come si puo fare rivoluzione?

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maria-antoIn Italia per la politica è sempre carnevale- ma per i cittadini è sempre più miseria

Le rivoluzioni non si fanno soltanto perché la gente non ne può più: se fosse così semplice, nel Terzo mondo dovrebbero essercene a catena. Senza dubbio una sofferenza che può essere tolta non può essere sopportata, ma è anche vero che di questa possibilità reale, concreta, occorre prendere coscienza. Un popolo incolto, ignorante, disperato al massimo può far scoppiare delle improvvise ribellioni, dei “fuochi d’artificio”, ma tutto finisce lì. Che poi la Germania che mandò al potere il nazismo non era affatto dominata dall’ignoranza.

Perché si affermi una rivoluzione occorrono due cose: la fame e la coscienza d’un’alternativa. Qualcuno naturalmente potrebbe obiettare: “Il capitalismo è ingiusto, ma non ti fa morire di fame. Perché dunque la rivoluzione?”. Ora, a parte il fatto che la ragion d’essere delle rivoluzioni è appunto quella di risolvere le ingiustizie, soprattutto quelle che si protraggono da decine di anni, se non da secoli (il nostro Mezzogiorno ne sa qualcosa), senza per questo dover aspettare l’arrivo in pompa magna della fame (che di quelle ingiustizie è la più terribile): a parte questo, siamo veramente sicuri che il capitalismo non produca “fame” in nessuna parte del mondo? Cioè siamo veramente sicuri che nella “casa comune” del capitalismo (metropoli + periferia) gli inquilini mangino in tutti i piani e allo stesso modo?

Basterebbe infatti guardarsi un po’ intorno (certo non attraverso i nostri media) per osservare milioni e milioni di affamati e senzatetto nei paesi sottosviluppati o, come eufemisticamente vengono chiamati, “in via di sviluppo”. Essi non sono forse affamati per garantire all’Occidente ricchezza e opulenza? Noi non vediamo la fame semplicemente perché abbiamo esportato in paesi molto lontani i meccanismi perversi che la producono. Dobbiamo forse aspettare ch’essa torni a opprimerci quando il Terzo mondo si sarà emancipato economicamente? cioè quando in virtù di tale emancipazione il capitale della metropoli divorerà senza ritegno anche i lavoratori occidentali? o non dobbiamo forse cercare altre soluzioni prima che ciò accada?

Dunque il problema non sta nella fame in sé, anche se essa può aiutare -poste certe condizioni – a far prendere coscienza della necessità d’un’alternativa. Tale coscienza però è frutto, a ben guardare, di un lavoro intellettuale che in un certo senso prescinde dalla fame che si può sopportare individualmente. La coscienza d’un’alternativa reale è spesso l’esito di una convinzione scientifica, oggettiva, che dimostra quanto il capitalismo sia un sistema profondamente ingiusto. Le rivoluzioni non le può fare un popolo non guidato, come non le possono fare gli intellettuali con un manipolo di seguaci. Un intellettuale senza popolo è vuoto, un popolo senza intellettuali è cieco.

In Italia la sinistra non è mai stata debole, almeno sul piano numerico, quantitativo. In questo senso è difficile dire che è mancata una coscienza dell’alternativa. Marx ed Engels criticavano Mazzini e ammiravano Garibaldi prima ancora che in Italia s’affermasse il socialismo.

Negli anni ’20 e nel dopoguerra il Partito comunista era agguerrito e assai popolare. Prima che si trasformasse in Pds, era stato per molti decenni il primo partito comunista dell’Europa occidentale. Guardando la situazione della sinistra italiana dovremmo essere portati a fare una considerazione complementare a quella fatta sul problema della fame. E cioè: se non è la fame che di per sé porta alla rivoluzione, neppure la coscienza d’un’alternativa, in modo automatico, è in grado di farlo. In Italia non è mai mancata la consapevolezza che un’alternativa al capitalismo è se non possibile almeno desiderabile. Oggi, è vero, la coscienza di tale possibilità è molto più esigua del desiderio di liberazione sociale, ma con la situazione disastrata in cui viviamo, basterebbe che qualcuno con energia riproponesse l’argomento dell’alternativa ed in poco tempo si vedrebbe rinascere un fermento rivoluzionario.

