l’essere donna-nel sociale oggi

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Il sistema produttivo del nostro Paese, sospinto da una concorrenza internazionale sempre più agguerrita, si sta rendendo sempre più conto che le attuali diversità di comportamento nell’ambito del lavoro, tra i sessi, (ad es. le donne preferiscono la tranquillità e la stabilità del posto, mentre gli uomini aspirano a soldi e carriera) non sono altro che pregiudizi determinati dal conformismo dei ruoli, a causa del quale non si riesce a valorizzare l’importanza della flessibilità. (Da notare però che l’impresa si sta rendendo conto che l’ottimizzazione della diversità potrebbe incidere positivamente sulla redditività.)

Qual è dunque il trend che, sul piano sociologico, si va affermando in questi ultimi tempi nell’ambito delle imprese produttive? Quello di utilizzare la cultura femminile, caratterizzata da una maggiore capacità emotiva, comunicativa, interrelazionale, da uno spiccato interesse per la qualità della vita, per le esigenze delle persone, ecc., ai fini del profitto capitalistico.

In effetti, da tempo il capitalismo occidentale ha smesso di considerare la famiglia come il luogo principale (insieme alla chiesa) dei valori pre-borghesi, antitetici a quelli dominanti nel mercato e nella sfera produttiva.
Fino ad oggi la donna, che più di ogni altro membro familiare aveva conservato (spesso senza saperlo) la tradizione pre-capitalistica (vedi le analisi della Scuola di Francoforte), ha subìto i condizionamenti del sistema senza ottenere in cambio gli stessi vantaggi degli uomini (quanto a professionalità, carriera, stipendi, status sociale, ecc.).
Ora sembra essere venuto il momento favorevole ad un migliore inserimento della donna nei livelli direttivi dell’impresa. Il capitalismo vuole servirsi di particolari capacità femminili (maturate nella resistenza più o meno consapevole alla logica patriarcale) per meglio riprodursi.

E’ bene dunque che il movimento delle donne sappia che la diversità della cultura femminile può essere utilizzata per esigere non solo una maggiore democratizzazione tra uomo e donna nell’ambito del capitalismo, ma anche una maggiore democratizzazione della società in generale.
In una società basata sull’antagonismo, cioè sostanzialmente sull’uso della forza (fisica, economica, politica e militare), l’immagine che i media offrono della donna è particolarmente falsata.

Messa a confronto con la forza dell’uomo, infatti, la donna appare come un essere debole, cioè come un essere che deve esprimere la propria forza (morale, intellettuale) nella propria debolezza (fisica).
In una società antagonistica, esprimere la propria forza nella propria debolezza spesso significa doversi abbassare a vergognosi compromessi.

Una società del genere chiede alla donna, perché si possa affermare, di sottostare a molte più umiliazioni di quante ne chieda all’uomo.
L’uomo cioè, a causa della sua forza, è continuamente tentato dall’idea di poter approfittare della debolezza della donna.
Se in una società basata sull’antagonismo le chiavi del potere sono in mano all’uomo (e in una società del genere non può che essere così), qualunque tentativo di democratizzare i rapporti tra uomo e donna rischierà sempre di naufragare alla prima crisi sociale.

Facilmente, infatti, allorquando scoppiano dette crisi, l’uomo ne scarica sui più deboli, e quindi anche sulle donne, gli effetti immediati o principali.
Stante la situazione in questi termini, alla donna, per emanciparsi, non resta che comportarsi come l’uomo.
Essa, se intelligente, sfrutterà le proprie qualità femminili (sensibilità, diplomazia, senso della concretezza, realismo…) per imporsi all’attenzione dell’uomo, ma dovrà comunque farlo in un contesto sociale e quindi in una cultura dominata dalla mentalità maschilista, che è antagonistica per eccellenza.

L’identità della donna qui si afferma per imitazione e non si esce dall’antagonismo. Se in luogo dell’imitazione la donna pone la contrapposizione, i rapporti ricadono di nuovo nell’antagonismo (vedi p.es. il femminismo), oppure diventano innaturali (vedi p.es. il lesbismo).
Non si uscirà mai da questo vicolo cieco se, nel mentre si lotta contro l’antagonismo, non si assicura a priori alla donna la possibilità di gestire in maniera paritetica tutte le opportunità di affermazione personale.
E’ insensato continuare a credere che la donna, nel tentativo di affermare una propria diversità, possa accontentarsi di dimostrare d’avere d’avere una forza morale superiore a quella dell’uomo.

