la guerra dei 100 anni-Giovanna D’Arco…

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LA GUERRA DEI CENT’ANNI

Filippo IV il BelloEdoardo III

Premessa

Il periodo del feudalesimo sviluppato è contrassegnato da gigantesche insurrezioni contadine su enormi estensioni. Basti citare quella capeggiata dal pastore Ivajlo in Bulgaria (XIII secolo); quella delle “Bende rosse” in Cina nel secolo XIV; la “Jacquerie” in Francia e la rivolta di Wat Tyler in Inghilterra nella seconda metà del XIV secolo; nonché l’insurrezione contadina in Transilvania nel XV secolo. Molte altre importanti rivolte contadine si ebbero nei paesi dell’Asia anteriore e centrale nel XIV secolo, l’insurrezione dei contadini in Turchia nel secondo decennio dell’XI secolo, ecc. Grande importanza ebbe anche la guerra contadina in Boemia nel XV secolo: qui la vasta insurrezione contro gli sfruttatori boemi si unì con la lotta contro il dominio straniero.

Le insurrezioni contadine si collegavano spesso alle rivolte degli abitanti delle città (soprattutto di quelli appartenenti agli strati più bassi della popolazione), giacché sia i contadini che la maggior parte dei cittadini vedevano nei signori feudali i loro unici e comuni nemici.

Nei paesi europei economicamente più sviluppati, gli abitanti poveri delle città e i sottoproletari lottavano non solo contro i grandi proprietari terrieri cittadini e i mercanti-usurai, ma anche contro le forme nascenti dello sfruttamento capitalistico nell’industria (vedi, ad esempio, il tumulto dei Ciompi a Firenze nel XIV secolo).

Con la loro lotta contro lo sfruttamento feudale, le masse lavoratrici della campagna e delle città spianarono la via all’ulteriore sviluppo delle forze produttive in senso borghese. Questo perché tutte le insurrezioni contadine, dirette soprattutto contro l’aristocrazia, laica ed ecclesiastica, pur appoggiate inizialmente dalla borghesia, furono spietatamente represse, col consenso della stessa borghesia, quando il livello delle rivendicazioni si faceva troppo democratico.

LA GUERRA DEI CENT’ANNI

Carlo VIIGiovanna d'Arco

La guerra dei Cent’anni è una guerra tra aristocrazie: inglesi contro francesi, borgognoni (alleati degli inglesi) contro francesi e, subito dopo la fine di questa guerra, il casato Lancaster contro quello York, che portò in Inghilterra alla guerra delle Due Rose. Alla fine della guerra dei Cent’anni e anche di quella delle Due Rose chi ci guadagna è solo la borghesia, che riesce a far valere l’idea della monarchia assoluta nazionale, contro il decentramento feudale della nobiltà. L’idea del decentramento in sé non era sbagliata. Era sbagliato il suo carattere “feudale”, cioè la forma dello sfruttamento basato sulla rendita parassitaria: una forma divenuta insopportabile non solo alle masse contadine ma anche a quelle borghesi, che non riuscivano a espandersi nei contadi (o feudi) come avrebbero voluto.

La nobiltà era del tutto incapace di riformare i rapporti agrari in maniera favorevole ai contadini, e là dove aveva operato delle riforme (p.es. in Inghilterra), l’aveva fatto in chiave borghese, danneggiando quindi ancora di più gli interessi dei contadini poveri. Li aveva p.es. espulsi dalle terre, dopo aver trasformato gli arativi in prativi, dati in gestione a pochi fittavoli, al fine di produrre lana greggia per le aziende tessili delle Fiandre e dell’Italia.

Contro i feudatari i contadini trovarono facilmente nella borghesia un alleato, ma quando le rivolte o le insurrezioni terminavano, era solo la borghesia che riusciva a imporsi, anche a costo di cercare con la medesima aristocrazia un compromesso che, da un lato, le potesse assicurare uno sviluppo economico più agevole e, dall’altro, che le permettesse di tenere sotto controllo le rivendicazioni eccessivamente democratiche delle masse rurali e anche di quelle operaie che s’andavano formando nelle città.

In questo periodo la borghesia non rivendica ancora il potere politico ma solo una piena libertà economica. Il potere politico è mediato dalla figura dei sovrani, che devono tener conto della grande influenza che ancora ha l’aristocrazia.

Il concetto di “nazione” nasce proprio con questa guerra secolare, al punto che la si può considerare come una sorta di spartiacque tra Medioevo e Modernità. Non si trattò di una fine indolore del Sacro Romano Impero, così come risulta dall’emanazione della Bolla d’oro da parte dell’imperatore Carlo IV di Lussemburgo (1356), proprio per la semplice ragione che in Germania fu la stessa aristocrazia (laica ed ecclesiastica) che, restando divisa in enormi feudi, disse basta alla teocrazia pontificia; in Francia invece voleva essere la borghesia a dare il colpo di grazia al tardo feudalesimo.

Anche la borghesia inglese si apprestava a seguire la strada della collega francese, con la differenza che in Inghilterra era stata la stessa piccola e media nobiltà ad assumere le parti della borghesia, trasformando i propri feudi in pascoli per le greggi di pecore.

