Elucubrazioni…..sull’esistenza

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Oggi sappiamo d’essere nell’universo un pianeta tra tanti, eppure avvertiamo questo con una coscienza internazionale, come mai prima d’ora era successo: sono tutti gli uomini della terra che si sentono “piccoli” nell’universo, e questa consapevolezza mondiale ci fa sentire “grandi”, ci fa sentire “stretto” l’universo, nonostante la sua immensità.

imagesIl destino degli uomini della terra sembra essere diventato unico, per cui non possiamo non chiederci che fine abbiano fatto le generazioni precedenti. Abbiamo sempre più consapevolezza che nell’universo nulla può andare perduto. Quanto più ci accorgiamo d’essere parte di un tutto (che ci sovrasta), tanto più desideriamo restare uniti e compatti.

Quanto più ci scopriamo essere in periferia (e non più al centro), tanto più abbiamo bisogno di pensare che non siamo soli. Quanto più pensiamo d’essere il prodotto finale della natura e dello stesso universo, tanto meno riusciamo a rassegnarci all’idea di non poter confrontarci direttamente con le generazioni che ci hanno preceduto.

Ma anlizziamo l’oggi nelle sue particolarità essenziali dello sviluppo e della scienza consistente nel fatto ch’essa si orienta verso lo studio di oggetti che già sono di uso comune o che potranno diventarlo. Ma perché questa caratteristica abbia qualche garanzia di successo, occorre che il progresso scientifico disponga di un sistema adeguato.

Per molto tempo, ad esempio, i fisici hanno cercato di presentare i solidi, i liquidi e i gas come un sistema meccanico di molecole. E’ stato lo sviluppo della termodinamica a rivelare l’insufficienza di questa concezione.

Ma in seguito, con la nuova teoria, si cominciò a sostenere che i processi fortuiti nei sistemi termodinamici non erano qualcosa di esterno al sistema, ma ne costituivano l’essenza interna, determinante lo stato e il comportamento del sistema stesso.

Con lo sviluppo della fisica quantistica si è poi scoperto che le categorie di necessità e di contingenza vanno viste in una unità dialettica, e che occorre rinunciare all’identificazione deterministica che Laplace poneva fra causalità e necessità, utilizzando invece attivamente la categoria del ‘potenzialmente possibile’ per la descrizione dei processi dell”infinitamente piccolo’. In una parola, una struttura categoriale adeguata, che risponda anzitutto al principio della irriducibilità del tutto alla somma delle parti appare, allo stesso tempo, come premessa e condizione della conoscenza e della comprensione di nuovi oggetti e fenomeni.

Resta vero però che senza una continua riflessione filosofica sulla scienza, nessuna direttiva categoriale può arricchirsi di veri nuovi contenuti. Ciò non significa che la filosofia sia di per sè sufficiente a risolvere i problemi delle scienze naturali.

La scienza è un aspetto particolare della cognizione filosofica della realtà e la ricerca filosofica rappresenta uno dei presupposti necessari dello sviluppo delle scienze naturali, benché questo sviluppo si realizzi solo a condizione che le scienze siano autonome.

Un semplice confronto fra la storia della filosofia e quella delle scienze naturali indica assai chiaramente le performances anticipatrici della filosofia in rapporto alle scienze concrete. E’ sufficiente ricordare che l’idea dell’atomismo, essenziale per le scienze della natura, apparve nei sistemi filosofici del mondo antico e in seguito si sviluppò all’interno di diverse scuole filosofiche, finché le scienze naturali e il progresso tecnico raggiunsero un livello idoneo a trasformare una intuizione o speculazione di tipo filosofico in un fatto scientifico.

La filosofia insomma scopre per intuito o anche per un ragionamento logico ciò che la scienza arriva a dimostrare concretamente solo dopo un periodo di tempo più o meno lungo. Ovviamente la filosofia è capace di questo solo nella misura in cui si rapporta a tutta la realtà sociale e culturale (inclusa la scienza stessa).

Ed è altresì ovvio che non necessariamente la scienza giunge a fare determinate scoperte sulla scia delle cose intuite o pensate dalla filosofia. Sarebbe assurdo sostenere che i modelli cosmologici di Fridman o di Planck, che pur si accostano al quadro d’interazione delle monadi, si rifanno direttamente alla filosofia di Leibniz. Al massimo si potrà parlare di influenza mediata (dalla storia della filosofia, come di tutta la cultura) delle idee di Leibniz sull’epoca contemporanea.

