Gli Svevi in Italia (video)

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Gli Svevi in Italia

Non solo a longobardi, normanni, saraceni, bizantini e papato interessava metter mano sulle risorse del Mezzogiorno ma anche ai sassoni e agli svevi.
Tuttavia a Federico I Barbarossa riuscì soltanto di combinare nel 1186 un matrimofedericoII_nio tra il figlio Enrico e Costanza, figlia di Ruggero II d’Altavilla, unica erede del re di Sicilia Guglielmo II d’Altavilla (come noto i normanni non facevano questione di sesso quand’era in gioco l’eredità).
Ma alla morte dell’ultimo sovrano normanno, i feudatari meridionali gli contrapposero il conte pugliese Tancredi e solo alla morte di quest’ultimo (1194), Enrico VI Hohenstaufen poté insediarsi stabilmente sul trono siciliano.
Il suo regno però durò soltanto quattro anni, poiché egli improvvisamente morì lasciando erede un bimbo di tre anni, Federico, affidato alla tutela del potente papa Innocenzo III (1198-1216), il quale gli permise di avere la meglio su Ottone IV, l’imperatore eletto dai feudatari tedeschi: nel 1212 Federico veniva incoronato re di Germania e nel 1220 imperatore del Sacro Romano Impero.
Tancredi non avendo discendenti diretti, in quanto il figlio Boemondo, duca di Puglia, avuto da Giovanna Plantageneto (1165-99), figlia di Enrico II d’Inghilterra e sorella di Riccardo Cuor di Leone, era morto nel 1188, Guglielmo II d’Altavilla (detto il Buono), ultimo re normanno di Sicilia (1166-89), aveva indicato la zia Costanza, figlia legittima del defunto Ruggero II, a erede della corona di Sicilia ed obbligato i cavalieri a giurarle fedeltà, accettando le nozze a sorpresa di questa nel 1186 con Enrico VI di Germania, figlio dello svevo Federico I il Barbarossa e di Beatrice di Borgogna.
Tuttavia allora era molto forte l’opposizione dei cavalieri normanni alla dinastia imperiale sveva in Sicilia.
 Una parte della corte simpatizzava per Tancredi, figlio naturale di Ruggero II e di Emma di Lecce, che era riuscito ad ottenere una certa stima come comandante militare (era conte di Lecce dal 1149).
Morto Ruggero II, Tancredi era stato costretto all’esilio a Costantinopoli da Guglielmo I di Sicilia (detto il Malo) che temeva per il proprio trono, ma era ritornato in Sicilia dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II.
I normanni, approfittando del fatto che l’imperatore Federico Barbarossa era impegnato nella crociata in Terra Santa, e che Enrico VI e Costanza erano costretti a rimanere nel regno di Germania a reprimere l’opposizione di Enrico il Leone, decisero alla fine del 1189, di incoronare Tancredi a Palermo re di Sicilia. Papa Clemente III, che non vedeva di buon occhio un unico sovrano della casata degli Hohenstaufen dalla Germania alla Sicilia, approvò e riconobbe l’elezione.
La reazione di Enrico VI non si fece attendere e, supportato dalla flotta della marineria pisana, da sempre fedele all’imperatore, scese in Italia nel 1191, anche per essere incoronato da papa Celestino III, che dovette acconsentire.
Tuttavia, la flotta siciliana riuscì a battere la marineria pisana e l’esercito di Enrico, a causa di una serie di eventi sfortunati (fra tutte una pestilenza che lo costringerà a tornare in Germania), fu decimato.
Tancredi riuscì anche a catturare ed imprigionare la zia Costanza, grazie all’aiuto della città di Salerno. Per il rilascio dell’imperatrice egli pretese che Enrico scendesse a patti con un accordo di tregua. Quale gesto di buona volontà, acconsentì a consegnare Costanza a papa Celestino III, che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione imperiale e l’imperatrice liberata. Tancredi perse così il prezioso ostaggio e la tregua non venne stipulata.