In Inghilterra l’export di panni di lana (e non più solo di lana grezza) cominciò nella seconda metà del XIV sec. Alla fine del XV gli inglesi erano già i primi in Europa in questo settore commerciale. Le loro industrie più progredite s’erano trasferite in campagna perché qui, non esistendo le corporazioni, avevano meno vincoli giuridici e potevano sfruttare meglio i lavoratori. D’altra parte nel corso del XV sec. la maggioranza dei contadini inglesi s’era riscattata dalla servitù e pagava le obbligazioni solo in denaro. Erano diventati affittuari, quando non finivano in città a fare gli operai, gli artigiani, i garzoni, o non restavano in campagna come salariati agricoli.

Gli stessi feudatari piccoli e medi avevano assunto atteggiamenti borghesi e sfruttavano manodopera salariata per la produzione di lana greggia, cercando d’impossessarsi anche delle terre comuni per trasformarle in pascoli privati. Era nata una “nuova nobiltà”, con caratteristiche del tutto borghesi.

La guerra dei Cent’Anni fu considerata come una valvola di sfogo per la grande nobiltà, che non riusciva ad adattarsi al nuovo modo di produzione mercantile e voleva ricostruire la propria passata ricchezza depredando beni altrui.

Gli inglesi comunque persero la guerra in Francia perché non avevano alcun appoggio popolare, mentre per i francesi si trattava di una guerra di liberazione nazionale.

La guerra delle Due Rose sarà catastrofica per gli interessi dell’alta nobiltà inglese e segnerà l’inizio dello sviluppo nazionale del loro paese, in cui la piccola-media nobiltà e la borghesia appoggeranno decisamente un monarca assolutista e uno Stato centralizzato.

Causa scatenante

Formale: nel 1328 la dinastia dei Capetingi (in linea diretta) si era estinta, poiché nessuno dei figli di Filippo IV aveva lasciato eredi maschi. Perciò i signori feudali francesi scelsero un esponente di una nuova dinastia, i Valois, imparentati coi Capetingi. Contemporaneamente anche il re inglese Edoardo III, nipote di Filippo IV per linea materna, aveva avanzato pretese al trono di Francia. L’apertura delle ostilità porta la data del 1337.

Reale: la lotta delle due potenze per il possesso delle ricchissime Fiandre, insieme all’aspirazione dei re inglesi a riconquistare le regioni perdute sul continente ai tempi di Giovanni Senzaterra. I re francesi invece volevano scacciare definitivamente dalla Francia gli inglesi, che possedevano ancora una parte della Guienna (l’Aquitania).

L’industria tessile fiamminga dipendeva totalmente dall’Inghilterra per la materia prima. Filippo VI di Valois, avvalendosi del fatto che il conte di Fiandra era favorevole più ai francesi che non agli inglesi, voleva impadronirsi delle Fiandre, ma la sua intenzione fece scoppiare una rivolta popolare a favore degli inglesi.

Già Filippo IV il Bello (1268–1314) aveva cercato nel 1302 di annettersi le Fiandre, ultima contea indipendente del nord, dopo aver conquistato la Champagne con una politica matrimoniale, ma non vi era riuscito. A Bruges era stato sconfitto da un’insurrezione popolare guidata dal tessitore Pierre Koning. Successivamente vi furono altre sollevazioni popolari che lo costrinsero a rinunciarvi definitivamente.

Se i figli di Filippo IV il Bello avessero avuto eredi maschi, sarebbe scoppiata la guerra dei Cent’Anni? Probabilmente gli inglesi sarebbero intervenuti lo stesso, sempre col pretesto di aiutare i fiamminghi minacciati dai francesi. Avevano infatti necessità di difendere gli ultimi loro territori rimasti in Francia, per non parlare di quelli perduti al tempo di Giovanni SenzaTerra. La battaglia di Bouvins (1214) era stata disastrosa per gli inglesi: Filippo II Augusto (1180-1223) riuscì addirittura, con una crociata contro gli Albigesi, ad annettersi tutta la Linguadoca e la Provenza. Anche il re Luigi IX il Santo (1226-70) era riuscito a togliere agli inglesi la contea di Angiò e a darla al proprio fratello Carlo, che poi diventerà re di Napoli.

Questo per dire che i sovrani francesi erano assolutamente intenzionati a unificare tutta la Francia, cacciandone una volta per tutte gli inglesi. Non dimentichiamo che Filippo IV il Bello, per crearsi il consenso e i necessari mezzi finanziari, aveva posto fine alla teocrazia pontificia, creato il cesaropapismo francese col trasferimento della sede romana ad Avignone, aveva inoltre eliminato l’ordine ricchissimo dei Templari spogliandolo di tutti i beni, aveva imposto moltissime tasse alle città e alla chiesa e aveva persino ridotto arbitrariamente il contenuto d’oro delle monete (passando alla storia col soprannome di “re falsario”).

Rebus sic stantibus agli inglesi non restava che dichiarare guerra. Nel 1336 re Edoardo III impedì l’export delle lane inglesi, inducendo così i fiamminghi a riconoscerlo come loro sovrano e quindi come pretendente alla corona francese.

Svolgimento dei fatti

L’Inghilterra inizialmente riportò grandi vittorie nelle battaglie di Crécy (1346) e di Poitiers (1356), perché più moderna nel modo di combattere (p.es. non prendeva in alcuna considerazione la cavalleria pesante ma preferiva affidarsi ad esperti arcieri). A causa di questi insuccessi i primi Valois videro scemare la propria autorità, del tutto incapace a organizzare una difesa e a cacciare l’invasore.

