Oriente e Occidente-ambingue relazioni…

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“Orientalismo” e “occidentalismo” stereotipi reciproci
veneziaIl tema delle ambigue relazioni e degli sguardi incrociati tra “oriente” e “occidente” è antichissimo: risale almeno al confronto tra greci e persiani, a quelle che – appunto con sguardo europeo, occidentale – siamo stati abituati a ricordare come le “guerre persiane”, in cui trovava la sua prima manifestazione storica l’idea che l’occidente fosse la naturale patria della libertà e l’oriente l’altrettanto naturale patria del dispotismo. Antichissimo e al tempo stesso attualissimo: nel 1978 Edward Said pubblicava Orientalism, la cui tesi di fondo è che gli occidentali hanno costruito ad arte – per giustificare il colonialismo prima e il neocolonialismo poi – false immagini di un “oriente” come un tutto indifferenziato, il cui segno distintivo perenne è la natura servile e primitiva dei suoi popoli. È del 2004 un libro intitolato Occidentalism: the West in the Eyes of its Enemies, la cui tesi di fondo, eguale e contraria, è che l’“oriente” abbia non da oggi costruito – per combatterlo – un’immagine altrettanto indifferenziata e falsa del mondo occidentale, il cui segno distintivo perenne consiste in una volontà di dominio planetario che coniuga la indiscussa centralità della dimensione economica con la incomprensione, se non il disprezzo, per qualsiasi altro stile di vita, e più in generale per la dimensione spirituale dell’esistenza. In entrambi i libri si sottolinea opportunamente come porre il confronto nei termini dello “scontro di civiltà” (o di una autoproclamata civiltà contro la barbarie significhi avallare pericolosamente un cumulo di pregiudizi e di stereotipi reciproci e fuorvianti, perché sotto le etichette di oriente ed occidente convivono e si intrecciano in tutta evidenza realtà molteplici e diversissime tra loro. Forse che l’India, la Cina e il Giappone sono la stessa cosa? Analoga ovvia domanda si potrebbe fare a proposito del cosiddetto “occidente”. E la Russia, da che parte la potremmo sensatamente collocare? Infine: non potrebbe essere maggiormente plausibile, ad esempio, che un indiano e un italiano condividano i medesimi interessi e una medesima “cultura” (poniamo, tecnologico-scientifica, ma non solo) più di quanto li possano condividere due italiani o due indiani che appartengono a classi sociali differenti o hanno un diverso livello di istruzione?
Di questi giudizi e pregiudizi incrociati approfondiremo qui quelli che sull’oriente ha prodotto la cultura politica europea. Essi sono fondati principalmente sulla coppia di opposti “libertà/dispotismo” e “progresso/stazionarietà” del movimento storico. Chiaramente, l’“occidente” si considera il regno della libertà, dove la tirannia è un’anomalia che viene combattuta, e considera l’oriente il luogo naturale del dispotismo; allo stesso modo, l’occidente è la terra del conflitto fecondo, che anche suo malgrado produce progressi scientifici e civili, mentre l’oriente è quasi definito in termini astorici: agli occhi degli occidentali, in Asia ogni generazione ripercorre senza variazioni tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. Si tratta di due veri e propri argomenti ricorrenti, che – intrecciati tra di loro – percorrono la cultura europea da Aristotele ai giorni nostri e che, come ha osservato Norberto Bobbio, costituiscono le linee sulle quali si è costruita, proprio per differenza con l’oriente, la “ideologia europea”. Essi trovano tuttavia tra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell’Ottocento la loro più intensa elaborazione e discussione: su alcune tra le riflessioni sull’oriente di questo periodo (passi tratti da Montesquieu, l’Encyclopédie, Quesnay, Condorcet, Hegel, Cattaneo) si concentrerà dunque la nostra attenzione.
Per quanto nella storia del pensiero politico questa contrapposizione (libertà/dispotismo, progresso/stazionarietà) sia il Leit-motiv dei ragionamenti e dello sguardo europeo sul cosiddetto oriente, è bene avvertire subito che essa non esaurisce tutti gli sguardi sull’oriente. Altri sguardi, più attenti agli aspetti morali e religiosi dell’esistenza, possono anzi essere in tutto o in parte simpatetici, fino ad assumere l’aspetto dell’ammirazione incondizionata, del fascino acritico di quanto pare soddisfare un’esigenza di pace interiore negata – si è spesso affermato – dall’insensata conflittualità dottrinale e ideologica e dal rozzo materialismo (dalla preponderanza dell’economico) che dominano l’occidente. Pensiamo all’antica saggezza e alla profonda spiritualità che un intramontabile luogo comune occidentale attribuisce all’oriente, in questo caso identificato approssimativamente con una morale semplice che si ripropone immutata nel tempo e con la vocazione armonica e irenica propria di alcune religioni orientali: il buddismo, il taoismo, il confucianesimo. All’interno di questa (anch’essa variegata e plurale) simpatia per l’oriente possiamo ancora distinguere almeno due posizioni: la prima, che utilizza l’oriente per raggiungere un punto di vista esterno dal quale criticare, allo scopo di correggerli e migliorarli, le istituzioni e gli stili di vita europei, occidentali; la seconda, che, pur non potendo risultare del tutto dimentica della tradizione europea, si configura invece come il tentativo di ricostituire l’unità perduta di oriente e occidente, rivalutando di quest’ultimo gli elementi che appaiono più in sintonia con una presunta tradizione orientale. Allo scopo di illustrare sommariamente queste due posizioni presentiamo due brani significativi, rispettivamente di Voltaire e Schopenhauer.
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G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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