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Il Sacco di Roma i Lanzichenecchi

22 Giugno 2009 742 Visite Nessun Commento

Il Sacco di Roma i Lanzichenecchi

Il Rinascimento in Europa segnava una svolta epocale per l’uomo del XV° secolo tornando a fiorire le arti in genere, il piacere di vivere bene e meglio.
Anche le opere militari, come le fortificazioni, subiscono un risveglio; le armi sono realizzate tenendo conto anche del profilo estetico le tematiche poste dal papato e quella della controriforma luterana, produssero forti contrasti nel periodo rinascimentale,dando l’avvio alla cosi detta riforma protestante, che produsse guerre e invasioni disastrose per buona parte nel nostro Paese.
 
Breve sunto storico

In pieno periodo di “Riforma protestante”, i rapporti fra le “grandi potenze” – l’Impero, il Regno di Francia, il Papato erano in profonda crisi. L’imperatore Carlo V d’Asburgo dominava incontrastato la scena politica italiana, dopo avere sconfitto e fatto prigioniero, il 24 febbraio 1525 a Pavia, il Re di Francia Francesco I. Sul soglio di Pietro sedeva Papa Clemente VII, Giulio de’ Medici, succeduto al cugino Leone X, Giovanni de’ Medici, che aveva assistito impotente, allo scisma di Martin Lutero, e ad Adriano VI, Adriano Florensz di Utrecht, l’ultimo papa non italiano, più con la sola sua propria condotta morale che con azioni meglio efficaci aveva cercato di riportare la situazione cristiana in carreggiata. Clemente VII, per nulla gradendo l’ingerenza imperiale che metteva in discussione la supremazia pontificia nella penisola, aveva aderito con Firenze, Milano e Venezia alla “Lega Santa di Cognac”, proposta dalla Francia, bramosa di risollevarsi.

In quei momenti di grande tensione internazionale Carlo V passava decisamente all’attacco e mandava in Italia un terribile esercito di Lanzichenecchi, mercenari tedeschi, luterani,avversi contro la Chiesa Romana. Si sentiva lo stesso Frundsberg affermare di volere personalmente impiccare il Papa ed i Cardinali.

Con il ferimento  nei pressi di Governolo il 25 novembre  e la morte  a Mantova, in casa dei Gonzaga, il 30 dello stesso mese, Giovanni de’ Medici detto delle Bande Nere, dischiudeva ai Lanzichenecchi il cammino verso l’accampamento invernale di Piacenza, in attesa del ricongiungimento con le truppe di Carlo di Borbone che tenevano Milano. Per la primavera era stata programmata la “conquista” di Roma.

I Lanzichenecchi

I primi ad adottare nuove tecniche di combattimento furono i Lanzichenecchi, mercenari svizzeri che, imitarono nei loro combattimenti il modello della falange “macedone” divenendo cosi padroni assoluti dei campi di battaglia per quasi mezzo secolo e fino all’apparizione dei ” Landsknechte “.
L’imperatore Massimiliano I° d’Asburgo, che raggruppò e disciplino i mercenari svizzeri  in un corpo militare, disciplinato e coordinato, i Lanzichenecchi, volle, con la creazione di questo corpo, per contrastare lo strapotere francese il cui esercito ricalcava le formazioni dei mercenari svizzeri con notevole successo sui campi di battaglia europei.

All’epoca l’Imperatore poteva disporre solo di truppe fornite dai numerosi principi vassalli. Queste truppe, pur essendo numerose, avevano nelle tattiche di combattimento, nella disomogeneità di comando ed equipaggiamento,e questo rapresentava un indubbio punto debole nei confronti di quelle francesi e di quelle ancor più eccellenti italiane.

Nel 1493, con la sua ascesa al trono, Massimiliano I°  varò una legge con la quale permetteva, ai nobili, l’esenzione dal servizio militare e, nel contempo, gli consentiva di avere un esercito di professionisti, ben addestrati, ben pagati ed equipaggiati da qui la costituzione dei Lanzichenecchi

L’adozione d’un diverso armamento, comportava l’impiego di “nuove” tattiche ed i comandanti Lanzichenecchi, in questo, furono maestri. Riscoprono l’ordinamento compatto, forte ma estremamente agile, tipico delle antiche legioni imperiali romane, dividendo l’armata in formazioni più piccole, anch’esse agili e manovriere, composte da compagnie d’uomini ben affiatati.

Il comando di queste formazioni era affidato alla nuova figura dell’ufficiale subalterno ed a suoi sottoposti sul modello delle centurie romane.
Questi ufficiali subalterni garantiranno per lunghi secoli la continuità della linea di comando anche in situazioni critiche esprimendo con direttive personali, ma rispettose della strategia del comandante supremo, la necessaria flessibilità tattica sul campo come ottimale risposta alle necessità tattiche del momento.

Il rinascimento, pertanto, grazie a Massimiliano I° ed ai suoi Lanzichenecchi, segna la rinascita di un esercito stabile e professionale. Le guerre non saranno più le stesse: ordine, disciplina e flessibilità tattica consentiranno anche a formazioni relativamente piccole di riportare grandi successi strategici ed in battaglia.

Il sacco di Roma

Secondo gli storici Roma contava, in quella primavera del 1527, circa 90.000 abitanti e soltanto pochissimi fortunati avevano avuto la fortuna di fuggire, giacché il papa aveva ordinato che tutti restassero al loro posto. Chi aveva denari e suppellettili preziose cercò di nasconderle, chi aveva ragazze in casa cercò un convento per metterle al sicuro; gli ottimisti si barricarono in casa e qualcuno raccolse perfino delle “milizie” nell’intenzione di potersi difendere. All’alba del 6 maggio l’esercito imperiale si mosse a ranghi serrati, protetto dalla nebbia. L’attacco principale fu quello dei lanzichenecchi di Corrado di Bemelberg, contro la Porta Torrione, più o meno dov’è oggi il Largo Cavalleggeri, mentre reparti di spagnoli e di italiani attaccarono a Porta Santo Spirito e altri a Trastevere. Il primo urto fu respinto: i lanzichenecchi che riuscirono a raggiungere gli spalti furono ributtati di sotto, nel fossato, mentre i difensori rovesciavano le scale a mano a mano che venivano appoggiate alle mura.
Intervenne personalmente il Borbone che riportò ordine nell’attacco spedendo i lanzichenecchi a Porta Santo Spirito e facendo accorrere alla Porta Torrione spagnoli e italiani. L’assalto si rivelò più difficile del previsto e il connestabile, nell’intento di animare gli uomini, scese da cavallo e volle personalmente salire su una scala, esortando i suoi a seguirlo.
I difensori di Roma, per il momento, avevano la meglio ma sapevano di non poter resistere a lungo a quei diavoli scatenati. E appena una pattuglia nemica riuscì a insinuarsi dentro le mura attraverso la finestra di una cantina del cardinale Armellini, malamente ricoperta di terra e di letame, furono presi dallo scoramento. Lo stesso Renzo di Ceri, il loro comandante, invece di provvedere a tamponare la falla, provocò il panico tra i suoi gridando, poco eroicamente: “Ecco il nemico, si salvi chi può”

Lo sfacelo avvenne talmente in fretta che il papa stesso udì le grida degli invasori mentre era nel palazzo apostolico: già si stava combattendo in piazza San Pietro. Clemente VII era deciso a farsi trovare davanti all’altare, se doveva morire sarebbe morto come un martire, ma i monsignori di curia e i cardinali lo costrinsero a mettersi in salvo, trascinandolo via in Castel Castel Sant’Angelo, che era già affollato e vi regnava un’indescrivibile confusione.

Nondimeno prima di sera non meno di tremila persone vi si sarebbero asserragliate, oltre ai cardinali e alla corte papale. Roma era nelle mani degli invasori, decisi a infliggere una lezione memorabile alla città che consideravano corrotta, cosi come  predicato dai luterani. Avrebbe scritto nel proprio diario un ufficiale lanzicheneco:
“Poiché nessun cittadino riesce a fuggire… giovane o vecchio, povero o ricco che sia, tutti, a eccezione dei morti, vengono fatti prigioni per via di tormenti, quand’è il caso, obbligati a pagare il loro riscatto e, col riscatto, la colpa di essersi smenticatti di Dio. Così noi castighiamo quelli che hanno fallato e per l’avvenire ardiranno fallare”.
Alla fine, solo peste scoppiata a causa della stessa invasione indusse l’esercito imperiale a lasciare Roma divenuta  irriconoscibile. Ove si potevano contare meno di 30.000 superstiti.
 

elaborato da g.m.s.
 

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