riflssioni sulla povertà di alcuni paesi nel mondo

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c2c61933-dc40-47ad-b85a-e562bbb6702f_largePer la verità, già oggi ci sono cospicui aiuti internazionali da parte dei paesi più ricchi, ma, a quanto pare, i risultati non sono particolarmente brillanti e la riflessione dovrebbe partire proprio da questo punto:come mai, nonostante decenni di aiuti, ci sono paesi in cui i risultati sono così scarsi?

La propaganda anti immigrati ricorre spesso ad un argomento apparentemente ragionevole: aiutiamoli sì, ma a casa loro. Personalmente non credo affatto alla buona fede di chi lo dice (secondo me è solo un modo ipocrita di dire “fuori dai piedi”) ma facciamo conto che sia un discorso serio ed entriamo nel merito.

In effetti, lo sviluppo dei paesi africani, asiatici, latino americani sarebbe il modo migliore sia per rallentare la pressione su Europa e Usa, sia per evitare molte sofferenze a chi emigra e magari preferirebbe restare nel suo paese, se ci fossero condizioni di vita accettabili. Dunque sarebbe ragionevole farlo.

Aiutiamoli a casa loro? Facile a dirsi, molto meno a farsi, perché ci sono non pochi ostacoli per realizzare i vari “piani Marshall per l’Africa” di cui spesso qualcuno blatera. Per la verità, già oggi ci sono cospicui aiuti internazionali da parte dei paesi più ricchi, ma, a quanto pare, i risultati non sono particolarmente brillanti e la riflessione dovrebbe partire proprio da questo punto: come mai, nonostante decenni di aiuti, ci sono paesi in cui i risultati sono così scarsi? Il problema è che dovremmo aumentare le sovvenzioni? Quelle attuali sono insufficienti? Non è solo questo ed il problema è molto più complesso.
In primo luogo, ci sono non poche situazioni di guerra o guerra civile (Iraq, Siria, Libia, Mali, Afghanistan eccetera) o con forti turbolenze (Sudan, Somalia, Zaire, Sri Lanka, Indonesia, eccetera) che hanno ostacolato, quando non hanno reso del tutto irrealistico, ogni piano del genere. E questa condizione perdura.

Poi c’è una seconda ragione: molti di questi paesi (direi la netta maggioranza) hanno governi corrottissimi che usano gli aiuti internazionali per metterseli in tasca, o meglio, nei loro pingui conti off shore. E, peraltro, più di qualche rivolo di quel fiume di denaro, torna al paese di partenza, dove qualche vispo politico lo indirizza verso il proprio conto off shore. E questo senza tener conto della “mano morta” di tante Onluss che tutto sono, meno che “no profit”.

Poi c’è il ruolo delle multinazionali che speculano sugli aiuti, fornendo prodotti scadenti o fortemente sovraprezzati, in parte per la complicità dei governi corrotti, in parte per le condizioni di monopolio in cui operano.

Ma, sin qui, stiamo parlando della superficie del problema: tutte cose emendabili o eliminabili sol che lo si voglia davvero. Ma ci sono dati strutturali più profondi, in parte dovuti alle condizioni particolati di alcuni contesti (dalla scarsità di infrastrutture, alle percentuali altissime di analfabetismo, dall’assenza di strutture sanitarie alla permanenza di metodi di coltura primitivi ecc.) ma in parte ancora più significativa, dalle condizioni del commercio internazionale che ostacolano lo sviluppo di molto paesi.

Lo scambio ineguale fra prezzi delle materie prime e dei semi lavorati da un lato e tecnologie e costo del denaro dall’altro, è stata la principale ragione che ha impedito il decollo dei paesi del sud del Mondo dalla fine del colonialismo ai primi anni novanta. Poi, mentre paesi come Cima, Brasile, India, e poi via via Turchia, Vietnam, Messico, Indonesia ecc iniziavano a decollare in parte grazie alle delocalizzazioni industriali, in parte alla rivalutazioni del mercato delle commodities, è subentrato un nuovo ostacolo allo sviluppo dei paesi che erano rimasti indietro: gli accordi di Marrakesh e la particolare disciplina dei brevetti, per cui multinazionali occidentali hanno “brevettato” (cioè ottenuto l’esclusiva della produzione) specie vegetali ed animali che, in realtà esistevano da sempre ed appartenevano a quei popoli.

Far sviluppare i paesi africani arretrati, oggi, imporrebbe un riallineamento della divisione mondiale del lavoro e questo potrebbe proporre indesiderate concorrenze: il libero mercato è una delle più clamorose balle della storia umana. E le politiche di landgrabbing non vengono fuori dal nulla: sono il riflesso di un ordine mondiale che riserva all’Africa due funzioni, deposito di materie prime (della terra in primo luogo) a basso costo e serbatoio di forza lavoro di riserva per quando il costo del lavoro dovesse crescere troppo nei paesi attualmente emergenti.

E’ molto facile dire “aiutiamoli a casa loro”, ma una vera politica di sviluppo dei paesi africani implica l’abbattimento di questo ordine mondiale, l’azzeramento della rete di accordi sottoscritti da Marrakesh in poi, la fine dell’ordine neo liberista. non che dello sfrttamento minerario.

N.B. L’accordo di Marrakech è un accordo firmato a Marrakech, Marocco, il 15 aprile 1994. L’accordo sancì la nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che entrò in vigore dal 1º gennaio 1995.

L’accordo di Marrakech, atto finale dell’Uruguay Round, si è sviluppato a partire dal GATT ( Il General Agreement on Tariffs and Trade (dall’inglese: Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio), è un accordo internazionale, firmato il 30 ottobre 1947 a Ginevra, in Svizzera, da 23 paesi, per stabilire le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali con lo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale) e lo ha esteso aggiungendo sezioni relative non solo ai beni commerciali, ma anche:

  • ai servizi
  • ai settori agricolo, tessile e sanitario
  • al rafforzamento della proprietà intellettuale
  • all’abbattimento degli ostacoli al libero scambio delle merci
  • alla risoluzione delle dispute internazionali

I singoli punti dell’accordo di Marrakech formano un insieme indivisibile: i membri che sottoscrivono l’accordo sono obbligati ad accettarne ogni sua parte.

Uruguay Round  Ottavo ciclo di negoziazioni commerciali in sede GATT, il più importante, iniziato nel settembre 1986 a Punta del Este (Uruguay). Vi parteciparono 123 Paesi, che decisero di mettere sul tavolo tutti gli argomenti più delicati riguardanti le transazioni internazionali, dai dazi sull’agricoltura ai servizi, dalla regolazione della proprietà intellettuale alla questione dell’accesso ai mercati. Si concluse a Marrakesh (Marocco) nell’aprile del 1994, con la firma degli accordi che portarono alla creazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC;- WTO), l’istituzione che prese il posto del GATT come forum negoziale.

Aldo Giannuli-elab-gms

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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