Una società che non riconosce altra morale che quella della forza non sa che farsene di una forza basata sulla morale.
La donna deve riscoprire in se stessa un’identità specifica, che non può esserle data dall’uomo.
La donna deve mettersi in condizione di capire, agendo di conseguenza, che nella ricerca della propria identità, e quindi nella manifestazione della propria diversità, il rapporto con l’uomo non può essere considerato come un destino ineluttabile ma soltanto come un’opportunità da vagliare.
Uno dei sintomi della democraticità dei rapporti tra uomo e donna sarà dato dal fatto che l’uomo non si vergognerà di esprimere nella propria forza la propria debolezza. Così come la donna non temerà di dover accettare compromessi vergognosi per fare il contrario.

Finché la donna non avrà acquisito una sufficiente autonomia da ciò che l’uomo le può offrire, difficilmente essa potrà sottrarsi al rischio che l’uomo possa approfittare della propria forza per abusare di lei.
D’altra parte non si può vivere in un’isola deserta per veder affermati i propri diritti. E nell’ambito di una società che si pretenda davvero “civile” non c’è modo di garantire un minimo di uguaglianza dei sessi se le leggi non propendono, in qualche modo, a favore della donna.
Questo non significa che la donna vada privilegiata in quanto tale, ma soltanto che le va riconosciuta una tutela specifica, inerente al suo essere femminile. Cosa, d’altra parte, che andrebbe fatta anche coi bambini, gli anziani, i malati, i disabili, le minoranze,

Queste sono tutte categorie sociali alle quali vanno riconosciuti particolari diritti, se si vuole realizzare una uguaglianza giuridica e insieme sociale delle persone.
Una donna forse potrebbe non accettare di sentirsi come una sorta di “categoria protetta”, perché potrebbe avvertire questa condizione come una forma di ingiusto privilegio, come una sorta di nuova discriminazione, che impedisce, in ultima istanza, un confronto alla pari con l’uomo.
In effetti, il provvedimento dovrebbe essere di natura legislativa, in attesa che la maturità delle persone lo renda superfluo.

Tuttavia, la legge può anche avere una funzione pedagogica e indurre gli uomini a mutare alcuni atteggiamenti consolidati. Se la donna fruisse di particolari tutele, questo non andrebbe solo a suo vantaggio, ma servirebbe anche per dimostrare che nei rapporti tra uomo e donna non deve dominare la logica della forza.

Se un uomo fosse tenuto a rispettare, per legge, la donna, i bambini, gli anziani ecc., forse si sentirebbe meglio indotto a rispettare anche chi, tra gli uomini, appare più debole. Se poi una donna vorrà dimostrare di poter fare le stesse cose degli uomini, non sarà certo una legislazione che potrà impedirglielo.

Bisogna insomma trovare un punto d’equilibbrio tra merito e diritto. Una rivendicazione demagogica dei diritti uccide il merito e fa sprofondare nell’anarchia o nel burocratismo più assurdo: tutti si sentono in diritto di rivendicare qualcosa, nessuno si sente in dovere di fare più del necessario, nessuno si sente responsabile di nulla e si pretende che le cose procedano per inerzia.

Tuttavia, anche il merito, senza diritti, porta a una società invivibile, dominata dall’individualismo: ognuno vuole sentirsi migliore dell’altro e per arrivare primi si è disposti a tutto. Chi si rassegna è perduto.
Insomma ci vorrebbero degli uomini che lottassero per l’emancipazione delle donne, oppure delle donne che per ottenere una vera emancipazione fossero disposte a qualche sacrificio.

Le donne devono emanciparsi da sole, ma coinvolgendo gli uomini più consapevoli in questa impresa. E’ difficile pensare che gli uomini, spontaneamente, possano accettare di veder diminuire il loro potere per aumentare quello delle donne.

