G. Verga-sintesi-vita e opere.

0

GIOVANNI VERGA e il VERISMO

Giovanni Verga nacque a Catania il 2 settembre 1840, discendente da una famiglia di antica nobiltà rurale. Il nonno fu deputato al Parlamento siciliano. Lo scrittore ebbe cinque fratelli e trascorse l’infanzia e l’adolescenza in Sicilia, scrivendo giovanissimo per i giornali e componendo romanzi storici a imitazione di Alessandro Dumas, scrittore allora assai noto. Frequentò scuole private, si iscrisse alla facoltà di  Legge dell’università di Catania, senza conseguire la laurea, perché impegnato nel lavoro letterario. In questo suo proposito venne pienamente appoggiato dal padre, che contribuì alle spese delle prime pubblicazioni.
Fra il 1865 e il 1871 visse a Firenze, a quel tempo capitale d’Italia, dove ebbe i primi contatti letterari e relazioni e successi mondani.

Dal 1872 al 1893 abitò a Milano, dove fu in stretto contatto con gli ambienti letterari, che facevano di Milano la città più viva d’Italia. Importante fu l’amicizia che strinse con Capuana e con Arrigo Boito. Nonostante le molte relazioni amorose, ma non si sposò mai.
Inariditasi la vena creativa, si ritirò a Catania, dove morì il 27 gennaio 1922, quasi in solitudine, in seguito a una trombosi, assistito dalla nipote adottiva e dal fedele De Roberto.

Le opere
Amore e patria; I carbonari della montagna (1862); Sulle lagune (1863); Una peccatrice (1866); Storia di una capinera (1871); Eva (1873); Nedda (1874); Tigre reale (1875); Eros (1875); Primavera e altri racconti (1876); Vita dei campi (1880); I Malavoglia (1881); Il marito di Elena (1882); Novelle rusticane (1883); Per le vie (1883); Cavalleria rusticana (opera teatrale, 1884); Drammi intimi (1884); In portineria (opera teatrale, 1885); Vagabondaggio (1887); Mastro don Gesualdo (1888); I ricordi del capitano d’Arce (1891); Don Candeloro e C.i (1894); Dal tuo al mio (1906)
L’attività letteraria di Verga si divide schematicamente in due fasi: nella prima compose romanzi e novelle di studio dell’alta società e degli ambienti artistici. In questi romanzi (Una peccatrice, Storia di una capinera, Eva, Tigre reale, Eros) marcato è il dato autobiografico, forse c’è persino un bisogno di arricchire la propria esistenza con  avventure affascinanti, ma realistiche. Associata, vi è la volontà di compiere un’analisi della società contemporanea, in special modo dei ceti alti, mettendone a nudo le magagne sentimentali e le menzogne convenzionali. Verga rappresenta già dei “vinti”: tra i suoi personaggi vi è la dama che si avvelena per amore, la giovane che diventa monaca per volere della famiglia, il pittore sconfitto nelle sue ambizioni artistiche e nella sua passione per una ballerina, le passioni distruttive di una contessa russa morta di tisi.

 
Il verismo
Il verismo italiano costituisce lo sviluppo del naturalismo francese. Nella seconda metà dell’Ottocento, in Francia, Gustave Flaubert pubblica Madame Bovary, che viene accolta fra consensi di critica e guai giudiziari. Con quest’opera si fa iniziare il naturalismo. Essa si pone l’obiettivo di rappresentare oggettivamente la realtà, senza l’intervento diretto dello scrittore. C’è un distacco dell’autore dall’opera che scrive, che non viene influenzata da ideologie e dai valori morali personali.

I fratelli Goncourt aggiungono un altro principio: l’opera deve essere un documento del reale. Il romanzo deve trarre ispirazione da un episodio realmente accaduto. Ci deve essere un rapporto diretto con la realtà. Esigenze di scientificità che approdano poi al romanzo sperimentale di Zola, Teresa Raquin.
Nel romanzo sperimentale si rappresenta l’uomo come prodotto delle condizioni ambientali e di ereditarietà di carattere. Ciò porta a una denuncia della società. I condizionamenti sociali si manifestano con maggior forza fra gli strati più umili. Zola rappresenta perciò i bassifondi di Parigi. La sua visione della vita è deterministica; le sue opere propongono un uomo innocente, condizionato dalla famiglia e dalla società.
Capuana mette insieme i seguenti caratteri: l’impersonalità, la rappresentazione del reale, il romanzo sperimentale del naturalismo francese. Dà così l’avvio a una tendenza letteraria: il verismo, che si propone l’impersonalità nel ritrarre il reale. Siccome la realtà più urgente per noi sono la questione meridionale e le questioni sociali, il verismo diviene lo specchio della società meridionale. I caratteri della produzione verista sono il regionalismo, il provincialismo. Gli alfieri del verismo sono meridionali: Serao, Deledda, Capuana, Verga. Minore è il verismo settentrionale.