Nel 1193 Tancredi viene a patti coll’impero bizantino, facendo sposare al figlio primogenito una figlia del basileus Isaac Angelo. Per assicurare la continuità dinastica, Tancredi fa incoronare il figlio Ruggero III, che però muore nel 1193, e successivamente l’altro figlio Guglielmo III, erede però troppo giovane per poter regnare.
Tancredi morì di una malattia non meglio precisata nel 1194, mentre era impegnato in una campagna nella parte peninsulare del regno per ridurre all’obbedienza i suoi vassalli di fede sveva.
Enrico VI
Enrico VI re di Germania e di Borgogna (1190-97) e imperatore del Sacro Romano Impero (1191-97), riuscì a salire al trono di Sicilia con un sanguinoso intervento armato nel 1194, ponendo così fine all’esistenza autonoma del regno di Sicilia (1195). La Sicilia era allora nelle mani di Sibilla, reggente di Guglielmo III, l’ultimo figlio di
Guglielmo II.
La maggior parte della nobiltà locale si sottomise all’imperatore e ai generali tedeschi furono concessi feudi siciliani e i cavalieri dell’Ordine Teutonico ottennero terre confiscate all’ordine religioso dei cistercensi.
Nonostante la facilità con cui si era annesso il Regno di Sicilia, Enrico VI usò atroci crudeltà contro laici ed ecclesiastici, accusandoli di congiura e suppliziandoli barbaramente. Fece portare il piccolo Guglielmo in Germania, mentre la madre e le sorelle vennero incarcerate in Alsazia, anche lo zio di Guglielmo, il conte Riccardo d’Acerra, reduce dalla crociata venne imprigionato.
Nel 1196-97 scoppiarono due rivolte che vennero represse con esecuzioni di massa. Egli affidò allora il regno di Germania al fratello Filippo di Svevia e fece incoronare il figlio Federico re di Sicilia (1196). Mentre stava progettando una nuova crociata e la costituzione di un ampio impero mediterraneo, morì nel 1197 a 32 anni, per il riacutizzarsi di un’infezione intestinale, forse in seguito a un avvelenamento da parte della moglie Costanza.
Una serie di baroni tedeschi si impadronì di Palermo e del giovane Federico e, con la morte di suo padre, iniziò un periodo di completa anarchia, con tumulti razziali. L’amministrazione dell’isola fu distrutta. La tranquilla convivenza tra siciliani ed arabi musulmani si infranse.
Ottone IV
Ottone IV di Brunswick (1182 ca. – 1218), figlio di quell’Enrico il Leone, duca di Baviera, e di Matilde d’Inghilterra, contro cui aveva combattuto Enrico VI, nel 1198, alla morte di quest’ultimo, fu eletto re di Germania e dei Romani dai principi guelfi del basso Reno (con l’appoggio dalla corona inglese di Giovanni Senzaterra), in opposizione a Filippo di Svevia di parte ghibellina (fratello di Enrico VI), appoggiato invece dalla Francia di Filippo II d’Augusto, e fu riconosciuto da papa Innocenzo III nel 1201 (Convenzione di Neuss).
Morto Filippo di Svevia (1208), Ottone fu incoronato imperatore nel 1209 da papa Innocenzo III. Tuttavia, nonostante la solenne riconferma degli impegni assunti con la Convenzione di Spira (1209) a favore dei domini pontifici, Ottone rivendicò subito una serie di diritti in Italia e addirittura la corona di Sicilia, scendendo personalmente in Italia meridionale.
Scomunicato (1210) e deposto (1211) da Innocenzo III, gli fu contrapposto il figlio di Enrico VI, Federico II, incoronato re di Germania nel 1212 dal papa stesso. Ottone tentò di recuperare il potere con l’aiuto dello zio Giovanni Senzaterra re d’Inghilterra, ma fu sconfitto da Filippo II Augusto re di Francia, alleato di Federico II, a Bouvines (presso Lilla) nel 1214, e nel 1215 si ritirò nei propri feudi sassoni.
