non cosi oggi-i musulmani nella società islamica-

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monoGli Ahludh-Dhimmah (ossia i non credenti)

durante l’epoca dei Califfi.

Mentre il Corano stabilisce le regole principali riguardo ai diritti degli Ahludh-Dhimmah, la loro applicazione pratica da parte del Profeta ne rappresenta una chiarificazione, che impedisce la nascita di politiche estremiste contro di loro.
I quattro califfi ben guidati furono i seguaci più vicini al Profeta, e furono coloro che aderirono maggiormente alla politica dei diritti di Ahludh-Dhimmah; non solo, seppero affrontare i cambiamenti nella quotidianità della vita con interpretazioni coraggiose e indipendenti che erano essenzialmente nell’ interesse di Ahludh-Dhimmah.
L’era dei califfi ben guidati fu la più grande nella storia islamica subito dopo quella del Profeta, visto che ad assumere il potere furono i suoi seguaci di più alto rango. Erano i compagni a lui più vicini, ed egli approvava la loro precedenza, la loro superiorità, e diede loro la notizia che sarebbero entrati in Paradiso. Inoltre accanto a loro per aiutarli vi erano onesti compagni, i quali rappresentavano il fior fiore in campo intellettuale, politico, economico, amministrativo e militare.
L’epoca dei quattro califfi testimoniò un gran numero di cambiamenti ed innovazioni, che non esistevano durante l’era del Profeta, tra cui le vittorie islamiche e le conquiste intraprese dal primo califfo, Abu Bakr As-Siddìq , alla fine del suo mandato, proseguite poi da Omar Ibn Al-Khattab  e dagli altri successori. Di conseguenza, i musulmani regnarono in molti altri paesi, fra i quali La Siria, l’Iraq, l’Egitto etc. In tal maniera i musulmani cominciarono a trattare con gli abitanti di tali regioni e a rapportarsi con loro, specialmente con gli Ahludh-Dhimmah.
Tra le prime raccomandazioni fatte da Abu Bakr Al-Siddiq all’inizio del suo mandato, si ricorda quella diretta all’esercito musulmano che stava per conquistare la Siria, che riguarda come ci si doveva relazionare con Ahludh-Dhimmah– anche con i guerrieri. Insomma, avrebbe dovuto comportarsi allo stesso modo del Profeta.
Abu Bakr disse: “O gente, aspettate e ascoltate i mie dieci raccomandazioni, e tenetele a mente: non tradite, non esagerate, non ingannate, non mutilate i corpi dei defunti, non uccidete un bambino né un anziano né una donna, non sradicate le palme né bruciatele, non abbattete un albero da frutta, non scannate una pecora né una mucca né un cammello se non per mangiarne. Se passate vicino a persone che stanno adorando Dio in un luogo di culto, non disturbatel
Quando Omar Ibn El Khattab passò un giorno davanti ad una casa, trovò un mendicante anziano e cieco che chiedeva l’elemosina sulla porta. Omar gli mise una mano sulla spalla per chiamarlo e gli chiese: “Di quale Gente della Scrittura sei?” -“Sono ebreo” replicò. -“Cosa ti ha ridotto in questo stato?”. -“Chiedo l’ elemosina per pagare il tributo, a causa della povertà e dell’età avanzata.”
In seguito Omar lo condusse verso casa sua e gli offrì qualcosa dei suoi averi, poi mandò a chiamare l’incaricato della tesoreria e gli disse: “Guarda quest’uomo e quelli come lui. Per Allah, non lo tratteremo onestamente fino a che gli imponiamo le tasse quando è giovane e lo abbattiamo quando diventa anziano. Allah ha detto: “Le elemosine sono per i bisognosi, per i poveri, per quelli incaricati di raccoglierle, per quelli di cui bisogna conquistarsi i cuori, per il riscatto degli schiavi, per quelli pesantemente indebitati, per la lotta sul sentiero di Allah e per il viandante. Decreto di Allah! Allah è saggio, sapiente.” (TSC- Sura IX, versetto 60). I “bisognosi” sono i musulmani. Mentre quest’ uomo è un povero fra la Gente della Scrittura. Quindi Omar esonerò lui e quelli come lui dal pagamento tributario.
Gustave Le Bon, un noto storico, descrisse il comportamento di Omar Ibn El Khattab e la sua tolleranza nei confronti dei non credenti  gli Ahludh-Dhimmah dopo la vittoria a Gerusalemme dicendo: “Il comportamento del Principe dei credenti, Omar Ibnu Al Khattab, a Gerusalemme è una prova di come gli arabi conquistatori trattavano i popoli sconfitti con estrema gentilezza, l’esatto contrario di quello che fecero i crociati a Gerusalemme secoli dopo.
Omar non volle entrare a Gerusalemme se non con pochi compagni e chiese al patriarca Sofronius di accompagnarlo in tutti i luoghi sacri, rassicurando gli Ahludh-Dhimmah, promettendo loro di rispettare le loro chiese e le loro proprietà, e impedendo ai musulmani di pregare nei loro luoghi di culto.”
“Il contegno di Amr Ibn Al-‘As in Egitto” proseguì “non fu meno gentile. Egli concedette agli egiziani libertà di religione, l’assoluta giustizia, il rispetto delle proprietà e un pagamento tributario annuale che non superava i 15 Franchi (equivalenti a due dinari) a testa al posto delle esagerate tasse bizantine, perciò gli egiziani accettarono obbedienti e con gratitudine tali condizioni.
Infatti, l’Egitto aveva subito in precedenza un periodo difficile a causa dei colonizzatori bizantini che ritennero l’Egitto una mucca da latte che procurava alle casse dello stato le sue benedizioni. Come risultato, la sua gente pativa privazioni e difficoltà in ogni aspetto della vita.
Tra i patimenti che subirono gli egiziani, viene ricordata la dura controversia fra la chiesa egiziana e quella bizantina. Fra l’altro, il governatore dell’Egitto, Al-Muqawqis, provò in tutti i modi ad allontanare gli egiziani dal loro credo. I copti soffrirono a causa di numerose difficoltà, e in molti cedettero convertendosi alla confessione bizantina, fra i quali alcuni vescovi. Altri resistettero, tra cui il papa Mina, il fratello del patriarca Benjamin. Il patriarca Benjamin fuggì dalla tirannia di Al-Muqawqis, fino alla conquista islamica dell’ Egitto da parte Amr Ibn Al-‘As. Una volta Amr Ibn Al-‘As venne a sapere la sua storia, e lo rassicurò tramite un patto di incolumità. Così lui e gli altri copti goderono di libertà e serenità all’ombra del regno islamico.