Cos’è dunque che c’impedisce di fare quel che vorremmo fare, quello che sentiamo dentro? E’ appunto la dynamis che ci manca, la forza di carattere, la determinazione della volontà: soprattutto la convinzione che il sistema non ha in sé alcuna possibilità di cambiare, di migliorare. Da molto tempo i comunisti (oggi “pidiessini”) parlano di “alternativa”, ma come lo fanno? Solo all’interno del loro partito o in ambito meramente parlamentare: non ne parlano in piazza, tutti i giorni, a contatto colla gente, nei luoghi più marginali del nostro Paese. Si ha in questo senso l’impressione che i comunisti (o post-comunisti del Pds) vogliano andare al potere senza fare alcuna rivoluzione. Sembra cioè ch’essi stiano attendendo che le contraddizioni peggiorino al punto tale che la popolazione, come per un moto spontaneo, decida di affidare loro il governo della nazione. Ma se anche così avvenisse, il sistema resterebbe del tutto immutato. Perché esso veramente cambi, dobbiamo assolutamente smetterla di fidarci di soluzioni calate dall’alto, dobbiamo veramente credere che o la rivoluzione va fatta dal basso oppure un qualunque ricambio governativo non farà che peggiorare le cose.

Gli italiani hanno dimostrato di possedere questa energia, questa dynamis, a livello nazional-popolare, solo in pochi ma significativi momenti: durante l’unificazione del Paese, negli anni ’20, nella Resistenza e nel ’68-’69. Forse però il momento più spettacolare, più sentito o comunque più vissuto di questa “energia” è stato quello del fascismo, che ha interessato attivamente milioni di persone. Solo col fascismo gli italiani hanno avuto la netta impressione che stavano per creare, a livello politico-istituzionale, qualcosa di radicalmente diverso rispetto all’epoca precedente, qualcosa che li avrebbe visti coinvolti come popolo e come nazione. Ma il fascismo è stato una beffa, un atroce inganno, il frutto di un’astuta manipolazione borghese (che per la prima volta si servì di contenuti tratti dal socialismo per realizzare obiettivi capitalistici).

Il fascismo però, indirettamente, ci ha insegnato una cosa che non dobbiamo dimenticare. Se gli italiani vogliono realizzare qualcosa di radicalmente diverso rispetto al loro passato, devono mutare radicalmente la loro mentalità, quella mentalità che da secoli li caratterizza: i compromessi d’ogni tipo, gli opportunismi a non finire, le logiche spartitorie e clientelari, le lentezze nel prendere delle decisioni, la tendenza a delegare ad altri il governo della cosa pubblica, il culto del “privato”, ecc.

Se diamo uno sguardo alla nostra storia ci rendiamo facilmente conto che un habitus mentale e comportamentale di questo tipo si è soprattutto sviluppato allorché, a partire dal Mille, il rinato spirito laico e umanistico è venuto a scontrarsi con il dominio del clero.

L’idea di ricercare dei compromessi che salvaguardassero, da un lato, i privilegi di una casta (quella ecclesiastica, strettamente legata alla nobiltà) e che garantissero dall’altro maggiori libertà alla nuova classe sociale della borghesia, è andata maturando a partire dal Mille e si è sviluppata moltissimo nel periodo dell’Umanesimo e del Rinascimento, quando l’Italia, pur forte sul piano economico, pur emancipata sul piano ideologico dalla religione, restava divisa politicamente e geograficamente. Ciò che col tempo determinò la sua netta involuzione politica e l’incredibile ritardo di tre secoli rispetto ad altre nazioni europee.

