una donna che divenne legislatrice e regina ( video )

0

Esile nella corporatura quanto energica e vigorosa nel carattere, Eleonora D’Arborea, nobildonna sarda, portò con la storia di cui lei stessa si volle rendere protagonista, un vero e proprio cono di luce sulla capacità delle donne di essere strateghe.

Quella che da tutti è ricordata come la “giudichessa” nacque in Catalogna intorno al 1340 da Mariano de Bas Serra e da Timbra di Roccabertì ed ebbe due fratelli, Ugone e Beatrice. La sua vita si svolse e riguardò la Sardegna dove nel 1347 il padre Mariano venne nominato giudice dalla Corona de Logu, assemblea dei notabili, prelati e funzionari delle città e dei villaggi dell’isola.

Prima della morte del padre, Eleonora aveva sposato Brancaleone Doria, un matrimonio dettato dall’esigenza di creare un’alleanza tra gli Arborea e i Doria da frapporre agli Aragonesi. Dal matrimonio nacquero due figli: Federico e Mariano.

Nel 1382 Eleonora prestò 4000 fiorini d’oro a Nicolò Guarco, doge della Repubblica di Genova, il quale si impegnò a restituirli entro dieci anni; in caso contrario il doge avrebbe dovuto non solo pagare il doppio della somma che gli era stata prestata ma anche concedere sua figlia Bianchina al figlio di Eleonora, Federico. Il prestito di una tale ed ingente somma di denaro ad una delle più potenti famiglie di Genova e le clausole del contratto, erano già segni del disegno dinastico che la futura giudichessa aveva in  mente.

Inoltre, accordando quel credito, Eleonora intendeva mantenere alto il prestigio della sua famiglia, riconoscere l’importanza degli interessi liguri e  assicurarsi un collegamento, mediante la rete delle loro navi, con tutti i porti del mediterraneo. In sostanza Eleonora D’Arborea con questo passo entrò alla pari nel gioco della politica europea.

Quando il fratello Ugone III, che era a capo del giudicato, si ammalò si profilò il problema della successione ed Eleonora si rivolse al re d’Aragona perché sostenesse suo figlio piuttosto che il visconte di Barbona, vedovo di sua sorella Beatrice. A trattare con il re inviò il marito Brancaleone, il quale però venne trattenuto dal re che ne fece un ostaggio e uno strumento di pressione contro Eleonora.

Il disegno di Eleonora, che gli spagnoli avevano intuito, era quello di  riunire nelle mani del figlio due terzi della Sardegna che Ugone aveva occupato. Così il re non ritenendo opportuno avere una famiglia tanto potente nel suo regno, tanto più che non essendoci erede diretto maschio di Ugone quei possedimenti, secondo la “iuxta morem italicum”, avrebbero dovuto essere incamerati dal fisco, trattenne Brancaleone col pretesto di farlo rientrare in Sardegna non appena una flotta fosse stata pronta.

Ma la risposta di Eleonora non si fece attendere. La donna punì i congiurati e si proclamò giudichessa di Arborea secondo l’antico diritto regio sardo, per cui le donne possono succedere sul trono al loro padre o al loro fratello.

 Nella prassi e negli orientamenti di governo la giudichessa si riallacciò direttamente all’esperienza del padre abbandonando definitivamente la politica antiautoritaria del fratello Ugone III. Punti nevralgici della suo governo furono la difesa della sovranità e dei confini territoriali del giudicato e, infine, l’opera di riordino e di sistemazione definitiva degli ordinamenti e degli istituti giuridici locali che diede vita alla Carta de Logu.

La Carta de Logu fu il fiore all’occhiello della politica di Eleonora d’Arborea e fu definita come  un distillato di modernità e saggezza. Nel reagire ai tentativi di infeudazione aragonese, Eleonora emanò, infatti, una nuova disciplina giuridica nei propri territori, i quali erano in uno stato di perenne agitazione politica.

Tale legislazione non era episodica o sporadica ma era la componente di una più vasta politica intesa allo sviluppo dello stato degli Arborea. Tra le norme più importanti sono da citare quelle che salvavano dalla confisca “i beni della moglie e dei figli, incolpevoli, del traditore” , i quali secondo quanto disposto dal parlamento aragonese del 1355, diventavano servi del signore della terra.

Inoltre la giudichessa inserì anche una norma che permetteva il matrimonio riparatore alla violenza carnale subita da una nubile solo qualora la giovane fosse stata consenziente. Altri esempi della portata innovativa della carta sono la contemplazione del reato di omissione di atti d’ufficio, la parità del trattamento dello straniero a condizione di reciprocità, ed il controllo, attraverso “boni homines” delle successioni”ab intestatio” in presenza di minori.

Dopo essere riuscita a completare il progetto del padre di riunire quasi tutta l’isola sotto il suo scettro di giudichessa reggente, tenendo in scacco e ricacciando ai margini dell’Isola, in alcune fortezze sulla costa, gli aragonesi, Eleonora vide crollare il suo progetto per un’imprevedibile incognita della sorte: la peste, che consegnò, senza combattere, la Sardegna agli Aragonesi.

La Carta de logu

La Carta de Logu promulgata da Eleonora era destinata al territorio del suo piccolo regno, diretta a disciplinare in modo organico alcuni settori della vita civile, ha costituito un primo corposo schema di ordinamento giuridico, tuttavia l’opera è di notevole importanza per il diritto in generale. La Carta comprende norme di codice civile e penale, oltre ad alcune norme che potrebbero costituire una sorta di codice rurale, donde un’articolazione che ha mosso più di un giurista ad inquadrarla, stante la sua interdisciplinarità e la menzione di concetti di generale valenza, nello studio del diritto costituzionale.

L’esigenza della codificazione, da sempre sentita per superare situazioni disciplinate in modo non chiaro e complesso, tali da rendere estremamente difficile e talvolta arbitraria l’attuazione del diritto e l’amministrazione della giustizia, proveniva localmente dalla precedente legislazione in uso nella Sardegna dei primi secoli del millennio, maggiormente costituita di episodici regolamenti edittali e, come altrove, ampiamente condizionata dalla prevalenza degli usi. Della situazione precedente si ha in realtà poca traccia documentale, mentre molto di quanto oggi noto lo si è evinto dall’analisi di documenti per lo più contrattuali (come ad esempio i Condaghi. La Carta è dunque anche un eccellente base d’analisi per lo studio storico, etnologico e linguistico della Sardegna del Medioevo.

La Carta de Logu, in alcune interpretazioni moderne, segnerebbe una tappa di rilievo verso l’attuazione di uno “stato di diritto” cioè di uno stato in cui tutti siano tenuti all’osservanza ed al rispetto delle norme giuridiche sviluppando il concetto della pubblicità, o forse meglio, della conoscibilità della norma: grazie alla carta, infatti, a tutti i cittadini e stranieri viene data la possibilità di conoscere con certezza di diritto le norme e le relative conseguenze. L’opera risponde a questo bisogno e risulta il frutto di uno sforzo particolarmente intenso, tale da avere una lunga durata sia della sua applicazione che del suo valore sociale. Non va dimenticato, infatti, che la Carta sopravvisse, sia pure con qualche difficoltà, al periodo giudicale e rimase in vigore in epoca spagnola e sabauda fino all’emanazione del Codice di Carlo Felice dell’aprile del 1827. A ciò certamente contribuì non poco anche la particolare condizione della Sardegna, il cui ben noto isolamento consentì il perpetuarsi di condizioni e tradizioni di vita collettiva ben poco influenzate dai pur reiterati interventi (o tentativi) esterni per una sua uniformazione alle usualità delle ragioni di volta in volta dominanti. Si noti in proposito che ancora negli anni 1970 si discuteva al riguardo dell’eventuale persistenza di codici non scritti nel vissuto quotidiano (in ispecie nelle aree più interne), anche con riferimento a “codici” di tradizione orale.

Nonostante “l’età”, comunque, l’interesse che la Carta suscita è rimasto inalterato nel corso dei secoli, sebbene il suo valore sia stato, nel tempo, posto in discussione. Tuttavia la Carta de logu continua ad essere considerata uno degli statuti più interessanti del trecento. La sua lettura delinea, disciplinate in modo chiaro e rispondente alla esigenza della certezza del diritto, numerose situazioni (ed i corrispondenti istituti giuridici) ancor oggi di grande attualità. Si pensi alla tutela e posizione della donna, alla difesa del territorio, al problema dell’usura, all’esigenza di certezza nei rapporti sociali..

.

 

elab-gms-ripreso da T.Bagnato e wikipedia

Avatar

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

Rispondi

Translate »
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: