Teorie e pensiero sul Graal…un mito tra sacro e profano…

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La storia del Graal

 

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il pensiero di Mircea Eliade nato Bucarest, 13 marzo 1907 noto storico delle religioni e scrittore Uomo di cultura vastissima e di straordinaria erudizione, grande viaggiatore, parlava e scriveva correntemente ben otto lingue tra cui il persiano antico e il sanscrito.
Persival-la visione del Graal
Egli sostiene che “Il ricercatore temerario che scelga d’avventurarsi in un’indagine approfondita sull’enigma del Graal, misteriosa reliquia del Medioevo, farebbe bene a tener sempre presente che “Nella lingua parlata moderna il termine “mito” sta a definire tutto ciò che si contrappone alla “verità”; per le società antiche, invece, il mito era l’unica rivelazione valida della verità.”
 Quindi per Eliade, non esiste una religione naturale, poiché la natura non è sacra di per sé ma solo in quanto manifesta un significato soprannaturale. D’altra parte, tale significato è trascendente anche rispetto alla storia, dal momento che quest’ultima aggiunge continuamente significati nuovi ai simbolismi arcaici, ma non può distruggere la struttura originaria del simbolo.
Il mondo del mito si muove sempre entro i la polarità sacro-profano, in cui la sacralità è riconosciuta come la vera realtà, contrapposta alla profanità in quanto irrealtà. L’unica comprensione corretta del mito è, dunque, quella religiosa, che lo considera come rivelazione del sacro.
Per questo motivo una storia delle religioni deve svolgersi come una fenomenologia comparata delle ierofanie più diverse ed eterogenee, volta a individuare in esse, senza selezioni preventive, la comune modalità del sacro. Il rapporto tra sacro e profano non si risolve, per Eliade, in una semplice opposizione, poiché il sacro, che si rivela pur sempre come «altro» dal profano, si manifesta però nel profano, che come strumento di questa manifestazione viene sacralizzato, diventa simbolo del sacro.
Attraverso l’esame delle varie ierofanie è possibile individuare alcune strutture principali, alcuni significati fondamentali della realtà, che acquistano particolare importanza in tutti i sistemi mitici e religiosi: la trascendenza (cielo), la fecondità (terra), il centro del mondo (casa, palazzo, tempio) ecc. Eliade sottolinea anche la differenza tra il tempo sacro e quello profano: mentre il secondo è in sé una durata evanescente, che assume un senso solo quando diventa momento di rivelazione del sacro, il primo è un susseguirsi di eternità periodicamente recuperabili durante le feste che costituiscono il calendario sacro: esso si configura perciò come un eterno ritorno.
Eliade insiste anche sul valore archetipico del mito, che costituisce il modello e l’esempio per tutte le azioni umane e per tutta la realtà: le vicende cosmiche e storiche hanno quindi significato in quanto ripetono e riattualizzano la realtà sacra del tempo primordiale.
Dissertazione sul Graal
Chi non consideri con la dovuta attenzione questo pensiero, non dovrebbe occuparsi del Graal, perché ha già perso in partenza la partita. la porta sull’arcano non si aprirà mai per lui.
Resterà chiusa, immobile sui pesanti stipiti millenari, decisa a proteggere da sguardi indiscreti e scettici il tesoro dei miti del passato. E chi è pronto a liquidare le leggende come divertenti favole prive di un significato nascosto, se ne andrà deluso, a mani vuote.
I miti del passato non sono favole. Sono rivelazioni di accadimenti reali, occultate oltre i simboli, le trame avventurose, i personaggi circondati da un’aura divina. Nella fucina operosa del Medioevo, i fabbri del destino plasmarono due leggende ugualmente afascinanti e inquietanti, nonché strettamente legate tra loro, quella del Graal e quella dell’eresia che covava in seno all’Ordine del Tempio.
Non a caso Wolfram von Eschenbach cavaliere alla corte di Turingia nonché uno dei più grandi poeti tedeschi del Medioevo a cui deve la sua fama principalmente alla composizione, avvenuta attorno al 1210, del poema cavalleresco sul Sacro Graal intitolato “Parzival”
Critica e pesiero sul Graal
Che venne ripreso e musicato da Wilhelm Richard Wagner noto come  “il Parsifal” fu accolto con grande riserbo all’epoca delle prime rappresentazioni tanto che lo stesso. Nietzsche rinnegò Wagner accusandolo di essersi miseramente “accasciato ai piedi della croce”
Mentre Marinetti considerò Parsifal il simbolo della decadenza della cultura occidentale. In effetti, questo dramma mistico che Wagner considerava “sacro per eccellenza” e che costituisce il vertice della concezione “liturgica” del dramma musicale così come Wagner lo intendeva carico di esplicite allusioni religiose che ben poco si conciliavano con l’epoca del Futurismo o meglio la Belle époque razionalistica e positivista, centrata sullo sviluppo della tecnologia.
Il pensiero ecclesiastico
Nel misticismo del Parsifal si denota un certo ambiguo paganesimo che mescola il cristianesimo con l’adorazione degli idoli ossia il Graal e la Sacra Lancia di Longino.
Da allora sono state scritte migliaia di libri sull’affare dell’Ordine del Tempio, e lo stesso si può dire del mito del Graal. Entrambi i soggetti esercitano una grande attrazione sull’immaginario collettivo.
Entrambi hanno a che fare con un possibile tesoro nascosto, una confraternita d’iniziati al segreto, una ritualistica di carattere esoterico, una religiosità ambigua e poco ortodossa.