Il popolo italiano dimostrò la sua energia vitale al momento dell’unificazione nazionale, cioè quando rinunciò ai vergognosi compromessi coi privilegi ecclesiastico-feudali e soprattutto coll’ideologia della tradizione cattolico-clericale. Solo che, fatta l’unificazione, la borghesia ha tradito i suoi ideali e tutti i lavoratori. La paura di perdere l’egemonia sul proletariato l’ha portata a riallacciare rapporti di compromesso con la chiesa e gli agrari del Sud.

Questa situazione s’è trascinata sino al fascismo. Col Biennio rosso i comunisti cercarono di affermare l’alternativa, ma l’esito fu infelice, a causa del settarismo, della scarsa organizzazione e soprattutto a causa dell’illusione di credere che i governi borghesi possano cambiare indirizzo vedendo le folle reagire con scioperi, lotte politiche e sindacali. Sì l’indirizzo lo cambiarono, ma in direzione della dittatura fascista. La paura non fece diventare la borghesia più democratica, ma più reazionaria. Essa, con molta intelligenza, diede l’illusione che il fascismo poteva costituire una vera novità rispetto al passato, fiacco e ambiguo (si pensi, p. es., all’irrisolta “questione romana”). Per un momento si pensò addirittura che sarebbe stato il fascismo a realizzare gli ideali del socialismo: in questo senso solo una persona come Mussolini, espulsa dal movimento socialista perché troppo massimalista, poteva mettersi a capo di un’avventura del genere. Le illusioni però finirono presto (a testimonianza che le rivoluzioni fatte solo dall’alto prima o poi falliscono). Il fascismo fu di nuovo costretto alla logica dei vergognosi compromessi, col capitale, con gli agrari e con la chiesa.

La situazione sembrava essere tornata favorevole all’alternativa democratica con la Resistenza partigiana, guidata dal Pc. Ma anche quella volta mancò l’energia risolutiva. Nei momenti cruciali il Pc ha rivelato sempre le proprie intrinseche debolezze. Invece di approfittare del momento giusto ha sperato che le forze borghesi tenessero conto di questa sua buona volontà per poter ottenere maggiori diritti. Cosa però che non si è mai verificata: la borghesia fa finta di concedere, poi quando ha in mano il controllo della situazione, si rimangia tutte le promesse fatte e parte all’attacco.

Nel ’68 questo è stato ancora più evidente: il Pc avrebbe potuto fare quello che voleva. Invece ha aspettato invano che la logica del “compromesso storico” portasse le forze di governo a riconoscere la sua indispensabilità. Dal Biennio rosso al ’68 il Pc non ha fatto altro che diventare sempre più forte sul piano numerico e sempre più debole su quello decisionale. Cioè non ha fatto altro che imborghesirsi progressivamente, e proprio mentre il livello di partecipazione popolare alla lotta anticapitalistica si andava allargando. E’ indubbio, effettivamente, che rispetto alla Resistenza, il ’68 è stato molto più sentito a livello popolare, in quanto ha coinvolto vasti strati sociali, determinando un rivolgimento culturale (di costume, di valori, di mentalità) che ancora oggi ha un notevole peso sulla vita del paese, anche se i governi borghesi che da allora si sono succeduti han fatto di tutto per ridurre quel movimento a un fenomeno meramente sovrastrutturale.

Ora, quale futuro si può ipotizzare per la nostra nazione? La I Repubblica, quella che non aveva accettato sino in fondo la contestazione operaio-studentesca, è fallita vergognosamente, sommersa dalla propria corruzione. Ma la seconda, quella del centro-destra non è forse peggio della prima? Dopo il crollo “clerico-romano” della I repubblica il paese continua a farsi del male appoggiando la corruzione impersonificata a sistema del berlusconismo, che altro non è se non la trasposizione tout-court in politica degli stessi criteri usati in economia e finanza. Non ha neppure la preoccupazione di salvare le apparenze, come faceva la Dc, le cui radici peraltro erano cattoliche, in virtù delle quali le apparenze in un certo senso erano sostanza.

