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TIBET delitti contro l’umanità

29 Settembre 2008 658 Visite Un Commento

Tibetan spiritual leader Dalai Lama holds prayers at a temple in the northern Indian hill town of Mcleodgunj March 9, 2009. The Dalai Lama, who fled Tibet in March 1959 after a failed uprising against Chinese rule, says he only wants greater autonomy for the remote region in China’s far west rather than outright independence.Fayaz Kabli (INDIA RELIGION POLITICS SOCIETY)


PECHINO DIALOGHI CON DALAI LAMA E INTRODUCA MORATORIA SU PENA DI  MORTE

L’Unione Europea assume una posizione comune sulla  presenza di suoi rappresentanti all’inaugurazione dei Giochi olimpici di  Pechino e valuti un “eventuale” rifiuto a partecipare se la Cina non avviasse il dialogo con il Dalai Lama.

Lo chiede una risoluzione approvata  dal Parlamento Europeo con 580 voti a favore e 24 contrari, sostenuta  da tutti i gruppi maggiori: Ppe, Pse, Alde, Uen, Verdi, Gue.
Il documento, in vari passaggi, invita la Cina al rispetto dei diritti  umani e delle minoranze, oltre che “a ratificare senza indugio e  comunque prima dei Giochi olimpici il Patto Internazionale sui diritti  politici e civili e ad adottare una moratoria sulla pena di morte come  chiesto dalla risoluzione ONU del 18 dicembre 2007″.

Il Parlamento “condanna fermamente la brutale repressione dei  dimostranti tibetani da parte delle forze di sicurezza cinesi e tutti gli atti di violenza avvenuti nelle strade di Lhasa e in Tibet”, chiedendo  “un’indagine aperta e indipendente sui recenti tumulti e la repressione in  Tibet, da svolgere sotto gli auspici delle Nazioni Unite”.

Viene reso omaggio al capo spirituale dei tibetani per averli  sollecitati “a praticare la non violenza” e per aver respinto le richieste di  indipendenza proponendo invece una soluzione che persegue un’autentica
autonomia culturale e politica e la libertà religiosa.
Il Parlamento, conclude la risoluzione, “attende con interesse che S.S. il Dalai Lama giunga in visita al Parlamento europeo per pronunciarsi in seduta plenaria nel corso del 2008.


TIBET: La storia


Secondo un censimento del 1959, il numero di tibetani siattestava sulle 6,330,567unità, oltre altre 125.000 persone di origine tibetana in India, 60.000 in Nepal e 4.000 in Bhutan.




Il popolo tibetano è diviso in diversi gruppi. Questi includono i Changri, i Nachan, gli Hor, che sono a loro volta suddivisi in  sottogruppi, ognuno dei quali mantiene una propria identità culturale.
Gli Hor, che  sono discendenti dei Mongoli. I tibetani di Kham anche conosciuti come Khampa, mentre quelli residenti a ovest e a nord vengono comunemente chiamati Pöba. I discendenti dei Karjia sono invece conosciuti come Ando. Infine l’origine dei Tangut, oggi considerati un popolo in via di estinzione, tra i Salar di Gansu.


Rimangono poche testimonianze delle origini del Tibet, si sa però che inizialmente era popolato solamente da pastori nomadi provenienti dall’Asia centrale.
La storia del Tibet come nazione inizia con la nascita del Re Tho-tho-ri-Nyantsen nel 173 a.C. In quel periodo la religione praticata era di tipo sciamanico, detta anche Bön. Del periodo si può ancora ammirare il castello-monastero di Yumbulakhang, nei pressi di Tsedang. Colui che venne considerato come il vero fondatore del Tibet è “Re Songsten Gampo XXXIII” della dinastia di Yarlung.
Nato nel 608 d.C., il Re decise di fare diventare Lhasa la capitale del Tibet, fece costruire lo Jhorkang e introdusse per primo la religione buddista nel regno.

Sotto il regno di Trisong Detsen, col arrivo di Padmasambhava, il buddismo diventa religione di stato per prima volta. Nel 770 venne fondato il monastero di Samye, uno dei primi grandi monasteri buddisti del Tibet.
Successivamente con l’ascesa al potere del Re Trisong Detsen, si ritorna alla religione Bön e il Tibet entra in periodo di instabilità politica.
Nel 1042 assieme al grande maestro indiano Atisha, arrivano il Tibet una serie di maestri e saggi che diffondono di nuovo il buddismo nel paese.
Nel 1072 nacque il grande monastero di Sakya, sede della omonima setta “Sakya-pa”, che avrà un ruolo importante nella storia del Tibet.
Nel 1239 infatti in seguito all’invasione delle truppe mongole giudate da Kulblai Khan il potere centrale passa da Lhasa a Sakya. Nel 1391, nasce Gedun Khapa, il I Dalai Lama. Nel 1624-63 Missionari Gesuiti arrivano nel Tibet occidentale. Nel 1670-1750 l’impero Cinese conquista il Tibet orientale e Lhasa. Nel 1716 con l’arrivo del Gesuita Ippolito Desideri a Lhasa, iniziano i primi contatti con l’occidente. Nel 1774 la prima missione britannica entra in Tibet, seguita dalla invasione Nepalese, che viene fermata grazie all’aiuto delle truppe cinesi chiamate in aiuto dai tibetani.

Nel 1904, una spedizione militare di truppe del Regno Unito invade il Tibet arrivando fino a Lhasa e costringendo il Dalai Lama a fuggire in Mongolia.
Nel 1910 truppe del impero Cinese occupano parte orientale del Tibet conquistando anche Lhasa.
Solamente nel 1912 il Dalai Lama riprende il pieno potere in Tibet senza alcun influenza estera.
Nel 1933 alla morte del XIII Dalai Lama, Tensing Gyatso diventa il XIV Dalai Lama.
A soli 18 anni di età nel 1940, all’attuale Dalai Lama, vennero conferiti i poteri spirituali di capo della comunità buddista del Tibet.

In una visione profetica un Dalai Lama del passato racconto che “quando l’uccello di ferro volerà, verrà l’uomo rosso e la distruzione”.
Nel 1949, Mao Tsedong a Pechino, proclamò la fondazione della Repubblica Popolare della Cina. Nel 1950 il Dalai Lama fugge in esilio verso il Sikkim, ma poco dopo ritorna a Lhasa per le rassicuranti dichiarazioni dei cinesi di non interferire nel Tibet.

La Cina nel corso della storia da sempre aveva considerato il Tibet parte del Impero e cosi nel 1951 avvenne l’invasione dell’esercito cinese nel Tibet e a Lhasa su richiesta di rappresentanti governativi tibetani. Le autorità Cinesi inizialmente non interferivano nella politica interna del paese, lasciando il governo tibetano ad esercitare il suo potere.
Ma successiva mente la situazione deteriora. Dopo arie rivolte contro le autorità cinesi da parte del popolo tibetano, il Dalai Lama decide di fuggire. In seguito scapparono dal paese l’elite feudale e i monaci temendo l’aria di rivoluzione che spirava dalla Cina. Gli unici che rimasero nel paese furono i poveri.
Nel 1964 la Cina dichiara formalmente il Tibet “Provincia Autonoma del Tibet” della Cina.

In seguito un periodo molto oscuro nella storia recente della Cina si abbattè sul Tibet. La rivoluzione culturale negli anni dal 1966 al 76 portò studenti ed estremisti, agitati dal regime, a condannare ogni forma d’opinione diversa dalla loro e monasteri, templi ogni altra forma d’arte vennero distrutte.