Il patto che concluse Amr Ibn Al-‘As con il popolo dell’Egitto testimonia quanto i musulmani tenevano ad assicurare una vita dignitosa ai copti. Erano liberi di scegliere la propria fede, di praticare i loro riti e di dirigere tutti gli aspetti della loro vita.
il testo del patto:
“Questo è quanto Amr Ibn Al-Às garantisce al popolo dell’Egitto: salvezza della vita, della fede, dei soldi, delle chiese, delle croci, del loro mare e della terra. Nessuno si deve intromettere nei loro affari o deprivarli di niente, e i nubiani non condividono con loro l’alloggio
E’ riportato dalla storia che i musulmani mantennero il sistema amministrativo che vigeva in precedenza dopo aver conquistato l’Egitto. I copti parteciparono nuovamente all’amministrazione del paese, cosa che gli era stata vietata nelle epoche precedenti.
Si racconta che Ali Ibn Abi-Taleb (che Allah sia soddisfatto di lui) abbia trovato la propria armatura presso un uomo cristiano, quindi andò da Shurayh, il giudice, per disputare contro di lui. Egli disse: “Questa è la mia armatura, e non l’ho venduta né data via. “Che ne dici di quello che ha dichiarato il Principe dei credenti?” disse Shurayh al cristiano. “L’ armatura è mia e non ritengo che il Principe dei credenti sia un bugiardo” replicò il cristiano. In quel momento, Shurayh si rivolse ad Ali Ibn Abu Takib e gli chiese: “O Principe dei credenti, hai una prova?”. Ali sorrise e disse: ” Shurayh ha ragione, non ho nessuna prova”.
In tal maniera Shurayh concesse l’armatura al cristiano che la prese, fece qualche passo poi tornò indietro e disse: “Testimonio che queste sono le leggi dei Profeti, il Principe dei credenti si rivolge al suo giudice che lo condanna! Testimonio che non c’è altro Dio eccetto Allah e che Muhammad è il Suo Servo e Profeta. Giuro che l’armatura è tua, Principe dei credenti, ho seguito l’esercito da quando partì per Seffin quando cadde l’armatura dal tuo cammello. “Ora che ti sei convertito all’Islam, è tuo”. Disse Ali
Ahludh-Dhimmah durante l’epoca del califfato omayyade.
La tolleranza verso Ahludh-Dhimmah ha avuto diversi aspetti e forme tra cui la partecipazione all’amministrazione del paese delle professioni diverse dall’Islam. Il Califfo Muawiyah Ibn Abu Sufian realizzò che i bizantini e gli arabi cristiani costituivano la maggioranza in Siria nel periodo in cui era governatore. Fra loro vi erano artigiani, impiegati, medici e scrittori, perciò essi erano indispensabili, se voleva migliorare l’amministrazione dello stato.
Muawiyah (che Allah sia soddisfatto di lui) affidò l’amministrazione finanziaria ad una famiglia cristiana che si tramandò tale incarico da una generazione all’altra. Si trattava della famiglia Sargoons. Muawiyah nominò fra l’altro il proprio medico, Ibn-Athal, responsabile delle tasse territoriali nella città di Hams. Abd Al-Rahman Ibn-Ziad assunse come impiegato un cristiano di nome Istafanos. Ibn Patriq, palestinese, era tra gli impiegati del califfo Solaiman Ibn Abd Al-Malik. Tra gli impiegati del califfo Hisham Ibn Abd Al.-Malik viene ricordato Tathery Ibn-Astin, che era stato nominato capo del Diwan di Hams.
Molti degli Ahludh-Dhimmah lavorarono alla corte del califfi e dei governatori, tra cui il medico greco Theiathooq, che lavorò per Al-Hajjaj Ibn-Yousef ath-Thaqafiyy e il medico ebreo Masergoyeh che lavorò presso la corte del califfo Marwan Ibn Al-Hakam, e che tradusse un libro di medicina in lingua siriana.
Tra le forme di tolleranza dimostrate durante lo stato degli Ommaydi, vi è la cura data ai luoghi di culto, alle chiese, alle sinagoghe, che venivano protetti e restaurati. Inoltre ne vennero costruiti molti altri durante il governo islamico. I califfi ommaydi preservarono chiese e sinagoghe. Per esempio, quando un terremoto distrusse una parte di una grande sinagoga di ar-Raha, Muawiyah Ibn-Abu-Sufyan (che Allah sia soddisfatto di lui) ne ordinò il restauro per farla tornare come prima.
Inoltre, la prima chiesa di El-Fustàt, nel quartiere romano, fu costruita durante l’epoca di Maslamah Ibn Mukhaled, che fu governatore dell’Egitto dal 47 fino al 68 dopo l’Egira. Dopo aver fondato la città di Helwan, Abd El-Malik Ibn-Marwan permise a due suoi servi di erigervi una chiesa, la quale era conosciuta come la chiesa dei Farrasheen. In più, il patriarca Leonos ne fondò un’altra.
Oltretutto, Abd Al Malik Ibn-Marwan, governatore dell’Egitto, consentì ad alcuni vescovi di costruirvi un monastero. Al proprio dipendente, Ithnathious, permise di edificare una chiesa nel palazzo della cera. Non ne bastava una, perciò ne eresse altre tre: la chiesa di San Giorgio, la chiesa di Abi Qair dentro il palazzo della cera e la terza ad ar-Raha.
Alcuni papiri registrano i nomi di governatori cristiani ed impiegati fin dai primi anni del governatorato islamico in Egitto. Tali papiri risalgono all’anno 22 dopo l’Egira/642 D.C. In più, è provato che i governatori dell’Egitto nominarono dei cristiani durante quel periodo per svolgere diverse professioni d’allora; facevano gli impiegati, i funzionari di gabinetto, i governatori di provincia e gli esattori.
Il ministro dell’Alto Egitto durante l’ultimo periodo del governatorato di Abd Al-Malik Ibn-Marwan (65-86 dopo l’Egira /685-705) era un cristiano, e si chiamava Pietro. Il governatore di Maryout era anche lui cristiano e si chiamava Tadfans. Durante l’era di Qurra Ibn-Shuraik, governatore dell’Egitto (90-96 dopo l’ Egira), il capo del gabinetto ad Alessandria era uno degli Ahludh-Dhimmah che veniva chiamato Theodor .
In Iraq, gli Ahludh-Dhimmah, godevano di una vita agiata, svolgevano i propri rituali religiosi nelle chiese e nelle sinagoghe. Alcuni storici accusarono Al-Hajaj di aver perseguitato la Gente della Scrittura, nonostante avesse permesso al suo rappresentante a Khurasàn di edificare luoghi di culto per loro. Durante l’era del governatorato di Al-Hajaj, Saeed Ibn Abd-El-Malik Ibn-Marwan, il governatore di Mosel, edificò un luogo di culto proprio lì, che venne chiamato con il suo nome, ovvero “il luogo di culto di Saeed” e ne ebbe cura finché i suoi boschi e i suoi giardini procurarono un guadagno di trecento mila dirham annui.