I campi dei contadini francesi erano stati devastati e lo sfruttamento feudale, a causa delle spese militari, cresceva continuamente. Anche nelle città la guerra ostacolava il commercio e l’artigianato. I cittadini (soprattutto a Parigi) mal sopportavano le tasse per coprire le spese militari, dato che l’esercito subiva una sconfitta dopo l’altra.

Gli Stati Generali, convocati nel 1356 dal delfino Carlo, erede del re Giovanni il Buono, allora prigioniero, furono dominati dai borghesi, che sottoposero a Carlo una serie di richieste, culminanti nella creazione di un consiglio particolare, eletto dagli Stati Generali, che avrebbe dovuto controllare tutte le azioni del re.

Il delfino Carlo rifiutò di prendere in considerazione queste proposte e sciolse gli Stati Generali. Parigi rispose con una rivolta, capeggiata da Etienne Marcel, rappresentante dei mercanti della città. Carlo dovette convocare di nuovo gli Stati Generali (1357), a cui non parteciparono molti esponenti del clero e della piccola nobiltà, intimoriti anch’essi dall’insurrezione. In tal modo gli Stati Generali del 1357 furono di nuovo sotto l’influenza dei borghesi, che questa volta chiesero una riforma radicale dell’amministrazione statale.

Carlo dovette pubblicare la cosiddetta “Grande ordinanza di marzo”, che accordava alcune riforme. Il potere governativo passò di fatto agli Stati Generali, che ottennero il diritto di riunirsi per esaminare le faccende dello Stato due volte l’anno, anche senza il permesso del re. La riscossione delle imposte doveva avvenire solo con l’autorizzazione degli Stati Generali, i quali ottennero anche il diritto di designare i consiglieri del re.

Contemporaneamente però Carlo si affrettò a concludere un armistizio con gli inglesi, e proibì alla popolazione francese di obbedire alle commissioni elette dagli Stati Generali. Di conseguenza, nel febbraio del 1358 a Parigi vi fu una nuova rivolta. Questa volta il delfino accolse le richieste degli insorti e confermò la validità della “Grande ordinanza di marzo” del 1357.

Tuttavia, sebbene il ricco strato superiore, rappresentato da Marcel, facesse di tutto per difendere l’autorità regia dagli attacchi delle masse, il delfino Carlo non si sentiva sicuro a Parigi e poco dopo fuggì; in seguito, con l’appoggio dei reparti feudali, riuscì a isolare Parigi dalle vie d’approvvigionamento, facendo gravare sulla città la minaccia della fame.

I parigini però ricevettero aiuto dai contadini insorti. Iniziata nella Francia settentrionale alla fine del maggio 1358, l’insurrezione fu uno degli avvenimenti più importanti per la classe contadina dell’Europa occidentale medievale. Venne chiamata “Jacquerie”, dal nomignolo “Jacques bonhomme”, l’appellativo canzonatorio col quale i nobili e i proprietari terrieri si rivolgevano ai contadini.

La causa diretta dell’insurrezione si può ricondurre sia al grave peggioramento della condizione dei contadini in seguito all’inizio della guerra dei Cent’anni, sia al fatto che le truppe inglesi e francesi devastavano le campagne e negli intervalli delle operazioni militari i mercenari, rimanendo senza “lavoro”, depredavano i contadini, i quali dovevano pagare imposte gravose, incluse quelle supplementari per riscattare il re e i nobili caduti prigionieri.

Il 25 maggio 1358 un gruppo di soldati del delfino venne massacrato dai contadini, che da quel momento decisero di agire con le armi in pugno contro i signori. La rivolta, iniziata senza un piano prestabilito nella regione di Beauvais, si estese rapidamente alla Picardia, all’Ile-de-France e a una parte della Champagne.

I contadini devastavano i castelli, uccidevano i feudatari presi prigionieri e bruciavano i documenti relativi ai loro obblighi verso il feudatario. Gli insorti trovarono un loro capo in Guglielmo Caillet, nativo del villaggio di Mello, nella regione di Beauvais. Il Caillet, buon conoscitore dell’arte militare, diventò “capitano generale” degli insorti. Creò una specie di cancelleria, aveva un proprio sigillo, ed emanava editti, organizzando i contadini in decurie, capeggiate da decurioni, comandati a loro volta da capitani alle sue dirette dipendenze.

Intelligente e lungimirante, devoto fino all’ultimo alla causa degli insorti, Caillet comprendeva benissimo che sarebbe stata necessaria un’alleanza dei contadini con i borghesi. Tentò quindi di entrare in contatto con Etienne Marcel, e mandò a Parigi una delegazione con la richiesta di aiutare i contadini nella loro lotta contro i feudatari e subito dopo si diresse a Compiègne; però i ricchi borghesi non lo lasciarono entrare in città e la stessa cosa avvenne anche a Senlis e ad Amiens.

I borghesi più abbienti, che avevano in mano l’amministrazione cittadina, non erano contrari a sfruttare il movimento contadino a proprio vantaggio, allo scopo di distruggere i castelli più vicini e di influenzare in tal modo il delfino, ma non potevano decidersi a un’alleanza aperta con i contadini insorti, perché temevano le conseguenze di un’estensione del movimento delle masse, ed erano quindi più disposti al compromesso con la classe dominante. Invece gli strati più poveri della popolazione cittadina erano dalla parte degli insorti e li sostenevano (ad Amiens, Beauvais ed altre città). Però questi strati non determinavano la politica attuata dalle città, poiché il loro peso politico era insignificante.

