I Longobardi-le invasioni in Italia (video)

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L’invasione longobarda

Nel 568, l’Italia venne invasa dai longobardi di re Alboino, i quali, entrati attraverso le Alpi Giulie, conquistarono, dapprima Forum Iulii, costringendo il presidio militare bizantino, in numero esiguo rispetto agli invasori, a ripiegare prima su Grado, poi in successione, su Treviso, Vicenza e Verona.
Nel 569 i longobardi arrivano a Milano. Bisanzio, già impegnata su altri fronti, non ebbe la forza di reagire all’invasione. Così negli anni settanta i longobardi posero la loro capitale a Pavia e dilagarono anche nel centro e nel sud, occupando circa due terzi della penisola. Bisanzio tuttavia tentò una prima controffensiva nel 576 con il generale Baduario, che fallì miseramente.
Nel 580, Tiberio II divise in cinque province o eparchie l’esarcato: Annonaria, Calabria, Campania, Emilia, Urbicaria. I confini dell’esarcato d’Italia in realtà non furono mai ben definiti, dato l’incessante stato di guerra tra bizantini e longobardi.
Per arginare l’invasione longobarda l’imperatore Maurizio, nel 584, ripartì i territori dell’esarcato in sette distretti, strettamente controllati e governati dall’esarca di Ravenna: l’esarcato propriamente detto; la pentapoli (lungo la costa marchigiano-romagnola); Roma; la Liguria; Venezia e l’Istria; Napoli (comprendente il Bruzio, la Lucania e l’Apulia).
Il vero e proprio esarcato di Ravenna nacque dunque con la riforma mauriziana: il primo esarca di cui si hanno notizie (da una lettera di papa Pelagio II), seppur frammentarie, fu Decio. La popolazione locale fu tenuta a concorrere alla difesa del territorio, che andava ad affiancare i soldati di professione. Veniva così a formarsi un’efficiente macchina difensiva dei territori rimasti, principalmente situati sulle coste, dove maggiori potevano farsi sentire il potere imperiale e la flotta bizantina.
Lo scisma dei Tre Capitoli
Intanto, in materia religiosa, si consumava proprio in quegli anni una profonda crisi dovuta al cosiddetto “Scisma dei Tre Capitoli”. Il contrasto era causato dalla condanna, in occasione del V concilio ecumenico, nel 551 da parte dell’imperatore Giustiniano I, degli scritti di tre teologi orientali, ritenuti dai monofisiti in odore di eresia, poiché accusati di essere vicini al nestorianesimo. Roma si era adeguata al volere imperiale, ma gli arcivescovi di Milano ed Aquileia si erano rifiutati di obbedire e si erano dichiarati scismatici. Milano era ritornata, poco dopo, sui suoi passi, ma Aquileia non ne volle sapere, anzi si proclamò “patriarcato” e i longobardi ne approfittarono spalleggiando politicamente il patriarca aquileiense.
Nel 587 la questione esplose quando il patriarca di Aquileia venne fatto arrestare a Grado, dove aveva la propria sede, insieme ad alcuni vescovi istriani, per ordine dell’esarca Smaragdo, e poi imprigionato a Ravenna per circa un anno, dove fu costretto a rinnegare lo scisma. Una volta liberato e rientrato a Grado, egli tornò però a sposare le tesi scismatiche, fomentando le contestazioni dei vescovi dipendenti del patriarcato di Aquileia per l’atteggiamento di Smaragdo, sicché l’esarca venne richiamato a Costantinopoli.
Al suo posto si insediò Giuliano che, molto probabilmente, non durò a lungo in carica. Dopo Giuliano, la carica di esarca venne assunta da Romano, con il quale si ripresero le operazioni belliche contro i longobardi. Nel 590 venne stretta un’alleanza con i franchi di Childeberto II, allo scopo di annientare i longobardi. Il re franco inviò in Italia un esercito, di cui una parte si diresse verso Verona.
Intanto anche i bizantini, guidati dall’esarca, attaccavano i longobardi. Dopo gli iniziali successi, però, proprio quando i longobardi erano sul punto di cedere, all’improvviso i franchi ritornarono in patria, venendo meno ai loro impegni. I bizantini non furono più in grado di condurre la guerra, così sfumò l’ultima occasione per cacciare i longobardi e riscostituire l’unità della penisola.
