Felicità-essenza umana

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images3IL SENSO DELLA FELICITA’
Caratteristica dell’essenza umana
Nella figura matematica della parabola c’è un punto oltre il quale il declino può anche essere inesorabile, irreversibile. Questa è la morte. E in un certo senso la si desidera, proprio per liberarsi di quella ineluttabilità.
La morte è il desiderio di liberarsi di ciò che è insopportabile, e bene facevano gli antichi cristiani, ma anche gli antichi sumeri, egizi ecc., a vedere la morte come strettamente connessa a una rinascita. Per i cristiani il battesimo era insieme un’esperienza di morte (si veniva immersi nelle acque nere dell’inferno, del proprio passato, delle proprie colpe) e di rinascita (nello splendore del re del sole).
Si muore a una condizione di vita per poter rinascere a un’altra. Esattamente come il neonato, che per nascere deve prima morire alla sua condizione di feto. Basterebbe questo per capire che la vita è eterna e che non abbiamo bisogno di alcuna religione per crederci. Tanto meno oggi, dove le religioni più fanatiche o fanno della vita biologica un valore assoluto da difendere anche contro la naturalità della morte, oppure fanno della morte violenta (contro se stessi o contro il prossimo) l’unico vero significato di vita.
Si deve in realtà uscire da una forma di vita per entrare in un’altra, rispettando le regole del gioco. Questo processo infinito è determinato dalla dialettica di tesi-antitesi-sintesi. Dio non c’entra nulla, poiché il processo appartiene all’universo, all’essenza delle cose, alla loro logica interna.
Qualunque cosa si sottragga a questa legge è inesistente, è frutto di una fantasia malata, perversa. Pensare a qualcosa di perfetto solo perché statico, fisso, non soggetto al mutamento della dialettica, significa essere in malafede, ciechi per scelta, oppure terribilmente ingenui, come tutti i filosofi pre-cristiani.
Se esiste un dio, non può essere diverso dall’uomo, cioè deve per forza essere soggetto alle medesime leggi che ci caratterizzano, altrimenti per noi non avrebbe alcun senso, non riusciremmo minimamente a riconoscerci. Anche i robot sono statici e non a caso non pensiamo che siano umani, e quando vogliamo far credere che lo pensiamo è perché stiamo facendo fantasy o fantascienza. Oppure stiamo facendo degli esperimenti così banali – come p.es. quello di Turing -, che praticamente la nostra intelligenza è ridotta al minimo.
Anche quando il più grande scacchista del mondo gioca col computer più potente del mondo, si rende facilmente conto che le mosse del computer non sono mai geniali, ma sempre frutto di una memoria straordinaria, in grado di attingere, in breve tempo, a milioni di partite già giocate in precedenza dagli esseri umani. Se attingesse a partite giocate da esso stesso, perderebbe sicuramente. Invece così ha forse qualche possibilità di vincere. Non a caso Garry Kasparov arrivò a sospettare che la macchina Deep Blue avesse avuto un “aiuto” umano durante le partite e quando chiese la rivincita, l’IBM rifiutò.
E comunque l’essenza umana non è data dalla capacità di elaborare in un tempo ridottissimo una quantità enorme di dati. Questo potrebbe portare, sul piano umano, a conseguenze del tutto sbagliate, proprio perché nessun computer è in grado di tener conto dell’imponderabilità della libertà umana. Quando c’è di mezzo questa libertà, nulla è davvero prevedibile. Ed è bene che sia così.
Fa un po’ sorridere, in tal senso, la decisione della Cina di offrire mille euro in premio a chi le segnala dei siti porno onde impedirne la visione nel proprio paese. Non è forse questo un modo per sostituirsi, come governo, alla libertà di coscienza dei propri cittadini? Si può davvero garantire la libertà impedendone con la forza il cattivo uso? “Sorvegliare e punire”: non era forse questo il motto con cui si sono fatte nascere le moderne prigioni? E’ questo il metodo pedagogico per assicurare la vivibilità del bene sociale?
Per vincere il computer più intelligente del mondo è sufficiente ingannarlo. Gli Achei ci misero dieci anni a capire che per distruggere Troia non occorrevano le armi ma un semplice cavallo di legno. Lo stesso fece Sessa Ebu Daher quando decise ch’era venuto il momento di arricchirsi: semplicemente chiese al sovrano persiano, come ricompensa dell’invenzione del gioco degli scacchi, di avere un chicco di grano per il primo riquadro della scacchiera, due per il secondo, quattro per il terzo, otto per il quarto e così via per tutti i 64 riquadri. Gli esseri umani sono maestri nel mettere trappole.
E’ sufficiente quindi andare oltre il fatto che il computer ragiona sempre in termini di prevedibilità, a prescindere dalla quantità di istruzioni che gli si mettono nella memoria di massa. Senza poi considerare che quanti più dati deve elaborare tanto più tempo gli occorre, mentre in certe particolari situazioni l’uomo può scegliere la cosa giusta in tempi brevissimi, fidandosi esclusivamente del proprio intuito, che si basa su un pregresso di esperienze in cui la libertà di coscienza, propria e altrui, ha giocato un ruolo enorme.
L’informatica è in fondo l’applicazione della matematica, che a sua volta è frutto di un lavoro dell’intelletto. La ragione – direbbe Hegel – è tutt’un’altra cosa, proprio perché deve tener conto dei movimenti della dialettica. S’è mai visto un politico dare piena ragione a un economista? E chi mai si fida ciecamente delle previsioni scientifiche del meteo, basate su precisi calcoli algoritmici?
Ecco perché dobbiamo uscire dall’illusione di credere che con l’informatizzazione dei dati si possa rendere la vita più umana. Quando pensiamo che il miglioramento della qualità della vita possa dipendere dal controllo delle informazioni su di essa, stiamo assistendo a un puro e semplice miraggio, che è quell’effetto ottico che inganna soprattutto i giornalisti e quanti pensano che la garanzia della democrazia dipenda dall’informazione.
Sotto questo aspetto non si può certo dire che fossero più sprovveduti gli antichi che si affidavano ai responsi di maghi e indovini. Mettiamoci per un attimo nei panni di uno di loro e vediamo se c’è qualcuno in grado di smentirci. Presto avremo a che fare coi grandi paesi asiatici che, prendendo a pretesto il fatto che nei paesi occidentali l’affermazione di un valore umano resta sempre puramente teorica, imporranno al mondo intero l’idea che, piuttosto di accettare questa contraddizione, è meglio fare in modo che i valori umani affermati in sede teorica siano pochissimi, ma coerentemente applicati in virtù di un’istanza superiore, che può essere p.es. un governo autoritario. Non dimentichiamo che nel mondo romano gli imperatori assolutistici riuscirono a imporsi sui senatori democratici semplicemente dicendo che volevano fare gli interessi delle plebi e le plebi gli credettero.
Contro questo pericolo autoritario come potremo difenderci? Rivendicando in astratto i diritti umani? L’unico vero diritto che potremo rivendicare sarà quello alla “felicità”. Quanto tutti i diritti saranno negati non resterà, paradossalmente, che questo. Ovviamente non nel senso dei costituzionalisti americani, per i quali “felicità” e “proprietà privata” erano sinonimi.
Sieyès si chiedeva agli albori della rivoluzione francese che cosa fosse il Terzo Stato: oggi invece dobbiamo iniziare a chiederci che cosa sia la “felicità”. Una definizione possibile, contro ogni forma di dittatura, politica o economica, può essere questa: felicità vuol dire ricevere da qualcuno della comunità qualcosa che in fondo avrebbe potuto darsi anche colui che l’ha ricevuta, proprio perché non era da quella cosa che dipendeva la sua vita. Detto altrimenti: felicità vuol dire che quando si riceve qualcosa da qualcuno della comunità, non si ha l’impressione che il donatore lo voglia fare per pretendere un dominio personale.
Felicità insomma vuol dire, comunque la si metta, “senso dell’autonomia”, ovvero “libertà personale”: vivere la libertà dentro una comunità, una comunità di cui ci si fida, proprio perché si è consapevoli che la divisione del lavoro viene usata non per sottomettere chi non sa fare determinate cose, ma per agevolare l’autonomia di tutti.