L’atteggiamento di Etienne Marcel rispecchiava la posizione della borghesia facoltosa di fronte ai contadini insorti. Egli mandò in aiuto degli insorti un contingente di truppe da Parigi per distruggere le fortificazioni tra la Senna e l’Oise, erette dai feudatari per affamare Parigi, ma poi le richiamò proprio nel momento in cui era più necessario a Guglielmo Caillet, e lasciò i contadini soli contro un nemico ben armato.

Contemporaneamente gli insorti vennero attaccati da un nuovo nemico, il re di Navarra Carlo il Malvagio, che, desiderando d’impossessarsi del trono di Francia, voleva approfittare della confusione che regnava nei circoli dirigenti dopo la cattura del re Giovanni il Buono da parte degli inglesi.

I contadini ricevettero il primo colpo proprio da Carlo il Malvagio, che marciò con un agguerrito contingente di mille uomini sul villaggio di Mello, ove erano riunite le forze principali degli insorti. Guglielmo Caillet pensava giustamente che sarebbe stato impossibile sconfiggere i cavalieri in campo aperto, e decise di ripiegare verso Parigi.

Ma i contadini non vollero ascoltare il loro capo, dichiarando che non sarebbero arretrati d’un passo, e allora Guglielmo Caillet li dispose per la battaglia su una collina da cui si dominava tutto il circondario. Li divise in due reparti di tremila uomini ciascuno, ordinò di elevare una barricata con i carri e altre salmerie e mise in prima linea gli arcieri armati di archi e balestre. La cavalleria, forte di seicento uomini, venne posta su un fianco.

La posizione tenuta dagli insorti era così forte e i contadini erano talmente desiderosi di combattere che Carlo il Malvagio rinunciò per alcuni giorni ad attaccarli. Preferì invece attirare nel suo campo il Caillet con il pretesto di trattative, e poiché questi non si era garantito la propria incolumità mediante ostaggi, lo fece prigioniero (10 giugno). Nello stesso tempo fu dato il segnale dell’attacco e i contadini, privi del loro capo, vennero rapidamente sconfitti. Milletrecento contadini caddero per mano di un contingente formato dai nobili che davano man forte a Carlo, altri ottocento furono uccisi da un altro gruppo; trecento uomini che si erano rifugiati in un monastero vi furono bruciati vivi. Fino al 24 giugno morirono non meno di ventimila contadini. La sanguinosa repressione cessò solo nell’agosto del 1358, quando i nobili ebbero bisogno di braccia per mietere i propri campi. Carlo il Malvagio ordinò di “incoronare” Gugliemo Caillet con un tridente rovente, come “re dei contadini”, e poi lo fece uccidere.

Alla repressione dei contadini insorti presero parte sia i cavalieri francesi, sia quelli inglesi, che nella circostanza avevano dimenticato le proprie divergenze di fronte al pericolo comune che minacciava il loro predominio di classe. Ciononostante per lungo tempo i feudatari non osarono inasprire lo sfruttamento dei contadini. Anzi ne derivò una più rapida liberazione dei contadini dalla servitù della gleba.

Sconfitti i contadini, arrivò il turno di Parigi insorta. Il dominio dei ricchi mercanti non aveva apportato alcun benefico alle masse popolari, che ormai non erano più disposte a sostenere Etienne Marcel nella sua lotta contro il delfino. Lo stesso Marcel, impaurito dalle proporzioni assunte dagli avvenimenti rivoluzionari e preferendo, come tutti i ricchi cittadini, l’alleanza con i feudatari a quella con il popolo insorto, intraprese trattative con Carlo il Malvagio, probabilmente con l’intenzione di aprirgli le porte di Parigi. Però questo proposito venne troncato dall’uccisione dello stesso Marcel, avvenuta ad opera di alcuni sostenitori del delfino Carlo, durante un’ispezione ai posti di guardia. Il delfino entrò quindi in Parigi, punendo severamente i partecipanti più in vista della rivolta, che, come la Jacquerie, terminò con un insuccesso.

Impaurito comunque dalle insurrezioni popolari, il governo reale si affrettò ad accordarsi con gli inglesi, firmando nel 1360 la pace di Brétigny, in base alla quale cedeva agli inglesi Calais (conquistata da quest’ultimi nel 1347) e tutta la parte sud-occidentale della Francia. Poi, sfruttando la pace di Brétigny, Carlo V (il delfino era diventato re nel 1364) radunò forze fresche per combattere gli inglesi. Venne riorganizzato il sistema tributario, furono formati nuovi nuclei mercenari e vennero perfezionate le artiglierie.

L’esercito francese cominciò a riportar numerose vittorie, e alla fine del regno di Carlo V (1380) i possessi inglesi erano limitati a cinque città costiere: Calais, Brest, Cherbourg, Bordeaux e Bayonne. Dopo la morte di Carlo V, nella storia della Francia seguì un periodo caratterizzato dalla decadenza temporanea del potere centrale, causato dal frazionamento del paese in vari possedimenti feudali, ma anche dal fatto che Carlo VI (1380-1422) era continuamente in preda alla follia.

I principali gruppi di feudatari che si combattevano erano due: uno era capeggiato dai duchi di Borgogna, i cui seguaci vennero chiamati Borgognoni; l’altro era guidato dal duca d’Orléans e dai suoi parenti, i conti d’Armagnac. I partigiani di questo “partito” che sosteneva il re furono chiamati Armagnacchi. Entrambi però distruggevano l’unità politica del regno di Francia.