L’esarcato recuperò un po’ di terreno, ma dopo questa campagna le condizioni socio-economiche nella penisola erano ulteriormente deteriorate.
Il papato tra i longobardi e l’esarcato
Papa Gregorio I chiese più volte aiuto militare a Romano contro i longobardi spoletani, che soventemente attaccavano e saccheggiavano il territorio romano. L’esarca però, vista l’ostilità del papato nei confronti del tentativo di Giustiniano di riunificare la penisola sotto Bisanzio, aveva una strategia differente. Gregorio allora cercò di negoziare la pace direttamente con i longobardi, inaugurando così l’attività politica e temporale della chiesa di Roma.
Non a caso i longobardi, subito dopo queste trattative, presero Perugia, interrompendo la via di comunicazione tra il Lazio e Ravenna. A questo punto l’esarca fu costretto a intervenire: arrivò via mare a Roma e da qui riconquistò la città umbra ed alcune piazzeforti del “Corridoio”, facendo quindi ritorno a Ravenna.
Dopo Romano, divenne esarca Callinico, il quale si mostrò molto più malleabile del predecessore. Con lui, grazie alla mediazione di papa Gregorio, si arrivò nel 598 ad un trattato di pace, seppur “armata”, di durata biennale, con il re longobardo Agilulfo.
Poco dopo però l’esarca approfittò della ribellione dei duchi longobardi del Friuli e di Trento, catturando la figlia del re, insieme ad altri familiari. I longobardi reagirono prontamente e conquistarono Mantova, Cremona, Padova e Monselice. Dalla città patavina, rasa al suolo, ci fu uno spostamento di popolazione in direzione della laguna veneta.
Nel 603 Smaragdo ritornò al governo di Ravenna e appoggiò nuovamente il papa nella lotta contro gli scismatici di Grado e Aquileia. Nel 606 attraverso il suo intervento fu eletto a Grado un nuovo patriarca, favorevole a Roma: questo evento provocò un’ulteriore frattura nella chiesa, con l’elezione ad Aquileia di un altro patriarca che sposava ancora le tesi scismatiche, spalleggiato dai longobardi. Benché lo scisma fosse ricomposto verso la fine del secolo VII, la separazione tra i due patriarcati delle Venezie sarebbe stata destinata a durare per più di mille anni.
Nel frattempo a Bisanzio Eraclio, deposto Foca, divenne imperatore, avviando una serie di riforme che cambiarono in modo notevole la fisionomia dello Stato romano-orientale, tanto che nel 629 la stessa titolatura imperiale mutò da Imperatore Cesare Augusto a Basileus (Sovrano).
Tentativi di autonomia dell’esarcato nei confronti di Bisanzio
I primi sintomi di insofferenza dell’esarcato ravennate nei confronti di Bisanzio si verificarono all’inizio del VII secolo. A Ravenna, sotto il regno di Eraclio (575 ca – 641), divennero esarchi, in successione, Giovanni Lemigino, Eleuterio e Isacio. Il basileus, impegnato contro i persiani, si trovava in gravi difficoltà finanziarie e non era in grado di pagare le truppe imperiali stanziate a Ravenna. Nel 616 l’esarca Giovanni I e alcuni tra i più alti funzionari imperiali vennero linciati dalle stesse truppe.
L’esarca Eleuterio, tre anni dopo, spalleggiato dall’arcivescovo, fu in grado di ristabilire l’ordine, ma erano talmente forti le tendenze autonomistiche che lui stesso, ad un certo punto, arrivò a porre la propria candidatura al titolo imperiale d’occidente. Prima chiese all’arcivescovo di Ravenna di farsi incoronare, ma quest’ultimo gli suggerì di andare a farsi incoronare a Roma, poiché era la sede più naturale per un simile evento. Eleuterio partì quindi alla volta di Roma, ma fu assassinato da un soldato lealista.