Qualunque specializzazione del lavoro, che comporti delle conoscenze esclusive, va contro gli interessi dell’autonomia, sempre che queste conoscenze vengano usate per beni che riguardano gli aspetti essenziali di una comunità, quelli appunto che ne garantiscono la sopravvivenza, la riproduzione.
Infatti, se vogliamo garantirci la “felicità” dobbiamo preventivamente sostenere che una qualunque specializzazione del lavoro ha senso solo a due condizioni: che resti patrimonio di tutti, che non riguardi gli aspetti essenziali di una comunità. Non ci si può fidare di chi ha troppe conoscenze e non le mette immediatamente a disposizione di tutti, a meno che non le usi per il proprio tempo libero.
La felicità per gli Statunitensi
Si ha diritto alla felicità? Chi può averne diritto? Perché oggi la felicità rientra nelle utopie irrealizzabili? Che cos’è la felicità?
Il diritto alla felicità venne messo nella Costituzione dagli americani che, ribellandosi alla madrepatria inglese, costruirono gli Stati Uniti. Mentre rivendicavano quel sacrosanto diritto, lo negavano agli indiani, sottoposti a genocidio, e agli schiavi africani, che nelle terre dei farmers coltivavano tabacco e cotone da esportare in Europa.
E’ bello avere “diritto alla felicità” (gli yankee, per realizzarlo, ci hanno edificato sopra quella fabbrica di sogni chiamata Hollywood), ma se alla seconda domanda non si risponde “tutti”, quel diritto diventa una farsa.
Per gli americani il diritto alla felicità era il diritto di farsi da sé (self-made man), calvinisticamente parlando, cioè senza tanti scrupoli, sulla base dell’assunto che senza soldi non c’è nessun diritto e quindi nessuna felicità. Sono i dollari che fanno felici, perché senza quelli non si può comprare nulla, non si può esistere, specie in un paese conflittuale e competitivo come quello. In America si è nella misura in cui si ha.
Questo principio è così forte che gli americani non amano risparmiare ma investire, e lo fanno anche quando non hanno sufficienti capitali. S’indebitano nella convinzione assoluta si riuscire a realizzare i loro sogni. Vivono al di sopra delle loro possibilità, perché sin da bambini hanno appreso la lezione dai loro maestri e dai loro genitori, continuamente confermata da psicologi filosofi politici economisti, persino dai dirigenti sportivi: “devi aver fiducia nelle tue capacità e nella grandezza e potenza della tua nazione, che è la più importante del mondo”.
Chi ha voluto speculare su questa cieca fiducia nel progresso, su questa autoipnosi collettiva (banche, istituti finanziari, assicurazioni…), ha fatto indebitare gli americani fino al collo, mettendoli sul lastrico. I grandi colossi dell’economia e della finanza non hanno mantenuto le loro promesse di felicità: hanno delocalizzato le imprese là dove il costo del lavoro è molto più basso che in patria, hanno speculato in borsa facendo pagare i crack finanziari agli investitori, hanno emesso dei titoli finanziari che non valevano nulla perché basati sul debito altrui, hanno falsamente garantito, pur di attirare capitali stranieri, alti tassi di rendimento sui prestiti finanziari…
Oggi gli Usa sono il paese più indebitato del mondo e se non avessero un altro paese, chiamato Cina (fino a ieri odiatissimo), che sostiene il loro debito pubblico, a quest’ora avrebbero già dichiarato bancarotta, trascinando nel loro vortice di debiti mezzo mondo, con conseguenze a dir poco catastrofiche, anche perché gli americani non sopportano che qualcuno faccia loro aprire gli occhi.
Già oggi, per colpa dei loro sogni fanciulleschi, l’economia del pianeta vacilla paurosamente, e tutti vengono costretti a contribuire a non far esplodere questa bolla di sapone, che si libra nell’aria, riflettendo i colori del sole, e che ci piace guardare con gli occhi spalancati di un bambino.
G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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