La rivoluzione Francese i personaggi che cambiarono la storia d’Europa…(video)

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George Jacques Danton, Jean-Paul Marat e Maximilien Robespierre, uomini politici francesi appartenenti all’ala più rivoluzionaria della convenzione nazionale. Questa nel 1792 dichiarò decaduta la monarchia in Francia, proclamò la repubblica, fece processare e condannare Luigi XVI.
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Georges Jacques Danton (Arcis-sur-Aube, 26 ottobre 1759 – Parigi, 5 aprile 1794) politico e rivoluzionario francese.
Ministro della Giustizia dopo gli avvenimenti del 10 agosto 1792, deputato della Convenzione nazionale, primo presidente del Comitato di salute pubblica, è tra i maggiori protagonisti della Rivoluzione francese. Anche se la parte da lui avuta nel primo periodo della Rivoluzione è relativamente modesta, fu tra i promotori del rovesciamento della monarchia e dell’instaurazione della Repubblica. Fu ghigliottinato sotto il Regime del Terrore su pressione degli Hébertisti
“Non ci sarebbe stata alcuna Rivoluzione senza di me, non ci sarebbe la Repubblica senza di me, so che siamo condannati a morte, conosco questo tribunale, sono stato io a crearlo e chiedo perdono a Dio ed agli uomini, non era nelle intenzioni che divenisse un flagello per il genere umano, bensì un appello, un’ultima disperata risorsa per uomini disperati e gonfi di rabbia…non sarà necessario trascinarmi a forza sul patibolo, se io ora difendo me stesso è per difendere quello cui aspiravamo e, più ancora, che abbiamo conseguito e non per salvare la mia vita.
Noi abbiamo spezzato la tirannia del privilegio, abbiamo posto fine ad antiche ingiustizie, cancellato titoli e poteri ai quali nessun uomo aveva diritto, abbiamo posto fine alle assegnazioni per censo e per nascita delle più alte, prestigiose e ambite cariche dello Stato, della Chiesa, dell’Esercito e in ogni singolo distretto tributario di questo nostro grande corpo politico: lo Stato di Francia.
Ed abbiamo dichiarato che su questa terra il più umile tra gli uomini è uguale al più illustre. La libertà che noi abbiamo conquistato, l’abbiamo data a chi era schiavo e la lasciamo al mondo in eredità affinché moltiplichi e alimenti le speranze che abbiamo generato. Questo è più di una grande vittoria in battaglia, più di tutte le spade, dei cannoni e di tutti i reggimenti di cavalleria d’Europa. È un’ispirazione per il sogno comune a tutti gli uomini di qualsiasi paese…una fame di libertà che non potrà più essere ignorata… le nostre vite non sono state sprecate al suo servizio”
Dopo la rivolta del 10 agosto 1792, venne eletto ministro della giustizia; fu tra i primi protagonisti della rivoluzione a proporre di istituire la repubblica e fu tra i principali sostenitori della creazione di un esercito comandato da Charles François Dumouriez per combattere la coalizione antifrancese.
Il 5 aprile 1793 Danton divenne membro del Comitato di Salute Pubblica, l’organo esecutivo della nuova repubblica francese, in cui si impegnò per far terminare la guerra tra la Francia e le monarchie europee, grazie ad una serie di azioni diplomatiche.
Sospettato di fare il doppio gioco, accusato di malversazione (in opposizione a Robespierre, l’Incorruttibile), fu estromesso dal Comitato di Salute Pubblica il 10 luglio 1793, venendo nominato presidente della Convenzione. A novembre si formò intorno a lui e a Camille Desmoulins un gruppo di moderati, gli “Indulgenti”, che iniziò una campagna contro gli “Arrabbiati” di Jacques Roux e contro i seguaci di Hébert, i rivoluzionari più estremisti, mettendo sotto accusa anche il Comitato di Salute Pubblica, ormai dominato dai giacobini e da Robespierre.