La battaglia di Bouvines, villaggio della Francia nord-orientale, fu una delle più sanguinose di tutto il Medioevo, la prima in cui un esercito francese, posto di fronte a un esercito tedesco, assicurò alla Francia la supremazia su tutta l’Europa per oltre quattro secoli, determinando una grave crisi all’interno del Regno Unito.
Federico II
Due potenze europee volevano assolutamente impadronirsi della Sicilia e di tutti i suoi traffici mediterranei: l’impero sassone di Enrico VI e di Ottone IV di Brunswick; e lo Stato della chiesa, che aveva appoggiato Federico II di Svevia proprio contro le pretese di Ottone IV, vincolandolo però a due precise condizioni: che Federico consegnasse la Sicilia alla chiesa e che promuovesse una crociata anti-islamica e anti-bizantina. Condizioni che lo svevo non rispetterà. Quando Federico (che era nato a Jesi nelle Marche), a soli sedici anni, nel 1210, prese in mano il potere, uno dei primi problemi da risolvere fu quello di riportare l’ordine in Sicilia, dove i feudatari siciliani avevano fatto erigere numerose fortificazioni per assicurarsi completa autonomia dai poteri centrali.
Intanto il papa Innocenzo III procurò a Federico una moglie ricca ed esperta, la vedova venticinquenne del defunto re d’Ungheria, anche lei di nome Costanza, che fu per Federico intelligente consigliera. Fu un matrimonio combinato, ma molto ben riuscito.
Nel 1212 Federico tornò in Germania per essere incoronato re, cerimonia ripetuta ad Aquisgrana dopo la battaglia di Bouvines e nel 1220 cinse la corona imperiale. In quella occasione promise al papa di guidare una crociata.
Quando Innocenzo III morì, Federico ritenne che la promessa non era più valida, ma il nuova papa, Gregorio IX, la pensava diversamente e gli pose l’alternativa: organizzare la crociata o essere scomunicato. Federico si mise subito in viaggio, ma da persona intelligente qual era, appena arrivato in Asia Minore, invece di cominciare a combattere, si incontrò con il sultano Malik al Kamil, concludendo con lui una pace decennale, con la quale Gerusalemme e Nazareth venivano restituite ai cristiani; lo stesso anno si fece anche incoronare re di Gerusalemme.
Intanto papa Gregorio IX, mentre Federico era alla crociata, forse nella speranza che venisse ucciso, l’aveva scomunicato con l’accusa di parteggiare per i saraceni, avendo ottenuto Gerusalemme tramite un semplice accordo diplomatico col sultano de Il Cairo, e aveva invaso una parte del regno di Sicilia, lanciando contro di lui una crociata, ma al ritorno di Federico fu duramente sconfitto e costretto alla pace di San Germano (1230). Federico, dopo otto anni di assenza, ritornò in Sicilia per riorganizzare quello che considerava il suo regno.
Durante la sua assenza molti nobili e molti ecclesiastici avevano usurpato i suoi diritti, il papa aveva elargito baronie ai suoi amici, una parte della Sicilia pretendeva l’indipendenza. Federico scatenò un’offensiva per ristabilire l’ordine. Chiese ed ottenne la collaborazione dei baroni siciliani, affamò letteralmente i suoi oppositori, bruciando i loro raccolti, distrusse castelli e fece bruciare proprietà abusive, le leggi normanne tornarono in vigore, la gente ricominciò a pagare i tributi.
Federico convocò a Melfi in Basilicata una dieta per discutere un programma statale di ristrutturazione elaborato dai suoi legali: le cosiddette Costituzioni melfitane (1231), con cui si prefiggeva di disciplinare tutta la vita del regno di Sicilia, dall’amministrazione burocratica alla gestione della giustizia e di tutte le attività produttive, come le miniere, le saline, l’agricoltura e la produzione della seta.