Gli Ahludh-Dhimmah godettero anche di giustizia e misericordia durante il mandato di Omar Ibn Abd Al-Aziz, il quale ordinò ai suoi operai di non demolire chiese, sinagoghe o templi zoroastriani fino a che non si fossero accordati con essi in proposito. Inoltre Omar scrisse al proprio deputato ad al-Basra dicendo: “Considera la debolezza di alcuni degli Ahludh-dhimmah dovuta alla vecchiaia o alla povertà. Consenti loro dalla tesoreria dei musulmani quello che gli è sufficiente Oltretutto, ordinò che le elemosine della famiglia dei Bani Taghleb, che erano cristiani, venisse concessa direttamente ai loro poveri senza aggiunte alla cassa pubblica dello Stato.
Ahludh-Dhimmah durante l’era del califfato abbaside.
Ahludh-Dhimmah parteciparono durante quell’era a differenti aspetti della vita: sociale, economica, letteraria e scientifica e lo stesso ai mestieri in genere, senza discriminazioni. Anzi, alcune professioni erano svolte unicamente da loro, come quelle nel campo della medicina e dell’ astronomia. Occupavano anche varie professioni statali. Divennero bravi scrittori nel campo letterario, emersero come esattori delle tasse, venivano ricevuti con riverenza alle corti dei califfi. Non solo, le loro leggi religiose ed i loro capi spirituali erano riconosciuti dallo Stato. Anche gli zoroastriani avevano prestigio quanto gli ebrei ed i cristiani, avevano un loro rappresentante presso il califfo e il governo.
Il Principe dei credenti nella seconda metà del quarto secolo dopo l’Egira proclamò una legge rivolta ai Sabei (persone che avevano abbandonato la loro religione per seguirne un’altra) che implicava, oltre alla loro protezione e a quella verso le loro donne, l’applicazione del loro sistema di eredità, e il divieto di intervenire nelle loro dispute.
I nubiani cristiani avevano una posizione speciale fra gli altri cristiani, pagavano le tasse unicamente al loro re, che era a sua volta impiegato delle tasse presso lo stato islamico.
Il califfo Muqtader nel 311 dopo l’Egira/923 D.C., emanò un decreto che prevedeva, nel caso un individuo degli Ahludh-Dhimmah morisse non avendo eredi, che l’eredità venisse data alla gente della sua stessa fede, mentre in un caso analogo per un musulmano l’eredità veniva consegnata alle casse dello Stato.
Le leggi islamiche non includevano alcun precetto che impediva agli Ahludh-Dhimmah di svolgere determinate professioni. Eccellevano in professioni che permettevano un grande profitto; erano esperti bancari, commercianti, proprietari terrieri, medici. Per esempio, molti cambiavalute e sapienti in Siria erano ebrei, mentre la maggior parte dei medici e degli impiegati erano cristiani. Il capo dei cristiani a Baghdad era il medico del Califfo.
Nel 200 dopo l’Egira, il califfo Al Ma’mùn volle emanare un decreto che garantisse agli Ahludh-Dhimmah libertà di culto e la direzione delle proprie chiese in modo che ogni gruppo – a prescindere dalla credenza, anche se fossero state solo dieci persone – avesse avuto il diritto di scegliere il proprio patriarca che a sua volta sarebbe stato approvato. Ma i capi delle chiese si opposero e diedero inizio a delle sommosse, perciò Al Ma’mun rinunciò ad emettere il decreto.
E con la fondazione di uno stato semi-indipendente in Egitto, la situazione non cambiò molto: la politica esercitata nei confronti degli Ahludh-Dhimmah non mutò. Gli emiri dello stato tulunide (254-292 dall’Egira) ci tenevano a trattare bene Ahludh-Dhimmah; essi continuavano a lavorare nei diwan e come esattori, e partecipavano anche alle missioni della polizia per mantenere la sicurezza e l’ordine nel paese.
Ibn Tulùn aveva due impiegati cristiani: Giovanni e Ibrahim Ibn Musa. Allo stesso modo, il suo ministro, Ahmad Ibnul-Matherany, aveva un funzionario cristiano che veniva chiamato Giovanni. Non solo, l’emiro Ibn Tulùn si serviva di vari architetti cristiani nei suoi progetti tra cui Sa’ eed Ibn-Kateb Al-Ferghani che costruì “Ain Ma’a”, una cisterna, e contribuì all’edificazione della sua moschea.
L’emiro Khomarawayh seguì il padre, Ahmad Ibn-Tulun, impiegando dei cristiani; aveva un funzionario cristiano, che veniva chiamato Isaq Ibn-Nasr Al-Abbady. Inoltre faceva affidamento sul vescovo di Tama, Anba Bakhoom, che aveva un efficace numero di giovani che lavoravano per lui. Capitava che Khumarawayh si affidasse a loro per controllare i confini occidentali dello stato.
La dinastia Ikhshide (323-358 dopo l’Egira) seguì le orme di quello tulunide nel rapportarsi con gli Ahludh-Dhimmah. Gli emiri ikhshidi li trattavano bene e li impiegavano in vari settori, soprattutto negli affari finanziari. L’esattore in Egitto che raccoglieva le tasse per gli emiri ikhshidi di allora era Ibn-Isa Buqtor Ibn-Shafa.
Da notare che in quel periodo gli Ikshidi impiegavano fianco a fianco sia ebrei che cristiani nel campo degli affari amministrativi e nei lavori pubblici. Tra i personaggi notevoli del ramo viene ricordato Jacoub Ibn-Kollas, un ebreo, che è stato uno dei consulenti e una delle persone più vicine a Kafour l’ikhshida. Egli lo stimava a tal punto che nel 356 dopo l’Egira, ordinò a tutti i responsabili di non spendere nemmeno un dirham della cassa dello stato senza il consenso di Ibn-Khollas stesso.
Non esistevano nei paesi islamici quartieri riservati solo ai cristiani o agli ebrei che essi non potevano oltrepassare, anche se in genere le persone della stessa fede preferiscono vivere vicine. I monasteri cristiani si diffusero in tutta Baghdad fino al punto che non esisteva una sola zona che ne era priva.
E’ anche da sottolineare che il Califfo At-Tae’a’ (363-381 dopo l’Egira) ha avuto un impiegato cristiano. Nella seconda metà del quarto secolo dopo l’Egira, Adud Al-Dawlah di Baghdad, morto nel 372 dopo l’Egira e il califfo Al-Azìz de il Cairo avevano entrambi come loro ministro un cristiano. Quando Nasr Ibn Haroun, il ministro di Adud Al-Duala, chiese il permesso al proprio capo di restaurare le chiese ed i monasteri e di donare i soldi ai poveri di fede cristiana, egli acconsentì.