L’eresia monotelita
Sotto il successore Isacio si ebbe un nuovo inasprimento delle tensioni con la chiesa romana: Eraclio, in quegli anni, aveva infatti promulgato l’Ekthesis, cioè un editto con cui l’imperatore interveniva nelle dispute cristologiche sancendo la duplice natura umana e divina del Cristo, ma l’unicità della sua volontà, il monotelismo, una sorta di compromesso tra ortodossi e monofisiti.
Il provvedimento aveva incontrato in oriente il favore del patriarca ecumenico Sergio, secondo cui nel Cristo vi era una sola volontà ipostatica, nel contempo divina e umana, in rapporto alla sua duplice natura; in tal modo la volontà era più un attributo della persona che non delle due nature.
A questa tesi si oppose il monaco palestinese Sofronio, il quale sosteneva che si dovevano necessariamente ammettere due volontà in comunione tra loro.
Il patriarca cercò l’appoggio di papa Onorio I (625-38), che ingenuamente, non capendo esattamente i termini della questione, arrivò a dare per scontato che nel Cristo la volontà fosse una, come una la persona.
Intanto nel 640, sfruttando il malcontento dei soldati per i forti ritardi della paga, il cartulario Maurizio istigò i militari a fare rappresaglia contro il pontefice, accusato di aver sottratto il compenso dovuto, e quindi, dopo tre giorni di assedio del Laterano, fu sequestrato il tesoro della chiesa romana. Poco dopo arrivò anche Isacio da Ravenna, il quale bandì alcuni cardinali pontifici, fece l’inventario del tesoro sequestrato e lo inviò in parte a Costantinopoli.
I longobardi, istigati dalla chiesa romana, approfittarono della situazione e, sotto la guida del re Rotari, presero Opitergium, Altino e la Liguria, tentando di attaccare la stessa Ravenna. Isacio morì in battaglia nel 643 nei pressi del fiume Panaro.
Il monaco Sofronio, divenuto a sua volta patriarca, denunciò le manovre politico-imperiali dietro l’atteggiamento dell’ex patriarca Sergio, e trovò l’appoggio di papa Giovanni IV (640-42), che condannò il monotelismo, e lo stesso fece il suo successore Teodoro I (642-49), pur in contrasto con la tendenza del nuovo basileus Costante II, il quale, ad un certo punto, rendendosi conto che attorno alla questione monotelita si rischiava peraltro di veder salire le spinte autonomistiche dell’esarcato, emanò un editto, il Typus (648), con cui vietava di discutere sull’argomento.
I rapporti tra la Chiesa romana e Bisanzio peggiorarono drasticamente quando papa Martino I (649-55) condannò sia il monotelismo che i due editti imperiali: l’Ecthesis e il Typus. Costante inviò allora due esarchi con l’incarico di arrestare il papa: dapprima Olimpio, il quale resse l’esarcato per un paio di anni, fallendo la propria missione e morendo in combattimento contro gli arabi in Sicilia; in seguito Teodoro Calliopa, il quale marciò su Roma e riuscì ad arrestare il papa e portarlo a Costantinopoli nel 654, per processarlo per lesa maestà, in quanto aveva convinto l’esarca Olimpio a ribellarsi all’imperatore e aveva chiamato i saraceni in Sicilia in funzione anti-bizantina.
Martino, dopo essere stato incarcerato, venne accusato di alto tradimento dal Senato e fu condannato a morte. La condanna fu però sospesa da Costante II e la pena di morte commutata in esilio perpetuo a Cherson. Un anno prima della morte di Martino I, Costante II decise che il suo successore doveva essere Eugenio I (654-57).
Nel 663 lo stesso Costante sbarcò con un esercito a Taranto per muovere guerra contro i longobardi di Benevento, dove pose assedio. Intervenne il re longobardo Grimoaldo e Costante ripiegò verso Napoli, tuttavia uno scontro tra bizantini e longobardi avvenne a Forino, dove i primi uscirono sconfitti. Da Napoli, l’imperatore si diresse quindi verso Roma, dove fu accolto dal nuovo papa e dai romani (era la prima volta dalla caduta dell’impero d’occidente che un imperatore romano rimetteva piede nell’antica capitale), fermandovisi una dozzina di giorni prima di tornare a Napoli ed infine muovere verso Siracusa, dove pose la sua residenza, allo scopo di controllare meglio i movimenti degli arabi.