Con le Costituzioni, che ereditavano le disposizione accentratrici normanne, tutti i magistrati urbani diventavano di nomina regia, per cui l’autonomia cittadina veniva fortemente ridotta. I funzionari non erano più vassalli ma burocrati stipendiati: la loro nomina prescindeva dalla posizione nella gerarchia feudale.
Pur in presenza del fatto che la confusione dei poteri amministrativi e giudiziari nelle mani dello stesso funzionario spesso era causa di soprusi e irregolarità, viene unanimemente riconosciuto che l’apparato amministrativo del regno di Sicilia, coi suoi ministeri della giustizia, della finanza ecc., anticipava, sotto vari aspetti, ciò che si andrà formando, successivamente, in altri paesi europei, con la differenza, fatale per le sorti del suo regno, che Federico II si serviva delle classi borghesi quasi esclusivamente per motivi fiscali, in linea con la politica economica dei normanni. Tutto il commercio estero era infatti concentrato nelle mani dello Stato.
Le leggi melfitane proibivano ai civili di portare armi, e a tutti di ricorrere alla guerra privata o di compiere vendette individuali per le offese subite ecc. I feudi erano trasmissibili in eredità previa autorizzazione della curia regia. Si estese ai vassalli di secondo grado la norma di Ruggero II d’Altavilla secondo cui non si poteva contrarre matrimonio o concedere le proprie figlie in sposa senza l’assenso del sovrano.
Era altresì vietato a chi non era nato cavaliere di poterlo diventare senza uno speciale permesso del re. Federico cercò di favorire il maggior numero possibile di piccoli nobili contro i soprusi dei grandi, permettendo loro p.es. di riscattarsi anche dal servizio militare, che sempre più veniva svolto da mercenari.
Nei confronti delle proprietà ecclesiastiche procedette con ampie confische e tolse al clero persino l’autonomia dei propri tribunali: il clero doveva rispondere al tribunale statale su ogni questione civile e patrimoniale. Tra il 1239 e il 1250 fece arrestare o esiliare tutti i prelati e chierici che nella lotta contro la chiesa parteggiavano per il pontefice.
Fece radere al suolo interi villaggi, esiliando migliaia di musulmani o mandando al rogo gli eretici, non a causa della loro religione, ma solo perché erano ribelli e non accettavano il centralismo statale. Palermo divenne il centro culturale più importante d’Europa: già sotto i Normanni aveva raggiunto la cifra record di 250mila abitanti, che la poneva fra le più grandi metropoli del mondo. Egli fece nascere in Sicilia una scuola di poeti che sul territorio nazionale usò per prima il volgare al posto del latino.
Fece costruire in tutto il meridione magnifici castelli, qualcuno disegnato e progettato da lui personalmente, fondò l’Università di Napoli nel 1124, la prima indipendente dalla Chiesa, ove poterono essere istruiti i quadri dell’amministrazione pubblica (vi insegnò Tommaso d’Aquino).
Conosceva i classici, anche quelli arabi, di cui parlava la lingua, oltre il latino, il greco e l’ebraico; era cultore di scienze e scrisse il “Trattato sulla falconeria”, contrastando osservazioni aristoteliche, che riteneva errate.
Dopo la morte della moglie Costanza solo due donne ebbero importanza per lui, Isabella d’Inghilterra, che morirà nel 1246, e Bianca, figlia del nobile siciliano Bonifacio Lancia, che viveva nel castello di Brolo, nei presi di Messina. Da questa unione nacquero Costanza, futura imperatrice di Nicea (in quanto andrà in sposa a Giovanni III Vatatze nel 1244), Enzo e Manfredi.
La sua idea era quella di dare allo Stato assolutista delle finalità culturali molto idealistiche, che non potevano certo trovare appoggi nell’atteggiamento reazionario della chiesa romana, ma che di fatto non riuscirono a trovare ampi consensi neppure nel mondo borghese emergente, anche se gli storici tedeschi ancora oggi lo considerano come un eroe nazionale germanico in lotta contro Roma e il primo assertore, contro il papato, della libertà di pensiero, il precursore del Rinascimento e dell’assolutismo illuminato del sec. XVIII.