Infine si può ricordare che è stata la filosofia a scoprire per prima la capacità di autosviluppo degli oggetti, oggi ritenuta di fondamentale importanza dalla scienza. Nell’ambito della filosofia sono stati elaborati i principi dello storicismo, i quali esigono che si esamini un oggetto tenendo conto del suo sviluppo precedente e della sua facoltà evolutiva (si pensi al contributo che l’idealismo hegeliano ha dato alla comprensione del fatto che la contraddizione è una forza motrice di ogni sistema vitale e di pensiero)

Detto questo, è necessario ora ridimensionare le pretese ‘profetiche’ della filosofia e rassicurare i sostenitori dell’autonomia della scienza, dimostrando che l’una e l’altra disciplina trovano la loro ragion d’essere all’interno del contesto storico e culturale in cui si sviluppano

Questa è la ragione per cui in una società divisa in classi una stessa mappa di categorie culturali può essere interpretata assai diversamente. Organizzandosi in modo conforme alla struttura categoriale del pensiero dominante di un’epoca, la coscienza di classe vi introduce abitualmente dei significati o delle concretizzazioni specifiche, che esprimono appunto gli orientamenti della classe corrispondente. Questo riguarda soprattutto le categorie della cultura, che caratterizzano l’uomo, con i suoi valori e la sua attività.

La filosofia, come qualunque altra scienza della cultura, ha il compito di esplicitare i mutamenti che avvengono in forma embrionale, spesso allo stato latente, nella coscienza degli uomini. In particolare, la conoscenza filosofica deve individuare, nell’infinita diversità dei fenomeni culturali, i significati categoriali comuni che li attraversano.

E nel far questo non deve limitarsi a usare le nozioni astratte e logiche, ma anche le metafore, le analogie, le immagini figurate. Nei sistemi filosofici relativamente avanzati dell’antichità numerose categorie fondamentali portavano l’impronta d’un riflesso simbolico e metaforico del mondo

Ciò è ancora più vero nelle filosofie antiche dell’India e della Cina. La costruzione concettuale, qui, non è quasi mai separata da una base immaginifica. L’idea anzi veniva espressa più sotto una forma artistica che non astratta e l’immagine appariva come il modo principale di percepire la realtà dell’essere.

Questa esigenza simbolica e metaforica è presente anche nella sfera scientifica, che pur è sottoposta a standard logici assai rigorosi. Ed è presente anche nella letteratura, nelle arti, nella critica estetica, nel pensiero politico e giuridico, nel senso comune: Manzoni e Leopardi, Tolstoi e Dostoievski hanno saputo esprimere in un linguaggio letterario un coerente sistema filosofico, paragonabile a quello di Schopenhauer o di Hegel.

Resta comunque significativo che l’apparizione della filosofia, come modo particolare di conoscenza del mondo, emerga nel corso di un periodo segnato da una delle svolte più radicali dell’evoluzione sociale.

Per tanto possiamo asserire che la filosofia deve anche risolvere problemi inerenti alla concezione del mondo: il significato della vita, il valore intrinseco delle cose, ecc. Essa cioè deve elaborare e sviluppare categorie e principi che le scienze naturali, in seguito, selezioneranno, per farne propri fondamenti filosofici. In particolare, le scienze naturali assumono quei principi che servono loro a comprendere i rapporti dialettici e assai mutevoli di soggetto e oggetto, di uomo e natura, di ambiente e civiltà

La forte presenza del cosiddetto ‘fattore umano’ (si pensi alla biosfera, ai sistemi uomo-computer, alla genetica umana, ecc.) costringe tutte le scienze ad affrontare in maniera sempre più sistematica e approfondita gli aspetti ontologici e normativi della concezione del mondo

Oggi riusciamo ad avere coscienza di una grande complessità delle cose. Ciò sta a significare che l’esperienza della morte dei singoli individui non c’impedisce di comprendere sempre meglio la complessità o comunque la vera essenza delle cose.

Praticamente il genere umano non muore mai come genere. Progredisce all’infinito, in forme e modi che per il momento non possiamo sapere. Il genere umano potrebbe progredire così tanto, potrebbe maturare una coscienza così grande da avvertire come troppo stretti, troppo angusti, i confini universo.

E’ probabile, sotto questo aspetto, che lo scopo dell’universo sia quello di far prendere coscienza all’uomo della propria infinità. C’è dunque nell’universo un finalismo che solo dal punto di vista dell’uomo possiamo comprendere. Microcosmo e macrocosmo si equivalgono.

Non dobbiamo quindi dimenticarci che quanto più ci avviciniamo alla comprensione di tale finalismo, tanto più avvertiamo l’universo come troppo piccolo per la nostra coscienza. Esiste quindi una responsabilità cui non possiamo sottrarci: l’umanità ha il compito di evolvere verso l’autocoscienza. Qui forse sta il senso della irreversibilità del tempo.

elab.gsm -le immagini sono riprese dal web

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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