 Ahludh-Dhimmah e lo stato zankide.
Durante il governo zankide, Ahludh-Dhimmah erano trattatati in modo equo. Imàd Ed-Din Zanki usava prendere seri provvedimenti quando qualcuno violava un qualsiasi diritto degli ebrei o dei cristiani. Una volta rimproverò uno dei suoi uomini, Ezz Ed-Dìn Abu Bakr Ed-Dabisiyy, che aveva sequestrato la casa di un ebreo per farne la propria abitazione. Una volta saputo, Zanki osservò Ezz Ed-Dìn in silenzio con uno sguardo pieno di rabbia per ciò che aveva commesso obbligandolo a ritirare le sue tende al di fuori del territorio dell’ uomo ebreo.
Tale atteggiamento conferma quanto tolleranti ed obiettivi erano i musulmani verso gli Ahludh-Dhimmah. L’emiro dei musulmani regolarmente controllava le loro condizioni, si interessava dei loro affari, difendeva i loro diritti, e cercava di rimediare alle violazioni dei diritti che eventualmente subivano ancor prima che essi si lamentassero.
La tolleranza degli zankidi si manifestava anche verso i cristiani che combatterono contro di loro. Gli zankidi favorivano sempre la riconciliazione quando era possibile. Non solo, scarceravano anche i prigionieri nemici per mostrare agli altri maggiore benevolenza.
Nel mese Jumada al-Awwal dell’anno 554 dopo l’Egira, Nourud-Deen Mahmoud Ibn Emàd Ad-Dìn Zanki concluse un trattato di pace con l’imperatore bizantino, Manuele, evitando una guerra imminente, nonostante il proprio esercito fosse ben preparato per poter vincere la battaglia. La trattativa includeva la scarcerazione di 6000 prigionieri cristiani.
La liberazione di questo notevole numero di prigionieri mostrò chiaramente quanto gli zenkidi musulmani tenevano alla pace e alla concordia con i non musulmani. Mostrò anche la loro inclinazione alla giustizia piuttosto che alla slealtà, sebbene possedessero tutti i mezzi per vincere le battaglie. Oltretutto, tale atteggiamento sottolinea le grandi qualità morali dei musulmani quando avevano a che fare con i non musulmani, anche dopo la fine della dinastia zankide.
Tra gli esempi notevoli della tolleranza degli zankidi, vi fu anche la scarcerazione di kostantin koloman, il re bizantino di Cicilia, e di Bohemund III, governatore di Antakiah da parte di Nourud-Deen Mahmoud dopo la battaglia di Haarem nel mese di Ramadan 558 dopo l’Egira. Egli restituì la fortezza di Antakiah recuperata dai crociati. Avrebbe potuto semplicemente ucciderli entrambi; tuttavia, li perdonò con benevolenza e tolleranza.
Nourud-Deen Mahmoud, il comandante musulmano, non fu mai fanatico, anzi la tolleranza riempiva il suo cuore. Una tolleranza emanata dallo spirito della religione islamica. Combatté contro i crociati perché erano ostili, aggressivi, e non perché erano cristiani. Egli non procurò alcun danno ai cristiani della nazione, non ordinò mai la demolizione di una chiesa, né ferì un prete o un monaco. L’opposto di come si comportavano i crociati verso i musulmani.
Questa sua tolleranza conquistò il rispetto dei suoi nemici. Pur nutrendo inimicizia per lui, essi lo rispettavano e ammettevano i suoi meriti a tal punto che lo storico William Of Thire che espresse esageratamente nei suoi libri il proprio rancore verso l’Islam, non potè fare altro che riconoscerne i meriti, la giustizia, la sincerità e la fede.
 Ahludh-Dhimmah durante lo stato ayyubide.
L’epoca ayyubide è ritenuta l’era esemplare per esaminare le condizioni degli Ahludh-Dhimmah nel corso della storia islamica; questo a causa del fatto che vi erano pacifici popoli del patto che vivevano in Egitto e nel Levante, le due fortezze dello stato ayyubide quindi, e nello stesso tempo, vi erano anche gli ostili crociati, che avevano occupato alcuni emirati del Levante, combattendo ferocemente contro gli ayyubidi. Questa situazione condusse a frequenti confronti, durante i quali emergeva la reale essenza dell’Islam riguardo al modo di agire verso i non musulmani che combattevano contro essi.
Quando qualcuno ha potere sopra un proprio nemico, è difficilissimo frenare la propria volontà di vendetta nei confronti dell’oppressore. Quindi, esamineremo gli atteggiamenti di Salah Ed-Din Al-Ayyubi (Saladino) nei confronti dei crociati a Gerusalemme, dopo che Allah, il Potente, l’Eccelso, gli concesse la vittoria in seguito ad una dura resistenza.
Saladino perdonò ciò che commisero i crociati contro i musulmani a Gerusalmme durante gli 88 anni prima della conquista. Perdonò perfino il tradimento di Balian di Ibelin, ed accettò la supplica della moglie, la regina Maria Comnena. La regina Maria scrisse a Saladino chiedendogli di rendere sicuro il suo passaggio insieme ai suoi servi.
Malgrado Saladino sapesse che il messaggio era un’idea del marito Balian per assicurare la protezione della sua famiglia in caso di guerra, accettò volentieri ed esaudì la richiesta della regina. Annunciò anche che non avrebbe fatto del male a nessun civile emigrante, inclusi donne, bambini e anziani, perché essi non erano guerrieri; egli non voleva combattere nessuno che non combattesse contro di lui!
Dopo la riconciliazione delle due parti, venne permesso ai crociati di lasciare la città di Gerusalemme in cambio di un riscatto di 10 dinari per ogni uomo, cinque dinari per ogni donna e due per ogni bambino, da pagarsi entro un periodo di quaranta giorni. Però risultò che nella città vi erano ventimila poveri incapaci di pagare il riscatto, perciò Saladino accettò che Balian pagasse un totale di trentamila dinari per sole diecimila persone esonerando gli altri
Saladino non solo esonerò dal riscatto i poveri stranieri, ma rifornì molti di loro, e ordinò che gli venissero distribuite bestie da soma e denaro, quando vide che alcuni di loro per la povertà portavano i genitori anziani o gli ammalati sulla schiena.
La regina Sibylla andò da lui, piangente, chiedendogli il permesso di raggiungere suo marito Guy di Lusignan a Nabulus. Egli esaudì la sua richiesta e la fece proteggere dalle sue guardie. Ad un gran numero di donne e bambini venne permesso di seguire la regina senza alcun riscatto. Le donne successivamente, accorgendosi della tolleranza di Saladino, gli chiesero in lacrime di scarcerare i propri mariti tenuti prigionieri a Gerusalemme, poiché non avrebbero potuto pagare il riscatto. Colpito dalle loro implorazioni, Saladino pianse intensamente dalla commozione e ordinò di scarcerare i padri, i mariti, e i figli di quelle donne. È stato un atteggiamento di misericordia davvero mirabile, difficile da esprimere a parole.
