Max Weber:il pensiero

0
Max Weber (Erfurt, 1864 – Monaco, 1920)
“L’infinità del reale e la conoscenza
Ogni conoscenza concettuale della infinita realtà da parte dello spirito umano finito poggia, sul tacito presupposto che soltanto una parte finita di essa debba formare l’oggetto della considerazione scientifica, e perciò risulterà essenziale nel senso di essere degna di venir conosciuta”
Il Pensiero
Centrale nel pensiero di Weber è l’esigenza di una approfondita riflessione sui metodi che dovrebbero consentire non soltanto alla sociologia, ma a tutte le scienze storico-culturali di rivendicare un autentico carattere scientifico. Egli si oppone tanto all’oggettivismo positivistico, con la sua illusoria pretesa di possedere carattere scientifico in quanto fondato sull’analisi di fatti materiali, quanto alle tendenze intuizionistiche di uno storicismo teso a cogliere l’individuale nella sua irripetibilità e peculiarità. Si tratta invece di elaborare robuste strutture logiche che consentano alle scienze storiche e sociali di raggiungere risultati validi e verificabili.
A tale scopo è però anzitutto necessario chiarire che queste scienze sono avalutative, non possono decidere nulla circa i “valori”, vale a dire circa le ragioni delle nostre scelte politiche, morali e religiose. Una scienza empirica non può mai insegnare a nessuno ciò che egli deve fare, ma può insegnargli soltanto ciò che egli può fare, in base ai mezzi a sua disposizione e alle condizioni storiche in atto.
Politica e scienza risultano perciò distinte, non perché le scienze non abbiano presupposti politici, morali e religiosi, ma perché le scienze non possono fondare e determinare tali scelte. A queste spetta invece il compito di mostrarne la razionalità intrinseca o meno, nel senso di chiarire se i mezzi scelti per un certo scopo sono ad esso coerenti o meno. La razionalità non è mai un principio assoluto o estrinseco alla situazione storica o sociale, ma è il metodo per comprenderla e operare in essa in modo coerente.
 La sociologia, poi, si distingue dalle scienze storiche, nell’adempiere a questo compito, in quanto considera non tanto il carattere specifico dei singoli fenomeni storici e sociali, quanto le “uniformità di atteggiamento” umano che vi si realizzano. Anche gli atteggiamenti umani mostrano, infatti, “connessioni e regolarità”, come ogni altro divenire, e oggetto della sociologia sono proprio quegli atteggiamenti umani che si riferiscono all’agire altrui e devono essere spiegati in base a tale riferimento. Per Weber dunque, a differenza del positivismo, non ci sono “fatti sociali” originari, qualificabili in sé come tali e anteriori all’azione e intenzione concreta dei singoli uomini, ma soltanto forme di “agire sociale”, risultanti dall’atteggiamento di uno o più individui in rapporto all’agire di altri individui.
L’esigenza di una consapevolezza razionale dei metodi e dei limiti delle scienze storiche e sociali non vuole essere un’affermazione astratta o generica, ma corrisponde pienamente alla situazione dell’uomo contemporaneo.
Con l’età moderna e con l’etica calvinistica, che ha affermato il primato della coscienza su ogni altro criterio, è infatti cominciato in Europa un processo di razionalizzazione che ha portato al “disincanto” del mondo, vale a dire alla caduta di tutte le premesse teologiche o metafisiche sulle quali in altri tempi si fondavano i giudizi universali di valore. L’uomo non nutre più alcuna illusione sulla ” realtà” dei suoi ideali e tanto meno l’illusione positivistica che tali ideali possano essere fondati oggettivamente sui fatti storici o sociali e sul loro sviluppo. Il fatto, il dato, invece, è una sorta di realtà inesauribile di fronte alla quale la scienza storica e sociale è capace di orientarci solo nella misura in cui compie delle scelte, seleziona certi aspetti costruendo, sulla base di essi, dei tipi ideali che non possono essere giudicati in base a criteri assoluti, ma esclusivamente in base alla loro efficacia nel consentirci di connettere razionalmente i processi storici e sociali.
I “tipi ideali”, vale a dire i concetti generali di certe realtà storiche e sociali (cristianesimo, capitalismo, ecc.) oppure di certe specie di realtà storiche e sociali (Stato, Chiesa, setta, ecc.) non sono affatto rappresentazioni del reale, ma accentuazioni di certi suoi aspetti operate al fine di comprenderlo. In questo senso anzi i “tipi ideali” hanno un carattere dichiaratamente e necessariamente utopico, poiché indicano dei modelli razionali, dei concetti-limite a cui si deve commisurare e comparare la realtà per poterla comprendere. In tal modo però la inevitabile soggettività dei presupposti delle scienze è riscattata dalla logicità e coerenza degli strumenti concettuali con cui viene analizzato il dato di per sé inesauribile nella sua molteplicità.
 Weber sottolinea la tendenza dei processi di razionalizzazione della vita a trasformarsi da mezzi in fini assoluti, rivoltandosi quindi contro l’uomo e trasformandosi perciò in irrazionalità. La razionalizzazione del mondo si profila sempre più come un processo che chiude l’uomo in una sorta di “gabbia d’acciaio” creata da lui medesimo: dal guadagno, il quale, divenendo capitale, si trasforma in fine autonomo dotato di proprie leggi.
Alla responsabilità della persona davanti a se stessa si sostituisce quella del funzionario di fronte all’istituzione e si fa sempre più acuta la crisi dovuta al contrasto tra i criteri a cui l’uomo obbedisce come specialista, come professionista, e quelli a cui obbedisce o vorrebbe obbedire come uomo.
A queste contraddizioni e crisi, provocate dalla razionalizzazione del mondo tipica della civiltà europea moderna, non è possibile sfuggire ripiegando su una concezione della libertà come pura intenzione o, al contrario, ritenendo possibile la loro eliminazione mediante uno sviluppo storico-dialettico; si tratta invece di comprendere che la razionalità non è affatto l’opposto della libertà né questa è una scelta irrazionale, poiché nessuno è mai così libero come colui che muove da un’esatta e consapevole conoscenza del rapporto tra fini e mezzi. Compito dell’uomo non è sperare in un impossibile arresto o inversione del processo di razionalizzazione, ma prenderne coscienza, al fine muoversi al suo interno con la maggiore consapevolezza possibile dei motivi ultimi del proprio agire.
Nelle opere successive all’Etica protestante, ad esempio nella sua Storia generale dell’economia, Weber si spinge ancora avanti nell’analizzare le condizioni necessarie al buon funzionamento del capitalismo. Oltre alla morale, indica quali fattori essenziali lo Stato di diritto, cioè un sistema di leggi certe e affidabili, una burocrazia statale efficiente per applicarla.
La critica
Da un punto di vista storico, la tesi di Webewr è insostenibile. Il capitalismo europeo nacque infatti nei Paesi mediterranei e non in Olanda o in America, come credeva Weber. La sua tesi viene ampiamente smentita da fenomeni storici come lo sviluppo capitalistico nel Giappone dei samurai o nella Cina di Confucio.
Quel che rimane dell’insegnamento di Weber è il riconoscimento di una base comune nelle società che si sono mostrate più adatte allo sviluppo del capitalismo. E’ appunto l’esistenza di una forte etica del lavoro, un insieme di regole collettive e condivise che agevolano il meccanismo di accumulazione della ricchezza.
elab.-g.m.s.
G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: