i Medici di Firenze

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Stemma-MediciMedici sono una delle più note famiglie principesche di Firenze, protagonisti della storia italiana ed europea dal XV al XVIII secolo.
Oltre ad aver retto le sorti della città di Firenze prima e della Toscana poi, dal 1434 fino al 1737, ed oltre ad aver dato i natali a tre papi e due regine di Francia, essi godono tutt’oggi di una straordinaria fama per aver promosso in misura fuori del comune e per diverse generazioni la vita artistica, culturale, spirituale e scientifica del loro tempo. Le loro straordinarie collezioni d’arte, di oggetti preziosi, di libri e manoscritti, di rarità e di curiosità si sono conservate praticamente integre fino ai giorni nostri e sono alla base del patrimonio di molte delle più importanti istituzioni culturali di Firenze.
Medici, provenienti dal Mugello, seguirono la consuetudine affermatasi a partire dal XIII secolo, che vedeva lo spostamento delle famiglie più in vista dai feudi di campagna alla città. Inizialmente avviarono un’attività commerciale e bancaria, fortunata sì, ma alla pari di altre importanti famiglie di Firenze, dalla quale seppero costruire una duratura preminenza politica, grazie a numerosi esponenti che, con carisma ed astuzia, di generazione in generazione consolidarono il prestigio ed il peso politico familiare.
Un primo esponente che fu anche un uomo politico di successo fu Salvestro de’ Medici, che durante il Tumulto dei Ciompi (1378), in carica come gonfaloniere di giustizia, appoggiò le rivendicazioni popolari contro l’oligarchia cittadina: una linea politica che venne mantenuta anche nel secolo successivo. Giovanni di Bicci, fondando il Banco dei Medici e riuscendo a farsi affidare la gestione delle finanze pontificie, assicurò alla famiglia una solida ricchezza e prosperità. Suo figlio Cosimo il Vecchio, fu un esponente politico di primissimo piano, che suscitò le invidie di altri potenti fiorentini: la sua vittoria nelle lotte contro Rinaldo degli Albizi e Palla Strozzi (1434) viene indicata come la fondazione di una Signoria di fatto a Firenze, sebbene restassero apparentemente immutate le istituzioni repubblicane.
Con suo nipote Lorenzo il Magnifico la Signoria raggiunse l’apogeo per ricchezza, vitalità culturale e appoggio popolare, anche se le libertà comunali erano venute sempre meno, soprattutto dopo la repressione in seguito alla Congiura dei Pazzi. Subito dopo la sua morte (1492) si manifestarono però gravi spinte disgregatrici sia a livello fiorentino (con la presa del potere di Savonarola) che italiano (con la discesa di Carlo VIII di Francia) che la sua opera di mediatore aveva saputo evitare.
Durante un momento difficile per la famiglia (le cosiddette seconda e terza cacciata) fu fondamentale l’attività dei due papi medicei, Leone X (pontefice dal 1513 al 1521) e Clemente VII (pontefice dal 1523 al 1534), le cui truppe, coadiuvate da quelle della Spagna ed altri stati, ripresero due volte la città di Firenze ai ribelli repubblicani.
Gradualmente la stretta medicea si era fatta sempre più forte sulla città e culminò con l’abolizione della Repubblica, ormai puramente simbolica, e la creazione di un ducato, prima nelle mani di Alessandro poi in quelle più salde di Cosimo I de’ Medici. Divenuto poi Granduca (1569), la sua dinastia regnò senza interruzioni fino all’estinzione nel 1737. L’ultima esponente della famiglia, Anna Maria Luisa, chiuse la storia del ramo principale dei Medici con un atto straordinario: la donazione degli sterminati tesori del patrimonio familiare alla città di Firenze, vincolando per sempre la loro presenza in città e gettando così le basi dei più famosi musei cittadini.
luisa-mediciAnna Maria Luisa de’ Medici (1667-1743), l’ultima Gran Principessa di Toscana,
” Anna Maria Luisa de’ Medici (1667-1743), l’ultima Gran Principessa di Toscana, unica figlia nata dal matrimonio fra il Granduca Cosimo III e Marguérite-Louise d’Orléans, alla quale, dopo la morte del fratello Gian Gastone, toccò in sorte l’arduo compito di dovere traghettare il Granducato di Toscana da un governo mediceo ad uno “straniero” con a capo la famiglia franco-austriaca dei Lorena.
Anna Maria Luisa, nota anche col titolo di Elettrice Palatina, che gli spettava a seguito del matrimonio, nel 1691, con l’Elettore Palatino Johann Wilhelm von der Pfalz-Neuburg di casa Wittelsbach (1658-1716), cedette il governo della Toscana ma non i beni d’arte che per secoli i Medici avevano collezionato, plasmando così l’odierna immagine di Firenze.
Le vicende del trapasso dei poteri dai Medici ai Lorena e della salvaguardia del patrimonio artistico fiorentino occuparono gli ultimi anni della lunga vita della caparbia Elettrice e segnarono il coronamento di un’intera esistenza dedicata a perpetuare, con tutti i mezzi, la gloria e la memoria della propria famiglia, la quale nel novero dei committenti d’arte vantava un posto d’onore come la città stessa testimoniava.
Agli albori dell’età dei Lumi, per difendere il patrimonio artistico di Firenze, impedendone la dispersione, Anna Maria Luisa decise di usare una nuova arma, l’arma del Diritto, l’unica a lei possibile.
“La Serenissima Elettrice cede, da e trasferisce al presente a S.A.R. per lui e i suoi successori Gran Duchi tutti i mobili, effetti e rarità della successione del Serenissimo Gran Duca suo fratello, come Gallerie, Quadri, Statue, Biblioteche, Gioie ed altre cose preziose, siccome le sante reliquie, che S.A.R. si impegna a conservare, a condizione espressa che di quello che è per ornamento dello Stato, per utilità del pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri, non ne sarà nulla trasportato e levato fuori dalla Capitale e dello Stato del Gran Ducato”.
Così recita, o meglio ordina, l’articolo terzo della Convenzione tra Francesco Stefano di Lorena ed Anna Maria Luisa, firmata il 31 ottobre 1737 e più nota come ‘Patto di Famiglia’, con cui le collezioni d’arte raccolte dai Medici venivano cedute al nuovo Granduca ma alla condizione che rimanessero vincolate “per sempre” alla città di Firenze e allo Stato di Toscana.
Il ‘Patto di Famiglia’, confermato dalla Elettrice Palatina nel suo testamento del 5 aprile 1739, entrò in vigore alla sua morte, nel 1743, e salvò, quindi, dalla certa dispersione la gran parte delle celebri e ricchissime collezioni d’arte medicee, che rendono Firenze ancora oggi unica al mondo…”
Nel 1652, inoltre, i Medici, come molte altre potenti famiglie italiane, acquistarono il titolo di patrizi della Repubblica di Venezia e acquisendo il diritto, per i membri maschi della famiglia, a sedere in seno al Maggior Consiglio della Repubblica. I registri del Maggior Consiglio segnalarono membri dei Medici presenti alle sedute almeno sino al 1701.
lorenzoLorenzo, detto il Magnifico
Lorenzo, detto per il Magnifico, nacque nel 1449 a Firenze da Pietro di Cosimo il Vecchio e da Lucrezia Tornabuoni e sin da piccolo ricevette un educazione umanistica. Nel 1466 iniziò a far parte della Balia e del Consiglio dei Cento. Nel 1469 si sposò con la nobile Clarice Orsini.
Nello stesso anno dopo la morte del padre, signore di Firenze, accettò la cura della città e dello stato, pur restando ufficialmente un privato cittadino. D’allora mostrò di essere un fine diplomatico ed un accorto politico. Modificò in parte alcuni ordinamenti di Firenze per ottenere un potere più saldo e più legale.
Divenne membro a vita del Consiglio dei Cento. Nel 1472 guidò Firenze nella guerra di Volterra per rafforzare il dominio della città nella penisola italica. Fino ad allora le relazioni con il papato erano state buone, ma presto finirono col guastarsi a causa delle mire su Imola di Girolamo Riario, nipote dell’attuale Papa Sisto IV della Rovere: avvenne che Jacopo e Francesco dei Pazzi, rivali politici della signoria Medicea, si accordarono con l’ambizioso Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa, ed ordita la congiura, di cui era consapevole anche il Papa Sisto IV, uccisero in Santa Maria del Fiore il 26 aprile del 1476 Giuliano, fratello del Magnifico e quest’ultimo ferito riuscì a rifugiarsi nella Sacrestia.
Ci fu una violenta reazione dei Fiorentini che linciarono in un primo momento Jacopo dei Pazzi e poi impiccarono gli altri due congiuranti Francesco dei Pazzi e l’arcivescovo di Pisa Francesco Salviati ad una delle finestre del palazzo della Signoria. Inoltre dopo che Sisto IV lanciò la scomunica a Lorenzo e l’interdetto contro la città si ebbe la guerra. Firenze si alleò con la Repubblica di Venezia e con il Ducato di Milano per contrastare il Papa e il suo alleato Ferdinando di Napoli, ma la situazione per Firenze si era fatta critica.
Cosi il Magnifico con stupore delle più alte autorità della Penisola, si recò il 6 Dicembre del 1479 a Napoli per cercare di stipulare un patto di non belligeranza con Ferdinando, che accettò rendendosi conto della potenza che avrebbe potuto assumere lo stato della Chiesa negli anni futuri.
Sisto IV ormai solo fu costretto a cedere. Questa situazione non fece altro che rinforzare il prestigio di Firenze e della sua “guida” . Iniziò d’allora in Italia una politica: di alleanze con Firenze, da parte delle città come Lucca, Siena, Perugia, Bologna; una politica di acquisizioni territoriali: Pietrosanta nel 1484, Sarzana nel 1487, e Pian Caldoli nel 1488, ristabilendo anche rapporti con Forlì, Faenza e Napoli.
Nel 1482 si alleò con il Ducato di Milano per contrastare la città di Ferrara (Pace di Bagnolo); poi si alleò con il Papa contro la Repubblica di Venezia, svolgendo l’incarico di oratore ufficiale di Firenze alla dieta della lega papale in Cremona nel febbraio del 1483. Però quando il Papa Innocenzo VIII mosse guerra a Ferdinando di Napoli, il Magnifico decise di allearsi con quest’ultimo. La pace nel 1486 tra Papa Innocenzo VIII e Ferdinando fu gran merito di Lorenzo il Magnifico. In questo periodo storico costituì l’ago della bilancia d’Italia, conferì con la sua straordinaria abilità politica e diplomatica una politica di pace e di equilibrio in tutta l’Italia.
Lorenzo oltre ad essere un grande mediatore, si volse a rendere potente i membri della sua Famiglia: il figlio Giovanni divenne Cardinale e la figlia Maddalena sposò Franceschetto Cybo, figlio di Innocenzo VIII. Lorenzo dei Medici detto il Magnifico morì nella villa di Careggi nel 1492, lasciando un grande vuoto nel ruolo, di ago della bilancia della storia d’Italia, che aveva ricoperto così eccezionalmente.
Il Magnifico fin da fanciullo ricevette un’educazione umanistica. All’età di cinque anni, il suo primo precettore fu Gentile Becchi, divenuto in seguito Vescovo di Arezzo. Una missiva di Lucrezia Tornabuoni al marito Pietro il Gottoso, testimonia come Lorenzo all’età di nove anni si applicasse ad imparare versi preparati dal suo tutore. Dodicenne, il Becchi comunicò a Pietro il Gottoso:
“Lorenzo è molto avanti con Ovidio ed ha già letto quattro libri di Giustino; però non chiedetegli se gli piacciono gli studi. In tutte le altre questioni lui è obbediente ed ora che siete lontano la paura di trasgredire lo rende più diligente.”
Nel 1456 Argiropulo ricevette la nomina di Lettore di Greco all’università di Firenze, dando un nuovo impeto agli studi ellenistici; Lorenzo entrò a far parte del gruppo di studenti che si radunava intorno a lui. Inoltre il Magnifico ebbe la possibilità di frequentare due uomini eminenti come Cristoforo Landino il Latinista e Marsilio Ficino il Platonico. I due Maestri, eccelsi nei loro campi, non disprezzavano la lingua volgare, tanto da incoraggiare Lorenzo all’inclinazione per la poesia volgare.
Seguendo il pensiero degli umanistici, che consideravano gli studi classici come un qualcosa di trascendente che mirava allo sviluppo della personalità dell’uomo, l’educazione di Lorenzo non fu limitata solo alle lingue antiche: la sua giornata iniziava con l’ascolto della messa in presenza del tutore, spesse volte per desiderio della madre il fanciullo veniva portato agli incontri della Confraternita di San Paolo.
Bisogna anche evidenziare che Lorenzo ricevette in quegli anni un educazione artistica: siamo nella Firenze della metà del Quindicesimo secolo, il puer ha la possibilità di ammirare tutte quelle opere architettoniche che si stavano edificando come: la cattedrale , che iniziata da Arnolfo di Cambio nel 1296, fu in quegli anni ultimata dalla cupola del Brunelleschi; o dalla realizzazione del lavoro di Giotto sul campanile o del lavoro del Pisano sulla prima serie di porte del Battistero, continuando con la realizzazione del Ghiberti delle Porte del Paradiso, delle Statue di Donatello che adornavano Palazzo Vecchio, degli affreschi di Masaccio nella Chiesa di Santa Maria del Carmine, con l’osservazione da parte di Lorenzo dell’operare di Benozzo Gozzoli nella cappella della dimora Medicea.
