Il Foscolo poeta e patriota

0

 

Ugo Fosco nasce nel 1778 a Zante (Zacinto), allora isola greca in possesso di Venezia, nel mar Ionio (la madre infatti era di origine greca). Mortogli il padre medico, discendente da antica famiglia veneziana, si stabilisce a Venezia con la madre nel 1792, dove vive in ristrettezze e facendo studi irregolari, anche se riesce a frequentare i salotti culturali della città, specie quello della Teotochi Albrizzi, che gli permetterà di conoscere Ippolito Pindemonte, Melchiorre Cesarotti e Saverio Bettinelli, attenti intellettuali ai nuovi fermenti europei.

E’certamente uno strano personaggio sia come poeta che politico e militare, che comunque lascio un segno importante nella storia d’Itlai

In politica infatti si proclama subito rivoluzionario e giacobino. A 19 anni compone e rappresenta con grande successo il Tieste, tragedia di contenuto democratico dedicata a Vittorio Alfieri, che all’oligarchia veneziana ovviamente non piace. Anche il Parini esercita su di lui una certa influenza. E deve già ritirarsi sui Colli Euganei per sfuggire ai controlli della polizia.

Quando Napoleone scende in Italia, Foscolo si reca a Bologna, capitale della Repubblica Cispadana, ove si arruola volontario tra i cacciatori a cavallo, ottenendo la nomina a tenente onorario.

Scrive un’ode indirizzata A Bonaparte liberatore. Le istituzioni repubblicane di Venezia si fanno da aristocratiche a democratiche e Foscolo ne approfitta per ritornarvi a svolgere l’incarico di segretario della municipalità.

Napoleone, intenzionato a sostituirsi agli austriaci in Italia, dopo essere entrato nel Veneto, violando la neutralità della Repubblica di Venezia, aveva attraversato le Alpi, giungendo fino a pochi km da Vienna.

Ma qui la realpolitik lo induce a chiedere agli austriaci di firmare un armistizio. E così col Trattato di Campoformio (1797) l’Austria accetta la pace di Leoben, concede alla Francia il Belgio e la Lombardia, nonché le isole Ionie, i possessi veneziani in Albania e altri territori, mentre in cambio ottiene, a titolo di compenso per le perdute province lombarde, il Veneto, l’Istria e la Dalmazia. La Repubblica di Venezia era stata dunque smembrata e cessava di esistere.

Grande delusione del Foscolo, che emigra da Venezia a Milano, capitale della neonata Repubblica Cisalpina, dove conosce Parini e Vincenzo Monti, che da antirivoluzionario diventa filonapoleonico.

Nel 1798 nelle Istruzioni popolari politico-morali Foscolo, insieme a Pietro Custodi e Melchiorre Gioia, scrive di voler lavorare per un progetto politico-ideologico, che si concreta negli interventi sul “Monitore italiano” a favore dell’unificazione nazionale. Nel contempo rinuncia agli ideali giacobini nel suicidio letterario dell’Ortis, suggestionato dal Werther di Goethe.

L’opera però viene stampata ma non pubblicata, poiché il contrattacco austro-russo del Suvarov, nel 1799, approfittando della presenza di Napoleone in Egitto, riaccende la guerra e Foscolo milita come luogotenente della Guardia Nazionale in Romagna e Toscana contro gli austriaci e i contadini insorti a loro favore.

Viene anzi catturato da quest’ultimi a Cento, anche se poi liberato dal generale MacDonald, al cui servizio si mette come Ussero cisalpino.

Si distingue nella difesa di Genova assediata, riportando delle ferite. Indirizza dalla città al generale Championnet un Discorso sull’Italia e ristampa l’Ode a Bonaparte.

E’ ancora convinto che grazie ai francesi si possa realizzare l’unificazione nazionale. Anzi è lui che avanza per primo l’idea dell’indipendenza nazionale, senza però trovare grandi appoggi tra gli intellettuali italiani. Il governo francese non apprezza questo suo entusiasmo.

Dopo la vittoria francese a Marengo, nel 1800, che salva Genova allo stremo, Foscolo, col grado di capitano aggiunto di stato maggiore, svolge numerose missioni in Lombardia, Emilia e Toscana e compone l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo sulla riviera di Sestri.