La fase verista: la poetica
Nel 1874 esce Nedda. Verga vi racconta la storia di una povera raccoglitrice di olive, vittima della miseria. Verga, in questa novella, non rappresenta più il mondo brillante dell’alta società milanese o fiorentina, ma quello umile e chiuso di un borgo siciliano. La nuova fase dello scrittore si arricchisce, in poco più di una dozzina di anni, di due raccolte di novelle, Vita dei campi  dell’80 e Novelle rusticane dell’83.
Progetta, intanto, un ciclo di cinque romanzi, I vinti, e ne scrive i primi due, I Malavoglia dell’81 e Mastro Don Gesualdo dell’88, cui intercala un altro romanzo, Il marito di Elena, dell’82, incerto fra la vecchia maniera e la nuova.

Queste opere sono tutte ambientate in Sicilia, intorno a quella Catania che Verga conosceva perfettamente e a cui era legato da profondo affetto; i protagonisti sono uomini delle classi subalterne, contadini, pastori, pescatori, artigiani, arricchiti e no; se i personaggi sono individui appartenenti ai ceti elevati, si tratta quasi sempre di nobili di paese, lontani dal sentire e dai gusti dei personaggi verghiani di una volta.
I Malavoglia sono la storia di una famiglia, che cerca di emergere dalla miseria e conquistarsi condizioni di vita migliori; Mastro don Gesualdo inscena la sconfitta di chi, vinta la battaglia per una migliore condizione economica, aspira alla promozione sociale, sperando di conquistarla tramite un matrimonio che lo leghi alla nobiltà di un grosso borgo di provincia.
I tre romanzi non scritti del ciclo dei vinti, dovevano narrare la sconfitta di quella vanità aristocratica che può sussistere soltanto a un alto livello sociale ed economico (La duchessa di Leyra); la sconfitta nelle ambizioni politiche tese alla conquista del potere (L’onorevole Scipioni); la sconfitta nella più alta ambizione possibile, nell’aspirazione dell’artista alla gloria (L’uomo di lusso).

L’ideologia
Verga esprime la propria posizione ideologica in una novella di Vita dei campi, dal titolo Fantasticheria. Egli si immagina di recarsi ad Aci Trezza, il paese de I Malavoglia, in compagnia di una signora del gran mondo che, appena arrivata, mostra un fatuo entusiasmo per quella vita semplice, ma già il giorno dopo non ne può più e non capisce come altri possa condurvi l’intera esistenza. Mentre Verga, polemizzando  la frivola superficialità della dama, afferma la sua adesione morale al coraggio virile con cui quegli uomini affrontano la vita.
Nelle sue opere più mature non vi è idillio, non vi sono “lavoratori sapienti”, come quelli rappresentati dal Prati, che vanno al lavoro cantando, non vi è traccia del fastidioso e offensivo paternalismo, né di un facile ottimismo, ma vi imperversa la tragedia e il pessimismo virile; un intero mondo subalterno viene visto nella sua autonomia, composto non più da “buoni selvaggi” o da “buoni popolani” fra cui ritirasi arcadicamente, ma di uomini con cui trattare da persona a persona.

La visione di Verga è tragica e pessimista. Lo scrittore non crede nella Provvidenza e Dio è assente dai suoi libri. Non è nemmeno un socialista che creda in un trionfo finale del quarto stato, ottenuto attraverso l’unione  e la lotta. Verga, invece, condivide la passione del suo tempo per la scienza e l’analisi sociologica e riesce a cogliere il moto e lo sforzo incessante verso il progresso; ma a lui interessano di più “i vinti”, quelli che cadono lungo la strada; egli sa essere solo il poeta di chi resta ai margini, mentre la marea procede oltre.