È bene evidenziare che il “Santo Graal” è esistito solamente in un filone cristiano della letteratura medievale ma che non poteva avere nulla a che fare con l’eventuale mito originario.
In quanto parte di un ciclo poetico sviluppatosi pare nello scriptorium dei Cluniacensi. I monaci letterati miravano a trasformare il Graal, per adatarlo alla religiosità della Chiesa Cattolica Romana, per emendarlo da qualsiasi pericoloso elemento eretico.
Operazione che, malgrado i diversi tentativi più o meno apprezzabili dal punto di vista letterario, non ebbe però l’esito sperato. La Chiesa, infatti, volle ignorare il messaggio cluniacense e rifiutò sino all’ultimo di prendere coscienza del mito. Non tenne in considerazione il Graal nemmeno dopo che gli abili monaci avevano sagacemente accostato al nome del misterioso oggetto il cristianissimo aggettivo di “santo”.
E allora, se originariamente il Graal non era per nulla santo in senso cristiano e se non aveva niente a che fare con il sangue di Gesù Cristo, che cosa era ?
L’apparizione del Graal
Si parla per la prima volta di “Graal” nello scritto del poeta francese Chrétiens de Troyes, intellettuale di grande cultura, un chierico, che visse presso le corti feudali di Maria di Champagne e in seguito di Filippo d’Alsazia, conte di Fiandra.
dalla lettura delle sue opere emerge abbia soggiornato in Inghilterra da una dedica sul Perceval, il suo ultimo romanzo per altro rimasto incompiuto dato la sua morte, dedicato al suo protettore Filippo d’Alsazia, prima che il conte partisse per la crociata da cui non fece ritorno
E’ da considerare Chrétiens che si muoveva abbastanza a suo agio nella regione francese dello Champagne, e presso le corti di famiglie nobili imparentate con fondatori dell’Ordine del Tempio.
Sarà proprio a Troyes, il suo paese natale che nel 1128, ebbe luogo il concilio che riconobbe ufficialmente l’Ordine del Tempio.
Nell’opera di Chrétiens, “Le conte du Graal”, comunque non appare nessun collegamento evidente, con la religione cattolica, né con il cristianesimo in genere. Semmai, leggendo l’opera, si intuisce l’eco lontana di antichi miti celtici. È un vero peccato che “Le conte du Graal” sia rimasto incompiuto. Forse la fine mancante avrebbe dato la possibilità di carpire un possibile il messaggio nascosto.
Chrétiens ci lascia senza poter distinguere chiaramente cosa sia il Graal. un oggetto d’oro tempestato di pietre preziose che risplende di una luce sovrannaturale, o forse un bacile una coppa oppure qualcosa di completamente diverso E sopra tutto come sarebbe finita l’avventura dell’eroe Perceval.
Il finale in sospeso di Chrétiens rappresentava agli occhi dei monaci letterati l’occasione migliore per trasformare quella storia intrigante dall’olezzo sulfureo, per dirigerla abilmente in una nuova direzione, ortodossa.
Lo fecero cristianizzando il tutto, mettendo a fuoco l’oggetto dai contorni sfumati di Chrétiens sino a ricavarne una coppa, il contenitore del sangue di Gesù Cristo.
Ne risultò il “Santo Graal” o “Sang Real”, quello custodito da Giuseppe d’Arimatea, la reliquia più preziosa della Cristianità.
Il rifiuto della Chiesa
Nonostante ciò, la Chiesa si rifiutò sempre e categoricamente di integrare il Graal nella mitologia cristiana, come spiegare questa contraddizione, una sola risposta si può arguire, gli ecclesiastici sapevano che il Graal era il potente simbolo di una tradizione eretica ancora viva e operante, dal carattere non solo diametralmente opposto a quello cristiano, ma anche pericoloso considerando l’epoca.
Per esorcizzarne il messaggio blasfemo quindi non bastava mettergli accanto la parola “santo” era necessario ignorarlo del tutto.
All’inizio del XIV secolo, allorché i cattolicissimi re d’Aragona si vantarono di possedere il calice sacro dell’Ultima cena, non osarono paragonarlo al Graal, malgrado la grande popolarità di cui ormai godeva la leggenda.
Lo storico Richard Barber specializzato in storia e letteratura medioevali. Nel libro “Il Santo Graal”, Barber fornisce informazioni sulle tradizioni che circondano questo oggetto partendo dalle origini non perdendosi mai in congetture esoteriche.
Tanto da dichiarare “Se i custodi del calice dell’Ultima cena esitavano a identificare il loro tesoro con il Graal, era perché essi trovavano conveniete attenersi alla posizione della Chiesa, la quale ignorava volutamente e completamente i racconti sul Graal”
Per Wolfram von Eschenbach che si suppone sapesse bene come stavano le cose, quando riprese il tema di Chrétiens, una trentina d’anni dopo, e scrisse il suo “Parzival”. Definendo il Graal un cimelio potente e magico, custodito dai Templari, nel castello di Munsalvaesche, in Catalogna
Solamente una nobile vergine, Repanse de Schoye, godeva del privilegio di poter prendere il Graal tra le mani, nemmeno il padre di Repanse, il re Anfortas, era autorizzato a toccare la reliquia. Anfortas, in conformità con le leggi dinastiche, si limitava a fregiarsi del titolo di “Re del Graal”.
Wolfram non si accontenta di dare voce al mito, intende fornire ai suoi lettori, le informazioni necessarie a decifrare il poema mitologico e a raggiungere così la verità nascosta che il mito stesso dovrebbe trasmettere.
umsoi -Elab-da g.m.s._________________________________________
G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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