Nel marzo 1794 i giacobini diedero inizio ad arresti e a esecuzioni dei loro oppositori più estremisti, tra cui Hébert e i suoi seguaci. Subito dopo colpirono gli oppositori più moderati: Saint-Just attaccò duramente Danton davanti al Comitato di Salute Pubblica e al Comitato di Sicurezza Generale, chiamandolo “disertore di pericoli”. Arrestato insieme a Desmoulins e altri amici, fu processato dal tribunale della rivoluzione, con la pubblica accusa rappresentata da Fouquier-Tinville. Si autodifese con grande eloquenza; mise a tacere i giudici insultandoli (Le seul ennemi du peuple, c’est le gouvernement!) ma inutilmente: ormai Danton era stato condannato, ma prima che la sentenza fosse emessa si lasciò andare ad una perorazione che rimase tra i discorsi più importanti della Rivoluzione.
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Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre detto l’Incorruttibile (Arras, 6 maggio 1758 – Parigi, 28 luglio 1794) è stato un politico, avvocato e rivoluzionario francese. Probabilmente è il più noto e uno dei più controversi protagonisti della Rivoluzione Francese e del Terrore.
Il 15 novembre 1785 fu accolto nel circolo letterario e musicale «Rosati», fondato ad Arras il 15 giugno 1778, che contava tra i suoi soci la migliore società della cittadina: dal capitano Lazare Carnot al musicista Pierre Cot, dal poeta Legay al conte de la Roque Rochemont. Al candidato veniva consegnato un diploma rosa, profumato di rosa, con un timbro a forma di rosa, sul quale erano scritti dei versi, al quale egli era tenuto a rispondere, improvvisando dei versi. E Robespierre improvvisò:”Je vois l’épine avec la rose Dans les bouquets que vous m’offrez Et lorsque vous me célébrez Vos vers découragent ma prose”
Il 4 febbraio 1786 fu eletto direttore dell’ circolo di Lettre di Arras: qui sostenne, seguendo l’opinione razionalista, il principio dell’eguaglianza dei sessi e il diritto delle donne a far parte delle Accademie scientifiche e umanistiche, favorendo così nel febbraio del 1787 l’ingresso nell’Accademia di Arras di due letterate, Marie Le Masson Le Golft e Louise de Kéralio.
Entro a far parte del Club dei Giacobini e il 14 luglio 1789 assiste alla presa della Bastiglia: “Ho visto la Bastiglia, mi ci ha condotto un reparto di quella valorosa milizia cittadina che l’ha presa, non potevo separarmi da questo luogo la cui vista suscita oggi in tutti i cittadini onesti soltanto soddisfazione e il pensiero della libertà”
Nei suoi interventi al riguardo dell’elaborazione della nuova Costituzione si batté perché non fossero concessi privilegi: dichiarando che “nessun potere può stare al di sopra della nazione e nessun potere che emani dalla nazione può imporre la sua censura alla Costituzione che la nazione si è data”.
Si oppose al sistema elettorale, formulato dall’Assemblea, che divideva i cittadini in “passivi”, “attivi”, ed “elettori”, e richiedeva che il deputato dovesse almeno possedere una proprietà fondiaria e pagasse un contributo di un marco d’argento, sostituendo così all’aristocrazia del sangue l’aristocrazia del denaro, al predominio nobiliare il privilegio borghese. A questo proposito, il 22 ottobre, dichiara all’Assemblea:
“Tutti i cittadini, di qualunque condizione, hanno diritto di aspirare a tutti i gradi di rappresentanza politica. Nulla dovrebbe essere più conforme alla vostra Dichiarazione dei diritti, di fronte alla quale ogni privilegio, ogni distinzione, ogni eccezione deve scomparire. La Costituzione stabilisce che la sovranità risiede nel popolo, in ogni individuo del popolo. Ogni individuo ha dunque diritto di partecipare alla formulazione della legge cui è sottomesso e all’amministrazione della cosa pubblica che è la sua, altrimenti non è vero che tutti gli uomini sono eguali nei diritti e che ogni uomo è un cittadino”.
L’arresto di Robespierre
Venuto meno il pericolo di un’invasione straniera, le misure eccezionali emanate durante il Terrore iniziarono a sembrare eccessive e i loro responsabili a essere malvisti, anche perché il crescente clima di terrore faceva sì che chiunque si sentisse un possibile bersaglio e futura vittima, in particolare dopo che era stato ghigliottinato anche Danton, uno dei capi più accesi e popolari.