L’ideologia sociale
La concezione della vita di Verga era tipicamente “borghese”. Tuttavia molti erano gli elementi positivi: il superamento dello stato d’animo contraddittorio con cui egli guardava nelle sue prime opere l’alta società; il superamento del paternalismo ambiguo proprio della letteratura sociale dei “moderati”; la scoperta della dignità e dell’umanità delle plebi; l’analisi del risvolto negativo del progresso così mitizzato dai contemporanei e quindi delle lacrime e del sangue di cui grondava, dietro l’ottimismo e la facciata rilucente, il secondo Ottocento. Ma proprio perché borghese e quindi incapace di immaginare una società diversa, Verga guardava al presente e al futuro con pessimismo. Flirtò addirittura col nazionalismo.
Ne I Malavoglia, la critica ha sottolineato concorde il momento corale: storia di una famiglia, il romanzo si trasforma nell’epopea di un mondo unito nel destino e negli affetti e canta il lavoro, il legame con la tradizione, l’unità familiare, il culto del focolare domestico: non a caso il centro della vicenda è “la casa del nespolo”, perduta e poi riconquistata.

In Mastro don Gesualdo, il pessimismo di Verga è ancora più cupo. Intorno al protagonista si agita un mondo di piccoli uomini voraci e pettegoli, tutti presi nella morsa della passione economica. Mastro don Gesualdo è visto come un eroe del lavoro, della tenacia, della forza che vince gli ostacoli e conquista, faticosamente, palmo a palmo, la sua “roba”, finche la volontà di ottenere una promozione sociale lo travolge ed egli è sconfitto nei suoi affetti e muore.

L’arte e la lingua
Verga non ha mai delineato organicamente la sua poetica. Tuttavia la si può dedurre, oltre che da molte altre sue lettere, da una in particolare all’amico romanziere Salvatore Farina, premessa alla novella L’amante di Gramigna.

Verga accettò le linee generali del naturalismo francese, nella mediazione dell’amico Capuana; non accettò troppo il tema della razza o dell’ereditarietà, per quanto nel Mastro don Gesualdo non manchi qualche accenno; rappresentò l’ambiente e il momento storico, come elementi necessari alla spiegazione della psicologia dei singoli; i personaggi non vengono descritti, ma calati nell’azione, in modo che il loro animo si sveli attraverso il comportamento.

Verga concepì il romanzo come occasione di un’indagine critica della società, che ne comprendesse tutti gli strati sociali, dai più bassi ai più alti; accetto pienamente il principio dell’impersonalità. La lingua di cui si servì era composta di espressioni, vocaboli, costrutti propri del dialetto, a caratterizzare le persone messe in azione e a nascondere ancora meglio l’autore.
Caratteristiche delle opere
Amore e patria
Romanzo d’esordio, giovanile, in cui l’autore racconta un episodio della guerra di indipendenza degli Americani del Nord contro la Gran Bretagna.

L’opera mescola la passione amorosa a quella patriottica; gli uomini sono o eroi indomiti o vili traditori.
I Carbonari della montagna
Ambientazione in Sicilia e Calabria, dove i carbonari conducono nmel 1810-12 una guerra partigiana per l’indipendenza.
Un romanzo storico, la cui materia sono ancora l’amore e la patria, il tutto condito di sentimenti antifrancesi.
Il protagonista è Corrado, un eroe puro che morirà divenendo “oggetto della venerazione di tutte le genti d’Italia”.
Lo stile è caratterizzato da una aggettivazione fiorita. Il romanzo anticipa alcuni temi che saranno poi sviluppati nelle opere maggiori.

Sulle lagune
Il terzo romanzo giovanile di Verga è ambientato a Venezia, di cui viene fornito un ritratto di maniera.
Si avverte l’influsso dell’Ortis sullo stile e sui contenuti. Le passioni sentimentali si intrecciano su quelle patriottiche. Un ufficiale dell’esercito austriaco si innamora di una veneziana. Il romanzo, che adotta la forma epistolare allora in voga nelle opere romantiche, si distingue per un maggiore approfondimento psicologico.

Una peccatrice
Pietro Brusio è un giovane catanese studente di Legge, che concepisce una travolgente passione per Narcisa Valderi, l’avvenente moglie del conte di Prato. Dapprima respinto, il giovane ottiene, grazie al successo letterario arrisogli con un dramma che lo rende famoso, l’agognato amore della donna.
La realizzazione dei desideri porta tuttavia la stanchezza. Preso atto della fine del loro amore, la donna si uccide. Il giovane resosi conto che il suo successo letterario è effimero fa ritorno al paese natale.
Pietro e Narcisa sono già due prototipi di quei “vinti”, che animeranno i romanzi maggiori di Verga.
Una peccatrice risente di una certa enfasi stilistica.

