Opinioni sul consumismo…

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SONY DSCIl capitalismo è un sistema malato perché produce anzitutto per accumulare, non per soddisfare i bisogni sociali. In questo senso quando si parla di “consumismo” bisogna riferirsi solo all’aspetto più esteriore del fenomeno, non a quello essenziale.

Il consumismo di massa esiste perché pochi imprenditori privati vogliono accumulare molto più di quanto l’azienda abbia bisogno per riprodursi, anche se oggi certe aziende hanno raggiunto dimensioni tali che per riprodursi necessitano di tanti capitali quanti nessun singolo imprenditore è in grado di disporre.

Di qui la necessità di lavorare accumulando debiti colossali che si spera di poter coprire coll’intervento dello Stato o lasciandosi assorbire da aziende ancora più grandi. Non a caso la sovrapproduzione connessa alla miseria è una caratteristica tipica di questo sistema. In Occidente la miseria è relativamente poco visibile perché siamo riusciti a “esportarla” nei paesi del Terzo mondo, facendo pagare alle loro tasche il costo del nostro benessere.

Dunque la malattia che, da almeno mezzo millennio, ha intaccato la coscienza occidentale è quella dell’accumulazione, cioè del profitto per il profitto. Si tratta di una vera e propria “dipendenza” da una droga. Ne vanno esenti, ovviamente, quelli che vengono spogliati dei loro beni per pagare la “droga” degli altri, a meno che una qualche illusione borghese non riesca a convincerli che è bene rassegnarsi, vivere alla giornata, darsi al misticismo o alla malavita, ecc.: in questo caso bisognerebbe parlare di “effetti collaterali” al più generale fenomeno della “droga da profitto”.

In un contesto del genere è impossibile non chiedersi a cosa possono servire le rivoluzioni socialiste. I più infatti danno per scontato che il sistema borghese sia immodificabile, al massimo sono disposti ad accettare l’idea di migliorarlo.

I fatti invece portano alla conclusione che il crollo del capitalismo è inevitabile, in quanto la sua sopravvivenza si regge unicamente sullo sfruttamento dei lavoratori (soprattutto quelli del Terzo mondo): il che -come ognuno può facilmente immaginare- non potrà durare in eterno. Se si parte da questo presupposto si comprende meglio l’utilità delle rivoluzioni socialiste. Esse servono appunto per accelerare il più possibile il crollo del capitalismo, impedendo che il capitalismo si rafforzi e che, nel suo crollo, coinvolga l’intera umanità. Ovvero esse servono per dimostrare che un’alternativa esiste e che il crollo non sarà la fine di “tutto”.

Le rivoluzioni socialiste vanno fatte là dove vi è la necessità di farle, là dove le contraddizioni sono esplosive ed è altresì forte la consapevolezza e l’organizzazione politica delle masse. I tempi per queste rivoluzioni sono maturi da quando è nato il capitalismo: non c’è bisogno infatti di aspettare le recessioni, le depressioni o le crisi per capire che questo sistema ha una logica perversa, che lo porta a una progressiva disumanizzazione. Tuttavia, per capire il senso di tale logica e la necessità del suo superamento, occorre un paziente lavoro di sensibilizzazione, di persuasione, sulla base di esempi molto concreti. La realizzazione effettiva degli obiettivi rivoluzionari, poiché soprattutto dipende da fattori di tipo “soggettivo”, deve tenere in grande considerazione la consapevolezza politica delle masse.

Dove stiamo andando?

Le tendenze che vanno emergendo nel mondo capitalistico sono le seguenti:
privatizzazione progressiva dell’economia, garantendo autogestione, decentramento ecc., ma senza mettere in discussione i monopoli e i rapporti capitalistici. Si vuole una razionalizzazione del sistema, e le forze politiche che sembrano più adatte a tale scopo sono quelle riformiste di “sinistra”;
rafforzamento dell’esecutivo, cioè dello Stato poliziesco-militare, ivi incluso il presidenzialismo governativo, riducendo il peso della partitocrazia, ovvero convogliando lottizzazioni e clientele verso un obiettivo strategico comune; coordinamento a livello internazionale della repressione contro i lavoratori, sia che essa avvenga all’interno dei singoli Stati capitalisti, sia che avvenga nel rapporto di questi Stati col Terzo Mondo. L’imperialismo cioè si va “politicizzando”, cioè va assumendo una connotazione politico-militare più funzionale alla riproduzione del capitale.

Come contrastare queste tendenze?

socializzare l’economia, non limitandosi semplicemente a privatizzarla. Autogestione e decentramento devono essere effettivi, a disposizione di tutti i cittadini;
l’esecutivo va rafforzato a livello locale, dando potere reale ai lavoratori e riducendo quello statale;
l’integrazione mondiale comporta che i problemi debbano essere affrontati in maniera mondiale, ma questo significa:
a) che i lavoratori devono acquisire una coscienza universale del loro sfruttamento, poiché l’imperialismo non può essere combattuto soltanto con una lotta nazionale;
b) che il banco di prova della lotta universale resta quello locale, regionale e nazionale, al fine di dare la maggiore concretezza possibile al movimento operaio mondiale.

Se l’integrazione europea non si concilia con il decentramento e l’autogestione a livello locale, gli europei saranno costretti a rinunciare all’idea di nazione per trovarsi poi a combattere con un’idea di “sovranazione” ancora più pericolosa.

Da notare che le Leghe vogliono creare un conflitto tra centro e periferia, portando la periferia a diventare centro di se stessa. Apparentemente questo discorso potrebbe essere democratico. In realtà, esse vogliono riprodurre nel nuovo centro gli stessi meccanismi di sfruttamento e di oppressione che il vecchio centro sosteneva. La differenza sta che nel nuovo centro lo sfruttamento sarà più intensivo, più funzionale. Le Leghe in questo senso rappresentano la “nuova destra”.

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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