Le donne dovrebbero approfittare dell’attuale crisi di civiltà per rivendicare l’effettiva metà del potere politico. Questo compito è urgente perché gli uomini hanno creato una società che non solo non è a misura di donna, ma oggi non è neppure a misura di uomo. Infatti, la civiltà basata sugli antagonismi irriducibili, sulle competizioni esasperate, sulla mercificazione di qualunque aspetto della vita ha portato alla rovina anche il contesto ambientale in cui realizzare questo predominio. L’uomo ha distrutto se stesso, distruggendo natura e società.

In tale opera di distruzione anche le donne vengono inevitabilmente coinvolte. Una delle prime cose che le donne più consapevoli dovrebbero far comprendere agli uomini è che una qualunque violenza perpetrata nei confronti della donna si ripercuote sull’intera società, cioè sui rapporti matrimoniali, sui rapporti tra genitori e figli, sui rapporti tra gli stessi uomini. Un’offesa arrecata alla donna è un danno che l’uomo arreca a se stesso. Ogni ritardo nel riconoscimento di questa specifica identità è un ritardo nello sviluppo più generale della democrazia sociale.

Esistono degli uomini in grado di capire che i silenzi delle donne non esprimono necessariamente assenso o complicità, ma rabbia interiore, che solo per timore o quieto vivere o per spirito di sopportazione non si manifestano per quello che sono?
Il problema del rapporto dei sessi tuttavia non si risolverà mai finché si continuerà a pensare che quanto risulta sicuro per gli uomini, risulta, di riflesso, sicuro anche per le donne.
Una civiltà a misura d’uomo dovrebbe essere anzitutto a misura di donna, poiché se la donna si sente sicura, lo è certamente anche l’uomo. La sicurezza non è a cascata, ma a raggiera, cioè se il centro è sicuro, lo è anche la periferia; se lo è il vertice, non è detto che lo sia anche la base.

IDENTITA’ E DIVERSITA’
Non esiste ancora una vera cultura al femminile: quella che esiste non è autonoma, ma creata dagli uomini per le loro esigenze di dominio. D’altra parte non può esistere una cultura autonoma del femminile se non sono le donne stesse a esigerla, a crearla.
Una cultura al femminile deve per forza essere una cultura della diversità, ma una diversità concepita secondo la categoria dell’autonomia, altrimenti essa rischia di passare per una “funzione” della cultura maschile.
In questo senso è giocoforza ammettere che l’identità non può essere basata solo sulla reciproca funzionalità, poiché se il soggetto maschile è al potere, un’affermazione del genere andrebbe a detrimento degli interessi del sesso femminile: l’uomo cioè non si sentirebbe in funzione della donna nella stessa misura in cui questa dovrebbe sentirsi rispetto all’uomo.

Ecco perché la reciproca funzionalità deve giocarsi nel riconoscimento di una specifica diversità, di una sicura autonomia. E’ appunto la diversità, l’identità specifica, a fondare l’autonomia. Se l’uomo non riconosce questa realtà è impossibile conseguire l’uguaglianza tra i sessi.
Nella nostra società maschilista la reciproca funzionalità viene colta dagli uomini a livello meramente sessuale (a fini riproduttivi o erotici). Se invece l’identità femminile si affermasse sulla base del principio dell’autonomia, la differenza sessuale non verrebbe necessariamente relazionata alla riproduzione o all’erotismo, ma solo all’identità “umana”, che è “maschile” e “femminile”.

La femminilità, in sostanza, è più di una semplice differenza sessuale. Si può anzi dire che la differenza sessuale è una conseguenza della femminilità. L’uguaglianza dei sessi non potrebbe mai implicare la fine della diversità, che è insita nella natura umana.
La diversità del femminile è ontologica, precede sicuramente l’esigenza riproduttiva o erotica. La riproduzione, se vogliamo, è l’ultimo degli aspetti della femminilità. Lo dimostrano proprio le leggi sul divorzio, sull’aborto e sulla contraccezione, grazie alle quali la donna ha cercato di recuperare, seppure negativamente, quella autonoma identità che aveva nel comunismo primitivo e che da allora le è sempre stata negata.