Storia di una capinera
Romanzo di “genere romantico e sentimentale ” ricorra ancora alla forma epistolare.
Una giovane educanda, Maria, a causa dello scoppio di una epidemia di colera, abbandona il convento e si ritira in campagna con la famiglia. Durante questo soggiorno si innamora, corrisposta, dio un giovane, Nino, che finirà però con lo sposare la sorellastra di Maria, Giuditta, cui andrà una ricca dote.
Tornata in convento, Maria si macera d’amore per Nino. Assiste dalla terrazza, col cuore spezzato, alle effusioni amorose dei novelli sposi, che sono venuti ad abitare proprio lì vicino. Il dolore, lo strazio condurranno Maria alla morte.

I toni sono spesso melodrammatici e esageratamente sentimentali. I critici, all’uscita del romanzo, vi ravvisarono la tesi sociale della condanna all’istituto della monacazione forzata. È vero, invece, che già in questo romanzo si avvertono il dolore e la solitudine che attanagliano i protagonisti della letteratura verghiana.

Eva
Enrico Lanti, un giovane pittore privo di mezzi, ma sensibile si innamora, essendone ricambiato, di Eva, un’attrice di teatro abituata a corteggiatori facoltosi.
Per amore di Enrico, Eva lascia il teatro, la carriera, il lusso, consapevole che così perderà molto del suo fascino agli occhi del suo nuovo amante.
Infatti, la quotidianità e la mancanza di denaro affievoliscono i sentimenti di Enrico. A questo punto la donna se ne va, riaccendendo in lui l’antica fiamma del desiderio.
Enrico finirà con l’uccidere il nuovo amante di lei e di lì a poco morirà di tisi in seno alla famiglia di origine.
La critica rimprovera a questo romanzo lo stile enfatico e l’aggettivazione troppo pletorica.
Intense le due figure di donna rappresentate: Eva, l’amante in grado di sacrificare tutto sull’altare dell’amore e la madre di Enrico, dignitosa col suo dolore immenso, ma silenzioso e rassegnato.
Nedda
Storia di una raccoglitrice d’olive, una creatura elementare, schiacciata anche nel fisico dalla povertà. Nedda  lavora per mantenere la madre ammalata; si innamora di Janu, che viene colpito dalla malaria. Perse tutte le persone a lei care, Nedda rimane sola e disperata, oppressa dalla malvagità e dalle incomprensioni di chi le sta accanto.

L’opera segna il passaggio al “verismo”, non è tuttavia un’opera completamente verista. Di verista c’è la concezione della vita, intrisa di amarezza e di fatalismo. Nedda accetta come inevitabile il dolore. Il linguaggio impiegato cerca di essere aderente alla realtà del personaggio rappresentato.

Tigre reale
Giorgio La Ferlita, un giovane siciliano, che ha intrapreso la carriera diplomatica, di bell’aspetto e di esaltata immaginazione si invaghisce della contessa russa Nata, donna avida e capricciosa.
A questa femme fatale fa da contraltare, nel romanzo, Erminia, la moglie siciliana di Giorgio, austera, semplice, dedita agli affetti e alle cure domestiche.

Eros
Il mondo elegante e raffinato è qui fatto oggetto di ironia, se ne denuncia la vacuità.
Alberto Alberti è uno scettico dalla viva intelligenza e dalla esasperata immaginazione, che passa da un amore all’altro.
La cugina Adele cerca di salvarlo dal suo nichilismo sposandolo e dandogli quegli affetti famigliari che gli sono sempre mancati. Ma fallirà. Morirà, anche per colpa del marito, il quale si suicida con un colpo di pistola.
Primavera e altri racconti
Novelle eterogenee, che hanno come denominatore comune l’amore e la ricerca del vero, al di là di ogni scuola letteraria.

Vita dei campi
Riprende l’ambiente e i personaggi di Nedda. Vi è la Sicilia delle classi diseredate. Vi è chi combatte per il pane e la sopravvivenza. I personaggi non sono più animati da passioni intellettualizzate, bensì da problemi pratici, da passioni istintive, non deformate dalla cultura. Si tratta di un mondo di gente semplice, nel quale risulta evidente la dura legge della sopravvivenza.. In evidenza particolare la violenza primitiva delle passioni immediate. Le annotazioni sul paesaggio sono estremamente sobrie.

Questa raccolta di novelle inizia una fase nuova nella produzione di Verga, che assimila la lezione del naturalismo francese. Forte si fa l’aspirazione al vero, alla scientificità, alla oggettività, a quella impersonalità di cui era stato maestro Flaubert.
Si assiste inoltre a una rivoluzione stilistica: l’autore scompare e il suo posto è preso dalla voce narrante popolare.