Grave infatti fu la sua decisione di non avvalersi del consenso delle forze sociali borghesi residenti nelle città. Sarà anzi proprio la sua esosa politica fiscale all’origine delle frequenti ribellioni urbane. Ciò che soprattutto non si sopportavano erano le numerose gabelle sul vino, la carne, l’olio, i formaggi…, ma anche il fatto che i suoi esattori confiscavano il patrimonio dei contribuenti morosi e li mettevano in carcere, anche se egli vietava che i feudatari facessero la stessa cosa quando per i debiti dei contadini volevano sequestrare i buoi e gli strumenti agricoli. Peraltro tutti i cittadini erano tenuti a prestare lavoro gratuito per costruire fortificazioni e opere pubbliche. In definitiva il processo di centralizzazione del suo impero, che arrivò persino a creare per la prima volta in Europa, i monopoli statali di sale, ferro, rame, seta, stoppa, pece…, non poggiando sull’espansione produttiva e commerciale delle classi mercantili, finì col mandare in rovina la florida economia del regno di Sicilia.
L’abolizione delle dogane, ovvero l’introduzione di un unico sistema di pesi e misure non ebbe alcun effetto ai fini della realizzazione di un unico mercato regionale. Convocato da papa Innocenzo IV, il concilio di Lione, nel 1245, riconfermò la scomunica e sciolse i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà: di ciò approfittò subito la fazione tedesca antisveva, che gli tolse l’appoggio per combattere le forze clericali dell’Italia.
Attaccato più volte con successo dai guelfi italiani e abbandonato dai feudatari tedeschi, Federico verrà definitivamente sconfitto a Fossalta, presso Modena, nel 1249, e morirà l’anno dopo in Puglia, assistito dall’arcivescovo di Palermo.
Considerazioni su Federico II

Per tutta la sua vita, Federico II cercò di rivitalizzare l’ideale politico-culturale di un impero cristiano cosmopolita e pluralista, quando altrove venivano affermandosi gli Stati centralizzati e le autonomie borghesi comunali. Egli si trovò a fronteggiare una duplice ostilità: quella di una chiesa fortemente teocratica e culturalmente integralista, e quella dei comuni centro-settentrionali, ben intenzionati a difendere il verdetto della battaglia di Legnano contro il Barbarossa, ovvero la democrazia emergente delle autonomie cittadine.
La differenza tra Federico II e i sovrani normanni stava nel fatto che lo svevo, potendo vantare un riconoscimento giuridico formale del proprio impero, da parte della chiesa (cosa che i normanni ottennero solo alla fine del loro regno), si sentiva maggiormente autorizzato a emulare il concorrente bizantino, proponendo una sorta di versione occidentale dell’impero greco-orientale, peraltro già in fase di decadenza. E in questo tentativo di farsi erede della cristianità orientale, il suo modello non era tanto l’assolutismo teocratico orientale gestito dal basileus in accordo con la chiesa ortodossa, ma, sulla scia dei normanni, uno Stato assoluto teocratico senza sacerdozio, cioè senza potere ecclesiastico con cui rapportarsi quotidianamente (era lui che voleva farsi garante delle questioni religiose sul piano dell’ortodossia). Infatti la riorganizzazione, per molti versi “antifeudale”, dello Stato, considerato come un ente di sua proprietà, e quindi privo di vera autonomia, era basata più sulla sua eccezionale personalità, che non sull’appoggio delle forze sociali emergenti.
Lui solo doveva sentirsi libero di fronte ai suoi sudditi. In questo la lezione normanna restava integra. Federico II non si rendeva conto che per realizzare un impero del genere non solo avrebbe dovuto avere una chiesa disposta a collaborare, ma soprattutto non avrebbe dovuto avere una classe sociale intenzionata a rivendicare piena libertà di affari commerciali a dispetto di qualunque valore morale e culturale.