A dir il vero, il bisogno di un erotismo senza riproduzione è sempre esistito, ovvero c’è sempre stato il bisogno di controllare le nascite (almeno in quelle società dove le condizioni socio-ambientali rendevano e ancora oggi rendono difficile la riproduzione); ma è anche vero che la facoltà di poter scindere i due aspetti è stata sfruttata, nelle società patriarcali, soprattutto dal sesso maschile, che se ne è servito nell’adulterio, nella prostituzione, nella poligamia, nello stupro (anche coniugale)…

Viceversa, una donna che desidera l’eros senza procreare, rischia d’essere giudicata, dalla mentalità maschilista, alla stregua d’una prostituta, a meno che non lo faccia per il piacere dell’uomo (nel qual caso si fa presto a giustificarlo).
Le società patriarcali sono persino riuscite ad inventare la riproduzione senza erotismo, come nei matrimoni d’interesse (politico o economico) o nella fecondazione artificiale.

In quest’ultimo caso non è azzardato affermare che chi desidera procreare senza eros o ha delle turbe psichiche o, quanto meno, delle lacune morali, a meno che tale fecondazione non venga incontro a gravi difficoltà di ordine biologico, sebbene, pure in questo caso appaia poco logico affidarsi alla scienza per avere a tutti i costi un “proprio” figlio, col rischio d’incorrere in situazioni imbarazzanti o in tentativi infruttuosi, con grande dispendio di risorse finanziarie, quando al mondo esistono milioni di bambini orfani, abbandonati e ai limiti della sopravvivenza.

LA DONNA E IL LAVORO
Nell’ambito del lavoro occorre permettere alle donne di poter svolgere una qualunque professione o mansione operativa (intellettuale o fisica), soprattutto quelle che per tradizione maschilista vengono assegnate agli uomini.
Non solo, ma occorre anche valorizzare al meglio quei tipi di lavoro che, sempre per una tradizione maschilista, gli uomini sono meno disposti a fare (quando addirittura non li rifiutano in toto).
Facciamo un esempio: se in un lavoro ripetitivo la donna, in genere, è più costante e l’uomo più discontinuo (tanto che nel fatturato la differenza può essere rilevata), bisognerebbe, “a parità di lavoro”, pagare di più la donna (o comunque offrire un particolare incentivo per svolgere quella determinata mansione, visto che un intero genere sessuale tende a rifiutarla).

Là dove l’uomo si rivela incapace di fare determinate cose, lì andrebbe premiata la capacità della donna.
Naturalmente questo discorso può essere rovesciato, ma, anche facendolo, chi ci guadagnerebbe sarebbe sempre la donna, poiché i fatti dimostrano che sono gli uomini a ostacolare le donne sul piano professionale. Sono gli uomini che non affidano alle donne i posti di responsabilità. Assai raramente accade il contrario.
Non è certo un caso strano, in questo senso, che le maggiori discriminazioni sessiste si verifichino proprio nel corso del periodo lavorativo dei due sessi e non in quello precedente (adolescenza e scuola), né in quello seguente (pensionamento e anzianità).

La donna potrà superare i torti che le procura il gap fisico rispetto all’uomo, quando avrà la forza, morale e politica, per rivendicare un diritto squisitamente femminile, in grado cioè di tutelare le esigenze specifiche del suo sesso.
E’ un controsenso fidarsi della bontà del maschio in una società sostanzialmente maschilista. Fino a quando l’uomo non avrà capito che ogni abuso compiuto ai danni della donna (e, ancor più, dei bambini) va punito molto più severamente di ogni altro abuso compiuto ai danni dell’uomo, sarà impossibile realizzare una società civile.
Ma è assai dubbio che l’uomo giunga a comprendere questo da una posizione di forza.

Detto questo, è del tutto illusorio pensare che una società veramente “umana” possa realizzarsi solo sulla base formale del diritto.Occorre che l’uomo ami la donna ben oltre il diritto che questa ha di essere rispettata. L’amore non è cosa che possa essere regolamentata per via giuridica.
Qui il problema diventa ontologico e compito dell’uomo è quello di valorizzare una cultura femminile che il diritto, al massimo, può soltanto recepire e tutelare.

 elab-dal web

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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