La fama della tolleranza di Saladino si diffuse fra i francesi, le vedove in particolare. Un giorno andò da lui una giovane donna in lacrime, durante l’assedio della fortezza di Brezee. Stava per sposarsi con un giovane, in quel momento prigioniero, e gli chiese di liberarlo. Il matrimonio sarebbe stato celebrato il giorno precedente se lo sposo non fosse stato catturato. Saladino accettò la sua richiesta, ordinò la scarcerazione del prigioniero, e diede ai novelli sposi dei soldi!
Oltretutto, alcune donne francesi si rivolsero a Saladino, con le lacrime agli occhi chiedendogli che cosa sarebbe stato di loro dopo che i mariti e padri sarebbero stati uccisi o divenuti prigionieri.
Saladino promise loro di scarcerare ogni marito e diede sollievo alle vedove dando loro soldi a seconda della propria condizione. Insomma, i suoi comportamenti erano l’esatto opposto di quello dei crociati verso i musulmani.
Sorprendente l’atteggiamento avuto verso Adel, il fratello di Saladino, quando chiese a Saladino di scarcerare mille prigionieri poveri come ricompensa dei suoi servizi. Mostrando nuovamente in tal maniera grande tolleranza, Saladino esaudì la sua richiesta e concedette a Balian il rilascio di cinquecento prigionieri, ed annunciò che avrebbe scarcerato tutti gli anziani e le donne.
In forte contrasto il clero, incluso il patriarca di Gerusalemme Ercole, che badavano solo a loro stessi. I musulmani si stupirono vedendo il patriarca Ercole pagare dieci dinari solamente per il proprio riscatto e lasciare la città con la schiena piegata per l’oro che trasportava, seguito da carri che trasportavano tutte le sue ricchezze e gioielli.
Tutto ciò che offrì ai poveri cristiani fu rivolgersi a Saladino per chiedergli di rilasciare i prigionieri; Saladino ne liberò 700 dietro sua richiesta. Il popolo di Saladino chiese perché lui non confiscò i beni di Ercole, che non spese per far rilasciare il suo stesso popolo, per usarli invece per supportare i musulmani. Saladino replicò “Io non prenderò nulla eccetto i dieci dinari che lui mi diede e non tradirò mai un patto!” .
Dopo averlo dichiarato, un crociato gli fece una domanda per metterlo in imbarazzo: “Se sei così tollerante, perché hai attaccato Gerusalemme?  Saladino rispose con calma: “Ma la città è sempre stata vostra o l’avete conquistata riversando fiumi di sangue in un giorno disgraziato di cui parlate con molta fierezza?”
Il crociato ammutolii e Saladino gli disse: “Torna a casa incolume. Dì a quelli che ti hanno mandato che non vi assalteremo in Europa e non attraverseremo il mare con le nostre navi da guerra per attaccarvi a casa vostra. Siete stati voi che avete attaccato gli innocenti, e noi abbiamo dovuto rispondere.”
I comandanti musulmani erano conosciuti per la loro umanità. Mentre gli europei sparsero il sangue delle vittime musulmane per ottantotto anni, nessuna proprietà a Gerusalemme venne lottizzata, nessun innocente venne danneggiato da un musulmano, anzi i poliziotti giravano per le strade, seguendo gli ordini di Saladino, per prevenire qualsiasi possibile aggressione contro i cristiani.
Molti musulmani chiesero con insistenza a Saladino la demolizione della Chiesa della resurrezione, in modo da trattare i crociati allo stesso modo in cui loro trattavano i musulmani. Ma egli rispose che i crociati non veneravano l’edificio bensì il luogo e che la demolizione non avrebbe impedito di fare di quel luogo meta per il pellegrinaggio. Egli andò oltre, chiedendo ai musulmani di rispettare i luoghi sacri cristiani presenti in città e di mantere lo spirito di tolleranza da sempre avuto. Egli era guidato dall’esempio di Omar Ibn Al-Khattàb, che dopo la conquista della città protesse la chiesa e non ordinò mai la sua distruzione.
Ai cristiani ortodossi e giacobiti, venne permesso di restare a Gerusalemme a condizione di saldare il pagamento tributario (jizyah) oltre al riscatto sopraccitato, e questo solo se potevano permetterselo. Non c’era dubbio sul fatto che essi traevano beneficio dall’ uscita dei crociati cattolici dalla città, poiché riacquistarono nuovamente la loro autorità sui siti cristiani a Gerusalemme.
Per quanto riguarda gli ebrei, oltretutto, essi si rallegrarono per la fuga dei crociati e ritornarono in gran numero a vivere nella città, e Saladino non glielo impedì.
 Ahludh-Dhimmah durante l’epoca dei mamelucchi.
La politica dei sultani e degli emiri mamelucchi in Egitto seguì quella di coloro che li avevano preceduti. I sultani mamelucchi tenevano a mantenere il proprio impegno verso i non musulmani rispettando gli insegnamenti della religione islamica. Tale politica emerse dagli avvenimenti registrati attraverso la storia dei re mamelucchi. Per esempio il sultano Qotoz rifiutò di ingannare i crociati, che da parte loro tormentavano i musulmani e ne uccidevano decine di migliaia come abbiamo precedentemente accennato.
Il sultano Qotoz stabilì una tregua con i crociati ad Acca (Acre), che i crociati avevano occupato da più di 150 anni, e che continuava a resistere alla conquista. Fu stabilito che la tregua serviva per concentrarsi sulla lotta contro l’ invasione delle forze tartare che avevano assaltato la nazione musulmana, appropriandosi delle sue risorse e avanzando perfino verso la Palestina. Prima della battaglia di Ain Jal?«t, Qotoz posizionò le proprie forze temporaneamente dentro ai giardini che circondavano la fortezza, situata nella valle ad est di Acca, per verificare che i crociati rispettassero la tregua. Le due parti si scambiarono messaggi fino a che la tregua non venne confermata.
Intanto uno degli emiri musulmani consigliò a Qotoz di attaccare Acca, visto che stava attraversando un momento di debolezza, e che i crociati erano renitenti al combattimento essendo legati alla tregua. Egli suggerì che Qotoz la prendesse come un’ opportunità, e assalisse la fortezza per liberare la città islamica dopo centosessantasei anni di occupazione. Qotoz – che Allah abbia misericordia di lui – replicò decisamente: “Non tradiremo mai il nostro patto”.Questa è la religione islamica! Queste sono le sue leggi.. e questi sono i comandanti musulmani! Così Qotoz partì da Acca e si rivolse a sud est per trovare un luogo adatto per prepararsi alla successiva battaglia.
Un altro esempio che la storia ci propone, dimostra la bontà dei musulmani nei confronti degli Ahludh-Dhimmah. E’ narrato che quando i musulmani sconfissero i tartari nel Levante, Ibn-Taymiya si trattenne con il loro leader, Qatloshah, per fare in modo che rilasciasse tutti i prigionieri.
Il leader dei tartari voleva liberare solo i musulmani, escludendo gli Ahludh-Dimmah. Ibn-Taymiya disse allora: “Dovete liberare tutti i cristiani e gli ebrei che sono nelle vostre prigioni; essi fanno parte della nostra gente, di cui siamo responsabili, non abbiamo intenzione di lasciarli in stato di prigionia”. A seguito di questa richiesta, Qatloshah, li liberò tutti.
Ahludh-Dhimmah e l’Impero Ottomano. La conquista di Costantinopoli.
Il Sultano Muhammad al-Fatih verrà per sempre ricordato nella storia per i nobili comportamenti che adottò durante la conquista di Costantinopoli, nel 875 D.C. Assicurò ai bizantini vita e libertà e ordinò al suo esercito di non fare del male a nessuno in alcun modo.
L’approccio di Al-Fatih quando conquistò Costantinopoli era completamente diverso da quello delle tradizioni medioevali. Dopo la conquista di una determinata città, avrebbe potuto ordinare l’espulsione della gente di Costantinopoli o perfino venderli come schiavi. Invece, Al-Fatih li trattò con bontà, comportamento che era difficile da concepire, all’epoca, per la comunità occidentale.
Al-Fatih trattò i cittadini di Costantinopoli con umanità, e ordinò alle sue truppe di comportarsi ugualmente con i prigionieri. Li rilasciò dietro pagamento di una modesta somma che poteva essere versata anche a rate. Liberò perfino gran parte di loro riscattandoli con i suoi stessi soldi, soprattutto i principi greci e i clericali. Inoltre salvaguardò la sicurezza dei civili cristiani. Nessuna donna fu violentata, nessun anziano o bambino fu ferito, nemmeno le chiese o gli eremi furono distrutti, nonostante la resistenza della città e il rifiuto della stessa di arrendersi, cosa che lo costrinse a dichiarare guerra
Muhammad al-Fatih si diresse verso la Chiesa di Ayasofia, ove molti si rifugiarono. Una volta arrivato alla Chiesa, la gente venne colta dal panico. Un monaco aprì le porte ad Al-Fatih, e gli chiese di tranquillizzare la gente che si trovava lì e di dire loro di tornare a casa in tutta tranquillità. Al-Fatih disse: “A tutti voi qui presenti, posso dire: la vostra vita è salva e la vostra libertà è salva!”
Tale atto di tolleranza rassicurò la gente così tanto che alcuni monaci, nascosti dentro il seminterrato della chiesa, uscirono e dichiararono la loro conversione all’Islam!
Il Sultano Muhammad al-Fatih aveva anche permesso ai cristiani di praticare i loro rituali liberamente, di nominare i propri giudici, che a loro volta avevano il diritto di emettere leggi nelle cause civili. Lo stesso era concesso agli uomini di chiesa nelle altre province.
Oltre a ciò, Muhammad al-Fatih accordò agli ebrei pieni diritti di proprietà, e offrì dei doni al rabbino Moses Elijah Capsali. Nel 865 D.C., chiese ad un patriarca, di nome Juakim, di occuparsi della questione degli armeni e di impegnarsi per riunificarli.
Un merito da menzionare è che Al Fatih restituì agli ortodossi la loro dignità, che era stata degradata dai cattolici latini. Diede loro il diritto di eleggere un leader per gestire i loro affari. Scolarius Ganadius fu il primo patriarca a rappresentare gli ortodossi dopo la conquista ottomana di Costantinopoli. Un atto del genere salvaguardò la fede ortodossa, il quale motivò la cattolica Europa a formare in seguito una coalizione contro Al Fatih.
Al-Fatih inoltre assegnò le questioni personali come il matrimonio, il divorzio, l’eredità, e la morte alla gestione dei singoli gruppi religiosi. Questo gesto fu un un privilegio in Europa a quell’epoca.
Gli Ebrei nello stato Ottomano.
Quando Granada, l’ultimo bastione musulmano in Andalusia, cadde nel 1492, i musulmani furono costretti ad emigrare in altri stati islamici. Non erano soli; con loro vi erano circa 300,000 ebrei che si erano ritrovati senza casa e che non sapevano dove andare. Questi ebrei emigrarono in Portogallo, Italia, Marocco e negli stati ottomani. Un gruppo di rabbini ebrei fece una richiesta al sultano ottomano Bayzeed II, chiedendogli di consentire loro di emigrare verso lo stato ottomano. Il sultano accordò loro il consenso e gli garantì piena libertà, grazie alla quale poterono vivere in pace per anni all’interno dei confini dello stato. Inoltre, ordinò ai governatori delle diverse regioni ottomane di non impedire agli ebrei di entrare nello stato ottomano, e di dare loro un cordiale benvenuto.
Dopo la conquista dell’isola di Rhodes da parte del sultano Sulaiman al-Qanuniyy, “il legislatore”, nel 1523, fu consentito agli ebrei di recarsi a Rhodes e il privilegio di investire nello zolfo, il che permise loro di ottenere prosperità e stabilità economica. Inoltre, il sultano scrisse una lettera al Papa Paolo IV nel 1556, chiedendogli di liberare gli ebrei detenuti presso di lui, annunciando che erano cittadini dello stato ottomano. Il Papa non ebbe nessun’ altra scelta se non quella di sottostare alla richiesta del sultano, in quanto lo stato ottomano era a quell’epoca una superpotenza.
Gli Ottomani arrivarono a Budapest. Il Sultano Sulaiman entrò a Buda dopo la battaglia di Mohacs e l‘ esercito ottomano conquistò l’Ungheria a seguito dell’assedio di Kemetic. Successivamente, aprirono la fortezza di Shukzeem, ove i musulmani trovarono gruppi di ebrei che vivevano in condizioni disumane, e li aiutarono inviandoli verso grandi città dello stato ottomano come Costantinopoli, Adorna, Izmir, Salonica, Bilwana e Nighupool. Gli ebrei arrivati dalla Spagna e da altre parti dell’Europa dominarono i commerci minori in vari campi in queste città, quindi misero mano sulle strutture economiche dello stato ottomano.
Agli ebrei nello stato ottomano, era garantita giustizia e tolleranza sotto la legge islamica. Non solo gli ebrei di Spagna trovarono nella Turchia ottomana un luogo sicuro, ma poterono anche godere di prosperità e libertà assoluta. Rivestirono ruoli e posizioni molto importanti nel governo. Inoltre, poterono godere di indipendenza personale nel campo religioso e nella gestione dei loro enti, nonché nell’ educazione e nella ritualità religiosa. Per quanto riguarda gli aspetti legislativi, come il matrimonio, il divorzio, la spesa, i diritti civili e i testamenti, i rabbini emisero sentenze che vennero messe in atto dallo stato in quanto codice degli ebrei.
E’ da sottolineare che Ali Pasha, il ministro degli esteri ottomano (che successivamente divenne primo ministro), inviò alcuni ebrei fra la sua delegazione diplomatica alle regioni europee nel 1865. Gli ebrei eseguivano i loro rituali religiosi e trassero pieno vantaggio dei loro diritti civili a livello economico, sociale e politico. Il 1678 fu l’anno in cui venne pubblicato il primo libro in erbaico scritto da Joseph Nasi. Alcuni di questi ebrei diventarono intimi consulenti del sultano. Fra essi Nathan Solomon, un dottore d’origine tedesca e Joseph Nasi, il quale fu vicino al sultano Selim I e rivestì un ruolo importante nella gestione dell’economia dello stato.
 Ahludh-Dhimmah in Andalusia
L’Islam regnò in Andalusia per otto secoli prima che i cristiani commettessero massacri per cacciare i musulmani. Durante questi otto secoli, vi furono ampie opportunità per i musulmani di confrontarsi con i non-musulmani in Andalusia. Il risultato fu una ricca eredità che testimonia quanto i musulmani ebbero a che fare con i non-musulmani, siano essi stati cittadini comuni o guerrieri..
Sin dal primo momento, i musulmani in Andalusia con Tareq Ibn-Ziyaad furono fonte di giustizia e grazia per tutti. Tareq Ibn-Ziyaad trattava i cittadini in modo equo, concedendo ad essi libertà totale, caratteristica inerente a tutte le vittorie islamiche. Non fu mai tentato dalle ricchezze e dai tesori che trovò in Andalusia, in quanto non furono mai il suo obiettivo. Il credo che egli abbracciò, lo rese trascendente su questo tipo di affari terreni. Questa caratteristica – nonostante la rarità e superiorità – era la norma nella storia delle vittorie islamiche.
Tareq Ibn-Ziyaad non era senza precedenti in questo. Il suo leader Mussa Ibn-Nusair (un suo seguace) andò ad aiutarlo per conquistare l’Andalusia. Il primo incontrò enormi difficoltà per conquistare la città di Merida, che venne assediata per 6 mesi. Nonostante ciò, la città finì per abbracciare l’Islam.
In casi simili, la dottrina dei leader non-musulmani era quella di sterminare tutta la gente delle città che opponevano resistenza. I crociati e i tartari fecero questo, quando attaccarono gli stati Islamici per vendicarsi e terrorizzare la gente degli stati confinanti al fine di costringerli ad arrendersi senza opposizione. Tuttavia, Mussa Ibn-Nussair, fu cresciuto secondo i principi della scuola dell’Islam grazie ai compagni del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). La sua reazione fu conforme ai principi dell’Islam. Merida rimasse sotto assedio fino a Ramadan 94 D.C. Successivamente si avviarono delle trattative tra Mussa e i soldati della città per cessare il fuoco. Fu stipulato un accordo nel quale fu concordato che Merida avrebbe pagato un risarcimento per i martiri musulmani. Ma le ricchezze delle chiese rimasero di proprietà delle chiese stesse. La città fu aperta a Mussa il giorno dell’Eid al-fitr (la festa di fine Ramadan) nel 94 D.C.
Nonostante il lungo assedio, gli sforzi, le sofferenze e i numerosi martiri, i musulmani accettarono la conciliazione. Non avevano nessun piano volto alla vendetta, e nessuna intenzione di confiscare soldi. Chiesero solamente il risarcimento per il sangue versato e lasciarono stare le ricchezze delle chiese. Questa era una tolleranza che superava la giustizia. Tutto ciò prova che Mussa si preoccupava degli affari delle terre conquistate per il bene della sua gente.
Un’altra circostanza che dimostra che i musulmani mantenevano fede ai patti stipulati, avvenne con il principe Teodomiro. Prima che quest’ultimo lasciasse la città, fece sì che le donne stessero insieme agli uomini per ingannare i musulmani, facendo credere loro di avere un gradissimo esercito. Poi si diresse verso i musulmani come messaggero del principe chiedendo la pace. I musulmani, guidati da Abdul-Aziz Ibn-Moussa IbnNusair,accettarono la conciliazione. Nonostante successivamente scoprirono il suo inganno, i musulmani si attennero alla loro promessa di conciliazione, in quanto erano intrinsecamente leali.
 Il testo della conciliazione: Nel Nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.
Questo libro è da Abdul Aziz Ibn-Moussa a Teodomiro Ibn-Gandrice. Siccome lui ha accettato la riconciliazione, ha la nostra garanzia sul patto di Allah (Gloria a Lui l’Altissimo), per quello che Ha inviato con i Suoi Profeti e Messaggeri, e ha la sicurezza di Allah e del Suo Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), che nessuno dei suoi compagni sarà ferito o subirà abusi. Nessuno di loro sarà costretto con la forza a separarsi dalle loro mogli e figli. Non saranno uccisi, né avranno le loro chiese bruciate, né saranno costretti ad abiurare la loro religione.
Il suddetto documento con le sue condizioni e clausole non si differenziava dagli altri trattati stipulati dai musulmani. Garantiva protezione, sicurezza, libertà di culto ai non-musulmani. In cambio di questo, un non–musulmano doveva pagare una piccola somma : la Jiziah.
Durante gli anni che seguirono la conquista dell’Andalusia, i musulmani si stabilirono e regolamentarono tutti gli affari su differenti livelli così che tutti, musulmani e non-musulmani, avrebbero potuto vivere liberamente. Un sistema amministrativo fu avviato per i musulmani e un altro per i non-musulmani. In poco tempo, più e più persone abbracciarono l’Islam. Anche se i non-musulmani erano una minoranza, scelsero il sistema giudiziario islamico. I musulmani concedevano ai cristiani e agli altri il diritto di scegliere i loro stessi giudici e governanti.
Questo non riguardava solamente il sistema giudiziario, ma anche la raccolta delle tasse, la sicurezza e le disposizioni per l’ artigianato. Ad esempio, nel campo dell’agricoltura, il tempo in cui chi lavorava la terra veniva reso schiavo era finito; questi lavoratori divennero liberi, ebbero i loro diritti e lavorarono sulle loro stesse terre..
I non-musulmani godevano della libertà di abbracciare qualsiasi religione essi scegliessero. Le chiese continuarono a possedere i propri terreni. I cristiani furono liberi di continuare a presiedere le loro assemblee e molti non-musulmani (cristiani ed ebrei ) si mescolarono con i musulmani. Adottarono il linguaggio dei musulmani e molti dei loro costumi. Capitava spesso di incontrare una moschea adiacente ad una chiesa. Le chiese non furono trasformate in moschee se non dopo il loro abbandono o trasformazione in seguito alle conversioni all’Islam.
Di conseguenza il risultato di tali buoni comportamenti islamici, portò ad un incremento in conoscenza e in mescolanza con gli spagnoli non-musulmani, fino ad un grado che condusse ai matrimoni misti[60]. Il primo matrimonio misto dopo la conquista, fu tra l’emiro dell’Andalusia Abdul-Aziz Ibn-Musa Ibn-Nusair (Dhul Hijja 95 – Rajab 97 A.H.) e Ayla, la vedova di Thuriq, l’ultimo dei monarchi kout. Alcuni fonti andaluse la soprannominarono Umm-Aasim. Non è noto se questo avvenne prima o dopo che lei si convertisse all’Islam. Ibn-Ithray riferì che lei rimase cristiana.
Nulla ha superato questa qualità di trattamento e di interazione tra i musulmani e gli altri. L’emiro musulmano stesso sposò una vedova di un monarca cristiano che combatté contro i musulmani. Questo segnò la fine di ogni nuovo rancore nei cuori dei guerrieri dell’Andalusia dopo la conquista islamica. Inoltre, ciò costituiva amicizia, pace e coesistenza positiva. Il fatto stesso che si sposassero delle donne cristiane, alle quali era concesso di mantenere la propria religione, non era non comune. Più di un governatore dell’Andalusia adottò questa pratica.
Dopo un periodo di tempo, in Andalusia, la bigotteria dei crociati fece irruzione nei cuori di una minoranza di cristiani. Molti storici europei hanno affermato che durante il regno di Abdur- Rahman al-Awsat (853 – 822 dopo l’Egira, 206-238 D.C.), un piccolo gruppo di cristiani diede inizio ad un movimento che mirava alla diffamazione dell’Islam e del Profeta di Allah (pace e benedizioni su di lui) pubblicamente e risolutamente. Questo perfino all’ ingresso delle moschee durante l’ora della preghiera. Leen Paul li chiamava i “suicidi”. Molti cristiani moderati si opposero a tali comportamenti.
Abdur-Rahman al-Awsat invitò i leader cristiani a sistemare questa faccenda. Venne poi organizzata una conferenza durante l’estate dell’ anno 852 D.C. (238 dopo l’Egira) durante la quale essi rinunciarono a queste pratiche. Avvisarono i loro sudditi di non approvare e di cessare di mettere in atto questi comportamenti. Dopo la conferenza il movimento fu totalmente abolito.
Ciò che si desidera portare all’attenzione in questa storia è la maniera con la quale l’emiro musulmano interagì con i sudditi non-musulmani che diffamarono l’Islam ed il grande Profeta (pace e benedizioni su di lui). Si comportò con loro in maniera pacata, considerandoli un gruppo imprudente che aveva bisogno di consigli e guida. Avrebbe potuto considerarli dei violatori del patto, e aveva il titolo e il diritto per fare ciò.
Tuttavia, preferì l’indulgenza e la tolleranza. Al fine di porre fine a questa sedizione, organizzò una conferenza cristiana a Cordoba, la metropoli dello Stato islamico. Questa azione instillò nel cuore dei cristiani l’indulgenza e la tolleranza dell’Islam.
Questa apertura tollerante non era limitata solo alla Gente della Scrittura che viveva in Andalusia, ma si estendeva anche ad altri paesi non-musulmani. La relazione tra il califfato musulmano in Andalusia e i paesi europei non era quello di ostilità costante, piuttosto è stata amichevole in molte occasioni, durante l’era della potenza musulmana.
Talvolta, gli europei, assieme ad altri paesi non-musulmani, inviavano missioni. Puntavano a corteggiare Cordoba inviando missioni amichevoli, abbondanti regali, ciò confermava i legami di fraternità e soddisfazione. Alcuni paesi come la Germania chiese l’assistenza dell’Andalusia per risolvere alcuni problemi. Ad esempio, una delegazione tedesca fu invitata da Otto I ad Abdur-Rahman an-Naser per fermare gli Andalusi a Jabal al-Kelal nel sud della Francia. Altri paesi, come il nord della Spagna, chiesero alle autorità in Andalusia di intervenire in alcune vicende interne, e accettarono il loro arbitrato.
Il califfato islamico instaurò rapporti amichevoli con numerosi paesi non-islamici, come gli stati europei e i paesi bizantini. L’Andalusia accoglieva ambasciatori e rispondeva a molte delle loro richieste. Venivano ricevuti a Cordoba nel palazzo del califfo o nel luogo designato di Darul-Mulk, nella città di Al-Zahra’. I governatori dell’Andalusia ricevevano con ospitalità le loro delegazioni. Doni venivano provvisti a tutti i membri e a coloro che li avevano inviati. Gli storici hanno delineato per noi alcuni di questi incontri ed eventi famosi.
Ibn Khaldun raccontò nel suo libro ‘Al-Ibar’ (Le lezioni) che durante il regime di Al-Mustanser, uno dei governatori del Nord della Spagna inviò una delegazione guidata da sua madre a Cordoba. Al-Muntasser la trattò con molta ospitalità. Questo avvenne nel 365 dopo l’Egira.
Ibn-Khaldun disse: “Nel 365 dopo l’Egira, Gomez il supremo e la madre di Dareek Ibn-Balakish arrivarono da Helliqeyya. Il governatore la ricevette e celebrò il suo arrivo con una gran cerimonia, la scortò e l’ assistette. Oltretutto, firmò un trattato di pace tra lui e suo figlio, accordandosi al desiderio di lei. Non solo, le vennero offerti soldi da dividere tra la sua delegazione, e fu aiutata a cavalcare un grande mulo con una coperta fatta di seta ricamata, ed una sella e redini zavorrati d’oro. Più tardi lei ritornò al consiglio dei governatori per salutarli e dopo che il governatore ricambiò il suo saluto, lei si avviò sulla strada del ritorno”.
Dunque i musulmani dimostrarono rispetto nei confronti dei loro alleati; concessero loro pieni diritti, senza la minima diminuzione. Nel caso degli alleati non-musulmani, essi vennero trattati con il rispetto e con l’onore dovuto. Per quanto riguarda la Gente della Scrittura, i musulmani li consideravano come concittadini e non come nemici. Usufruivano degli stessi diritti e doveri come i musulmani finché vivevano pacificamente e al servizio della nazione.

post-gms
G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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