Intreccia varie relazioni amorose (a Firenze Isabella Roncioni, a Milano Antonietta Fagnani Arese, che gli traduce il Werther: è lei l’amica risanata dell’ode omonima) e contrae debiti di gioco. Dedica un sonetto al fratello Giovanni, morto suicida nel 1801 per sottrarsi ad un processo militare in cui era imputato sotto l’accusa di furto.

Escono a Pisa varie sue Poesie e finalmente l’opera più importante pubblicata in questo periodo: Ultime lettere di Jacopo Ortis (1801-02), un romanzo epistolare che si ispira a un giovane suicida veramente esistito. Il romanzo è ostile ai francesi, in quanto denuncia il tradimento degli ideali di giustizia, libertà, indipendenza (in seguito al Trattato di Campoformio). In questa critica l’Ortis non ha precedenti in Italia.

Il protagonista cerca nell’amore di una ragazza, Teresa, il conforto per la sua disperazione politica, ma il padre di lei l’ha destinata a un altro, più conformista e benestante. Il romanzo si chiude coll’apologia del suicidio (visto come atto di protesta).

La cosa suscitò effetti deleteri sulla gioventù di allora, tanto che il Foscolo, più tardi, si pentì d’aver scritto quell’opera, che pur conobbe quattro edizioni, dal 1798 al 1817.

L’Ortis contiene, in sintesi, tutti i temi fondamentali della sua poesia più matura: l’eroismo, la gloria, il patriottismo, il culto delle tombe (p.es. Dante viene pianto a Ravenna), l’ammirazione per la natura e per l’ideale di bellezza, l’angoscia per una vita considerata senza senso, ecc.

La storia ricalca lo stile di vita dell’eroe alfieriano, che lotta solo contro tutti i tiranni e contro le ipocrisie del costume borghese e aristocratico, e trova la liberazione nella morte. L’Ortis, infine, pur presentando una prosa viziata dall’enfasi e dalla retorica, esprime per la prima volta in Italia una nuova arte narrativa: il romanzo (qui di tipo “epistolare”, che però in Francia e in Inghilterra aveva già due secoli di vita. La novità sta nel fatto che ragioni etico-politiche di vita s’intersecano con uno stile romantico, dettato da sentimenti interiori.

Per incarico del Comitato di Governo della Cisalpina redige nel 1802 l’Orazione a Bonaparte per i Comizi di Lione, una disincantata meditazione sui progressi del regime napoleonico. L’anno dopo pubblica la Chioma di Berenice, poema di Callimaco, dove sfodera un eruditissimo apparato critico.

All’età di 26 anni ottiene di far parte, in qualità di capitano della Divisione italiana (nell’esercito francese) e di storiografo della spedizione che Bonaparte intende fare contro la Gran Bretagna: tentativo poi impedito dalle vicende europee (invasione francese di Portogallo, Spagna e Stato Pontificio, che si rifiutavano di applicare il Blocco continentale contro l’Inghilterra; in Spagna la guerriglia provocò circa 300.000 morti ai francesi).

Quindi negli anni 1804-1806, in attesa di questa fantomatica invasione, frequenta gli inglesi confinati a Valenciennes, apprende la lingua e traduce il Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia, di L. Sterne, che dopo mille rifacimenti decide di pubblicare nel 1813.

Ha pura una storia d’amore con una confinata inglese, da cui ha una figlia, Floriana, che lascia però alla madre per tornare in Italia. Nel viaggio di ritorno a Parigi s’incontra col Manzoni.

A Venezia rivede la madre e gli intellettuali di un tempo, tra i quali Pindemonte, che lo ispira a scrivere qualcosa, nel 1807, contro l’Editto napoleonico di Saint-Cloud del 1804, che Foscolo temeva potesse estendersi anche all’Italia.

I Sepolcri, la sua opera più celebre nasce così. L’editto vietava, per motivi igienici, la sepoltura dei morti nei pressi delle chiese urbane e autorizzava solo quella nei cimiteri extraurbani; inoltre vietava, per motivi democratico-ugualitari, lapidi funebri più grandi di altre e iscrizioni non sottoposte a controllo (gli epitaffi dovevano essere messi sul muro di cinta del cimitero e non sulla lapide della tomba).

Foscolo invece sostiene che tra i morti e i vivi vi può essere una “corrispondenza d’amorosi sensi”, se gli uomini, quand’erano, in vita, avevano avuto grandi ideali. Per cui il culto delle tombe subirebbe un danno dall’applicazione dell’Editto.

Praticamente con i Sepolcri inizia la poesia risorgimentale italiana, in quanto attraverso il vincolo tra vivi e morti sorge il senso dell’eroico e la rigenerazione della patria, contro austriaci e francesi. I Sepolcri preludono anche al Romanticismo imminente, con il loro forte senso della tradizione storica degli ideali, il senso del mistico, del malinconico-nostalgico.

Nel 1809 ottiene la cattedra di eloquenza all’Università di Pavia, già del Monti, ma nella prolusione rifiuta di fare un elogio a Napoleone, per cui questi, dopo poche lezioni accademiche, lo sospende dall’insegnamento.

Oltre all’orazione inaugurale Dell’origine e dell’ufficio della letteratura, Foscolo riuscì a tenere cinque lezioni sulla Letteratura e lingua italiana e sulla Morale letteraria: per la prima volta viene individuato nel ceto intellettuale un gruppo specifico e organizzato della società civile, con funzione mediatrice tra i vari gruppi sociali.

Rientrato a Milano, pubblica l’articolo Intorno alla traduzione del Pindemonte dei due primi Canti dell’Odissea, suscitando molte polemiche.

Infatti negli anni 1810-11 se la prende moltissimo, tramite vari articoli, con gli intellettuali, giudicati pavidi, ciarlatani, pedanti. Il saggio su Gregorio VII viene proibito dalla censura.

Di questo periodo è clamorosa anche la rottura col poeta Vincenzo Monti, che era geloso della sua popolarità e mal sopportava le sue idee repubblicane. La stessa rappresentazione della tragedia Aiace, nel 1811, fu un fiasco solenne.

Peraltro le autorità francesi, giudicandola polemica, seppure in maniera allusiva, nei riguardi di Napoleone, decisero di vietarla.

Il Foscolo, invitato ad allontanarsi da Milano, si trasferisce a Firenze, iniziando a lavorare alle Grazie, dedicate al Canova.

Le idee pessimiste sul piano politico e fataliste su quello filosofico dominano in questi anni: la sua poetica infatti tende a rifugiarsi nella mitologia classica. Il poema, di complessa allegoria e di gusto neoclassico, resterà incompiuta e sarà pubblicata postuma.

Qui frequenta il salotto della contessa d’Albany, compagna dell’Alfieri, e conosce Quirina Mocenni Magiotti che lo sosterrà, seppur lontana, sino alla morte.

Nel 1813 lavora alla tragedia Ricciarda, che verrà vietata a Milano dalla censura. Pubblica anche una sorta di autobiografia anti-Ortis, Notizia intorno a Didimo Chierico.

Ritorna a Milano quando, dopo la disfatta di Napoleone a Lipsia, gli austriaci invadono la Lombardia. Riammesso nei ranghi dell’esercito, combatte nelle file dei francesi, sperando che si costituisca al più presto un regno italiano.

Ma la caduta di Napoleone gli fa vivere gli anni 1814-16 con molta incertezza. Un tumulto popolare della città aveva portato all’eccidio del ministro napoleonico Prina. Foscolo sperò di compiere un pronunciamento militare autonomista, ma viene fermato dal generale d’Eckhard a Bologna.

Gli austriaci occupano di nuovo Milano, promettendo “liberi istituti”. Il maresciallo imperialregio Bellegarde e il conte di Ficquelmont gli propongono la direzione d’un nuovo giornale letterario a sfondo politico, fondato su principi liberali, ma poiché si rende conto che le autorità tentano di fare di lui uno strumento del nuovo regime (la condizione infatti è quella di dover prestare giuramento all’Austria), egli decide di fuggire senza passaporto da Milano, dandosi a volontario esilio in Svizzera (1815).

Cattaneo dirà che in tal modo diede all’Italia una nuova istituzione: l’esilio volontario.

A Zurigo pubblica i Discorsi sulla servitù d’Italia, una storia del sonetto italiano e l’Hypercalypsis, una parodia polemica contro i letterati milanesi.

Perseguitato dalla polizia austriaca, ripara a Londra nel 1816, dove viene accolto con interesse. Collabora come critico letterario a varie riviste e giornali (solo di recente si è scoperta la sua grandezza in questo settore letterario: notevoli infatti restano i saggi su Dante, Petrarca e sulla Letteratura italiana).

Nel 1822 ritrova la figlia Floriana, orfana e sola, e ne consuma avventatamente l’eredità di tremila sterline per ristrutturare il Digamma cottage sul Regent’s Canal, e il Green cottage, che viene affidato al suo primo biografo, Giuseppe Pecchio, e al profugo Santorre di Santarosa.

S’indebita per presto in maniera smisurata e, dopo aver composto le ultime opere su Dante e Boccaccio, muore in assoluta miseria nel 1827, assistito dalla figlia. Le sue ossa vengono traslate nel 1871 nella chiesa di Santa Croce a Firenze.

Sul piano politico, Foscolo mira a realizzare in Italia gli ideali di libertà, giustizia, uguaglianza della Rivoluzione francese.

La delusione causata dal Trattato di Campoformio e l’atteggiamento autoritario dei francesi in Italia, lo portano a un cupo pessimismo ma anche alla convinzione che gli italiani devono realizzare una loro indipendenza politica.

Rifiuta infatti di collaborare con gli austriaci, creando per così dire l’istituzione dell’esilio per motivi politici.

Sul piano filosofico, Foscolo aderisce alle idee del sensismo materialistico francese e ai valori laico-razionali dell’Illuminismo (di cui ad es. condivide l’ateismo).

In lui tuttavia vi sono delle contraddizioni. La ragione ad es. lo porta a credere che la morte sia la fine di tutto, ma il movimento della materia che tutto trasforma lo angoscia: a questo preferisce opporre la sua “religione delle illusioni”.

L’illusione è quella componente irrazionale della natura umana che si ostina a credere in quei valori o ideali che non trovano alcuna realizzazione nella vita quotidiana.

Ad esempio. i morti non rivivono, ma l’illusione della loro immortalità può ispirare i vivi a compiere grandi imprese.

La Poesia viene considerata come lo strumento migliore per esprimere delle illusioni. Nel Sepolcri l’illusione è l’elemento che permette all’uomo di continuare a vivere una vita che altrimenti sarebbe priva di significato.

Nelle Grazie (che si ispirano al gruppo marmoreo dello scultore Antonio Canova), l’illusione si trasforma in mito e in contemplazione della bellezza (Venere), dell’ingegno (Vesta) e della virtù (Pallade) come fonte di civiltà.

 i  Sepolcri  l’opera più importante politicamente

A Londra il Foscolo indicò il motivo occasionale dei Sepolcri: la notizia che sarebbe stato esteso anche al Regno Italico l’editto napoleonico di Saint-Cloud, emanato nel 1804.

Sulla base di princìpi igienici ed egualitari, esso vietava le sepolture nelle chiese e in città, prescrivendo che fossero collocate in appositi cimiteri extraurbani e che tutte avessero lapidi di uguale grandezza con brevi epigrafi sottoposte al controllo di una commissione di magistrati locali.

L’editto (che correggeva, in parte, la normativa giacobina sulle fosse comuni) fu esteso all’Italia nel 1806, quando i Sepolcri erano ormai conclusi.

Il Foscolo aveva discusso l’editto a Venezia con. Pindemonte, il quale, con scrupolo religioso, difendeva il culto cristiano delle tombe. Foscolo invece aveva assunto l’atteggiamento del filosofo indifferente. Ma poi pensò che il decreto negasse la funzione civile delle tombe, i sacri diritti dei morti e una fonte sicura d’ispirazione alla poesia.

La poesia, infatti, per il Foscolo ha anche una funzione civile, secondo la lezione di Dante, del Petrarca delle canzoni patriottiche, del Parini e dell’Alfieri. La poesia deve cantare i fatti gloriosi degli eroi, suscitando sentimenti di grandezza e di valori negli uomini.

Lo stesso Foscolo considerò i sepolcri u opera politica: gli italiani dovevano essere indotti a seguire l’esempio delle nazioni che onorano la memoria degli uomini illustri Quindi il culto delle tombe doveva dar vita al risorgimento politico della patria.

risorgimento-ok

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

Rispondi

Translate »
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: