A.Schopenhauer:La vita è come un pendolo…

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 ” La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia.-A.Schopenhauer”
 “Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare e chi pensa non si debba filosofare deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare; dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui- Aristotile”
Arthur Schopenhauer nasce a Danzica nel 1788 -muore a Francoforte sul Meno nel 1860.
Appartenente ad una famiglia tedesca di ricchi commercianti, Schopenhauer passò la sua giovinezza studiando e viaggiando in tutta Europa.
A seguito del suicidio del padre, quando aveva solo diciassette anni, si stabilì con la madre a Weimar, grande capitale culturale dell’epoca, e cominciò a frequentare i circoli letterari della città. Il suo disprezzo per la vita mondana però lo portò presto a chiudersi in un’esistenza ritirata, dedita allo studio approfondito della filosofia buddhista e induista. Altrettanto importanti per lo sviluppo del suo pensiero furono le concezioni del teologo e mistico domenicano Meister Eckhart, del mistico Jakob Böhme e degli eruditi del Rinascimento e dell’Illuminismo.
Schopenhauer si laureò in filosofia all’Università di Jena dopo aver seguito, a Berlino, le ultime lezioni di Schleiermacher e di Fichte, dal quale rimase profondamente deluso.
Fortemente critico della filosofia accademica, come appare dal suo divertente scritto polemico Sulla filosofia all’università, Arthur Schopenhauer attaccò sia la metafisica che la filosofia della religione e il nazionalismo germanico della filosofia hegeliana. Dichiarandosi ateo, egli preferiva occuparsi dell’Illuminismo, in particolare di Voltaire.
Durante la sua breve carriera di docente all’ateneo di Berlino scrisse la sua opera maggiore Il mondo come volontà e rappresentazione (1819), che, impregnata di profondo pessimismo in un’epoca di idealismo imperante, non ebbe, inizialmente, nessuna risonanza. Dopo diverse peregrinazioni si stabilì definitivamente a Francoforte, dove ottenne il riconoscimento tanto atteso con la raccolta di saggi Parerga e Paralipomena. Morì nel 1860.
Secondo Schopenhauer il filosofo è colui che prova un autentico stupore dinanzi al mondo reale e non una mera «curiosità intellettuale indiretta e derivata». Solo nel primo caso infatti nasce un sistema filosofico organico, in cui tutte le parti si sostengono a vicenda e ruotano intorno a un nucleo originale, a «un unico pensiero», che, per Schopenhauer, è il «bisogno metafisico dell’uomo».
La filosofia ha un’origine pratico-morale e religiosa (e non teoretico-speculativa come si ritiene da Aristotele in poi), perché nasce dallo stupore e dallo scandalo di fronte al dolore e al male del mondo.
Il mondo come volontà e rappresentazione tenta di rispondere alla domanda metafisica: «perché ogni vivere è per essenza un soffrire?». Leggendo la kantiana Critica della ragion pura in chiave idealistico-scettica (ricollegando Kant a Platone, Berkeley e all’antica sapienza dei Veda) Schopenhauer rielabora la distinzione tra fenomeno e noumeno.
Anche Schopenhauer ritiene che il mondo (il fenomeno) è rappresentazione, ovvero esiste solo per il soggetto che se lo rappresenta, ma, rispetto a Kant, accentua il carattere d’illusorietà del fenomeno attraverso l’immagine del velo di Maya, che secondo una leggenda indiana copre il vero volto delle cose, ovvero il noumeno, la volontà. Esiste però una via d’accesso alla cosa in sé kantiana, resa possibile dal fatto che l’uomo non è solo soggetto conoscente, ma anche oggetto della rappresentazione, corpo.
Il corpo affonda le sue radici nella profondità dell’essere ed è immediatamente conosciuto, dal di dentro, attraverso il piacere e il dolore.
Per Schopenhauer la volontà genera il mondo dei fenomeni come una gerarchia di molteplici esseri ed entità in perenne lotta nell’illusione di sopravvivere e affermare la propria individualità. Quel che la volontà realizza è invece il trionfo della specie sull’individuo e la sua affermazione.
La volontà è quindi la forza cosmica che muove tutti gli esseri. La ragione e le sue sensazioni derivano da essa. Situata fuori dallo spazio e dal tempo, la volontà è unica e universale, cieca e malvagia, in quanto non regolata dalla ragione (irrazionalismo schopenhaueriano). La volontà spinge l’uomo a desiderare, agire, lottare, soffrire.
Per uscire dal destino di vana lotta autodistruttiva, l’uomo deve liberarsi della propria individualità. Una possibilità è offerta dalla conoscenza estetica in quanto si occupa delle idee ed è quindi in grado di trascinare l’uomo al di là dei fenomeni. Il genio è colui che si pone oltre la volontà, oltre il tempo e il dolore, contemplando in modo disinteressato il mondo e la bellezza e divenendo soggetto puro di conoscenza. L’arte tuttavia è una consolazione temporanea: la vera liberazione è possibile solo attraverso la consapevolezza del destino di sofferenza dell’uomo.
Schopenhauer descrive con cupo pessimismo l’insensatezza dell’esistenza umana: «la vita dell’uomo oscilla come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia, che sono in realtà i suoi veri elementi costitutivi».
La storia, lungi dall’essere realizzazione di una razionalità superiore, la provvidenza, è ripetizione incessante di una giostra di desiderio e sazietà.
Solamente attraverso la negazione radicale della volontà di vivere (nolontà), si può raggiungere la saggezza (ascesi).
Tre tappe segnano il cammino verso la nolontà:
– la giustizia, il riconoscimento del comune destino umano che porta al superamento dell’egoismo individuale;
– la bontà, l’amore per gli altri inteso come compassione e conoscenza del dolore altrui attraverso il proprio;
– l’ascesi, l’esperienza del mondo come puro nulla e dissoluzione della propria individualità nel Nulla attraverso la castità, la rassegnazione, la povertà e il sacrificio.
Questa concezione della volontà come impulso vitale proveniva a Schopenhauer dall’intendimento della natura della coscienza come istanza essenzialmente impulsiva. La sua metafisica fu marcatamente influenzata dal buddhismo, che egli unì alle idee cristiane nelle sue dottrine etiche. Questa concezione che egli aveva del primato della volontà influenzò filosofi come Friedrich Nietzsche, Bergson, James e Dewey.
A conclusione: Il principio di ragion sufficiente è inteso come quel principio secondo il quale nulla si verifica senza che sia possibile, per colui che conosca a sufficienza le cose, dare una ragione che basti a spiegare perché è così e non altrimenti. Ad esso aderiscono le verità di fatto, che si distinguono dalle verità di ragione, perché solo per quest’ultime è evidente il principio di identità degli indiscernibili e di non contraddizione (cioè una proposizione non può essere contemporaneamente vera e falsa).
Se questo principio è valido, allora si potrà parlare di verità, in quanto esso è la giustificazione stessa di un fenomeno: nulla dunque nega che ci possa essere una ragion sufficiente per dimostrare un fenomeno ed un’altra per dimostrarne il contrario.
-hermesnet.-elab g.m.s.
G.M.S.

G.M.S. conosciuto dagli amici come Gianca-ex incursore di Marina, laureato in scienze politiche. Ha viaggiato molto in Africa francofona, Medio Oriente e Sud America, oggi in pensione, si occupa di tematiche escatologiche e sociali ma conserva l’amore per i viaggi e nuove conoscenze.

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