il mito del silenzio…

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il mito del silenzio femminile

Il mito, afferma il filologo K. Kerényi, ha la facoltà di rendere il mondo “molto più trasparente per lo spirito di quanto non faccia una spiegazione scientifica”. Si può allora tentare di analizzare il tema del silenzio femminile attraverso alcuni racconti trasmessici dalla cultura greca, culla della filosofia e della civiltà occidentale. A cosa allude il mito di Filomela, la fanciulla cui viene tagliata la lingua? Perché Zeus divora Metis (la “mente” femminile) e partorisce dal capo Athena, figlia del solo padre. A chi dava fastidio l’arte di Aracne? E, infine, quale muta ribellione tesseva Penelope?

Ovidio, nelle sue Metamorfosi, racconta il duello “intessuto” (parola appropriata visto che si trattava di tessere la tela più bella) fra la mortale Aracne e la dea Athena. Sulla tela intrecciata da Aracne compare la storia di Filomela, qui spunto per un breve discorso sulla marginalità del pensiero femminile nel mondo greco e, per esteso, nel mondo mediterraneo fino al XX secolo. Il mito di Filomela racconta il silenzio delle donne, la violenza con cui questo silenzio è imposto dal codice patriarcale e le strategie femminili per esprimere il proprio pensiero.

Filomela, figlia del re di Atene, viene invitata dalla sorella Progne, sposa del trace Tereo, a farle visita. Il padre consegna la ragazza al genero raccomandandogli lealtà in nome della parentela e delle leggi divine. Tereo, invaghitosi della cognata, durante il viaggio la stupra. Per impedirle di raccontare la violenza, le taglia la lingua e l’abbandona in un bosco.

Filomela costruisce allora un rudimentale telaio e ricama lo stupro subito. Il fare diventa dire, è la famosa “voce della spoletta” di cui parlano alcune studiose, simbolo della strategia femminile dell’aggirare con espedienti vari il divieto. La mutilazione di Filomela, punita per aver “gridato” il sopruso subìto, si può intendere in senso metaforico come una “mutilazione culturale” della parola femminile di fronte alla violenza dell’imposizione del codice maschile e patriarcale che non la rappresenta e non le lascia voce per dirlo. Gesti, opere, segni esprimono allora il pensiero inespresso delle donne comuni. Un pensiero concreto, dissolto dal tempo, cui non si concede, come a quello maschile, alcuna eternità.

Che altro ci dice il mito di Filomela? Dopo lo stupro, l’alleanza fra donne e il sovvertimento dell’ordine costituito. Tramite una serva, la fanciulla ammutolita invia il messaggio alla sorella Progne, che l’intende e corre a liberarla. Esse “tessono” insieme la vendetta contro Tereo, uccidendone il figlioletto Iti e imbandendone le carni.

Tutti i personaggi del mito vengono poi trasformati in uccelli: Tereo in upupa predatore, Progne in rondine che piange e Filomela in usignolo. La metamorfosi perpetua l’agressione. Tra la violenza di Tereo e la vendetta delle donne, c’è la resistenza del tessere, di un gesto che si oppone al silenzio.

Molti sono gli elementi intrecciati nel mito: la rivalità fra la barbara Tracia e la civile Attica, il trasformarsi delle donne in Baccanti come nelle feste rituali (in cui ci si riappropriava della propria forza generativa e distruttiva) la metamorfosi di Progne in rondine il cui canto rimanda al pur sempre incomprensibile “cicaleccio” femminile.

Ma interessante è notare come lo stupro sia anche l’impronta di quel “ratto”, di cui vediamo numerosi esempi su vasi e coppe greche, atto simbolico che strappa la figlia alla casa d’origine e la trasporta ad altra destinazione. O la punisce, se renitente all’unione.

La condizione di nubile in Grecia significava infatti il fallimento della donna, la sua inutilità, mentre il matrimonio si poneva al centro della vita femminile, tanto da dirsi che “il compimento è il matrimonio”. Materia-matrice-madre ella assolveva il dovere sociale e biologico di riprodurre la specie e perpetuare la famiglia per il ghenos e la polis. Le fasi in cui è ancora fanciulla o biologicamente non più produttiva risultavano come situazioni “ai margini”, più libere e rischiose.

Oltre a questi periodi la donna, chiusa nell’oikos ed estranea alla polis, viveva momenti “fuori norma” solo nei riti di passaggio e nelle feste femminili attraverso le quali, pur funzionali alla sua integrazione nella società, ella giungeva al riconoscimento del sé. Uno dei momenti di contatto col sé femminile consisteva nelle feste dionisiache che vedevano le donne greche radunarsi fuori città, nei boschi, e compiere sacrifici. Esse richiamavano antichi miti, inquietanti per l’uomo, come quelli delle figlie di Minia, di Medea o delle stesse Filomela e Progne. Le Menadi impazzite rappresentano il “folle” ritorno alla dimensione originaria, al contatto con la natura. L’allontanamento dalle attività domestiche di tessitura, l’uccisione e lo “sbranamento” dei figli interpretano nel mito il rigetto della componente produttiva e riproduttiva, che sola rendeva le donne cittadine rispettate.

Il campo delle indagini sull’argomento è troppo vasto anche solo per sfiorarlo e tocca i più diversi ambiti. Se consideriamo soltanto la Grecia antica, cui il pensiero torna continuamente, dovremmo ricordare, come indica Giampiera Arrigoni nella prefazione a “Le donne in Grecia”, che non si può parlare della donna ellenica in generale. Tuttavia pur nelle differenze temporali (la condizione femminile nella Grecia arcaica o classica), geografiche (la relativa libertà delle donne spartane rispetto a quelle ateniesi), biologiche (maggior libertà di movimento delle anziane rispetto a fanciulle, madri e spose) esse erano sempre “sottoposte al duplice vaglio della considerazione o svalutazione sociale, misurate a partire da un modello normativo” modello che si può riconoscere negli appellativi di mèter, madre, e oikodèspoina, padrona di casa. Funzionale al benessere dell’uomo e alla continuazione della specie ella rientrava nella categoria dell’ “utile”, come la terra, la rendita fondiaria e gli schiavi. Permetteva all’uomo la libertà di pensare e di agire nella “polis”.

Nella “norma” quindi sono rari i momenti in cui la donna può esprimersi e per lo più in ambienti chiusi, come la casa o i tiasi. La sua voce fuori non si sente, se ne coglie l’eco negli oggetti, nei comportamenti ritratti, nelle testimonianze maschili (“eco” è la ninfa che parla nel vuoto, che dice il suo amore per l’uomo che contempla se stesso). L’uomo non le consente la parola: “Io zitto di fronte a te, maledetta che porti un velo in testa?” (Aristofane, Lisistrata) e, secoli dopo, “Le donne nelle assemblee tacciano perché a loro non è consentito di parlare” (Paolo, Cor 14, 34) poi ancora, dopo quasi due millenni, “La donna è suolo muto” (Luce Irigaray, Speculum).

Il pensiero femminile, per quanto saggio, non trova espressione di genere, la donna è “senza voce”. Tanto radicato è questo atteggiamento di proibizione da diventare autointerdizione, struttura psichica che si “autovela”. Nel celebre saggio Con voce diversa di Carol Gilligan, una ragazza di oggi pone la domanda di sempre: “Devo dire quello che penso, o quello che penso davvero?”. A tal punto l’espressione del pensiero femminile ha imparato attraverso i secoli a celarsi per non essere ridotto al silenzio assoluto.

Eppure in linea teorica gli antichi filosofi riconoscono due generi, maschile e femminile, ma in realtà inglobano il pensiero femminile nel proprio, come Zeus fa con Meti. Fanno perciò proprie e utilizzano metafore relative alla gestazione, al parto o alla tessitura per definire il proprio lavorìo logico, come Platone nel Simposio. Riconoscono qualità mentali simili nei due sessi (come nel celebre passo di Repubblica che ipotizza donne come reggitori della città e affermano che nelle donne esse non emergono per “mancanza di educazione”, ma ne riservano briciole alle etere, uniche ammesse al simposio maschile.

Il discorso di un uomo in realtà si rivolge ad altri uomini, quelli che si incontrano nell’agorà, esseri affini che si riconoscono come la metà del sesso migliore separato da Zeus (rimando qui al mito di Eros raccontato da Aristofane nel Simposio planoniano). Eros li ricongiunge sotto il segno dell’Afrodite Celeste “non nata da madre”. E’ un eros omo-sessuale (o perlomeno misogino) che ha fini elevati. Nel Simposio l’amore viene trasferito dal piano del desiderio erotico a quello del desiderio di sapere. Gli uomini si attraggono sulla base delle virili, razionali, virtù e si fecondano spiritualmente. Con costoro si fanno “figli più belli e più immortali” dei figli di donna: le opere del pensiero. I figli delle donne sono corpi fragili, destinati alla morte, i figli dell’uomo pensieri eterni. Violazione violenza e condanna al silenzio ammoniscono infine le giovani come Filomela al rischio di non essere ancora protette dall’unico status riconosciuto di moglie, di madre, di cittadina che vale.

F. Gabrielli -Milano Università degli studi

 

 

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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