Il clima era decisamente cambiato,tanto che quando Saint-Just, molto vicino a Robespierre, iniziò a parlare alla Convenzione, sul fatto che il Comitato di Salute Pubblica e quello della Sicurezza generale dovevano venire rinnovati, fu continuamente interrotto da violente proteste. Jean-Lambert Tallien, Billaud-Varenne e Vadier, attaccarono lo stesso Robespierre, dalla folla numerose furono le grida di “abbasso il tiranno”.
Robespierre esitò nel replicare a questi attacchi, fu alora che si alzò il grido C’est le sang de Danton qui t’étouffe (è il sangue di Danton che ti soffoca). Robespierre tentò invano di prendere la parola.
Robespierre, Couthon e Saint-Just, con due altri giovani deputati, tra cui Augustin Robespierre (il fratello) e Philippe Le Bas, gli unici rimasti nella convenzione a sostenere Robespierre, furono arrestati.
Tutti i prigionieri catturati, una ventina circa, vennero condotti alla Conciergerie per un formale atto di riconoscimento e quindi inviati alla ghigliottina, tra la folla esultante per la fine del “tiranno” Robespierre.
La stessa sorte toccò il giorno dopo ad altri seguaci di Robespierre, facendo quindi diminuire nettamente l’influenza giacobina in Francia.
Con la morte di Robespierre finì il periodo del Terrore giacobino, iniziò il governo dei Termidoriani, espressione della borghesia moderata, che diedero corso per un certo periodo al cosiddetto Terrore bianco (volto ad eliminare gli oppositori e segnatamente i giacobini).
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Jean-Paul Marat, detto l’Amico del popolo (Boudry, 24 maggio 1743 – Parigi, 13 luglio 1793), è stato un politico, medico, giornalista e rivoluzionario francese. Tra i protagonisti della Rivoluzione francese, che egli sostenne con la sua attività giornalistica, politicamente vicino ai Cordiglieri, fu deputato della Convenzione nazionale francese dal 20 settembre 1792 e, dal 5 aprile 1793, fu eletto presidente del Club dei Giacobini. Fu assassinato dalla girondina Charlotte Corday.
Marat partecipa alle elezioni, candidato del Terzo Stato: eletto al comitato elettorale parigino del distretto dei Carmelitani, non viene scelto tra i candidati all’Assemblea degli Stati Generali. I contrasti tra gli ordini portarono il 16 giugno 1789 alla costituzione del Terzo Stato in Assemblea nazionale e Luigi XVI, dopo una prima resistenza, fu costretto ad accettare il fatto compiuto, ma facendo intanto affluire i reggimenti svizzeri a presidiare Parigi. Marat sospetta manovre del governo e il 1º luglio pubblica l’Avviso al popolo, o i ministri smascherati, nel quale invita i parigini alla vigilanza e insieme alla calma:”Osservate sempre la condotta dei ministri per regolare la vostra. Loro obiettivo è lo scioglimento della nostra Assemblea nazionale, loro unico mezzo è la guerra civile, essi vi circondano con il formidabile apparato dei soldati, state calmi e tranquilli, sottomessi all’ordine costituito, e vi prenderete gioco del loro orribile furore”.
A fine luglio, mentre nei centri urbani i cittadini si armano, in provincia i contadini cominciarono ad assaltare i castelli dei nobili e a distruggere i documenti che attestano i diritti feudali, che vengono formalmente aboliti dall’Assemblea nazionale il 4 agosto: anche molti nobili si dimostrarono favorevoli all’abrogazione. Marat ne denuncia ironicamente in un opuscolo “la magnanimità di rinunciare al privilegio di tenere in catene quegli uomini che hanno recuperato armi alla mano la propria libertà! È alla vista del supplizio dei predoni, dei concussionari, dei satelliti del dispotismo, che essi hanno la generosità di rinunciare alle decime signorili”.
In realtà furono aboliti i diritti gravanti sulle persone ma non quelli che gravavano sulle terre, che furono dichiarati riscattabili, e il re si rifiutò di sottoscrivere la decisione, che rimase sospesa.
Marat continuava a seguire attentamente i lavori dell’Assemblea nazionale, nella quale si discuteva il progetto di una Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Questa sarà votata il 26 agosto e Marat aveva già pubblicato tre giorni prima una “Constitution, ou Project de Déclaration des droit de l’homme et du citoyen, suivi d’un Plan de Constitution juste, sage et libre”, che tuttavia non suscitò alcuna attenzione, così come la sua lettera, inviata al presidente dell’Assemblea, il “Tableau des vices de la Constitution anglaise” , nel quale Marat esortava a non basare il nuovo assetto istituzionale francese sul modello vigente in Inghilterra.
Il 7 ottobre Marat scrive che con la presenza del re a Parigi “il povero popolo non rischierà più di morire di fame. Ma questa fortuna svanirà ben presto come un sogno se non saremo in grado di stabilire saldamente in mezzo a noi la residenza della famiglia reale fino a quando la Costituzione non sia definitivamente consacrata. L’Ami du peuple condivide la gioia dei suoi cari concittadini, ma si rifiuta categoricamente di abbandonarsi al sonno”.
Una delle lettere dei lettori accusava, un funzionario del Comune di Parigi, un certo de Joly, che reagì denunciando Marat. Minacciato d’arresto, Marat si nasconde per qualche tempo a Versailles nella casa dell’abate Jean Bassal, simpatizzante cordigliere, poi, clandestinamente, si trasferisce ancora a Parigi, in una casa di Montmartre, sembra aiutato da Danton, riprendendo le pubblicazioni dell'”Amico del popolo”. Individuato il suo domicilio, Marat viene arrestato il 12 dicembre ma è rilasciato pochi giorni dopo: stabilitosi nel nuovo domicilio di rue de Saint-Gérmain des Fossé, nel distretto dei cordiglieri, riprende ancora una volta le pubblicazioni del giornale.
Dietro la denuncia di de Joly c’era probabilmente la longa manus del ministro delle finanze Jacques Necker, attaccato fin da settembre da Marat che lo accusava di speculare sul grano, in accordo con l’impresa commerciale dei fratelli Leleu: in novembre Marat aveva pubblicato la “Criminelle Neckerologie ou les manoeuvres infâmes du ministre entièrement dévoilées” e il 19 gennaio 1790 pubblicò la “Dénonciation contre Necker”, che provocò l’emissione di un altro mandato di cattura. Marat si sottrasse all’arresto fuggendo prima a Passy, presso Parigi, e poi, a metà febbraio, in Inghilterra, dove scrisse una “Nouvelle dénonciation contre Necker”: “la mia penna è ancora libera e finché voi sarete al timone del governo vi perseguiterà senza tregua: senza posa svelerà le vostre malversazioni, per togliervi il tempo di tramare contro la patria, vi strapperà al riposo, radunerà al vostro capezzale le nere preoccupazioni, i dispiaceri, i timori, le ansie, le angosce, fino a che, lasciando cadere dalle mani le catene che ci preparate, cerchiate spontaneamente la salvezza nella fuga”.
Dopo la ratifica della Costituzione, avvenuta il 9 settembre, vi è stata l’elezione della nuova Assemblea Legislativa, che il 1º ottobre 1791 ha preso il posto della vecchia Assemblea Costituente: è un’assemblea complessivamente moderata, formata, a destra, da 274 foglianti, nobili e borghesi possidenti che, conseguita l’abrogazione della giurisdizione feudale, intendono che la Francia proceda la sua vicenda politica senza ulteriori fratture con le residue forme istituzionali del passato regime: suoi personaggi di spicco sono Théodor Lameth e Vincent de Vaublanc. Al centro, 345 costituzionalisti i quali, sostanzialmente moderati, oscillano a volte tra la destra e la sinistra, formata quest’ultima da 136 deputati, divisa nella parte moderata dei giacobini di destra – i girondini – come Pierre Brissot e Maximin Isnard, l’ideatore del motto – Liberté, Egalité, Fraternité,- e i giacobini di sinistra – che con i cordiglieri formano la Montagna, l’estrema sinistra dell’Assemblea – come Robert Lindet e Georges Couthon. Non c’è Robespierre, che non si è candidato, come a destra non c’è quell’Antoine Barnave che è divenuto il segreto confidente del re, assumendo così il posto che fu di Mirabeau e che, già uomo forte del nuovo regime insieme con Adrien Duport e Alexandre Lameth, sta per essere scalzato dagli avvenimenti che precipitano.