I Malavoglia
Padron ‘Ntoni, capo di una famiglia di Aci Trezza, un paese a nord di Catania, ha un debito con lo zio Crocifisso per una partita di lupini malauguratamente perduta in mare nel naufragio della “Provvidenza”, in cui il vecchio capofamiglia perde anche il figlio Bastianazzo.
Per pagare il debito, i Malavoglia compiono rinunce dolorose: sono costretti a vendere la casa del nespolo, che verrà poi ricomprata dal minore dei nipoti di padron ‘Ntoni. Numerose le sventure che, nel corso della vicenda, si abbatteranno sulla famiglia. Molti i personaggi che compaiono nella narrazione. Oltre a padron ‘Ntoni ci sono: Maruzza, detta la Longa, moglie di Bastianazzo, morirà vittima del colera e i cinque figli:  ‘Ntoni che, frequentando cattive compagnie finirà in carcere per contrabbando e, uscito dal carcere lascerà il paese; Mena, che, innamorata del carrettiere Alfio, non potrà sposarlo per le difficoltà economiche; Luca, il secondogenito di Bastianazzo, che muore nella battaglia navale di Lissa del 1866; Lia, che, oggetto di pettegolezzi di paese, se ne andrà per fare la prostituta e Alessi, che ricomprerà la casa di famiglia e continuerà l’attività del nonno; inoltre Nunziata (sposerà Alessi); il sensale Pièdipapera; il brigadiere don Michele, Santuzza (l’ostessa).
Padron ‘Ntoni è il patriarca della famiglia. Egli trova la forza per combattere la sventura. I tre cardini della sua esistenza sono: la casa del nespolo, l’unità familiare, l’onestà. Il vero vinto del romanzo è il giovane ‘Ntoni. La Longa è una donna schiva, riservatissima, ma di affetti profondi. L’amore materno è in lei profondissimo. Si manifesta quando la donna accompagna Luca, quando Luca stesso muore. Ella sembra identificarsi con l’Addolorata.

Aci Trezza è il luogo che vede il corso degli eventi. Povero paese di pescatori, ha vecchie case con gli scogli davanti. Gli avvenimenti politici giungono qui molto attutiti. Vengono recepiti in paese soltanto quegli avvenimenti che incidono profondamente sulla vita della gente. C’è pure qualche sporadico fermento rivoluzionario, per esempio lo speziale, ma prevale il pessimismo nei confronti della giustizia e della sua amministrazione, verso lo stato che ruba gli uomini migliori per arruolarli nell’esercito. L’ambiente è quello tipicamente paesano, che riassume le caratteristiche dell’isola: il pettegolezzo, i luoghi comuni dettati dall’ignoranza. Protagonista del romanzo è, in fondo, tutto il paese. Si è parlato di coralità de I Malavoglia. I personaggi del romanzo non sono generici, ma ogni personaggio ha una propria autonomia artistica.
Il marito di Elena

La protagonista è una sorta di Madame Bovary, insoddisfatta del proprio stato, cui il debole marito ha sacrificato i propri averi per consentirle una vita lussuosa.
Romanzo di analisi psicologica.

Novelle rusticane
Il fattore economica domina povere vite; ci si arrabatta per la roba.

Per le vie
Ambientato a Milano, ha per protagonisti i poveri, i derelitti, gli emarginati, gli umili. I temi trattati sono: la lotta per la vita, le solitudini, le piccole ambizioni, gli egoismi.

Vagabondaggio
Emerge un pessimismo sempre più cupo. Esistenze intrise di gelosia, malinconia, solitudine, egoismo, continuo vagabondare alla ricerca di una condizione migliore.

Mastro don Gesualdo
Gesualdo Motta è un intraprendente e ricco uomo di Vizzini. Si è costruito la sua ricchezza con le sue forti mani di lavoratore. Sposa Bianca Trao, discendente di una nobile famiglia decaduta e con questa progressione sociale aumenta il suo prestigio: i suoi affari migliorano ancora, ma la vita non gli dà che amarezze. La moglie e la figlia non lo amano ed egli morirà di cancro, a Palermo, in una solitudine dolorosa e tragica, nel palazzo del duca di Leyra, marito della figlia Isabella. Partecipano alla vicenda anche altri personaggi: Speranza, sorella di don Gesualdo, il canonico Lupi, la baronessa Rubiera, don Diego e don Ferdinando Trao, fratelli di Bianca, Diodata, la serva devota di don Gesualdo.