I contadini, non in grado di pagare neppure la metà delle imposte, fuggivano dalle campagne e si rifugiavano nei sobborghi di Parigi, aumentando così il numero dei disoccupati; gli artigiani si recavano all’estero. Il debole governo reale non era in grado né di ristabilire l’ordine, né di organizzare la resistenza contro gli inglesi, che all’inizio del XV secolo avevano devastato quasi totalmente la Normandia, la Piccardia, il Poitou e l’Aquitania.

Nel 1382 divampò una rivolta a Rouen, ove l’ira delle masse popolari si riversò sui funzionari reali, sugli esponenti dell’alto clero e sui ricchi borghesi. Quasi contemporaneamente vi furono rivolte anti-feudali anche in altre città (Lione, Orléans, Nantes, Amiens, Saint-Quintin, Reims, Laon e Soissons). Sempre nel 1382, a Parigi vi fu la rivolta dei cosiddetti “Maillotins” (“armati di mazza”) che inizialmente era un movimento diretto contro l’oppressione fiscale dello Stato, e poi si rivolse anche contro l’alto clero e i borghesi più ricchi. Quattromila insorti attaccarono l’arsenale e s’impossessarono delle mazze da combattimento, dichiarando che avrebbero liberato la Francia. Gli insorti assediarono le abbazie più ricche di Parigi devastandole. Gli appaltatori e gli usurai vennero massacrati e le prigioni aperte. Il governo regio si affrettò allora ad abrogare le imposte straordinarie e a concedere l’amnistia agli insorti. Contemporaneamente i reparti dei ricchi cittadini, rimessisi dal panico iniziale, riuscirono a disarmare gli insorti e ad arrestarne i capi.

Nonostante le promesse di amnistia, molti di essi furono uccisi per ordine del re. Fra il 1370 e il 1380 scoppiò un altro moto contadino nella Francia centro-meridionale (Alvernia, Poitou, Linguadoca e Delfinato), chiamato “movimento dei tuchins” (questo termine, secondo alcuni studiosi, deriverebbe dalla parola “touche”, che significa boschetto per cui i tuchini sarebbero “coloro che si celano nella foresta”, mentre secondo altri si tratta di un termine derivato dal nome degli insorti contadini dell’Italia settentrionale, i tuchini appunto).

La lotta dei tuchins, come la jacquerie, aveva un carattere spiccatamente anti-feudale. Un tratto caratteristico di questo movimento, in Linguadoca, era lo stretto legame delle sollevazioni contadine con le sollevazioni delle masse lavoratrici cittadine, che lottavano contro l’arbitraria ripartizione delle imposte attuate dallo strato superiore della borghesia e attaccavano i ricchi mercanti ed usurai. Il movimento, che raggiunse l’apice nel 1384, venne represso a fatica dal duca di Berry, governatore reale dell’Alvernia e della Linguadoca, dai grandi feudatari e dai ricchi cittadini.

Nel 1413 a Parigi vi fu una nuova rivolta armata, guidata da Simone Caboche. Questa rivolta rappresentò il punto culminante del movimento popolare parigino iniziato nel 1411. Parigi era allora il centro più importante del paese, con una numerosa popolazione (vi vivevano più di 40.000 artigiani divisi in 350 corporazioni) fra cui si distingueva quella dei macellai, degli scorticatori, dei conciatori, dei pellicciai, che presero parte attiva alla rivolta.

L’insurrezione durò dal 27 aprile al 4 settembre 1413. Gli insorti chiedevano al governo l’attuazione immediata di riforme statali, il ristabilimento dell’ordine nel paese e l’approvazione delle azioni dei rivoltosi. Il governo regio dovette pubblicare un’ordinanza in cui si dedicava grande spazio alla questione della riorganizzazione delle finanze e dell’amministrazione militare e giudiziaria; ma questa, nonostante il suo contenuto moderato (le riforme non intaccavano il potere regio), rimase solo sulla carta, e dopo la repressione del movimento ad opera delle forze armate dei capi cittadini e degli Armagnacchi, venne soppressa. Molti insorti furono uccisi, altri furono esiliati o imprigionati.

L’ultima fase della guerra

Le lotte interne, specie quelle tra la famiglia reale e la casa di Borgogna, avevano assai indebolito la potenza militare della Francia, e di questo, ad un certo punto, vollero approfittare gli inglesi, che nel 1415 con Enrico V ripresero le azioni militari, avanzando pretese sul trono di Francia. Gli inglesi erano sostenuti dalla fazione del duca di Borgogna, che si considerava legato più all’Inghilterra che non alla Francia, poiché all’inizio del XV secolo il ducato di Borgogna comprendeva le Fiandre e il Brabante.

L’inizio delle ostilità fu contrassegnato dalla vittoria degli inglesi nella battaglia di Azincourt (1415): tutta la parte settentrionale della Francia, Parigi compresa, venne occupata. Enrico V proclamò suo figlio erede al trono di Francia.

Nel 1420, Carlo VI, ora totalmente incapace a causa della malattia, firmò il Trattato di Troyes, il quale riconosceva Enrico d’Inghilterra come suo successore, dichiarava suo figlio Carlo un bastardo e cedeva in matrimonio sua figlia, Caterina di Valois, ad Enrico. Molti cittadini credettero che il re avesse acconsentito a questi patti disastrosi sotto l’impulso mentale della sua malattia e che di conseguenza la Francia non poteva rispettarli. Due anni dopo comunque il re moriva. (Da notare che, per ironia della sorte, Caterina di Valois trasmise la malattia mentale del padre a suo figlio, Enrico VI d’Inghilterra, la cui impossibilità a governare favorirà lo scoppio della guerra delle Due Rose.)