Finita la repressione di luglio, Marat ha ripreso la pubblicazione dell’Ami du peuple, ma per breve tempo: il 15 dicembre chiude il giornale e per quattro mesi di lui si sa poco. Convive con la modista Simone Evrard e frequenta il Club dei cordiglieri. Quando, il 12 aprile 1792, riprende le pubblicazioni, il re e il nuovo governo da lui voluto hanno già deciso di muovere guerra alle potenze feudali europee. Vogliono la guerra i girondini, perché credono di rafforzare la Rivoluzione, eliminando il nemico controrivoluzionario all’interno colpendo quello esterno, la vuole la borghesia finanziaria, imprenditoriale e commerciale, che prevede grandi affari con le forniture militari, e la vuole Luigi XVI, perché è convinto che la Francia sarà sconfitta e le armate austro-prussiane ristabiliranno il vecchio regime.
Per Marat, si vuole la guerra «per distrarre la nazione dagli affari interni, occupandola negli affari esterni; farle dimenticare i dissensi intestini attraverso le notizie delle gazzette; dissipare i beni nazionali in preparativi militari, invece di usarli per rendere libero lo Stato e soccorrere il popolo; “schiacciare lo Stato sotto il peso delle imposte e sgozzare i patrioti dell’esercito di linea e dell’esercito cittadino, portandoli al massacro con il pretesto di difendere le insegne dell’impero  Per impedire che questo sangue prezioso scorra, ho proposto cento volte un mezzo infallibile: tenere come ostaggi fra noi Luigi XVI, sua moglie, suo figlio, sua figlia, le sue sorelle, e di renderli responsabili degli avvenimenti”.
Il 2 settembre Marat è chiamato a far parte del Comitato di controllo del Comune, formato da dieci membri, tra i quali François Louis Deforgues, Pierre-Jacques Duplain, Didier Jourdeuil, Jean-Théophile Leclerc, Étienne-Jean Panis e Antoine François Sergent. Quello stesso giorno giunge la notizia che i prussiani assediano Verdun: la caduta della fortezza avrebbe aperto la strada per Parigi.
Il 7 settembre si riunisce il Dipartimento degli elettori parigini per scegliere, tra i candidati, i 24 deputati da mandare alla Convenzione: Marat è il settimo eletto, dopo Robespierre, Danton, Manuel, Billaud-Varenne, Collot d’Herbois e Desmoulins. Il 20 settembre va a sedere tra i banchi dei 120 deputati della Montagna, i democratici più radicali dei 749 membri della Convenzione: gli altri si dividono tra i girondini, i più a destra dell’Assemblea, e i deputati della Pianura, o Palude, i quali siedono al centro e oscillano tra i due opposti schieramenti.
Ma i girondini, membri della Convenzione, attaccano il Comune di Parigi, accusandolo di volere favorire la dittatura dei capi della Montagna. Dopo che Danton e Robespierre hanno respinto le accuse, dalla tribuna Marat si assume la responsabilità di aver proposto pubblicamente, sul suo giornale, che un dittatore assumesse i pieni poteri per schiacciare i traditori della Rivoluzione: “se questa opinione è riprovevole, io sono il solo colpevole, se è criminale, è solo sulla mia testa che io chiamo la vendetta della nazione”. Rivendica la sua povertà e il suo disinteresse: “se avessi voluto mettere un prezzo al mio silenzio, sarei satollo d’oro, e invece sono povero; non ho mai chiesto pensioni né impieghi; per meglio servire la patria ho affrontato la miseria”, e conclude: “codardi calunniatori, è forse questa la condotta di un uomo ambizioso?.