Fu proprio a seguito di questi fatti che l’arcivescovo di Ravenna, Mauro, ottenne dall’imperatore, nel 666, l’indipendenza (autocefalia) della chiesa ravennate dalla giurisdizione romana. Per tutta risposta papa Vitaliano (657-72) scomunicò l’arcivescovo, e questi, per nulla intimorito, ricambiò.
Sotto il successore di Costante, Costantino IV, l’impero bizantino si trovò in una lotta mortale contro gli arabi ed i bulgari. Venne sottoscritto nel 680 un trattato di pace con il regno longobardo. Nello stesso anno a Costantinopoli con il VI concilio ecumenico (o Trullano) venne condannato il monotelismo, dando ufficialmente ragione alle tesi di Sofronio: alle due nature del Cristo corrispondono due volontà. L’editto di Eraclio, Ecthesis, andava decisamente abrogato e tra gli eretici da condannare doveva per forza esserci anche Onorio I (il primo papa che verrà pubblicamente accusato di eresia in un concilio ecumenico). In quell’occasione si approfittò per accusarlo anche di aver accumulato ingenti fortune, distraendo fondi dalle paghe che giungevano da Costantinopoli per i soldati di stanza a Ravenna.
Tuttavia, poiché il basileus voleva ristabilire un buon rapporto col papato, dato che le ricche province orientali venivano date militarmente per perse, l’esarcato fu di nuovo indotto a sottostare alla giurisdizione romana. Peraltro proprio in quegli stessi anni, nel Mezzogiorno, ci fu una nuova offensiva dei duchi beneventani, che riuscirono a conquistare gran parte del Bruzio e dell’Apulia.
La politica di Giustiniano II
La situazione precipitò subito dopo il concilio del 692, detto Quinisextum, voluto dal basileus Giustiniano II per completare il V e il VI concilio. Il papa Sergio I (687-701) non fu invitato e per questa ragione egli si rifiutò di firmare gli atti del concilio. Atti che contenevano almeno due cose sgradite al papa: la conferma delle pari prerogative del seggio patriarcale di Costantinopoli rispetto alla sede romana, e il divieto di ciò che la chiesa romana voleva imporre nella propria giurisdizione, e cioè il celibato per i preti e per i diaconi.
L’esarcato si pose dalla parte del papa, quando sembrò imminente il suo arresto ad opera di un emissario imperiale, il protospatario Zaccaria, mandato a Roma dall’imperatore. Fallita l’arresto di Sergio I, le truppe dell’esarcato si ribellarono a Zaccaria, ma la sedizione rientrò grazie all’intervento dello stesso papa.
L’evento ebbe ripercussioni negative in oriente. A Bisanzio il popolo, capeggiato dal generale Leonzio, si ribellò a Giustiniano II, che ebbe naso e orecchie tagliate e fu spedito in esilio.
Deposto Giustiniano, nel 696, durante l’impero di Leonzio, si diede un’ulteriore carattere militare all’organizzazione dell’esarcato, sostituendo ai distretti una serie di governatorati militari, i ducati: di Roma, di Venezia, della Calabria, della Lucania, di Napoli. Si sa qualcosa a riguardo di Teofilatto, che arrivò a Ravenna nel 701, contro cui si rivolsero gli eserciti italiani. In difesa dell’esarca si schierò papa Giovanni VI.
Tuttavia la sede romana, che aveva i longobardi (ora cattolici) sempre più intenzionati ad allargare i propri domini, annettendosi la Campania, non se la sentiva di rompere definitivamente con Bisanzio. E fu una tattica indovinata, poiché Giustiniano II riprese il trono, fece strage dei suoi nemici e ripropose a papa Giovanni VII (705-707) di accettare il Quinisextum, che però non lo firmò. Approfittando di questo l’arcivescovo ravennate Felice premeva su Bisanzio per riottenere l’autocefalia.
Ma nel 709 Giustiniano II si inserì nella disputa tra le chiese romana e ravennate dovuta alla volontà della seconda di sottrarsi al predominio della prima, alleandosi con il pontefice romano e ordinando una feroce repressione nei confronti dell’arcivescovo di Ravenna, allo scopo di mantenere l’appoggio papale e vendicarsi del ruolo anti-imperiale dell’arcivescovo avuto all’epoca di Zaccaria e di Teofilatto.