Nel sud Italia, prima che al nord, si era imposta l’esigenza di creare uno Stato centralizzato, perché qui, molto più che al nord, restavano forti gli ideali della cristianità bizantina, senza i quali non può esserci unificazione politico-territoriale ma solo frammentazione di poteri politici decentrati, tra loro antagonistici.
Lo Stato centralizzato doveva servire per tenere sotto controllo l’attività di tutte le classi sociali in nome di un ideale comune. Un ideale che al sud era diventato col tempo sempre più astratto o comunque sempre più circoscritto a piccole porzioni di territorio; un ideale che dopo l’arrivo dei normanni non era più sostenuto dalla relativa pratica ecclesiale, essendo questa popolazione avventuriera, dedita ai saccheggi, estranea agli aspetti etico-religiosi nella gestione del potere.
La principale responsabile dello scollamento tra teoria e pratica fu la chiesa romana, soprattutto con la diffusione di quei centri di potere rurale che furono le abbazie benedettine.
Per più di un secolo la politica dell’autorità regia normanna non si preoccupò mai di favorire l’economia urbana e mercantile della Sicilia. Le stesse corporazioni di arti e mestieri erano strettamente controllate dallo Stato, con l’unica eccezione di quella dei medici di Salerno. Anzi in genere i settori più redditizi della produzione venivano assegnati a ebrei, sotto stretto controllo statale, o a mercanti stranieri. Le attività commerciali venivano considerate incompatibili con la centralizzazione statuale.
Corrado IV e Manfredi
Figlio e successore di Federico II fu Corrado IV (1250-54), che lasciò la reggenza del regno siciliano al fratellastro Manfredi, mentre lui si recava in Germania a punire i feudatari ribelli. Ma, poiché la chiesa continuava a rivendicare il possesso della Sicilia come feudo, dovette presto scendere in Italia per occupare con la forza il regno. Tuttavia Corrado morì improvvisamente, lasciando l’infante Corradino a governare la Sicilia, sotto la reggenza dello stesso Manfredi, il quale di fatto governò la Sicilia dal 1254 al 1266, riorganizzando il partito ghibellino nazionale in funzione antipontificia.
A questo punto i pontefici Urbano IV (1261-64) e Clemente IV (1265-68), entrambi di origine francese, offrirono la corona di Sicilia e l’Italia meridionale al francese Carlo I, conte d’Angiò e di Provenza (1263-85), fratello del re di Francia Luigi IX, a condizione che si riconoscesse come vassallo della chiesa.
Il pretesto per far scendere Carlo scese in Italia con un esercito di 30.000 uomini, fu la scomunica e quindi la crociata che il papato lanciò contro Manfredi, accusato di far combutta coi saraceni e d’impedire la riconquista della Palestina. Carlo sconfisse e uccise Manfredi a Benevento nel 1266, senza incontrare alcuna vera resistenza da parte delle forze ghibelline del centro-nord della penisola.
Tuttavia la politica francese, ponendosi subito in maniera esosa e fiscale, indusse i siciliani a offrire la corona a Corradino, ultimo erede di Casa sveva (1266-68), il quale, appoggiato dal partito ghibellino, scese in Italia con un esercito di 3.000 uomini, ma fu catturato a Tagliacozzo nel 1268 e a Napoli decapitato. La dinastia sveva era finita. Era la prima volta che l’Europa cristiana vedeva giustiziare un re cristiano da parte di un altro re cristiano. Il partito guelfo trionfava a livello nazionale.
Per il papato sembrava essere l’inizio di un inarrestabile trionfo. In realtà il declino inesorabile della corona imperiale, così tenacemente voluto dalla chiesa romana, coinvolgerà la stessa chiesa, che dovrà presto affrontare l’ascesa delle monarchie nazionali (Francia, Inghilterra e Spagna) e anche delle nuove classi mercantili, la cui concreta realtà veniva consolidandosi in Italia proprio in quei Comuni e città marinare i cui interessi erano stati difesi dal papato contro le pretese imperiali dei sassoni e degli svevi.

post.g.m.s.

 

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G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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