Con questo centro-destra “mediatico-milanese” persino il capitalismo italiano sta subendo un’inversione di tendenza, pericolosa per le sorti delle fasce sociali più deboli. In Italia abbiamo avuto uno Stato monopolistico per tutto il tempo della Dc, che pensava in tal modo di costituire un’alternativa al socialismo di stato. Ancora oggi lo Stato è monopolistico ma solo nel senso che finanzia i grandi gruppi economici coi soldi pubblici, non nel senso che gestisce in proprio alcuni settori strategici (p.es. le ferrovie, l’elettricità ecc. che già da tempo sono stati privatizzati).

Questo a dimostrazione che sotto il capitalismo uno Stato monopolistico non dura molto. Può durare finché il capitale privato è debole o finché permane il rischio di un’alternativa di sinistra. Inoltre uno Stato monopolistico presume sempre che la società creda in questo Stato, cioè abbia fiducia in un’istanza collettiva (per quanto enormemente astratta in un sistema borghese), un’istanza che la Dc ha potuto sostenere con l’avallo della chiesa.

Oggi la tendenza è quella di privatizzare al massimo, di smantellare lo Stato sociale e, se è possibile, di fare questo contestualmente alla creazione di uno Stato federale, in cui – secondo i piani della Lega Nord – le regioni più forti devono smettere di accollarsi l’onere, attraverso l’assistenzialismo al sud, dello sviluppo capitalistico del paese.

Sta lentamente ma progressivamente aumentando l’autoritarismo politico, poliziesco e militare, largamente sponsorizzato dai mass-media, che si riflette inevitabilmente nei rapporti interpersonali e nella psicologia di massa; maggiore p.es. diventa il cinismo sul piano etico, l’ostilità se non l’indifferenza per le sorti del diverso, del più debole, dell’immigrato, anche se si pretende di dare maggiore efficienza tecnico-amministrativa allo Stato; da un lato peroriamo astrattamente la causa delle istanze regionalistiche, localistiche, dall’altro si va costruendo uno Stato sempre più centralista e autoritario: si vuole il presidenzialismo proprio per impedire che col federalismo si perda l’unità nazionale.

Ci stiamo americanizzando: negli Usa il presidente viene eletto con la metà della metà dei voti e i partiti son soltanto macchine organizzative per mandar su il premier e i suoi collaboratori più fidati. Con la fine della I Repubblica sono finite le illusioni del mondo cattolico e ci stiamo protestantizzando (ora che la religione non conta più nulla). Il fenomeno Berlusconi è l’esempio più lampante di cosa voglia dire primato del singolo (protestante) in un paese politicamente arretrato per colpa dei cattolici, un paese che non ha neppure gli anticorpi del capitalismo avanzato, cui peraltro apparteniamo, essendo tra i primi 10 paesi al mondo.

Siamo come bloccati, perché questo premier (proveniente da ambienti socialisti) si serve proprio dei cattolici per stare al governo, oltre che di potenti mass-media.

Grazie a questo autoritarismo politico è diminuito il senso della laicità dello Stato: il centro-destra si serve politicamente della chiesa in maniera molto scoperta, benché a livello di società civile sia invece aumentata, dopo il crollo della Dc, l’esigenza di una maggiore laicità nella vita privata e pubblica. E’ un peccato, in tal senso, che la sinistra non solo non faccia un discorso socialista ma sia anche carente sul piano laicista. Fa solo un discorso genericamente democratico, come facevano i cattolici progressisti negli anni Settanta.

Poiché questa situazione non potrà durare a lungo, in quanto o rischiamo la bancarotta, per l’incapacità della destra a gestire lo Stato sociale, o rischiamo la guerra civile, tra un sud che si vuole ancora arretrato e un nord che vuole proteggere egoisticamente la propria industria, anche a costo di spezzare il paese in tanti staterelli (come in Jugoslavia) o in due macroregioni (come in Cecoslovacchia), dobbiamo chiederci che cosa la sinistra può ancora fare in un paese come questo. Giocherà un vero ruolo nazionale dopo l’inevitabile catastrofe del berlusconismo, oppure dovrà limitarsi a un ruolo regionale o macroregionale, nell’ambito del federalismo? Saprà davvero favorire il laicismo o continuerà a giocare al compromesso coi cattolici? Saprà capire che un qualunque socialismo di stato non ha futuro e che l’unico socialismo possibile è quello autogestito basato sull’autoconsumo o si limiterà a razionalizzare le contraddizione del capitale? Saprà coniugare socialismo e ambientalismo?

Oggi, dopo aver perso le grandi occasioni storiche degli anni Venti, della Resistenza e del ’68, è sempre più difficile fare la rivoluzione. Le premesse oggettive ci sono (le innovazioni tecnologiche non fanno che aumentarle, nel senso che lo sfruttamento tende ad acuirsi sempre più, coinvolgendo anche gli aspetti intellettuali o mentali del lavoratore salariato), ma le condizioni soggettive, invece d’aumentare, tendono a diminuire.

L’opulenza (vissuta o ambita) ci ha mangiato il cervello; il nostro spirito combattivo s’è così infiacchito che non riusciamo neppure ad approfittare delle decine di scandali che in questi ultimi 30 anni hanno caratterizzato la gestione del potere politico e militare. Vien quasi da pensare che se ci fosse un colpo di stato militare (oggi le forze armate sono lo strato sociale più efficiente e disciplinato) gli italiani sarebbero anche disposti a diventare tutti di “destra” pur di non dover tornare nella miseria. C’è più coscienza dell’ingiustizia negli immigrati extracomunitari del nostro paese che non nei nostri connazionali senzatetto, nei tossicodipendenti, negli emarginati d’ogni tipo e nei meridionali sfruttati dalla mafia, dai baroni e instupiditi dalla chiesa. L’abitudine all’ingiustizia ci ha portato a giustificarla.

E’ stato il leninismo ad insegnarci che non basta avere un livello molto alto di sviluppo produttivo per essere sicuri di arrivare al socialismo. Lenin ha detto che in virtù di tale sviluppo l’Occidente potrebbe “conservare” il socialismo, una volta fatta la rivoluzione, con più facilità dell’Oriente europeo. Ma ha detto anche in Occidente è molto più difficile fare la rivoluzione, proprio perché il consumismo, l’opulenza, la mentalità borghese intacca in profondità anche il proletariato e i leaders di sinistra.

Forse un giorno si arriverà a capire che il momento migliore per fare le rivoluzioni è quello in cui la contraddizione antagonistica si presenta per la prima volta nella società. Gli uomini non devono perdere tempo nel toglierla di mezzo, altrimenti sarà lei a togliere di mezzo loro. In questo senso possiamo solo sperare che nei paesi est-europei e nei paesi del Terzo mondo (da noi il Mezzogiorno) vi sia quella necessaria forza di volontà per far progredire gli uomini verso una maggiore democrazia.

Dai tempi dei classici del marxismo l’elaborazione sul comunismo è stata molto povera perché si è rimasti abbacinati dalla rivoluzione industriale e dalle conquiste tecnico-scientifiche della borghesia, sicché si è pensato che al massimo si doveva togliere alla borghesia la proprietà privata dei mezzi produttivi, lasciando invariato il resto.

Oggi però che abbiamo capito che anche statalizzando detti mezzi non si risolvono i guasti che procura tutto il resto, la riflessione invece di andare avanti s’è come bloccata. Invece di dire “non basta statalizzare, si deve socializzare e non basta socializzare, si deve naturalizzare la produzione, renderla conforme alle esigenze riproduttive della natura”, si è preferito dire che al capitalismo non vi sono alternative.

Invece di alzare il tiro delle richieste, approfittando del fallimento bolscevico, lo si è abbassato in maniera vergognosa. Oggi parlare di socialismo è come bestemmiare. A questo punto non c’è che da attendersi il peggio… Solo che quando verrà non saremo assolutamente preparati per affrontarlo. Noi faremo la stessa fine dei romani che, rifiutandosi ostinatamente di risolvere in maniera democratica il problema dello schiavismo, non poterono impedire lo sfondamento delle frontiere: si tratta oggi soltanto di capire chi saranno i nuovi barbari.

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G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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