o a raccontare barzellette antifasciste) facciano finta di niente. É uno dei vecchi mezzucci dei politicanti di mezza tacca, quello di ignorare le notizie scomode. Ma queste non sono semplici notizie scomode. Sono piuttosto la certificazione (di fonte Bankitalia) del fatto che l’economia nazionale del nostro paese si avvii al crollo totale, come la Grecia e peggio della Grecia.

Il fatto è, come ho detto e ripetuto (vedi “Social” del 17 gennaio 2014, del 19 settembre 2014, del 24 luglio 2015) che il debito pubblico italiano – e non solo quello italiano – è fisiologicamente destinato a crescere ogni anno, a fare registrare un nuovo record ogni anno, fino al punto – e ci siamo già – da renderlo matematicamente inestinguibile.

Perché tutto ciò? Non soltanto perché il nostro debito ha raggiunto una dimensione superiore a quella del PIL, cioè di quanto l’intero paese produce nell’arco di un anno (e il debito italiano viaggia già attorno al 140% del PIL). Non soltanto per questo, dicevo. Ma anche perché non può materialmente diminuire, perché i soldi per estinguerlo non ci sono, e quindi il debito continuerà a generare interessi passivi. O, meglio, i soldi ci sono, ma del tutto fuori dalla nostra economia, dal nostro paese, dalla nostra portata: li ha chi li crea, cioè le banche, la finanza internazionale, i “mercati”. Noi – lo Stato italiano – abbiamo rinunciato al diritto-dovere di creare la nostra moneta, privatizzando la Banca d’Italia ed affidandoci adesso alla banca “centrale” (cioè privata) europea.

Ne discende che, ove – del tutto teoricamente – potessimo arrivare a restituire il denaro che abbiamo ricevuto in prestito (cioè il capitale iniziale), mai e poi mai saremmo in grado di restituire il debito complessivo (capitale più interessi), perché tale somma semplicemente non esiste, non è e non potrà mai essere nelle nostre disponibilità. Non esistono soldi “nostri”, al di là di quelli generati dalle vecchie lire del periodo statalista. Ogni altro centesimo che serve al nostro Stato (anche per pagare gli interessi) dobbiamo farcelo prestare dai “mercati”.

È evidente, quindi, che la privatizzazione del sistema di emissione porta, come logica e sola conseguenza possibile, alla crescita continua del debito pubblico degli Stati (non solo dell’Italia, naturalmente): fino al punto di consegnare ai “privati” – a pochi sceltissimi finanzieri privati – tutta l’economia reale di intere nazioni. È quello che comincia a realizzarsi in Grecia: dove, dopo essersi pappate industrie pubbliche e private, i “creditori” hanno preteso la costituzione di un “fondo di garanzia”, dove sono stati o saranno “versati” il Partenone, il Pireo, le isole dell’Egeo e tutto quanto suscettibile di creare ricchezza reale.

In Italia siamo un po’ più indietro rispetto alla Grecia: hanno iniziato col prendersi la nostra industria pubblica, poi le nostre più prestigiose aziende private, fino alle squadre di calcio. Non siamo ancora al “fondo di garanzia”, ma già si comincia a parlare di cosa potremmo metterci dentro. In molti – già da tempo – hanno messo gli occhi sulla nostra riserva aurea (la terza al mondo, dopo USA e Germania), mentre qualche marpione americano pensa già al Colosseo o all’isola di Capri. I tedeschi, invece, rosicano perché molti italiani possiedono la casa in cui abitano, e in più d’una occasione hanno adombrato la possibilità che il debito pubblico dell’Italia possa essere “assistito” dalle case dei suoi abitanti. Attenzione. Sono solamente ipotesi, ma è questa la direzione verso cui marciamo.

E per inciso il problema non è solo nostro o della Grecia. Gli USA hanno un debito pubblico pari al 120% del PIL, il Giappone è addirittura al 200%. Il cappio della finanza usuraia non vuole soffocare solo noi, ma tutti gli Stati nazionali.

È un meccanismo inarrestabile? Assolutamente no. Gli Stati possono benissimo riappropriarsi della facoltà di creare le rispettive monete nazionali. Facoltà che nel tempo hanno ceduto allegramente alle banche private. Gli Stati Uniti lo hanno fatto nel 1913 (Federal Reserve Act), l’Italia nel 1990 (Legge Amato).

Lasciando stare l’America, per noi sarebbe relativamente semplice trovare un rimedio. Basterebbe abrogare la Legge Amato e ripristinare la precedente normativa sugli istituti di credito di diritto pubblico e sulle banche di interesse nazionale. Normativa varata nel 1936 (in epoca fascista) e che ha retto benissimo fino al 1990, quando fateci caso le cose cominciarono ad andare male in Italia.

Decisamente, si stava meglio quando si stava peggio.

di Michele Rallo

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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