Un appello al popolo, circolante per Parigi a firma di Marat, dove egli sostiene, di averlo firmato senza leggerlo – chiama alle armi i repubblicani perché arrestino tutti i nemici della rivoluzione e sterminino “senza pietà tutti i realisti, tutti i cospiratori”. I girondini colgono l’occasione per chiedere l’incriminazione di Marat per istigazione all’insurrezione. Marat, come suo costume, il 12 aprile si nasconde, mentre la Convenzione vota la richiesta di rinvio del deputato al Tribunale rivoluzionario: tutta la Montagna è solidale con lui ma l’Assemblea vota il rinvio a giudizio.
Marat si consegna alle carceri dell’Abbaye il 22 aprile e il 24 inizia il processo. L’aula del Tribunale è affollatissima da parigini che stanno tutti dalla parte dell’accusato; la pubblica accusa è sostenuta da un uomo che sarà molto temuto durante il Terrore, Antoine Quentin Fouquier-Tinville ma che qui esordisce chiedendo l’assoluzione dell’imputato. Del resto le accuse non hanno reale consistenza: si comprende che i girondini hanno cercato di imbastire un processo politico per colpire, attraverso Marat, tutta la Montagna. Dopo aver voluto, essi soli, trascinare la Francia in una guerra che poteva distruggere la Rivoluzione, cercare di salvare un re colpevole agli occhi di tutta la nazione, difendere fino all’ultimo un generale traditore, subiscono ancora, con questo processo, un’ennesima sconfitta politica. Marat, assolto, è portato in trionfo da una folla di decine di migliaia di persone.
L’11 luglio 1793 giungeva a Parigi da Caen, in Normandia, dove era in corso una sollevazione anti-rivoluzionaria, la venticinquenne Charlotte Corday. Dopo aver preso alloggio all’Hôtel de la Providence, andò a trovare il deputato girondino Claude Deperret. Gli consegnò una lettera di un altro deputato girondino suo amico, Charles Jean-Marie Barbaroux, fuggito a Caen perché accusato da Robespierre di tradimento e gli chiese di interessarsi al caso di una religiosa sua amica, già rifugiata in Svizzera e ora desiderosa di tornare in Normandia senza pericoli.
La mattina, 13 luglio, dopo aver acquistato un grosso coltello da cucina, si fece accompagnare da un vetturino in rue des Cordeliers: al numero 30 abita «il cittadino Marat», e la portinaia, sapendo che egli è malato, rifiuta di far salire la Corday. Dopo aver riprovato inutilmente un’ora dopo, invia per posta un biglietto a Marat, chiedendo di essere urgentemente ricevuta: a Caen, scrive, tramano ai danni della Rivoluzione.
Nel tardo pomeriggio, evitata la portinaia, si presenta alla porta dell’alloggio di Marat, ma la sua compagna, Simone Evrard, le impedisce di entrare: sopraggiunge anche la portinaia, si accende una discussione, Charlotte grida di voler parlare con “l’amico del popolo” e al rumore Marat, che ha ricevuto e letto il biglietto della Corday, acconsente a riceverla.
Marat la riceve in bagno: sempre tormentato dalla sua misteriosa malattia che gli provoca un tormentoso prurito, il colloquio è breve: Charlotte riferisce che Caen è in mano ai controrivoluzionari, si organizzano per marciare contro Parigi, sono una minaccia per la patria. Ma Marat è già informato e sa anche che la Rivoluzione ha preso le contromisure, sue forze armate sono già dirette in Normandia: la congeda. La Corday gli va alle spalle, estrae l’arma e gli vibra una coltellata dall’alto in basso che lo raggiunge al petto, gli recide l’aorta e penetra fino al polmone destro. L'”Amico del popolo” ha appena il tempo di gridare aiuto: accorrono Laurent Bas, l’incaricato delle spedizioni del giornale di Marat, che colpisce e immobilizza Charlotte mentre la compagna Simone cerca di fermare l’imponente emorragia, si grida per un medico ma non c’è niente da fare. Marat muore nel giro di pochi minuti.

Charlotte Corday d’Armont (Saint-Saturnin-des-Ligneries, 27 luglio 1768 – Parigi, 17 luglio 1793).
Ammiratrice di Rousseau e degli eroi di Plutarco e di Pierre Corneille (di cui era pronipote), si appassionò per le idee repubblicane dei girondini. Gli eccessi rivoluzionari e la proscrizione dei deputati girondini (31 maggio e 2 giugno 1793) la convinsero di dover uccidere Jean-Paul Marat, che, secondo lei, era il principale sobillatore della guerra civile. Giunta apposta da Caen a Parigi, il 13 luglio 1793 riuscì a farsi ricevere in casa dallo stesso Marat e lo pugnalò mentre era nel bagno. Condannata a morte dal tribunale rivoluzionario, fu messa alla ghigliottina quattro giorni dopo.
Tra le sue vesti le trovarono un foglio di carta sul quale era stato scritto:
Ai Francesi amici della legge e della pace.
“Fino a quando, o sfortunati Francesi, vi compiacerete dei problemi e della divisione? Già per troppo tempo dei faziosi, degli scellerati, hanno messo l’interesse delle loro ambizioni al posto dell’interesse generale; perché, vittime del loro furore, vi annientate da voi stessi, per perseguire il desiderio della loro tirannia sulle rovine della Francia?
Le fazioni scoppiano da tutte le parti, la Montagna trionfa grazie al crimine e all’oppressione, i mostri alimentati dal nostro sangue conducono questi detestabili complotti Noi lavoriamo per la nostra disfatta con più zelo ed energia di quanta ne abbiamo usata per conquistare la libertà! O Francesi, ancora poco tempo, e non resterà che il ricordo della vostra esistenza!
Già i dipartimenti indignati marciano su Parigi, già il fuoco della discordia e della guerra civile abbraccia la metà di questo vasto impero; esiste ancora un mezzo per comprenderlo, ma questo mezzo deve essere pronto. Già il più vile degli scellerati, Marat, il cui solo nome è l’emblema di tutti i crimini, cadendo sotto il ferro vendicatore, indebolisce la Montagna e fa impallidire Danton, Robespierre, e tutti questi altri briganti seduti sul trono sanguinante, circondati dal fulmine, che gli dei vendicatori dell’umanità sicuramente non sospendono per rendere la loro caduta più eclatante, e per colpire tutti quelli che saranno tentati di costruire la loro fortuna sulle rovine dei popoli abusati!
Francesi! voi conoscete i vostri nemici, alzatevi! Marciate! che la Montagna annientata non abbia più fratelli né amici! Ignoro se il cielo ci riserva un governo repubblicano, ma non può donarci un Montagnardo per capo, se non altro per l’eccesso delle sue vendette O Francia! il tuo riposo dipende dall’esecuzione delle leggi; non ho nuociuto affatto uccidendo Marat: condannato dall’universo, lui è fuori dalla legge. Quale tribunale mi giudicherà? Se sono colpevole, Alcide lo era allora quando distruggeva i mostri!
O mia patria ! Le tue disgrazie mi spezzano il cuore; non posso offrirti che la mia vita! e rendo grazie al cielo della libertà che ho nel disporne; nessuno perderà nulla con la mia morte; non imiterò affatto Pâris (l’assassino di Lepeletier de Saint-Fargeau) uccidendomi. Io voglio che il mio ultimo respiro sia utile ai miei concittadini, che la mia testa portata attraverso Parigi sia un segno di ripresa per tutti gli amici della legge! che la Montagna vacillante veda la sua sconfitta scritta col mio sangue! che io sia la loro ultima vittima, e che l’universo vendicato dichiari che io ho ben meritato la mia umanità! del resto, se si volesse vedere la mia condotta in un’altra ottica, me ne preoccuperei poco:
Che all’universo sorpreso questa grande azione, sia oggetto d’orrore o d’ammirazione Il mio spirito, poco interessato di vivere nella memoria, non considera affatto il rimprovero o la gloria. Sempre indipendente e sempre cittadina, il mio dovere mi basta, tutto il resto è niente, forza, dovete pensare solo ad uscire dalla schiavitù!
La mia famiglia e i miei amici non devono inquietarsi, nessuno conosceva i miei progetti. Allego il mio estratto di battesimo, per mostrare come la più debole mano può essere guidata dalla completa devozione. Se non riuscissi nella mia impresa, Francesi! Vi ho mostrato la strada, voi conoscete i vostri nemici; alzatevi! Marciate! Colpite! “


elab-g.m.s.

G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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