Negli anni seguenti gli fu insegnato a cantare con l’accompagnamento della lira; l’organista della cattedrale di Firenze, Squarcialupi, fu colpito dalla sua bravura. Inoltre Lorenzo praticò sin dall’età di otto anni la caccia con il falcone, era molto legato a questo sport, che era prettamente tipico di un sentimento cortese-cavalleresco che risiedeva nel cuore di Lorenzo. Partecipò anche a diversi tornei e durante il giorno di Carnevale partecipava alla Grande Partita.
Nell’anno 1469 si ebbe il matrimonio tra Lorenzo Medici e Clarice Orsini, figlia di Jacopo Orsini, un nobile romano di Monterotondo, e sua madre era la sorella del Cardinale Latino, personaggio di spicco della Curia Papale. Gli Orsini erano soldati di professione ed erano proprietari di grandi appezzamenti di terreno a nord di Roma e nel territorio napoletano.
Un alleanza con questa signoria non avrebbe altro che giovato ai Medici, avrebbe compensato la debolezza militare di Firenze ed avrebbe concesso ai Medici una certa influenza sul Papato ed inoltre avrebbe rafforzato i rapporti con Napoli. Fu anche una scelta diplomatica, in quanto Piero il Gottoso era consapevole che se la sposa fosse stata una nobile concittadina di Lorenzo non avrebbe fatto che: gratificare una famiglia e suscitare l’invidia di molte altre. Per rafforzare l’alleanza si recarono a Roma i cognati di Pietro il Gottoso, Giovanni e Francesco Tornabuoni ; anche Lucrezia la madre di Lorenzo volle recarsi a Roma per vedere di persona la futura nuora e da quel breve incontro commento a Lorenzo e al marito che era una ragazza alta e chiara di carnagione.
Alcuni giorni dopo si fece in modo che Lorenzo incontrasse Clarice ed egli di ritorno sembrò soddisfatto. Al momento opportuno fu siglato il contratto e fu stabilita la dote di Clarice pari a seimila fiorini, sotto forma di denaro, gioielli, abiti. Clarice si sposò per procura a Roma, e l’arcivescovo di Pisa, Filippo de Medici, rappresentò il suo parente. Il 7 Febbraio 1469 l’evento fu celebrato a Firenze con un torneo.
La competizione si svolse nella Piazza di Santa Croce sotto la giuria di Roberto da Sansaverino, i concorrenti erano diciotto. Lorenzo scese in campo montando il cavallo donatogli dal Re di Napoli. Lorenzo indossava un cappello di velluto adornato di perle e portava con se lo scudo in cui vi era incastonato il grande diamante conosciuto come “il Libro”. Sul soprabito indossava una sciarpa con ricamate delle rose ed il motto “le temps revient” scritto in perle. Per affrontare il combattimento cambiò il cappello con un elmo, sormontato da tre piume azzurre e montò un destriero regalatogli da Borso d’Este.
Il torneo si concluse con la meritata vittoria del Magnifico e ricevette come primo premio un elmo d’argento con Marte sul cimiero. Frattanto i fratelli Tornabuoni scrivevano da Roma missive che elogiavano Clarice. Venne il momento che Giuliano, fratello minore di Lorenzo ,si recò a Roma a prendere la futura cognata. La mattina del 4 giugno, Clarice arrivata la notte prima a Firenze, si recò verso la porta d’ingresso di Palazzo Medici, aspettando Lorenzo. Al suo arrivo fu posto un ramo di olivo davanti a tutte le finestre del palazzo, secondo una tradizione Fiorentina. Iniziarono per Lorenzo e per la città di Firenze tre giorni di festeggiamenti: Il primo giorno Clarice e una cinquantina di donne circa pranzò in loggia rivolta verso il fiorito giardino, mentre nella balconata sovrastante Lucrezia Tornabuoni intratteneva le dame più avanti con l’età; sotto le arcate del cortile sedeva il Consiglio dei Settanta, e nel cortile pranzavano gli uomini più giovani.
Al centro del cortile sul piedistallo della statua del David di Donatello, furono disposte preziose coppe di rame che contenevano una svariata quantità di vini toscani. Dopo alcune ore si concluse il pranzo ed i partecipanti poterono riposarsi, dopo furono consegnati i regali alla sposa: degno di nota è il Libro delle Ore, scritto a lettere d’oro su carta azzurra, regalo di Giovanni Becchi, il primo precettore di Lorenzo. Tutto il secondo giorno fu dominato dalla pioggia. Il Terzo giorno i due Sposi e la Compagnia si recarono a celebrare la Messa nella Chiesa di San Lorenzo. Il Matrimonio tra Lorenzo de Medici il Magnifico e Clarice Orsini era ormai ufficializzato. Da questo matrimonio nacquero dieci figli, di cui tre morirono durante l’infanzia e tre maschi e quattro femmine sopravvissero.
Nel 1488 Clarice si ammalò di tubercolosi; Questa malattia infettiva la portò alla morte. Finiva così il matrimonio tra Lorenzo de Medici e Clarice Orsini, e nonostante che Lorenzo aveva definito questo un mariage de convenance, lui fu molto scioccato dalla sua morte.
Gli ultimi mesi della vita di Piero il Gottoso furono oscurati da complotti, tramati in Romagna dove Paolo II approfittando della morte di Sigismondo Malatesta, Signore di Rimini, per rivendicare la città come feudo. Roberto figlio di Sigismondo, rivendicò i suoi diritti ereditari con l’appoggio. La situazione si faceva pericolosa: Se Rimini fosse caduta tutta la Romagna sarebbe stata in pericolo e il Papa avrebbe potuto volgere le armi contro Firenze nel tentativo di sottrarre il governo all’ormai morente Piero.
Sembrò così necessario che Firenze e Milano si schierassero con Roberto Malatesta. Lorenzo fu invitato alla Corte degli Sforza per studiare una linea politica comune. Piero era contrario al viaggio a Milano, ma dovette cedere alla bramosia di Lorenzo di mettersi in luce. Alla corte degli Sforza, Lorenzo si rese molto popolare mostrando grandi qualità diplomatiche, inoltre donò una collana d’oro e brillanti alla Duchessa ed il marito stupefatto dalla magnificenza di Lorenzo suscitò tale gioia da chiedergli che fosse il padrino tutti i suoi figli.
Roberto Malatesta, sostenuto dalle due più potenti città d’Italia, inflisse una pesante sconfitta alle truppe papali, inducendo Paolo II ad abbandonare i suoi progetti d’espansione. La crisi era per il momento risolta.
Il 2 Dicembre 1469 Piero morì nella villa di Careggi all’età di cinquantatré anni. L’incontestata successione al potere di Lorenzo fu determinata dall’atteggiamento di Tommaso Soderini: radunò circa seicento cittadini in visita al convento di Sant’Antonio, parlando a questi delle imprese dei Medici nel governare Firenze con Cosimo il Vecchio e con Piero il Gottoso e mettendo in luce le qualità di Lorenzo, il quale era desideroso come il nonno ed il padre di meritarsi la buona considerazione dei suoi concittadini.
Ottenuto così il consenso unanime dell’Assemblea, seguito dai rappresentanti del governo, giunse a Palazzo Medici il 4 dicembre, invitando Lorenzo ad assumere il primo posto al governo. Lorenzo sin dall’infanzia era stato preparato a questo momento e in lui provava una certa attrazione verso le reali difficoltà del governare, conscio delle proprie attitudini.
Francesco de Pazzi, famiglia di banchieri fiorentina che per più di una volta era andata contro le decisioni dei Medici, tentò di convincere i suoi parenti a detronizzare Lorenzo de Medici e suo fratello Giuliano, per impossessarsi del potere della città tramite un rovesciamento del governo.
I cospiratori di questo complotto compresero che il loro successo dipendeva dall’uccisione di entrambi i fratelli Medici. Fu ingaggiato per compiere l’attentato Gian Battista da Montesecco, capitano mercenario al servizio dei Riario, e una volta compiuto il fatto, Jacopo de Pazzi avrebbe incitato la città ad insorgere in nome della libertà, mentre le truppe di Imola organizzate dal Papato e un reparto di Città di Castello, guidati da Lorenzo Giustini sarebbe stato pronto per invadere il territorio fiorentino.
Il sicario Gian Battista da Montesecco era riluttante a compiere quell’uccisione senza l’approvazione del Papa Sisto IV. Furono così convocati i Pazzi e il sicario in Vaticano dal Papa.
In un primo momento Sisto IV si pronunciò contrario all’uccisione di Medici anche se espresse tale opinione su Lorenzo: “Io desidero che il governo venga tolto dalle mani di Lorenzo, è un uomo violento e cattivo che non alcun riguardo per noi. Se egli venisse espulso, potremmo fare ciò che vogliamo della Repubblica” poi con le rassicurazione del Salviati approvò che Lorenzo fosse spodestato con ogni mezzo possibile.
Il problema seguente fu l’occasione per liberarsi dei due fratelli : In un primo momento fu proposto d’invitare Lorenzo a Roma, un viaggio dal quale non avrebbe fatto ritorno e Giuliano in tempi posteriori, tuttavia Lorenzo rifiutò l’invito. I cospiratori si diressero così a Firenze. Girolamo Pazzi sfruttò la persona di suo nipote Raffaele Riario, che in seguito ad una lettera scritta al Magnifico fu invitato a visitare Villa Medici di Fiesole.
L’attentato non ebbe luogo in quanto Giuliano non potè accompagnare Lorenzo a ricevere l’ospite, così tutto fu posticipato alla settimana seguente, Raffaele Riario espresse il desiderio di osservare la collezione di Lorenzo. Lorenzo acconsentì al desiderio del giovane cardinale, dandogli incontro all’ora di pranzo della domenica successiva dopo che la famiglia Medicea si fosse recata alla Messa nella Cattedrale.
Si era deciso che gli assassini agissero durante il pasto ma sorse un problema: Giuliano non si sarebbe recato a pranzo con il fratello ed il Cardinale, così fu progettato di compiere il delitto durante la sacra cerimonia nel momento dell’elevazione dell’Ostia. Il Montesecco si rifiutò di compiere un omicidio in un luogo sacro, così al suo posto furono ingaggiati due preti che si assunsero la responsabilità di uccidere Lorenzo; mentre per l’assassinio di Giuliano furono incaricati Francesco Pazzi e Bernardo Bandini Baroncelli. Il 26 aprile era il giorno prestabilito, così quando Giuliano si recò verso la Cattedrale Francesco Pazzi lo abbracciò con gesto amichevole assicurandosi che così il secondogenito di Piero il Gottoso non indossasse la maglia metallica.
Quando giunse il momento il Baroncelli trapasso con un pugnale il fianco di Giuliano facendolo barcollare di fronte a Francesco Pazzi che inflisse al suo corpo ben diciannove colpi di spada. Invece vicino al coro, Lorenzo sguainando prontamente la spada riuscì a ribattere i colpi dei suoi assalitori, e scappando verso l’altare si imbattè con gli assassini di suo fratello, così corse colpito di struscio al collo verso la sacrestia. I suoi amici chiusero le porte bronzee ed uno di essi gli succhio la lieve ferità che aveva sul collo per timore che il pugnale che l’aveva colpito fosse stato immerso nel veleno.
Nella Cattedrale la confusione era sovrana, Giuliano era disteso a terra morente sul selciato, Lorenzo era nella sacrestia, i fedeli raccontano gli storici scapparono informando i loro concittadini che entrambi i fratelli Medici avevano perso la vita in un attentato. Il Cardinale Raffaello si era nascosto in un’altra Sacrestia della Cattedrale; L’arcivescovo Salviati insieme ad un gruppo di suoi sostenitori si era recato verso Palazzo Pubblico con tutta l’intenzione di attuare un vero e proprio colpo di stato, ma questi sorprese il Gonfaloniere di Giustizia, Cesare Petrucci a pranzo con i membri della Signoria.
congiurapazziIl Gonfaloniere avendo valutato la situazione decise di suonare le campane in modo che il popolo potesse difendere il governo e che gli assalitori non scappassero. La città era terrorizzata al solo pensiero che entrambi i fratelli Medici avessero perso la vita, ma poche ore dopo il Magnifico si affacciò al balcone della sua dimora. Così il popolo in parte rassicurato si diede alla caccia degli attentatori: Francesco de Pazzi e l’Arcivescovo Salviati furono impiccati alle finestre del Palazzo Pubblico. Giorni dopo Jacopo de Pazzi, i due preti e Renato de Pazzi subirono la stessa sorte. Al Montesecco, dopo che fu accertata la sua parte nella cospirazione fu data una morte da soldato, morendo di spada. In tutto a Firenze furono uccise ottanta persone, il popolo aveva dimostrato in quell’occasione un grande affetto e fiducia nella Signoria dei Medici.
I principali cospiratori della congiura furono ritratti impiccati in un affresco sui muri della prigione, vicino Palazzo Pubblico da Sandro Botticelli come esempio di infedeltà. L’affresco fu distrutto dopo che i Medici vennero espulsi da Firenze nel 1994. Da allora il 26 aprile divenne un giorno di lutto per la scomparsa del fratello del Magnifico. In seguito si seppe che Giuliano aveva avuto un figlio illegittimo e Lorenzo prese con se fornendogli un ottima educazione e facendogli svolgere la carriera ecclesiastica, avviando i suoi passi sul cammino che avrebbe portato all’ascesa al Papato come Clemente VII, il primo pontefice della Famiglia Medicea. Per concludere il tentativo dei Pazzi di abbattere il potere dei Medici non aveva fatto che accrescere l’autorità del Magnifico.