Il delfino Carlo (il futuro re di Francia Carlo VII), figlio di Carlo VI il Folle, dovette in un primo momento fuggire nella Francia centrale. La Francia rimase così divisa in due parti: nel settentrione comandavano gli inglesi, nel centro-sud i francesi.

Nel 1428 gli inglesi assediarono Orléans, che era la roccaforte di Carlo VII. La conquista della città avrebbe aperto loro la via per invadere le zone meridionali, quindi attorno a Orléans era schierato il fior fiore dell’esercito francese.

Il dominio degli inglesi sulla Francia settentrionale era un peso insopportabile per il popolo francese, già oppresso dalle lotte feudali, dalle carestie e dalle epidemie (terribile quella della peste del 1348). Le masse contadine si unirono allora in reparti partigiani per combattere gli inglesi, soprattutto in Normandia, considerando come unica via di scampo la cacciata degli inglesi e il rafforzamento del potere regio.

L’interprete dei sentimenti patriottici delle masse popolari fu Giovanna d’Arco, una giovane contadina nata nel 1412, nel villaggio di Domremy, presso il confine tra la Champagne e la Lorena. In preda ad allucinazioni mistiche, Giovanna si recò nella vicina città di Vancouleurs e raccontò della sua missione liberatrice voluta da dio. Convinti della sua sincerità, gli abitanti della città riunirono una somma di denaro e le comprarono una uniforme, le armi e un cavallo. Giovanna andò a Chinon, dove a quel tempo risiedeva Carlo VII. Scoraggiato dalle continue sconfitte, dal pericolo che incombeva su Orléans e dalla situazione senza uscita in cui si trovava, il delfino ascoltò la rappresentante delle tendenze patriottiche delle masse popolari.

Il 22 aprile 1429 Giovanna venne proclamata “condottiera delle azioni militari”. La battaglia per Orléans cominciò al principio del maggio 1429. Per lo slancio patriottico dimostrato dall’esercito francese e dai cittadini d’Orléans, gli inglesi dovettero levare l’assedio, e Giovanna si meritò il titolo di “Vergine d’Orléans”.

Dopo la battaglia la giovane si recò dal delfino imbelle, chiedendogli di recarsi a Reims perché lo incoronassero in quella città. Questo comportamento era stato dettato dall’ardente aspirazione delle masse popolari a scacciare gli inglesi dal suolo di Francia. L’influenza di Giovanna e dei suoi seguaci dopo la battaglia d’Orléans era talmente grande che il delfino acconsentì. Durante il viaggio i francesi occuparono alcune città tenute dagli inglesi, tra cui Troyes. A Reims Carlo fu incoronato. La fama di Giovanna era giunta al vertice. Il re le diede un titolo nobiliare e le offrì preziosi doni, ma la pulzella rimase sempre una semplice contadina, e rinunciò alle ricchezze e agli onori, chiedendo come sola ricompensa di esentare dalle imposte gli abitanti del suo villaggio natio. Essa continuò a partecipare personalmente alle azioni militari, e fu ferita nel tentativo di prendere Parigi.

I nobili francesi però temevano la popolarità di quella fanciulla, e prepararono il tradimento. Nella primavera del 1430, dopo uno scontro contro gli inglesi e i Borgognoni presso la fortezza di Compiègne, Giovanna non poté rientrare in città, perché le porte erano state chiuse a bella posta: essa venne quindi fatta prigioniera dai Borgognoni, che la vendettero agli inglesi per una forte somma di denaro. Gli inglesi la condussero a Rouen e la rinchiusero in una delle torri della città con i ceppi ai piedi e una catena al collo.

Quando iniziò il processo Giovanna fu incolpata di vari reati: di aver indossato abiti maschili, di aver abbandonato la famiglia, di essere l’inviata del diavolo. Il tribunale la riconobbe colpevole di eresia e il 24 maggio del 1431, Giovanna venne portata sul patibolo, ove fu letta la sentenza che la condannava al rogo. Dopo essere stata bruciata, le sue ceneri furono sparse nella Senna.

Carlo VII, che aveva ricevuto immensi servigi da Giovanna, non fece nessun tentativo per salvarla. Il fantasma della Jacquerie aleggiava ancora davanti agli occhi dei feudatari francesi, e l’enorme ascendente di Giovanna sulle masse sembrava troppo pericoloso a tutta la cricca reale. Però, allo scopo soprattutto di eliminare il sospetto di essere stato incoronato da una strega eretica, dopo molti anni Carlo VII ordinò di rivedere il processo, e Giovanna venne dichiarata innocente.

La morte di Giovanna d’Arco non salvò gli inglesi. Il duca di Borgogna passò dalla parte di Carlo VII, temendo che essi s’impadronissero delle Fiandre. Frattanto l’entusiasmo patriottico del popolo francese, espresso chiaramente nel movimento partigiano e nell’attività di Giovanna d’Arco, diventava sempre più potente. Gli inglesi passarono da una sconfitta all’altra, e nel 1453 furono costretti a chiudere la lunga guerra dei Cento anni, accontentandosi del solo possesso di Calais. Le masse popolari avevano salvato l’esistenza della Francia come Stato indipendente. (nota 1)

L’unificazione della Francia

Nella seconda metà del XV secolo il processo d’unificazione territoriale era ormai compiuto. Carlo VII (1422-61), con l’aiuto di consiglieri in parte di estrazione borghese (tra i quali ebbe per qualche tempo una parte notevole il commerciante originario di Bourges, Jacques Coeur), poté attuare due importanti riforme: una finanziaria e l’altra militare. Egli rafforzò il sistema fiscale e creò un esercito mercenario permanente, alle complete dipendenze della autorità reale.

Sotto Luigi XI (1461-1483), uomo politico dotato di grande decisione, che voleva ad ogni costo porre fine al frazionamento feudale del paese, furono puniti severamente i feudatari che gli si ribellavano. L’avversario più potente di Luigi XI era Carlo il Temerario, duca di Borgogna, che possedeva anche i ricchi Paesi Bassi e disponeva di enormi mezzi materiali. Una parte dei possedimenti feudali che si trovavano nei Paesi Bassi (le Fiandre, l’Artois e altre regioni occidentali) facevano parte del regno di Francia; un’altra parte (l’Olanda, il Brabante, altri territori orientali) erano stati incorporati nell’impero germanico. Verso la meta del XV secolo i Paesi Bassi caddero sotto il dominio dei duchi di Borgogna.

La lotta tra Luigi XI, campione dell’accentramento, e Carlo il Temerario, rappresentante del separatismo, inizialmente ebbe il carattere di un comune conflitto armato, in cui il re di Francia ebbe la peggio. Allora Luigi XI ricorse agli accordi diplomatici e contemporaneamente alla corruzione ben organizzata e su vasta scala, aizzando contro Carlo i suoi stessi vassalli, riuscendo a mettergli contro non solo le città delle Fiandre e la Svizzera, che temeva le mire espansionistiche del duca di Borgogna, ma anche la Lorena, che Carlo tentò di conquistare, ma, proprio mentre il duca assediava in Lorena la città di Nancy, venne tradito dai suoi stessi mercenari italiani (corrotti dal re francese), e poi sconfitto e ucciso (1477).

Dopo la vittoria sul suo nemico principale, Luigi XI incorporò nei suoi possedimenti il ducato di Borgogna e la Piccardia. (La Piccardia era stata concessa da Carlo VII ai duchi di Borgogna in forza del trattato di Arras del 1435, come ricompensa per il fatto che quei duchi avevano abbandonato gli inglesi ed erano passati dalla parte della Francia). I Paesi Bassi e la contea di Borgogna (Franca Contea) andarono a Maria, figlia di Carlo il Temerario, che sposò Massimiliano d’Asburgo, figlio dell’imperatore tedesco.

Luigi XI aggregò ai suoi domini anche la Provenza e il suo ricco porto sul Mediterraneo, Marsiglia. In tal modo, nel periodo del regno di Luigi XI, che si appoggiò sempre alle città nella lotta contro i grandi feudatari, si compì l’unificazione di tutte le terre francesi (eccetto la Bretagna).

L’unificazione definitiva della Francia era stata possibile perché in essa si era formato un unico mercato interno, e quindi vi erano le premesse economiche concrete per l’unificazione. L’unità del territorio e la formazione di una lingua unica che sostituiva i vari dialetti dimostrano che esistevano già le basi per la formazione della nazione francese.

Un tratto caratteristico della politica di Luigi XI fu la protezione accordata al commercio e all’artigianato. In essi egli vedeva infatti una fonte di introiti che permettevano di consolidare lo Stato. In questa politica di protezione dell’economia bisogna vedere i germi del futuro mercantilismo, diretto a creare una bilancia commerciale attiva nel paese, fondata sul principio che le esportazioni dovevano superare le importazioni; inoltre il paese doveva esportare prodotti finiti, e importare le materie prime. Sotto il regno di Luigi XI le imposte triplicarono rispetto al periodo di Carlo VII.

Ducato di Borgogna

Posto all’incrocio di importanti vie fluviali di comunicazione (Saona e Mosa), possedeva un’economia ricca di commerci e di produzione artigianale di lusso, vigneti di qualità, ampi pascoli per l’allevamento bovino ed equino.

Formalmente il ducato dipendeva dall’impero germanico e, insieme, dal regno francese, ma in realtà fruiva di ampia autonomia. Sua capitale era Digione.

Il ducato diventò molto importante con Filippo l’Ardito (1364-1404), fratello del re francese Carlo V di Valois (1337-80). Nel 1369 aveva sposato Margherita di Fiandra, ottenendo in dote non solo le Fiandre (attuali Belgio e Olanda), ma anche la Franca contea, confinante col ducato di Borgogna, e la contea di Artois, confinante con la contea di Fiandra e Calais. I due blocchi territoriali della Borgogna erano divisi da 200 km di distanza: l’intento dei sovrani borgognoni è sempre stato quello di unificarli, cercando di occupare Alsazia e Lorena.

Filippo l’Ardito assunse nel 1392 la reggenza del regno francese quando il re Carlo VI (1380-1422) cominciò a dare segni di follia. Tuttavia, nonostante Filippo fosse lo zio di Carlo, il fratello di quest’ultimo, Luigi duca d’Orléans, cercò di opporvisi, finché fu fatto assassinare, nel 1407, da Giovanni Senza Paura (1404-19), figlio di Filippo. La guerra civile tra borgognoni e armagnacchi (il partito di Luigi d’Orléans) fu inevitabile (1407-35) e si concluse col Trattato di Arras (1435), secondo cui il duca Filippo III il Buono (1419–67) otteneva la conferma dell’indipendenza della Borgogna (egli restavo vassallo senza l’obbligo di omaggio al re di Francia), oltre all’acquisizione delle città della valle della Somme e delle contee di Mâcon e d’Auxerre: in cambio però riconosceva a Carlo VII (1422–61) il titolo di re di Francia, rinunciando definitivamente a qualunque rapporto politico-militare con gli inglesi. (Da notare che lo stesso Giovanni Senza Paura era stato assassinato dagli armagnacchi per vendicare l’omicidio di Luigi d’Orléans.)

