stesso pianeta ma un altro mondo

0

Popoli-stesso pianeta e un altro mondo -Conca amazzonica-reportage

Gli Indigeni in “Isolamento Volontario”, sono popolazioni di cui si hanno solo alcuni elementi della loro esistenza. Non hanno mai avuto contatto con il “nostro mondo” e solo un virus potrebbe portarli allo sterminio. Sono in pericolo di estinzione centinaia di culture, saperi, lingue e miti che non abbiamo mai ascoltato. Ma “non abbiamo bisogno di incontrarli per difenderli”, anzi, dobbiamo difendere la loro scelta di non incontrarci.

Popoli non contattati: stesso pianeta, un altro mondo

 “Sudest del Perù. Dipartimento di Madre de Dios. Conca amazzonica. Forse il nome di questo dipartimento in piena foresta d’Amazzonia è l’esclamazione di stupore di fronte all’immensità della natura; il senso di smarrimento, come il mio… dopo due giorni di cammino tra foglie e rami senza fine; la consapevolezza di scoprirsi esseri piccolissimi ai piedi di questi giganti verdi di cui si vedono solo le radici, da quanto sono grandi… e che oscurano anche la luce solare tanto sono fitti e alti. “Madre de Dios” è sicuramente una preghiera o un’imprecazione, un esclamazione di sconforto o un voto anticipato nella speranza di tornare nella civiltà che abbiamo lasciato alle spalle, oramai da troppo tempo per raggiungere il campo base numero “tres”. …

Ho così tanta vegetazione nelle mie pupille da inquinare i miei ricordi e non ricordare più di che colore fossero le strade, le case, il molo intorno agli uffici della B….. Trade Company, il colore della scrivania dove ho firmato il mio ingaggio, una settimana fa, per questa spedizione a caccia, non del tesoro di chissà quale eldorado nascosto, ma di tronchi di Cedro e di Mogano pagati però a vero peso d’oro, questo sì… La “Base tre” è ancora a poche ore di cammino, al confine sud di un gigantesco orto di mogano,, così lo chiamiamo noi. Una vena aurifera di piante dalle cortecce tutte uguali, che emergono da questo oceano di muschi e felci e ragni.

Come se Dio avesse avuto la passione e la pazienza di piantare, tutti insieme, uno di fianco all’altro, migliaia di alberi della stessa famiglia e concedesse proprio a noi, ora, dopo migliaia di anni, l’opportunità di raccoglierli. Questo è oro. E noi siamo solo gli apripista di una miniera che frutterà alla Company affari per decenni e per noi una paga speciale, una vera vincita alla lotteria…questa volta è l’ultima volta che…”

Una freccia spezza in due il cuore di Javier, quasi ad anticipare la premonizione de “l’ultima volta”. Siamo nell’aprile 2002. Questo fu solo il secondo incontro-scontro documentato dall’inizio di quell’anno. A gennaio altri due “madereiros”, i tagliatori illegali di legname, furono ricoverati nell’ospedale Santa Rosa di Puerto Maldonado, nella provincia amazzoniaca peruviana di Madre de Dios con ferite gravi di frecce, forse avvelenate, ricevute a poche ore di cammino dalle canoe abbandonate sulla riva del fiume.

La guerra dei Mondi
manu“Gli scontri tra popolazioni indigene in “isolamento volontario” e i tagliatori illegali di legname, sono difficilmente documentabili per via dell’attività fuorilegge di questi ultimi che preferiscono non curarsi in strutture sanitari”, come sottolinea la Defensoria del Pueblo peruviana, un organo costituzionale indipendente per la difesa dei diritti fondamentali delle persone e delle comunità.

“I registri ospedalieri di Santa Rosa testimoniano solo una piccola documentazione di un’enorme guerra mai dichiarata. Ad esempio non esiste quasi alcuna prova di feriti o decessi da parte delle popolazioni indigene” che nel difendere il loro “non contatto” voluto, muoiono nella foresta che è parte indissoluta di loro stessi,la difendono e li difende, gli appartiene e loro appartengono ad essa.

L’incontro-scontro di civiltà, assume in questi casi il vero senso, triste e profondo, di guerra tra culture, tra umanità dello stesso pianeta sì, ma non dello stesso mondo.
Per uno dei mondi, infatti, queste guerre sono parte della storia che avanza. Per l’altro mondo queste rappresentano la fine, l’estinzione della loro esistenza.