Il Dalai Lama non tornerà più in Tibet; la situazione della comunità in esilio, i vari appelli, conferenze e incontri segreti, non hanno portato a nulla.
Nel gennaio del 2000 fugge dal Tibet anche il quattordicenne Karmapa Lama, il secondo capo spirituale dei tibetani, attraversando a piedi l’Himalaya, per incontrare il Dalai Lama a Dharamsala in India.
Circa 2500 tibetani lasciano la loro patria ogni anno.
Nel Luglio 2000, il parlamento europeo ha adottato una risoluzione d’urgenza sul Tibet in cui chiede di “esaminare seriamente la possibilità di riconoscere il governo tibetano in esilio come legittimo rappresentante del popolo tibetano qualora, entro un termine di tre anni, le autorità di Pechino e il governo tibetano in esilio non abbiano raggiunto un accordo relativo a un nuovo statuto per il Tibet, mediante i negoziati organizzati sotto l’egida del Segretario generale delle Nazioni Unite”

PECHINO – Pechino ha respinto ieri l’appello al “dialogo e alla tolleranza” lanciato dal Papa, ha ribadito la propria determinazione a stroncare la rivolta anticinese in Tibet e smentito che il premier cinese Wen Jiabao sia disposto ad incontrare comunque il Dalai Lama.
“La cosiddetta tolleranza (non può esistere) per i criminali, che devono essere puniti secondo la legge”, ha detto, nel corso di una conferenza stampa a Pechino, il portavoce del ministero degli esteri Qin Gang in risposta all’appello di Benedetto XVI. I mezzi d’informazione cinesi hanno confermato oggi per la prima volta che proteste si sono verificate in alcune delle prefetture tibetane della provincia del Gansu, Sichuan e Qinghai.
L’agenzia ufficiale Nuova Cina in un primo momento ha riferito che la polizia ha sparato su un gruppo di dimostranti uccidendone quattro, ma poi si è corretta, affermando che ci sono stati quattro feriti, e ha ribadito che la polizia ha agito “per legittima difesa”.
La tv cinese ha mostrato immagini in cui si vedono monaci tibetani incitare alla rivolta.

Dal suo esilio a Dharamsala, in India, il leader spirituale tibetano, il Dalai Lama, ha affermato che le vittime delle violenze in Tibet, cominciate il 10 marzo, sono “numerose”. “Alcuni dicono dieci, altri cento, sono tante e ne sono rattristato”, ha detto il leader tibetano, che ha poi specificato di essere “pronto” ad incontrare i dirigenti cinesi “ed in particolare (il presidente) Hu Jintao”.

Il Dalai Lama ha ribadito il suo impegno per “rimuovere i sentimenti negativi tra i tibetani”, ma ha chiarito di non avere “l’autorità per fermare le proteste”.
Secondo Pechino il conto ufficiale delle vittime rimane fermo a 13, tutti “cittadini innocenti” uccisi a Lhasa dai “teppisti”, e le persone arretate in Tibet ammontano a circa 200. Gli esuli tibetani parlando invece di 800.
L’ufficio del procuratore generale di Lhasa ha affermato che 24 persone accusate di aver “messo in pericolo la sicurezza nazionale e di aver picchiato, distrutto, bruciato e saccheggiato e di altri gravi crimini” saranno “punite severamente”. Pechino afferma che la situazione sta “tornando alla normalità” ma non si sente sicura e sta rafforzando il suo dispositivo militare.
Testimoni hanno affermato che migliaia di soldati si stanno recando nelle regioni occidentali del paese a popolazione tibetana, che rimangono chiuse a tutti gli osservatori indipendenti. “Suggeriamo ai turisti di non recarsi in quelle zone per la loro sicurezza”, ha detto in una conferenza stampa il portavoce del ministero degli esteri Qin Gan.

Almeno per il momento, e fino a quando Pechino non sarà sicura di aver ristabilito il proprio totale controllo sul territorio, le ipotesi di trattative con Dalai Lama restano remote. Qin Gang ha spiegato oggi che l’ottimismo manifestato ieri dal premier britannico Gordon Brown dopo il suo colloquio col suo omologo cinese Wen Jiabao – che, ha detto Brown, sarebbe pronto ad incontrare il leader tibetano ad alcune condizioni – é in realtà frutto di un equivoco. Wen non ha fatto altro che ripetere le condizioni che la Cina ha sempre posto per i colloqui, cioé che il Dalai Lama “rinunci all’indipendenza del Tibet, affermi che Taiwan è parte della Cina e che rinneghi la violenza”.

Ad un giornalista americano che gli fatto notare che il leader tibetano ha già, più volte, rispettago queste condizioni, il portavoce ha risposto che le sue “azioni” dimostrano che non è sincero.
In un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri cinese, Yang Jiechi, il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha rinnovato il suo appello ad usare la massima moderazione nell’affrontare le proteste in Tibet e ad avviare colloqui con il Dalai Lama.

Nello stesso tempo, però, la Casa Bianca ha reso noto oggi a Washington che la crisi tibetana non è una ragione tale per cui il presidente George W. Bush rinunci ad assistere ai Giochi Olimpici di Pechino.
Anche la presidenza slovena dell’Ue, in una nota, sottolinea oggi che il boicottaggio dei giochi “non è la risposta giusta agli attuali problemi politici” in quanto “potrebbe significare la perdita di una opportunità per promuovere i diritti umani e, al tempo stesso, potrebbe provocare un danno considerevole alla popolazione cinese nel suo insieme, agli amanti dello agli stessi atleti”.

(comunicato ANSA)

Il Dalai Lama è la massima autorità temporale del Tibet, e presiede il governo tibetano in esilio.
Inoltre è la massima autorità spirituale della scuola Gelugpa, detta dei Virtuosi, una delle scuole del Buddhismo.

La parola “lama” è l’equivalente tibetano della parola sanscrita “guru” (maestro spirituale).
Il titolo onorifico di Dalai è parola mongola, attribuita nel 1578 a Sonam Gyatso, supremo capo religioso della corrente tibetana buddista Gelugpa, da Altan Khan, sovrano mongolo del protettorato del Tibet.
La parola tibetana per designare il pontefice supremo è invece rgya-mtsho. Tanto dalai che rgya-mtsho significano “oceano”.
“Dalai Lama” sarebbe dunque traducibile come “Maestro-oceano”, ma si preferisce utilizzare la più elegante espressione Oceano di saggezza (alcuni usano invece le parole “Maestro oceanico”).

Fin dal quinto Dalai Lama, e fino al 14° (prima che fosse costretto all’esilio in India nel 1959) la residenza dei Dalai Lama durante i mesi invernali è stata il palazzo del Potala, mentre in estate si recavano nel palazzo Norbulingka. Entrambe le residenze sono a Lhasa.
Dal 1959, l’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso risiede in India, dove l’allora primo ministro Jawaharlal Nehru si prodigò per garantire la sicurezza del religioso buddhista e dei suoi seguaci. In India, il Dalai Lama risiede a Dharamsala, nello stato di Himachal Pradesh, nel nord del paese. Nella stessa zona si è stabilito anche l’amministrazione del Centro Tibetano che altro non è che il governo tibetano in esilio.
In India i rifugiati tibetani hanno costruito molti templi, e s’impegnano per salvaguardare la loro cultura, minacciata, in patria, dall’invasione cinese.

Il Dalai Lama è venerato come manifestazione del bodhisattva della compassione Avalokitesvara (Chenresig in tibetano). Generalmente la reincarnazione di un Dalai Lama era trovata grazie alle premonizioni, ai responsi degli oracoli ed ai segni divini. Il potenziale candidato era sottoposto ad una serie di prove atte a ricordare la vita precedente. Se l’esito risultava positivo egli era riconosciuto come reincarnazione del suo predecessore, e durante la sua vita seguivano prima la cerimonia d’intronizzazione quale Dalai Lama ed in seguito, raggiunta la maggiore età, la cerimonia di insediamento quale sovrano del Tibet.

 

L’attuale Dalai Lama.


Tenzin Gyatso è nato nel 1935 a Taktser, nella provincia dell’ Amdo ed è in esilio in India dal 1959 in seguito all’occupazione cinese del Tibet (1949-1951).
Tenzin Gyatso ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 1989 per la resistenza non violenta contro la Cina.
Malgrado la figura del Dalai Lama sia secolare e rappresenti un caposaldo per tutta la cultura buddhista tibetana, la Cina ha deciso di arrogarsi il diritto di nominare in futuro le nuove reincarnazioni di questa importante carica religiosa, prerogativa che spetta invece a soli lama tibetani.

Il primo passo da parte dei cinesi è stato compiuto nel 1995 quando rapirono la reincarnazione del Panchen Lama, identificato da Tenzin Gyatso nella persona di Gedhun Choekyi, per sostituirlo con un usurpatore nominato da loro stessi. Dal 1995 non si hanno più notizie né del Panchen Lama, né della sua famiglia, che ufficialmente sono posti sotto la “tutela protettiva” del governo cinese.

Nel settembre 2007, la Cina ha addirittura affermato che tutti gli alti monaci tibetani dovranno essere nominati dal loro governo, e che in futuro questi dovranno eleggere il 15° Dalai Lama, sotto la supervisione del loro Panchen Lama.
In risposta a questo scenario, Tashi Wangdi, il rappresentante del 14° Dalai Lama ha affermato che le elezioni in quel caso sarebbero del tutto illegittime:
« Non si possono imporre imam o vescovi alle altre religioni.
La decisione di nominare lama e monaci spetta ai tibetani.
I cinesi possono usare la loro forza politica, ma le loro decisioni saranno comunque senza valore. Così è stato per l’usurpatore del Panchen Lama, così sarà per ogni carica non eletta dai tibetani. »

Significativo gesto del poliziotto, che denota il pensiero del governo cinese a riguardo il tema dei diritti umani, significativa nella foto è la presenza della bandiera USA, la nazione il governo che si pone al mondo come difensore dei popoli opressi e della difesa dei diritti umani io non sono un politico, una cosa ho capito che la mia vita non vale nulla dinanzi agli interessi di una casta, che comunque prima o poi farà la fine delle sue vittime-ossia tutti dobbiamo morire.

 

17 ottobre 2007


Il Presidente Bush non cede al ricatto delle autorità cinesi e dopo aver dato il benvenuto al Dalai Lama alla Casa Bianca – si tratta del loro quarto incontro -parteciperà alla cerimonia di Capitol Hill dove il leader spirituale riceverà la medaglia d’onore del Congresso, la massima onorificenza americana.



Stampa e televisione riportano la notizia che Joseph Ratzinger ha disdetto il proprio incontro con il massimo esponente del Buddismo mondiale. Il Dalai Lama è atteso a Roma per una visita al nostro Paese e in un primo momento era previsto per il 13 dicembre un incontro con Benedetto XVI in Vaticano. L’ufficio stampa del pontefice ha però fatto sapere che l’incontro non si terr


13 ottobre 2006

Città del Vaticano (AsiaNews) – È stato un incontro “dai contenuti religiosi” quello di oggi tra Benedetto XVI ed il Dalai Lama. Nel corso del colloquio, ha sostenuto il capo dei buddisti tibetani in un successivo incontro con i giornalisti, si è parlato di “valori umani, armonia religiosa e ambiente”. Su tali temi c’è stato un sostanziale accordo. Per quanto in particolare riguarda le tensioni tra religioni, il Dalai Lama ha dichiarato di aver detto al Papa che “poche persone che agiscono male non rappresentano la religione alla quale appartengono


Navigatore WEB che dire? se la lettura di questa pagina e la documentazione fotografica hanno un significato, che dire? se non VERGOGNA, calare le brachè anche “spiritualmente”, per ragioni economiche, che per altro già minano la nostra economia, o è la Cina il nuovo padrone del mondo?

ELABORATO DA G.M.S.

 

 

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Un Commento »

  • natyan ha detto:

    Ritengo, ma è solo un mio modesto punto di vista da ignorante, che prima di importare merce dalla Cina, dovremmo esportare valori e diritti umani. Del resto l’economia è diventato ormai il nostro valore primario, quindi ogni atteggiamento viene adottato prima di tutto soppesando se sia benefico per le nostre casse o meno. E in tempo di crisi … difficile davvero affrontare il problema senza la paura di grosse perdite. natyan

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