L’imperatore ordinò a Teodoro, stratego della Sicilia, di raggiungere Ravenna con la flotta, appoggiata anche da navi veneziane e illiriche, per compiere la spedizione punitiva. Una volta approdato, Teodoro invitò numerosi aristocratici locali in un banchetto in senso di amicizia, ma questi furono arrestati e portati a Costantinopoli, dove vennero tutti uccisi meno l’arcivescovo, fatto abbacinare.
Quando l’anno dopo Giustiniano II nominò il nuovo esarca, Giovanni Rizocopo, questi a Roma, mentre papa Costantino (708-715) era a Costantinopoli, per ratificare gli articoli del Quinisextum che il suo predecessore non aveva firmato, mise a morte tutti i membri del collegio cardinalizio che dirigeva l’amministrazione pontificia, ma tornato a Ravenna venne linciato e al suo posto il popolo ravennate elesse nel 711 un nobile laico, il cui compito era quello di organizzare la difesa militare della città e della costa: all’insurrezione aderì praticamente tutta la Romagna, più Bologna. La popolazione voleva chiaramente l’indipendenza sia dal papato che da Bisanzio.
Nonostante il grave episodio, non ebbe luogo alcuna repressione, in quanto l’imperatore Giustiniano II era stato definitivamente deposto e ucciso dal suo successore, Filippico Bardane, che si mostrò più conciliante con Ravenna, ma che tuttavia non venne riconosciuto dal pontefice Costantino (708-715): a Roma scoppiarono tumulti, poiché era la prima volta che un papa si rifiutava di riconoscere un imperatore bizantino (che comunque era di tendenza monotelita e ostile alle decisioni del VI concilio).
Quando Bardane fu deposto da Anastasio II, che si dichiarò ortodosso e fedele ai dogmi del VI concilio, l’esarca ravennate lo riconobbe immediatamente e provvide a concedere un’amnistia generale.
Il nuovo esarca, Eutichio, affrontò con successo la rivolta scoppiata a Forlì, Forlimpopoli, Cervia ed altrove, guidata da un certo Giorgio. Questi continui episodi di rivolta dimostrano come a partire dalla seconda metà del VII secolo, le tendenze autonomistiche delle aristocrazie locali e il sempre maggior ruolo politico temporale della chiesa di Roma avessero portato ad un progressivo indebolimento dell’autorità imperiale in Italia.
La questione iconoclastica
La goccia che fece traboccare il vaso nelle relazioni tra oriente e occidente, cadde quando al soglio imperiale vi fu Leone III (717-41), che, in piena lotta contro gli arabi, che minacciavano le mura della capitale, ebbe bisogno di rimpinguare le casse dello Stato aumentando le imposte (724-25).
Papa Gregorio II (715-31) rifiutò di pagare l’imposta fondiaria reclamata dall’imperatore anche per i beni ecclesiastici, e i ravennati non si opposero all’esecuzione dell’ordine imperiale di cacciare il papa da Roma. Si opposero invece ai decreti imperiali del 726-7 che proibivano la venerazione delle immagini sacre (iconoclastia): uno sconsiderato tentativo imperiale di accattivarsi, in un momento disperato, le simpatie del mondo ebraico e soprattutto arabo.
Gli eserciti di Venezia, della pentapoli e dell’esarcato elessero autonomamente i loro generali, che erano addirittura sul punto di nominare un antimperatore, ma papa Gregorio II, messosi a capo degli insorti, riuscì in parte a frenarli, poiché contava ancora sull’impero d’oriente per eliminare i longobardi dall’Italia acquisendo i loro territori, anche se non fece nulla per evitare che l’esarca Paolo venisse assassinato dai rivoltosi. Una flotta, inviata dalla Sicilia per vendicare Paolo, venne distrutta dalle milizie ravennati.
Nel 728 diventò per la seconda volta esarca, dato che già in precedenza aveva ricoperto la carica, Eutichio. Nel 730 l’iconoclastia divenne dottrina religiosa e gli adoratori delle immagini cominciarono pertanto ad essere perseguitati.
Ma Leone III non ottenne l’approvazione del suo operato né da parte del patriarca Germano né da parte del pontefice Gregorio III (730-741); anzi quest’ultimo convocò un concilio anti-iconoclastico che fu sottoscritto anche dall’arcivescovo di Ravenna Giovanni. Inoltre il concilio negava per la prima volta al basileus di legiferare in materia di fede.
Per tutta risposta Leone prese a incamerare i patrimoni ecclesiastici in Sicilia e Calabria e chiese ai suoi funzionari presenti a Roma di arrestare il papa, ma non vi riuscirono perché furono uccisi dal popolo. Si rivolse allora all’esarca Paolo, ma questi fu fermato dai longobardi di Spoleto e subito dopo scomunicato dal papa.
L’esarcato occupato dai longobardi
Questi aperti dissidi tra papato, esarcato e Bisanzio indussero il re longobardo Liutprando a organizzare un tentativo di occupazione dell’esarcato. Il momento buono venne quando Costantinopoli stava subendo l’assedio arabo, che si temeva dovesse segnare la perdita della capitale. Liutprando riusciva a espugnare Classe (727), alcune città in Emilia e nella pentapoli meridionale.
Nel 733 la stessa Ravenna venne conquistata per la prima volta da Ildeprando, nipote di Liutprando, e da Peredeo, duca di Vicenza. Il nuovo esarca Eutichio riparò nella laguna veneta da dove, aiutato dalla flotta del duca Orso, riuscì a rientrare a Ravenna: Ildeprando venne catturato e Peredeo ucciso.
Nel 743 Liutprando s’impossessò di Cesena, ed Eutichio, sentendosi direttamente minacciato, chiese aiuto a papa Zaccaria. Pochi anni dopo, tuttavia, nel 751 l’esarcato venne conquistato in via definitiva dal re longobardo Astolfo.
Il papato, che fino a quel momento non aveva spinto il paese a un’insurrezione generale contro Bisanzio, in quanto temeva ancora la presenza germanica, stette a guardare le manovre militari dei longobardi e quando cominciò a intervenire non fu per chiedere la restituzione all’esarcato dei territori sottratti, ma per rivendicarli come facenti parte della propria giurisdizione.
I duchi longobardi tuttavia concessero al papato solo le briciole, in quanto, vedendo la grande debolezza di Bisanzio in Italia, avevano intenzione di occupare tutta la penisola.
Vista la situazione di estrema incertezza, il papato prese a intavolare trattative segrete coi duchi di Spoleto e Benevento, onde diminuire al massimo le forze di Liutprando, il quale aveva insediato dei presidi militari nei pressi di Roma.
L’intervento dei franchi
Fu solo a questo punto (739) che il papa decise di rivolgersi ai franchi per eliminare completamente la fastidiosa presenza longobarda dall’Italia. Carlo Martello, tuttavia, rifiutò in un primo momento d’intervenire militarmente, anche perché era imparentato con la stirpe longobarda. Non lo fece neppure quando il papa gli consegnò le chiavi della città di Roma, che era ancora sotto la giurisdizione dell’impero.
Papa Zaccaria (741-52), vedendo l’atteggiamento riluttante dei franchi, si risolse a cercare un’intesa coi longobardi e da Liutprando ottenne addirittura una pace ventennale e molti vantaggi territoriali.
Senonché il nuovo re longobardo Astolfo decise di occupare l’intero esarcato (751) e gli sarebbe bastato poco per attaccare anche Roma, che certamente non sarebbe stata difesa dal basileus, peraltro troppo impegnato in oriente.
Fu in seguito a questo atteggiamento longobardo, peraltro sempre restio a farsi comandare dalla chiesa, che papa Zaccaria elaborò per la prima volta la teoria che un papa poteva confermare un re, voluto dalle necessità di tutto un popolo: l’incoronazione di un re diventava una consacrazione divina, per cui chiunque fosse stato eletto re lo sarebbe stato “per grazia di Dio”. Era l’inizio di una politica monarchico-clericale in senso cristiano. Pipino il Breve fu incoronato re sui campi di Soissons dal vescovo Bonifacio (751).
Intanto Astolfo si preparava ad occupare tutta l’Italia e pretese da papa Stefano II (752-57) il pagamento di un tributo annuo, altrimenti avrebbe occupato la sede romana.
Il papa s’incontrò segretamente col re dei franchi, Pipino (a Ponthion nel 754) e facendo valere un falso documento creato apposta per l’evento, la Donazione di Costantino, in cui in sostanza era scritto che Costantino considerava la sede romana superiore a ogni altra sede ecclesiastica, dotata di potestà politica, il cui pontefice disponeva degli stessi poteri dell’imperatore e che era autorizzato ad amministrare tutti i territori occidentali dell’impero romano-cristiano.
La nomina di “patrizio dei romani”, cioè di difensore militare dei territori appartenenti alla chiesa romana, spettava allo stesso pontefice, che in tal caso l’avrebbe concessa a Pipino (come noto il titolo di “patrizio dei romani” solo il basileus poteva concederlo). E così Stefano II andò in Francia a incoronare per la seconda volta il re carolingio.
L’impegno dei franchi era preciso e oneroso: dovevano farla finita sia coi longobardi che coi bizantini e in caso di vittoria avrebbero dovuto consegnare alla sede romana tutti i territori che un tempo erano appartenuti al ducato romano e all’esarcato ravennate, anche se in realtà la chiesa chiedeva molto di più sul piano territoriale: p.es. la Corsica, la Toscana, i ducati di Spoleto e Benevento. In pratica, col trattato di Quierzy, si ponevano le basi del futuro Stato della chiesa e del futuro sacro romano impero d’occidente.
Il tentativo disperato dell’arcivescovo ravennate Sergio di trovare un accordo col re longobardo Astolfo, al fine di salvaguardare l’autocefalia, non sortì alcun effetto.
Furono sufficienti alcuni interventi militari, due contro i longobardi (755-56), l’altro contro i ravennati (756), per permettere a Pipino di consegnare al papato le chiavi delle città di Ravenna, Forlì, Bertinoro, Cesena, Forlimpopoli, Sarsina, Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, S. Marino, Urbino, Jesi e molte altre ancora. L’arcivescovo Sergio fu deportato a Roma e Ravenna venne amministrata da due funzionari romani.
Alla morte di Astolfo (756) papa Stefano II (752-57) appoggiò la candidatura di Desiderio, che si era impegnato a restituire altre città dell’esarcato e della pentapoli non ancora consegnate: Bologna, Imola, Faenza, Ferrara, Ancona ecc.
Il papato riuscì persino a convincere le forze autonomistiche ravennati che una decisa resistenza contro i tentativi di restaurazione bizantina avrebbe agevolato le loro rivendicazioni autonomistiche.
Chi invece volle riprendere una politica minacciosa contro i duchi di Spoleto e Benevento fu il re Desiderio, contro cui però papa Adriano I (772-95) chiese l’esplicito intervento di Carlo Magno, per porre fine una volta per tutte al riottoso regno longobardo (774).
L’arcivescovo di Ravenna, Leone, ancora s’illudeva di poter costituire un principato ecclesiastico autonomo, mentre la sede romana riusciva ad ottenere dai carolingi anche la Corsica, Venezia, l’Istria, e quasi tutto il Meridione.
Gli ultimi territori bizantini
Dopo la caduta di Ravenna solo la Puglia, la Lucania e la Calabria restarono ancorate in mano imperiale per ancora tre secoli; gli altri territori, come Venezia, Napoli e Gaeta, si sganciarono, poco a poco, dalla dominazione di Costantinopoli.
Nell’890 i bizantini sconfissero i saraceni nell’Italia meridionale, ristabilendo il proprio dominio su Bari, sede dell’ultimo esarca di Ravenna. Costituito come “Thema di Longobardia”, questo territorio fu governato per mezzo di un funzionario a cui venne attribuito inizialmente il titolo di strategos o patrizio, poi sostituito da quello di Catapano (“sovrintendente”): il territorio divenne dunque noto come “Catepanato d’Italia”. Fino all’arrivo dei Normanni, chiamati dalla chiesa romana per eliminare definitivamente l’ultima presenza bizantina dall’Italia.

postato da g.m.s.
G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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