Filippo III preferì espandere i suoi territori piuttosto che essere coinvolto nella Guerra dei Cent’anni. Egli incorporò o ereditò nei possedimenti borgognoni il marchesato di Namur, le Contee di Hainaut, d’Olanda, di Frisia e di Zelanda, i Ducati di Brabante e Limburgo e il Marchesato di Anversa, acquistò il ducato del Lussemburgo e manovrò per assicurare al figlio illegittimo, Davide, già vescovo di Thérouanne, l’elezione a vescovo di Utrecht.

Suo figlio, Carlo I il Temerario (1467–77), ebbe ambizioni ancora più grandi. In lotta contro il re francese Luigi XI (1461-81), a cui non riconosceva alcuna forma di vassallaggio, era intenzionato a ricostituire l’antica Lotaringia, conquistando la riva sinistra del Reno e quindi unificando tutti i territori borgognoni. Inevitabilmente veniva a scontrarsi con gli abitanti dell’Alsazia, della Lorena e della Svizzera.

Tuttavia Luigi gli impedì di cercare un alleato in Inghilterra e nel Sacro Romano Impero, gli inimicò gli alsaziani e gli svizzeri, che lo sconfissero a più riprese, fino a ucciderlo nel 1477. Sua figlia, Maria (1457-82), cercò di convincere Luigi XI a non distruggere il regno borgognone, ma, vedendo il rifiuto del re, accettò, sempre nel 1477, di sposare Massimiliano I d’Asburgo (1459-1519), il quale inviò le proprie truppe accanto ai borgognoni, contro il re di Francia. La vittoria degli austro-borgognoni (1479), anche se non fu schiacciante, fermò l’avanzata francese e salvò le Fiandre. La guerra tuttavia riprese con particolare violenza e la Francia occupò l’Artois.

Maria morì nel 1482 per una caduta da cavallo e, nello stesso anno, il trattato di Arras sancì la divisione dei domini borgognoni tra Luigi XI e Massimiliano: le Fiandre e i Paesi Bassi restavano all’impero asburgico (poi ereditati dalla Spagna di Filippo II), ma tutto il resto passò alla Francia. A questo punto il re francese Carlo VIII (1483–98), successo a Luigi XI, poteva pensare di scendere in Italia per tentare di riprendersi il Mezzogiorno che gli Angioini avevano perso nella guerra contro gli Aragonesi (1282-1442). Prima però fece in modo di ottenere gli ultimi due grandi ducati che godevano ancora di una forte autonomia rispetto alla corona francese: quello di Angiò (comprendente l’Anjou e la Provenza), tramite un complesso meccanismo ereditario, e quello di Bretagna, tramite il suo matrimonio con l’erede, la duchessa Anna di Bretagna.

Note

(1) Difficile dar torto a chi considerava Giovanna d’Arco un’eretica. Una che diceva di parlare con San Michele, Santa Caterina e Santa Margherita, come poteva pensare di non essere considerata una visionaria? Si vestiva poi come un militare, suscitando grande scandalo a quel tempo. Ma la giustiziarono davvero solo per questo o non anche, e forse soprattutto, per motivi politici? In quanto storici che non credono nella realtà di queste visioni, davvero dobbiamo ritenere Giovanna una pazza? O forse dobbiamo pensare che non lo era proprio perché essa, in virtù di quelle visioni, riuscì a ottenere gli obiettivi che si era prefissa e che non erano solo suoi, ma di tutta la Francia? Cioè dobbiamo ritenere che la guerra dei 100 anni fu vinta casualmente dalla Francia, essendo Giovanna una fanatica visionaria, oppure dobbiamo pensare che essa, pur essendo una visionaria, riuscì comunque a catalizzare l’interesse di grandi masse popolari verso l’idea di una liberazione nazionale? Ma questo cosa dimostra? Forse che in nome della fede si possono compiere delle cose “rivoluzionarie”? Oppure che la liberazione nazionale era comunque destinata compiersi e che le visioni fantastiche della pulzella furono soltanto uno strumento casuale?
Questa ragazza era una contadina analfabeta, stanca di una guerra che non finiva mai. Quali altri strumenti aveva per farsi sentire e capire? Quando parlava di “visioni” non si rivolgeva forse a un target di popolazione ignorante e superstizioso come lei e che però avrebbe potuto compiere una mobilitazione di massa? una liberazione nazionale dallo straniero? Non accadde forse la stessa cosa nella Germania luterana, quando decine di migliaia di persone si mossero contro la corruzione ecclesiastica in nome di un ideale religioso? Gli intellettuali italiani, già avvezzi alle idee relativistiche e agnostiche, li guardavano con sufficienza e non riuscivano a capire che, senza un consenso di masse popolari, anche analfabete superstiziose, era impossibile superare i privilegi tardo-feudali, la corruzione del papato, la frammentazione regionale…

da hololaicus post.gms

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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