Secondo gli ultimi dati raccolti, sono almeno duecento le popolazioni indigene in isolamento volontario di cui si ha qualche traccia o indizio di esistenza ai bordi della foresta amazzonica, e di una cosa si è certi: sono le ultime “non contattate” di tutto il continente americano.

capannaLa definizione di “isolamento volontario” è un compromesso linguistico che serve a identificare tutte quelle popolazioni che non hanno avuto un contatto, documentato e risalente a qualche generazione fa, con la nostra storia, e di cui preferiscono astenersene. Questa vasta area geografica comprende sette nazioni: Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Paraguay, Perù e Venezuela.

Ognuno di questi Paesi adotta soluzioni di protezione, verso queste popolazioni, molto differenti tra loro. Il Brasile e il Perù, dove si trovano il maggior numero di popolazioni in isolamento volontario, sono le nazioni più all’avanguardia avendo espresso a livello legislativo strumenti di protezione e difesa delle aree naturali abitate e utilizzando definizioni esplicite per “indigeni non contattati o in contatto iniziale”. Le altre nazioni, pur riconoscendo l’esistenza di questi popoli, mancano di una legislazione specifica e omogenea, lasciando a comunità indigene locali o a organizzazioni non governative (Ong) il compito e l’onere della difesa e prevenzione ai contatti.

Queste popolazioni storicamente hanno affrontato e superato numerosi ostacoli nel corso dei secoli: le invasioni e l’asservimento a medi e grandi imperi, come quello Inca, ad esempio. Sono sopravvissute allo sterminio virale, che a causa dell’arrivo degli europei nel nuovo continente, ha preceduto e facilitato l’opera dei Conquistadores iberici, infettando mortalmente circa 60 milioni di persone, secondo gli ultimi studi, in solo cento anni.

Hanno dovuto ricercare sempre nuove rotte migratorie nella foresta, per evitare le nuove strade, gli oleodotti, le piattaforme estrattive, gli incendi speculativi per creare nuovi pascoli, gli abbattimenti forestali, luci, rumori, presenze costanti e nuove che premono ai bordi del loro mondo. Sono circondati. Costretti ad avere incontri, e scontri, con altre popolazioni che, come loro, stanno fuggendo verso il centro del loro pianeta che si restringe sempre più.

La foresta che per loro significa vita, utero e mammella, significa storia, popolata di antenati, parole, suoni, forme amiche e nemiche ma sempre conosciute e decodificate, si sta trasformando in un inferno di trappole, ostacoli, paure e divieti sconosciuti che provocano alla loro esistenza incertezza e rabbia.

Darcy Ribeiro, famoso antropologo brasiliano che ha convissuto con molti gruppi indigeni in contatto iniziale, forse non esagerava quando definiva la storia del contatto come “un vero sterminio, senza che abbia portato loro nessun elemento positivo”. Infatti la prima causa di morte e sterminio per questi popoli migratori della foresta rimane, come 500 anni fa, la malattia, il virus – di qualsiasi genere, tra l’altro – al quale noi con i nostri contagi storici e pandemie continentali abbiamo reagito costruendo barriere di difesa, reazione e immunità alla morte, possono ancora oggi, sterminare questi gruppi di umani sprovvisti di difese immunitarie adeguate.

Umanità in estinzione
indiosTra i pericoli che incombono sul mondo dei popoli in isolamento volontario, lo sfruttamento di risorse naturali la fa da padrone: per ampiezza d’impatto, investimenti e organizzazione anche quando ciò non è legale. Ma oltre il contatto con trafficanti di legna esotica e ingegneri petroliferi impegnati in campagne di trivellazione ed esplosioni sotterranee alla ricerca dell’oro nero, tutti rigorosamente sotto scorta armata, il cosiddetto “turismo informale” è tra tutti i contatti il più insidioso.

Sotto questa definizione sono compresi ovviamente le persone disposte a pagare una guida indigena locale per scopi puramente di escursione, anche se estrema proprio come detta l’ultima moda, pronti a donare oggetti (e virus) in cambio, magari, di una foto o di un filmato in esclusiva. Sono compresi però anche ricercatori e cacciatori (detti “pirati”) di biodiversità, che nella speranza di trovare nuove formule da brevettare osano approcci con le popolazioni non contattate per carpirne i segreti e gli usi tradizionali. Ultima ma non meno pericolosa è la vera e propria “caccia all’ultimo indigeno da convertire”, lanciata da alcune chiese, in programmi fondamentalisti come il New Tribe Mission, sponsorizzato anche attraverso internet.

“Dopo cinque secoli di contatti disastrosi che hanno causato la scomparsa di centinaia di popoli, solo alla fine del ventesimo secolo è cominciata a cambiare la percezione delle cose – riassume Vincent Brackelaire, sociologo e antropologo, che ha stilato il documento riassuntivo del primo incontro internazionale sui popoli in isolamento volontario, svoltosi a Belem do Parà, in Brasile, nel novembre del 2005 – e bisogna attendere solo l’inizio del XXI secolo perché ci si preoccupi in modo globalizzato della sopravvivenza dei popoli indigeni in isolamento. Molte specie animali in via di estinzione sono molto più protette, grazie a specifici di protocolli di difesa internazionale, rispetto aglipallottola ultimi popoli sconosciuti del pianeta, con le loro società, culture, saperi che rischiano di scomparire prima di essere conosciuti. Sono gruppi umani con abitudini, lingue e miti che, anche se mai ascoltati, fanno parte del patrimonio umano materiale e immateriale che l’UNESCO ha come missione proteggere”.

Le istituzioni internazionali, in parte, riconoscono i diritti inviolabili dei popoli indigeni in quanto popoli originari. La Convenzione169 dell’Organizzazione Mondiale per il Lavoro (OIL), ad esempio, riconosce diritti ai Popoli Indigeni anche di proprietà ed uso del proprio territorio, ovviamente solo laddove gli Stati abbiano ratificato la Convenzione stessa e solo nel qual caso la facciano rispettare. Ma per i popoli indigeni non contattati, far valere i propri diritti è indubbiamente più complicato, non avendo loro, per autonoma scelta di sopravvivenza, un rapporto diretto e di rappresentanza con il nostro mondo di regole e convenzioni.

I portavoce degli “invisibili”
“La situazione critica di estrema vulnerabilità dei popoli indigeni in isolamento e contatto iniziale, nell’esercizio dei loro diritti umani e fondamentalmente del loro diritto alla vita, richiede un urgente adozione di azioni politiche che diano risposte efficaci alle necesità di protezione”.

AmazzoniaCosì si appellano i partecipanti all’ultimo convegno sul tema, tenutosi a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia. Sono decine di rappresentanti di movimenti indigeni istituzionalizzati che hanno deciso di diventare portavoce ufficiali degli “invisibili”.

E finalmente si è costituito il Comitato Indigeno Internazionale per la Protezione dei Popoli Indigeni in Isolamento Volontario e in Contatto Iniziale (CIPIACI), formato da organizzazioni indigene di sette nazioni del Sudamerica.

La fondazione di questo gruppo di lavoro sul tema renderà visibili le istanze dei popoli senza voce; gli interventi urgenti a carattere politico dovranno essere in appoggio “alla prosecuzione del lavoro intrapreso soprattutto da organizzazioni indigene in questo ambito che hanno stabilito spazi di visibilità nazionale e internazionale nel corso di diversi anni di lavoro”. Infatti, la comunanza di sensibilità e la conoscenza del territorio fanno delle organizzazioni indigene locali i referenti naturali e ideali per le politiche di difesa e promozione della causa.

Di ciò ne è convinto anche il comitato scientifico e la giuria del Goldman Environmental Prize, un premio alle cause ambientali istituito nel 1990 che quest’anno,  a suo modo ha voluto riconoscere il merito di tale lavoro, anche se ad personam, a Julio Cusurichi Palacios, leader indigeno Shipibo della Federazione indigena FENAMAD di Puerto Maldonado, Madre de Dios, Amazonia peruviana. Julio Cusurichi si è distinto per la sua battaglia civile in difesa dei popoli indigeni in isolamento volontario, riuscendo solo dal 2002 insieme alla sua federazione ad ottenere la creazione di una riserva territoriale per questi popoli di 7.688 chilometri quadrati, in un area tra le più vergini dell’Amazzonia.

Questo premio, anche se personalistico, darà visibilità al lavoro svolto da Julio Cusurichi e alla sua battaglia civile, e l’opportunità di viaggi e conferenze pubbliche: “E’ mia responsabilità difendere i popoli indigeni in isolamento volontario che non hanno voce e che sono le persone più vulnerabili del pianeta. Ho bisogno di informare i politici che prendono le decisioni che danneggiano questi popoli e proporre loro alternative possibili”.

Oltre di intuibili misure urgenti di protezione, questa parte di umanità che ha deciso di continuare a vivere come fecero i loro antenati per millenni, ha bisogno sia del rispetto della Comunità Internazionale, come di ogni singolo umano di questo pianeta, sia della voce di più persone possibili del nostro Mondo. La nostra voce per dare al loro Mondo una speranza di vittoria sull’estinzione e sullo sterminio invisibile che abbiamo, anche inconsapevolmente, deciso per loro.

notizie dell’Organizzzazione Nazionale Indigeni di Colombia (ONIC)

Cambio climático altera el calendario ecológico amazónico

Reportaje. Un grito desesperado de la Selva por la preservación del mundo

 

da Selvas. g.m.s.

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

Rispondi

Translate »
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: