Una storia che oggi vale la pena rileggere….

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Phoney Money – Una vecchia storia che oggi forse vale la pena rileggere – anche se……

“Nessuno è disposto a giurarlo, ma il sussurro che personaggi quali Antonio Maccanico, Lamberto Dini, Carlo Azeglio Ciampi, Enrico Cuccia siano affratellati dalla squadra e dal compasso, è dilagante”.

Sei febbraio 1996. E’ Il Foglio di Giuliano Ferrara a lanciare il sasso nello stagno. “Oggi – annunciava il quotidiano milanese – sono in molti a credere che la libera muratoria stia per uscire dai tempi bui e infangati a cui era stata condannata dalle vicende della loggia P2 di Licio Gelli… ed è facile per chi attende o teme la rinascita della massoneria snocciolare i nomi di questa casta di tecnocrati, o se si vuole, servitori dello Stato, che si fa avanti sulla scena politica, a riprova del suo rinnovato elan”.

Un rinnovato impeto che non meraviglia lo storico della massoneria italiana, Aldo Alessandro Mola (“La loggia è l’ alternativa operativa alle chiese o ai partiti per svolgere un servizio nell’ interesse dello Stato”) e preoccupa – meglio, indispettisce – Lucio Colletti. Che avverte: “E’ in corso un’ operazione di sostituzione della politica, in cui una serie di oligarchie e di interessi corporati e protetti, che prima erano coperti dalla grande cupola dc, vengono in primo piano cercando di darsi una rapprsentanza politica e aggregando tutto.

Si va dagli interessi dell’ andreottismo romano, agli interessi che fanno capo a parte della finanza laica e anche a una parte consistente della massoneria”. “Non ho nulla contro la massoneria – conclude il filosofo – ma è un interesse organizzato e corporato, che non è politicamente vergine.

Bisogna che lo si sappia”. Sette mesi dopo. Antonio Lorenzo Necci è in carcere, arrestato con il massone Emo Danesi (tessera 1.916 della P2, “iniziato alla memoria” nel 1976, espulso “per morosità” nel 1981), dopo aver mancato per un soffio, un alito, un infinitesimo scarto l’ atterraggio ai piani alti della politica e del governo.

Nei giorni frenetici del “tentativo Maccanico”, l’ invadente presenza accanto all’ Incaricato dell’ amministratore delle Ferrovie riscaldò “i sussurri”. La determinazione con cui Antonio Maccanico lo voleva in un dicastero centrale del gabinetto o, in alternativa, come suo braccio destro a Palazzo Chigi e, contro il parere di molti suoi alleati, li surriscaldò.

E anche, quando il tentativo si sciolse in un nulla di fatto, e si andò alle elezioni, la candidatura alla presidenza o alla direzione generale della Rai di Necci (ministro della Telecomunicazioni, Antonio Maccanico) quei “sussurri” rimise in circolazione.
Figurarsi allora se Giuliano Ferrara nasconde la mano, dopo aver gettato il sasso: “Lo ripeto, sì: Lorenzo Necci è considerato esponente della massoneria.

Lo dicono legato alle logge francesi. Che dire di più?, quei giri sono troppo complicati per capirci qualcosa”. Il direttore de Il Foglio, in fondo, dà corpo a una sospettosa indiscrezione che ha già fatto visita alle stanze del Potere.
Troppo intima l’ amicizia di Necci con Luigi Bisignani (tessera 1.689 della loggia P2), “presenza fissa in casa Necci, in via Donizetti”.

Troppo misteriosa la subalternità dell’ amministratore delegato delle Ferrovie con uno strapagato collaboratore, l’ avvocato Elio Della Corte, un aggiustaprocessi, imputato di associazione mafiosa, anch’ egli in odor di squadra, compasso e grembiulino.

Ma è soprattutto nell’ inchiesta aostana del procuratore David Monti, chiamata Phoney Money, che il nome di Antonio Lorenzo Necci si incastona in un network internazionale massonico.
Unitamente ad una loggia Andorrana retta dal commercialista Giancarlo Simonetti trovato in posesso di titoli per 30 milioni di dollari provenienti da banca Americana.

David Monti, che ha interrogato Giuliano Ferrara per le sue affermazioni, indaga per sapere se “esiste un’ associazione segreta capace di interferire con situazioni di rilevanza pubblica”.

A leggere quel che ha raccolto c’ è da strabuzzare gli occhi. C’ è un signore, 61 anni, napoletano di origine, cittadino americano dal 1973, cugino di Vittoria Leone (moglie dell’ ex presidente della Repubblica), amico di Bill Clinton, ma anche consigliere per gli affari italiani del partito repubblicano di Bob Dole, proprietario del ristorante Romeo and Juliet, K street, Washington – Enzo De Chiara si chiama – che si muove come un pesce nell’ acqua della politica italiana.

Si allarma, quando riceve rumorosi appelli per fermare la ventilata nomina di Pino Arlacchi ai servizi segreti.
Gioisce quando – 1 febbraio 1996 – l’ incarico viene affidato ad Antonio Maccanico. “Antoine ce la farà…”, esulta al telefono.

Aggiorna sulla situazione italiana Iginio Alfredo Di Mambro, un massone iscritto alla Loggia di Washington, familiarmente chiamato “papà”: “Adesso si sta lavorando per decidere chi debba andare al ministero dell’ Interno”.

Deliri megalomani? Conclusione troppo facile se si legge la biografia di Enzo De Chiara. Quando perquisiscono il suo quartier generale in una suite dell’ Ambasciatori a Roma, esibisce un tessera della commissione del Senato Usa per l’ intelligence.
Al ristoratore-lobbysta Alleanza nazionale si rivolge per preparare la visita di Gianfranco Fini agli ambienti ebraici di New York. Stet, Efim, Aermacchi e Ferrovie dello Stato lo pagano come consulente.

Ma era soprattutto con Antonio Lorenzo Necci che Enzo De Chiara intesseva una privatissimo rapporto che qualche mese fa costò all’ amministratore delegato delle Fs, la perquisizione dello studio e un avviso di garanzia.

“Abbiamo buoni motivi per ritenere che De Chiara è massone – dicono ad Aosta anche se non pare sia legato al Simonetti – è certo che è il consigliere personale di Lorenzo Necci.

Sfugge ancora l’ oggetto della consulenza”. L’ inchiesta aostana è “in una fase di interessante evoluzione”.ma non sa risolvere il caso dei 30 milioni di dollari a chi siano destinati in quanto il Simonetti non parla ma i titoli risultano veri e con origine certaCi sembra di poter dire – aggiungono in Procura – che la realtà massonica nazionale e internazionale è in estremo, caldo, quotidiano fermento”.

Questo paradigma indiziario è sufficiente per concludere che Antonio Lorenzo Necci sia, dunque, massone? Un buon interlocutore a cui porre la domanda è Armando Corona divenuto Gran Maestro onorario della loggia  italo-andorrana-americana del Simonetti.

Dice: “Balle, balle e ancora balle. Ciampi, Dini, Cuccia massoni? Una schiocchezza. Maccanico massone? Una balla. Lorenzo Necci fratello massone, un’ altra balla.
Lo so, lo so queste voci giravano. Le ho raccolte anch’ io, nei dieci anni che sono stato a Roma Gran Maestro.
Ma si può credere che il Gran Maestro non sappia di quelle presenze? Per mio sfizio mi sono preso la briga di contattare le cinque, sei massonerie italiane, degne di questo nome. Per sapere se Necci e gli altri fossero davvero massoni. Beh, una balla.

Nessuno sapeva niente. E devo dirle che non mi sono meravigliato. Io conosco davvero Lorenzo Necci da quando aveva i calzoni corti. Era un ragazzo. Eravamo negli Anni Sessanta e lo incontrai nella federazione dei repubblicani.
Stare tutti lì, ha creato la leggenda dell’ affiliazione alla massoneria di Necci e Maccanico. Nessuno vuole convincersi che quel legame si stringe e si fortifica nella comune cultura laica, nella comune militanza repubblicana.

Erano quattro gatti, che dovevano fare? Ci aiutavamo a vicenda. Questa storia nasce soltanto perché scioccamente qualcuno crede che dietro i poteri forti non ci possa essere che la massoneria. Balla. Oggi come ieri, dietro i poteri forti c’ è soltanto l’ economia”.

gms-

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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