Sisto IV appreso che la Congiura dei Pazzi non aveva eliminato il Magnifico dalla scena politica fiorentina, istigato dal nipote Girolamo Riario, emanò una Bolla di Scomunica contro Lorenzo de Medici, che lo definì in quell’occasione “quel figlio dell’iniquità e della perdizione”. Nella Bolla espose tutti i suoi motivi d’accusa contro di lui, incominciando dalla difesa di Niccolò Vitelli da parte di Lorenzo, e di altri nemici della Chiesa e terminando con l’approvazione della condanna a morte dell’Arcivescovo Salviati e l’arresto e successivo imprigionamento del Cardinale Raffaele Riario.
Anche i Priori e il Gonfaloniere Cesare Petrucci furono inclusi nella scomunica e fu proclamata un interdizione su tutta la città e sul territorio fiorentino a meno che i colpevoli non si fossero dichiarati tali in meno di un mese. Lorenzo il Magnifico in una lettere al re di Francia Luigi XI dichiara che il vero crimine che aveva compiuto sotto gli occhi di Sisto IV era quello di non aver perso la vita durante la congiura. Donato Acciaiuoli, ambasciatore fiorentino da Roma convinse il governo fiorentino a lasciare libero il cardinale Raffaele Riario in modo che l’interdizione cessasse. E così il Governo decise con grande rammarico. La Scomunica fu seguita da una dichiarazione di guerra da parte del Papato e di Ferrante re di Napoli.
Papa Sisto IV e il re di Napoli Ferrante sostenuto dal figlio Alfonso, dichiararono guerra a Lorenzo il Magnifico e a Firenze. Firenze sotto il punto militare era impreparata ad affrontare un guerra contro due potenze. Ferrante e suo figlio avevano come obiettivo di portare la Casa d’Aragona in Toscana. Le truppe napoletane dopo una settimana dalla dichiarazione avevano sconfinato nel territorio toscano.
Il Papa inviò una lettera ai Fiorentini dichiarando che avrebbe restituito la grazia a Firenze solo nel caso in cui Lorenzo fosse stato consegnato nelle mani dello stesso Papa. Lorenzo si appellò alla decisione del popolo, a Firenze aveva molti nemici ma aveva piena fiducia nella cittadinanza.
Fu stabilito un raduno di tutti i fiorentini più illustri. Nell’incontro Lorenzo espose che lui sarebbe sottostato alla decisione sacrificandosi in nome e in difesa della sua Patria. Jacopo de Alessandri parlò a nome di tutti i presenti, dichiarando che la città di Firenze avrebbe appoggiato il suo Signore. Come simbolo di fedeltà e di stima, fu nominata una guardia di dodici uomini che lo proteggesse in vista dei pericoli che avrebbe potuto correre in futuro. Mai come allora la città di Firenze aveva dimostrato tanta devozione per il suo “Principe senza Corona”
Successivamente la Signoria istituì il comitato dei Dieci della Guerra, di cui Lorenzo era uno dei membri. Molte città vollero dare aiuto al Magnifico tra queste Milano e Venezia che inviarono un contingente sotto la guida di Gian Giacomo Trivulzio, da Versailles Luigi XI tuonava contro il Papa per “l’attacco al nostro caro amico Lorenzo de Medici” e Bologna fornì un passaggio per le forze alleate ed i quartieri d’inverno per le truppe, da Roma accorrevano i condottieri Orsini, parenti di Clarice.
Il duca di Ferrara fu nominato comandante in capo delle truppe alleate. Nel frattempo l’esercito del Papa coadiuvato dalle truppe napoletane, dalla truppe di Siena, perenne rivale di Firenze, sotto la guida di Federico, duca di Urbino, si erano poste nella valle di Chiana. La campagna del 1478 di era conclusa con nessun risultato; entrambi i fronti avevano evitato di combattere sui territori sfavorevoli. Nella campagna del 1479 ci fu un indebolimento del contingente fiorentino: a Milano, l’attuale reggente Sforza aveva esiliato gli zii che si erano rifugiati a Napoli, collaborando così al progetto politico di Ferrante.
I fratelli Sforza tornarono a Milano creando scompigli nella corte milanese, le truppe milanesi furono richiamate in patria e così anche il Duca di Ferrara. Ludovico dopo che cadde il governo del cancelliere Simonetta, divenne il governante di Milano. Firenze in quel momento in cui Milano era stata colpita dalla crisi politica, era estremamente in pericolo: il giorno in cui Ludovico salì al governo le truppe partenopee avevano espugnato le fortezze della Val d’Elsa. Nel ottobre del 1479 ritenne che la città non poteva affrontare un altra campagna, non poteva chiedere ai suoi concittadini nuovi sforzi finanziari così decise in tutto segreto di partire il 7 dicembre per recarsi a Napoli dal Re Ferrante.
A Livorno si imbarcò su una nave mandata da Ferrante, i due si erano dati un incontro in segreto. Al suo arrivo a Napoli sul molo vi erano il Re Ferrante e Isabella, duchessa di Calabria amica d’infanzia di Lorenzo. Alla corte Aragonese Lorenzo fu ricevuto con stupore con tutti gli onori, dimostrò con grande abilità la sua arte del persuadere nei confronti di Ferrante che ormai influenzato dalla magnificenza di Lorenzo si accordò con lui, andando incontro anche all’opposizione di suo figlio Alfonso e di Sisto IV.
La pace fu firmata nel febbraio del 1480 e solo dopo che Lorenzo ebbe raggiunto il suo scopo potè tornare nella sua cara Firenze. Il prezzo della pace fu per Firenze di scarcerare alcuni membri della famiglia dei Pazzi e che le roccaforti perse in Toscana diventassero ufficialmente possedimenti della città di Siena; inoltre mentre Lorenzo era ospite della corte aragonese Genova con un attacco lampo aveva conquistato la città di Sarzana e questa era ormai passata nelle mani delle Banca di San Giorgio.
I progetti di Sisto IV si erano ormai ombrati, non aveva più alleati che potevano coadiuvare le sue truppe ed inoltre Maometto II il conquistatore di Costantinopoli aveva occupato il porto di Otranto. Quest’ultimo evento aveva terrorizzato il Pontefice che non sapendo più a chi chiedere aiuto, il re Ferrante da solo non poteva confrontarsi con l’impero turco così Sisto IV dovette riconciliarsi con la città di Firenze: furono convocate a Roma le famiglie più potenti di Firenze, e Lorenzo raccomandò a queste di essere molto diplomatiche e di comportarsi in modo umile ma dignitosamente, la riconciliazione con lo Stato Pontificio era per Firenze un punto fermo per il benessere di Firenze. Così il Papa concesse il perdono alle famiglie li convocate, rappresentanti la Repubblica Fiorentina; questa riconciliazione costò a Firenze quindici galere che furono impiegate per scacciare Maometto II.
Anche il re Ferrante chiese a Lorenzo un aiuto economico, questi gli concesse diecimila ducati a condizione che i territori precedentemente occupati da Siena fossero di nuovo proprietà della Repubblica Fiorentina. L’inattesa morte di Maometto II, limitò la minaccia turca nella penisola italica. Lorenzo ancora una volta usciva vincente per le sue qualità diplomatiche. Molti studiosi ritengono che il Magnifico incitò Maometto II ad invadere il porto di Otranto proprio per dare una svolta alla guerra tra lui e il Papato.
Lorenzo attuò nella politica interna dei mutamenti costituzionali. Nel 1480 Lorenzo inoltrò alla Signoria la proposta della creazione di una Balìa e fu approvata dai consigli legislativi.
La Balìa era composta dalla Signoria e dai Collegi, trenta persone erano opzionate dalla Signoria, e da duecentodieci scelti dalla Signoria e dai Trenta in modo congiunto. In questa erano inclusi membri delle Arti Maggiori e Minori e dei Quattro Quartieri della città, e non si dovevano scegliere più di tre membri di ogni famiglia.
In questo modo avrebbe garantito di rappresentare ampia parte dell’opinione di Firenze. Alla Balìa le fu dato ampia autorità d’attuare le riforme, e dopo circa una settimana la Signoria si pronunciò con decise riforme che produssero un cambiamento rivoluzionario della Costituzione.
Venne istituito il Consiglio dei Settanta, composto dai trenta membri della Balìa e da altri quaranta scelti da loro. Al Consiglio fu concesso il controllo “teorico” sui campi del governo: il Consiglio aveva il compito di proporre delle misure legislative e di nominare tre nuovi gruppi: gli Otto di Pratica che si sarebbe occupato della politica estera; i Dodici Procuratori che invece si sarebbero occupati delle questioni finanziarie e commerciali; gli Otto di Balìa organo che si sarebbe occupato del campo giuridico.
La costituzione di questo Consiglio aveva dato la possibilità ai Medici di crearsi altri seguaci, in quanto un posto all’interno del Consiglio garantiva ampi privilegi finanziari. Questo rovesciamento portò alla distruzione della libertà popolare. I Settanta non erano altro che uno strumento che serviva al Magnifico per continuare il suo controllo personale sul governo. In seguito ad un altro attentato a Roma alla vita di Lorenzo, fu varata una legge secondo la quale il tentativo di assassinare Lorenzo veniva equiparato ad alto tradimento; con questo artifizio Lorenzo divenne il Principe senza corona di Firenze.

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G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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