Mastro don Gesualdo è un titanico uomo solitario, energico, volonteroso, orgoglioso. Di fronte alle difficoltà e alle inquietudini sa rimboccarsi le maniche, rialzarsi, lottare. La fatica fisica e spirituale cui si assoggetta rende il suo culto per la roba privo di grettezza e di alto valore etico. Ha un bisogno insaziato d’affetto, che né la moglie, gelida e distante, né la figlia che assomiglia come carattere alla madre sanno colmare. La sua morte assurge alla dignità della tragedia. Egli muore solo, in un palazzo che gli è estraneo, fra gente cui è indifferente o inviso, mentre il suo patrimonio viene dilapidato dagli eredi, rendendo vana ogni sua fatica e svuotando di significato la sua esistenza.

Sullo sfondo la storia, il declino fisico e morale della nobiltà siciliana e l’ascesa della borghesia fondiaria.
I ricordi del capitano d’Arce
Racconti che prefigurano l’incompiuto romanzo del ciclo dei vinti La Duchessa di Leyra.

Don Candeloro
Racconti di povera gente, avventure di artisti girovaghi, miseri guitti di provincia, storie di arrampicatori sociali, ambienti sociali regolati dalla legge dell’utile.
Il tono usato dall’autore è sarcastico e grottesco.

Dal tuo al mio
Ultimo romanzo di Verga mette in scena il dramma della nobiltà decaduta, ridotta ad arabattarsi alla bell’e meglio per tirare avanti e nascondere il più possibile la miseria; nel contempo, l’ascesa della piccola borghesia che lotta per impossessarsi della peroprietà e la questione “sociale” degli zolfatari.

Rosso Malpelo
Malpelo può sembrare un malvagio, seppure di una malvagità innocente e selvatica. In realtà la sua malvagità è il modo istintivo con cui egli si difende dagli uomini ed esprime la sua protesta di accattone, di sottoproletario condannato ai ferri, trattato a colpi di badile e di cinghia dal soprastante e persino dai compagni di lavoro. In questa creatura del limbo, costretta a vivere sotterra, ignara di ogni cosa che non siano la fatica e le battiture, è sorta per istinto una filosofia degna del Machiavelli, di una logica implacabile. La malizia è l’unico mezzo che gli è concesso per sfogare il suo oscuro istinto di rivolte, di ribellione inconsapevole. Il linguaggio, che pare derivato tutto dall’ambiente, non rivela mai l’intervento del letterato; come se il paese stesso, o meglio un diarista del popolo, raccontasse la vicende del protagonista.
Interessante anche la tecnica del racconto, che non procede ordinato, conforme ad uno schema logico di vicende, ma per aggiunzioni, riprese, ritorni su motivi tralasciati; quasi si trattasse di una rievocazione corale ad opera di un gruppo di cavatori, dinnanzi a una fiammata di sterpi.

Conclusioni. Nell’opera di Verga sono racchiuse la complessità e la ricchezza della vita. Egli compone, con le sue opere letterarie, un grandioso affresco dell’esistenza passando dai toni malinconici, drammatici, tragici a quelli ironici, comici, umoristici.

Un filo conduttore dell’opera di Verga può essere rinvenuto nell’amore, quello di “lusso”, esasperato, verboso, travolgente e quello essenziale e silenzioso delle persone semplici.
Egli, inoltre,  procede a uno scavo approfondito della natura umana, analizza e  rappresenta l’inesausta lotta per la vita, inscena le solitudini che si sviluppano in un mondo inospitale.

Verga “dà alle sue creature dimensione poetica universale mediante uno stile epico-lirico unico, straordinariamente suggestivo, scaturito da felice “contaminatio” tra lingua e dialetto”. (Zappulla Muscarà)
D.H. Lawrence definì Verga uno scrittore “omerico”, reincarnazione del genio ellenico, il solo scrittore moderno che possa contrapporsi a Dostoevskij.

Bibliografia
Russo, L. Giovanni Verga. Bari, Laterza, 1995
Zappulla Muscarà, S. Invito alla lettura di Verga. Milano, Mursia, 1984
Romano, M. Come leggere I Malavoglia di Giovanni Verga. Milano, Mursia, 1983
Mezzanzanica, M. Come leggere Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga. Milano, Mursia, 1986

post.da g.m.s.

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

Rispondi

Translate »
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: